Partito Comunista Internazionale

La guerra per l’acqua: idrologia della disgregazione tra gli Stati

Categorie: Afganistan, Asia, India, Iran, Pakistan

Questo articolo è stato pubblicato in:

Traduzioni disponibili:

La crisi idrica in Asia meridionale non è una “emergenza ambientale”, ma un’espressione diretta dei rapporti capitalistici di produzione e della competizione interstatale per il controllo delle risorse vitali. In una regione dove l’agricoltura assorbe oltre il 40% della forza-lavoro e costituisce una quota essenziale del prodotto interno lordo, il controllo dell’acqua è questione di sopravvivenza per le borghesie locali. La lotta per l’acqua non è un rischio futuro: è già guerra in corso.


Afghanistan e Iran: sovranità idrica contro collasso ecologico

Il caso del fiume Helmand, che nasce in Afghanistan e termina nei laghi Hamun al confine iraniano, illustra perfettamente la contraddizione. Il trattato del 1973, mai pienamente ratificato, prevedeva per l’Iran una fornitura minima di 26 m³ al secondo. Ma la realtà è che nessun trattato può sopravvivere alla dinamica capitalistica di appropriazione delle risorse. Le dighe afghane – in particolare Kamal Khan e Bakhshabad – riducono drasticamente il flusso d’acqua, contribuendo al collasso dell’ecosistema iraniano a valle.

Nel maggio 2023, le tensioni hanno prodotto scontri armati. Da un lato, i talebani rivendicano la “sovranità” assoluta sulle risorse idriche del Paese. Dall’altro, l’Iran, minacciato dalla desertificazione, minaccia l’uso della forza. Le paludi di Hamun, un tempo estese per oltre 4.000 km², si sono ridotte a meno del 10% in poco più di due decenni, con effetti devastanti sulla popolazione e sull’agricoltura.
I tentativi di mediazione internazionale, come quelli del Programma ONU per l’ambiente, si sono dimostrati del tutto irrilevanti. La diplomazia è impotente di fronte al dominio della produzione capitalistica e la conseguente rottura degli equilibri della biosfera.

Pakistan-Afghanistan: l’acqua come moneta del tradimento

Il bacino del fiume Kabul, da cui dipende una parte significativa dell’agricoltura pakistana, è al centro di un’altra disputa. L’Afghanistan, ora controllato dai talebani, ha annunciato la costruzione di 12 dighe che ridurranno il flusso verso il Pakistan del 16-17%. Non esiste alcun accordo formale tra i due Stati sulla gestione delle risorse idriche condivise. Islamabad, che per anni ha ospitato i talebani come riserva strategica, ora paga il prezzo politico di quell’alleanza. Il capitale non conosce fedeltà: solo interessi.

India e Pakistan: il trattato dell’Indo e la minaccia esistenziale

Il Trattato dell’Indo del 1960, mediato dalla Banca Mondiale, assegnava all’India il controllo dei fiumi orientali e al Pakistan quello dei fiumi occidentali, con limitazioni all’uso indiano di questi ultimi. Ma con la pressione demografica crescente, la scarsità idrica e il cambiamento climatico, i margini tecnici dell’accordo si sono trasformati in trincee geopolitiche.

L’India ha costruito dighe idroelettriche sui fiumi “pakistani”, formalmente entro i limiti del trattato, ma percepite da Islamabad come atti ostili. La disponibilità di acqua pro capite in Pakistan è crollata da 5.600 a meno di 1.000 m³, facendo rientrare il paese nella categoria di “grave scarsità d’acqua”.
Il sistema fluviale dell’Indo sostiene il 90% dell’agricoltura, il 26% del PIL e oltre il 40% della forza-lavoro pakistana. Qualsiasi riduzione del flusso idrico significa carestia, disoccupazione, disintegrazione sociale. Il fondatore di Lashkar-e-Taiba, Hafiz Saeed, ha già da tempo integrato la narrativa idrica nella propaganda jihadista, collegando le dighe indiane alla necessità di “jihad difensiva”. Le parole usate — “terrorismo idrico”, “distruzione economica”, “causa nucleare” — riflettono la logica dominante: l’acqua è guerra, non cooperazione.

L’attacco di Pahalgam e la conseguente sospensione unilaterale del Trattato dell’Indo da parte dell’India rappresentano un’escalation gravissima. Le dichiarazioni della Banca Mondiale e delle agenzie umanitarie sulla “preoccupazione per la sicurezza alimentare” non mutano la realtà materiale: l’acqua, privatizzata, spartita, armata, è diventata una leva politica di potenza. Lo Stato borghese, in qualunque forma, gestisce le risorse secondo le leggi dell’accumulazione e della guerra permanente.


L’acqua non è bene, è un «asset»

In Asia meridionale, il controllo delle risorse idriche è ormai indistinguibile dal controllo territoriale, dalla guerra economica e dal dominio politico. Non esiste “gestione cooperativa” sotto il capitalismo. La guerra per l’acqua è una guerra tra borghesie, combattuta sul corpo delle masse lavoratrici e contadine, sacrificate per gli interessi di blocchi imperialisti in conflitto.

La pianificazione razionale della distribuzione idrica si scontra con le barriere insormontabili poste dalla parcellizzazione statuale borghese. Le frontiere politiche, imposte dall’imperialismo e difese con la forza militare, frammentano i bacini fluviali che costituiscono unità geologiche naturali. La contraddizione tra l’unità fisica delle risorse naturali e la divisione artificiale degli Stati borghesi è uno degli aspetti più visibili dell’irrazionalità del modo di produzione capitalistico. Il caso del fiume Indo è emblematico: scomposto in “fiumi pakistani” e “fiumi indiani” da un trattato imposto nel 1960, il suo bacino è gestito secondo logiche competitive e non complementari. L’unità idrologica del sistema è negata dall’esistenza di Stati in concorrenza, ciascuno con propri piani di sfruttamento e gestione. La stessa logica si riproduce all’interno degli Stati tra regioni, province e unità amministrative in competizione per la stessa risorsa.

Un aspetto particolarmente aberrante di questa frammentazione è la classificazione dell’informazione idrologica come “segreto di Stato”. I dati sulle portate fluviali, le precipitazioni, la capacità di ritenzione delle dighe e i rilasci programmati sono considerati informazioni strategiche, soggette a manipolazione e occultamento. L’India ha classificato come riservati i dati dettagliati sulle portate del fiume Chenab, mentre il Pakistan ha nascosto le informazioni sul consumo effettivo delle province. L’Afghanistan non condivide dati affidabili sui prelievi dal bacino del fiume Kabul.

Questa assurdità raggiunge il parossismo con le dighe “militarizzate”: la gestione degli invasi è posta sotto controllo militare e i dati sui rilasci d’acqua sono classificati come segreti di sicurezza nazionale. In India, la Baglihar Dam è considerata “asset strategico”, e in Pakistan la diga di Tarbela è sotto il controllo parziale dell’esercito. Le inondazioni derivanti da rilasci improvvisi e non coordinati hanno causato centinaia di vittime negli ultimi anni, ma i dati essenziali per prevenire tali disastri rimangono inaccessibili.

L’economia politica dell’acqua sotto il capitalismo riproduce tutte le contraddizioni della produzione mercantile: l’acqua è simultaneamente valore d’uso essenziale e valore di scambio, bene comune e merce strategica. Nel 2023, la Banca Mondiale ha esplicitamente etichettato l’acqua come “asset strategico negoziabile”, riducendo la questione dell’accesso a un mero calcolo di prezzo, ignorando la sua funzione biologica e sociale fondamentale. La proprietà privata dell’acqua si manifesta in diverse forme: concessioni statali a imprese private, monopoli di distribuzione, dighe costruite con capitale privato ma difese con eserciti pubblici. In Nepal, le concessioni idriche a multinazionali indiane permettono di controllareflussi che potrebbero irrigare il Bihar; in Pakistan, i capitali cinesi finanziano dighe che lasciano a secco il Sindh; in Afghanistan i consorzi europei progettano captazioni che affameranno l’Helmand iraniano. Il mercato dell’acqua nella regione è già una realtà operante: l’acqua viene comprata, venduta, scambiata, valutata e finanziata come qualsiasi asset. I “futures dell’acqua” sono stati introdotti nel 2020 nel Chicago Mercantile Exchange, trasformando una risorsa vitale in oggetto di speculazione finanziaria. Le industrie agricole del Punjab indiano, le miniere del Balochistan e gli impianti di imbottigliamento transnazionali competono per le stesse falde acquifere da cui dipendono milioni di contadini.

La proprietà privata, sia nella forma di diritti individuali sull’acqua sia nella forma statale di sovranità esclusiva sui bacini, impedisce qualsiasi pianificazione razionale. Gli sforzi di coordinamento promossi da istituzioni come la Commissione del Mekong o l’International Conference on Indus Waters rimangono formali, privi di potere reale e subordinati alla logica degli interessi nazionali concorrenti. Il trattato dell’Indo è stato presentato come modello di cooperazione, ma la sua stessa struttura rivela l’impossibilità di trascendere la logica competitiva: non prevede la gestione integrata del bacino, ma solo la sua spartizione. Non incorpora principi di equità intergenerazionale o sostenibilità, ma solo quote fisse di prelievo. Non riconosce i diritti delle comunità locali, ma solo quelli degli Stati. La soluzione non risiederà nella stipula di nuovi o migliori trattati, né nell’intervento di istituzioni sovranazionali. Solo la rivoluzione internazionale del proletariato, abolendo il regime della proprietà e della produzione mercantile, potrà liberare l’acqua — come ogni altra risorsa — dalla logica del profitto, restituendola alla comunità umana.

La dittatura rivoluzionaria del proletariato, superando le frontiere nazionali, permetterà la gestione unitaria dei bacini idrografici secondo principi scientifici e non mercantili. La produzione pianificata eliminerà la contraddizione tra la natura unitaria delle risorse e la frammentazione politica. I dati idrologici, liberati dal segreto militare e commerciale, saranno resi disponibili universalmente. La ricerca idraulica, oggi subordinata agli interessi di profitto o di potenza, sarà riorientata verso la conservazione delle risorse e la soddisfazione dei bisogni collettivi.

L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione includerà l’acqua, che sarà gestita come bene comune con un criterio di distribuzione razionale basato sui bisogni reali delle comunità e degli ecosistemi, non sul potere d’acquisto o sulla forza militare. I grandi piani di irrigazione, oggi subordinati a logiche di profitto o di prestigio nazionale, saranno ripensati in funzione dell’interesse generale delle masse produttrici.

La pianificazione centralizzata non sarà solo tecnica, ma anche sociale: permetterà di superare lo spreco strutturale dell’acqua imposto dalle leggi di mercato e dalla concorrenza. La produzione agricola e industriale sarà riorganizzata tenendo conto delle disponibilità idriche complessive, non delle esigenze immediate di valorizzazione del capitale. Nelle zone aride e semi-aride, la dittatura rivoluzionaria potrà imporre limitazioni alla concentrazione demografica e produttiva in aree idricamente vulnerabili, superando l’anarchia degli insediamenti e delle attività economiche che caratterizza il capitalismo. Le megalopoli parassitarie sorte in aree desertiche per ragioni di speculazione immobiliare o di prestigio politico, come Karachi o Dubai, saranno gradualmente riorientate verso un equilibrio con le risorse disponibili. Solo la pianificazione internazionale della produzione, sottratta alle leggi del valore e del profitto, potrà risolvere i problemi che il capitalismo ha generato e continua ad aggravare. L’acqua, ricondotta al suo carattere di bene comune, sarà sottratta all’appropriazione privata e statale, tornando a essere ciò che naturalmente è: condizione fondamentale della vita, non merce da vendere.