Il corso del Capitalismo Mondiale: il corso del Capitale è inevitabilmente caotico e catastrofico (Pt. 2)
Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Imperialism
Articolo genitore: Il corso del Capitalismo Mondiale. Il corso del Capitale è inevitabilmente caotico e catastrofico
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(continua dal numero precedente)
LA PRODUZIONE INDUSTRIALE
Per completare questa panoramica, riportiamo due tabelle che mostrano gli incrementi medi annui della produzione industriale di ciclo in ciclo.
La prima tabella riguarda i vecchi Paesi imperialisti ed è suddivisa in 4 cicli: 1950-1973, 1973-2007, 2007-2018 e infine 2018-2024. Le ultime due colonne sono quelle già viste, dove si confronta la produzione industriale del 2024 con quella raggiunta nel 2018 e nel 2007, o 2008, nel caso della Germania.

Si può notare che nel primo ciclo, subito dopo la ricostruzione postbellica e quando la produzione industriale era tornata al suo picco prebellico, gli incrementi sono stati non solo sostenuti, ma addirittura considerevoli nel caso della Corea del Sud, del Giappone, della Germania e della Spagna, appena uscita dalla guerra civile.
Gli incrementi variano dal +16,4% della Corea del Sud – in altre parole, la produzione è aumentata in media del 16,4% ogni anno in questi 23 anni – al +8,5% della Germania. Il dato della Francia, pari al 6,1%, è inferiore, ma comunque di tutto rispetto. Infine, per il Vecchio Leone – il Regno Unito – abbiamo un modesto 2,7%, in linea con la sua età e la minore distruzione subita. L’America, già pletorica, ha comunque registrato un’impennata del 4,3% annuo.
Si nota poi molto chiaramente, per tutti i capitalismi, il netto rallentamento di ciclo in ciclo, che termina con incrementi negativi nell’ultimo ciclo del 2018-2024. Fanno eccezione la Corea del Sud (+1,8%) e il Belgio, che batte la Corea del Sud con un tasso di crescita medio annuo del 2,4%! Nella seconda tabella sono riportati i cicli dei Paesi dell’Europa orientale.

Questa seconda tabella comprende tre cicli: 1998-2007, 2007-2018, 2018-2024. L’anno di partenza, il 1998, è l’anno in cui tutti questi Paesi, che hanno vissuto una recessione con la crisi di sovrapproduzione che ha portato al crollo dell’impero russo, sono tornati ai livelli di produzione precedenti alla crisi.
Per ogni ciclo abbiamo due colonne; la prima indica l’incremento totale tra i due anni e la seconda l’incremento medio annuo del ciclo calcolato a partire dall’incremento totale dato dalla prima colonna.
Quindi, per il ciclo 1998-2007, per la Polonia abbiamo un aumento totale del 78,9%, che corrisponde a un incremento medio annuo del 6,7%. Per l’Ungheria abbiamo il 102,9% e l’8,2%. Per l’Estonia, abbiamo un aumento del 107,5% e dell’8,4%. Per la Lettonia abbiamo il 57,5% e il 6,7%. Per la Lituania, abbiamo il 55% e il 5%. Per la Romania, 44,2% e 4,2%.
Passando da un ciclo all’altro, si assiste a un calo costante degli incrementi, che diventano addirittura negativi nell’ultimo ciclo per la Lituania con -0,1% e del -1,5% per la Romania. Di fatto, la Romania è in recessione dal 2019.
È interessante vedere l’aumento totale dal 1998. La Polonia è in testa con un aumento totale del 253% e un incremento medio annuo del 5%. Segue l’Estonia con un aumento totale del 183,9% e un incremento medio annuo del 4,1%. Seguono Ungheria e Lituania con incrementi totali rispettivamente del 155,7% e del 157,8%, corrispondenti a un incremento medio annuo del 3,7% per entrambi i Paesi. Poi, la Romania con il 101,8%, corrispondente a un incremento annuo del 2,7%. Infine, la Lettonia con un incremento totale del 94,1%, pari a un aumento medio del 2,8%.
Per la costruzione della tabella, le date dei cicli indicate sono quelle della maggior parte dei Paesi. Tuttavia, alcuni Paesi possono avere date di inizio e fine ciclo diverse e quindi durate diverse, il che spiega perché a fronte di un incremento totale minore si possa avere un incremento annuale leggermente superiore, come nel caso della Lettonia rispetto alla Romania. Per avere un’idea più precisa della reale crescita industriale di questi Paesi, dobbiamo poterla confrontare con il picco raggiunto prima della grande crisi di sovrapproduzione degli anni Novanta. La Romania, ad esempio, è riuscita a superare il picco del 1988 solo nel 2017, perché ha visto crollare interi settori della produzione industriale, come quello dell’acciaio. La Russia, ad esempio, non ha mai recuperato il picco raggiunto nel 1989. Per gli altri Paesi, invece, non c’è dubbio che l’adesione alla Comunità europea li abbia avvantaggiati e abbia permesso un vero e proprio decollo industriale.
IL COMMERCIO INTERNAZIONALE
Le esportazioni
Abbiamo tabulato le esportazioni in dollari correnti. Dopo un calo delle esportazioni nel 2019 e nel 2020, si nota una ripresa delle esportazioni negli anni successivi. Nel 2024, le esportazioni in dollari correnti sono aumentate rispetto al 2018 per quasi tutti i Paesi, ad eccezione di due: Giappone (-4,2%) e Regno Unito (-1,8%). Il vincitore è la Cina, con un aumento totale del 43,1%! Per gli altri, l’aumento varia dal 24% degli Stati Uniti al 7,8% della Germania. Ma in realtà questi aumenti sono dovuti principalmente all’inflazione.

Abbiamo quindi riportato una seconda tabella espressa in dollari 2019. E qui cambia tutto: la Cina rimane la vincitrice, ma con un aumento più modesto del 13,6%. Tutti gli altri sono in territorio negativo, con incrementi che vanno dal -24% del Giappone al -1,6% degli Stati Uniti. Questo risultato è più in linea con quanto visto per la produzione industriale, che ha subito un forte calo in tutti questi Paesi.

È interessante notare che gli USA sono diventati il secondo esportatore di merci, sostituendo la Germania a partire dal 2010, grazie soprattutto agli idrocarburi. È sorprendente che l’Italia abbia sorpassato la Francia, che a quanto pare non si è ripresa dal Covid, e si sia piazzata al quinto posto, a partire dal 2020. Per il resto, Italia, Francia, Corea e Belgio sono molto vicini in termini di volume delle loro esportazioni di merci. La terza tabella mostra gli incrementi annuali per gli anni dal 2018 al 2024. Qui, troviamo le stesse tendenze della produzione industriale. Tendenza ancora più chiara se esprimiamo le esportazioni in dollari costanti, eliminando l’effetto dell’inflazione.

Le importazioni
Gli Stati Uniti sono in testa con 3267 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina con 2585 miliardi. Più indietro, al terzo posto, si trova la Germania con ben 1421 miliardi di dollari di beni importati. Poi, con meno della meta vengono Francia, Giappone, Regno Unito, Corea del Sud, Italia e, infine, Belgio con 514 miliardi di dollari. Se osserviamo gli incrementi annuali, vediamo che sono tutti negativi nel 2023 e nel 2024, ad eccezione di Stati Uniti e Cina nel 2024. Le cifre sono +6,6% per gli Stati Uniti e +1,6% per la Cina. Tutti gli altri sono quindi in recessione.
Bilancia commerciale
Al primo posto c’è la Cina, con uno schiacciante surplus commerciale di 992 miliardi di dollari! Segue, più modestamente, la Germania, ma comunque con un surplus più che rispettabile di 260 miliardi di dollari! Anche l’Italia, il Belgio e la Corea registrano un surplus commerciale, ma a un livello molto più modesto di circa 50 miliardi di dollari. Seguono la Francia con un deficit di 111 miliardi di dollari, il Regno Unito con 292 miliardi di dollari e infine l’America con un deficit mostruoso di 1202 miliardi di dollari! È grazie a questo gigantesco deficit che il capitalismo globale continua ad andare avanti. Se l’America chiude il rubinetto delle importazioni, tutto crolla!
CONCLUSIONE
Possiamo vedere chiaramente che, sotto la pressione della crisi di sovrapproduzione, le cose stanno accelerando. Non sappiamo fino a che punto il nuovo governo americano si spingerà per forzare la reindustrializzazione e riequilibrare la bilancia commerciale e dei pagamenti, ma ci auguriamo che si spinga il più lontano possibile, provocando una gigantesca crisi commerciale, finanziaria e di sovrapproduzione. La situazione è tale che non ci vuole molto perché l’intero edificio crolli.
Come sappiamo, il proletariato internazionale tornerà sulla strada della lotta di classe e del comunismo solo quando la situazione diventerà insostenibile. La terra deve aprirsi sotto i suoi piedi.