Cambiamento climatico e distruzione dell’ambiente: frutti maturi di un capitalismo marcio
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Le foreste bruciano, ghiacciai e permafrost si sciolgono, le persone svengono e muoiono per strada e al lavoro sotto il sole cocente; cicloni tropicali sono attesi a breve nel Mediterraneo e milioni di proletari, in tutto il mondo, potrebbero essere costretti a migrare a causa delle condizioni meteorologiche estreme.
La questione climatica diventa ogni giorno sempre più urgente, ma, come per ogni questione di carattere sociale, non esistono verità “universali”, quanto invece esistono verità di classe. La borghesia non ha fretta, poiché dispone di tutti i mezzi per proteggersi almeno dalle condizioni meno catastrofiche. Mezzi non solo per salvaguardare il proprio capitale, ma anche per accrescerlo approfittando delle catastrofi, come approfitta di ogni crisi, che siano economiche, belliche o ambientali.
Alcuni movimenti piccolo-borghesi sembrano mostrarsi sconvolti dagli orrori creati dal capitalismo: reazionari che semplicemente sognano un capitalismo “diverso”, ma che pur sempre capitalismo resti.
E non meno reazionari sono quei movimenti, anch’essi intrinsecamente piccolo-borghesi, che sognano di poter tornare ad un presunto idilliaco passato, senza le brutture dell’industrializzazione capitalista, in un mondo basato sull’agricoltura parcellare, piccoli centri e piccole botteghe, dove non ci sarebbe inquinamento né sfruttamento. Verità proletaria è invece affermare che primo requisito per affrontare la crisi climatica è la distruzione della società di classe, così che la gestione collettiva delle risorse del pianeta avvenga secondo i modi maggiormente adatto a garantire, a tutta l’umanità, una vita piena, e senza la distruzione graduale (e nemmeno tanto graduale) del pianeta stesso.
Coloro che sentono il bisogno di aggiungere prefissi al comunismo, di parlare di “eco-marxismo” o “eco-socialismo”, non sono altro che i soliti “volgarizzatori” e revisionisti che ci sono fin troppo familiari. La dottrina marxista non ha bisogno di essere “aggiornata”, ed è solo nel comunismo che le crisi, compresa quella climatica, possono trovare una soluzione. Coloro che parlano di «eco-socialismo» sempre finiscono per fare il confronto con i falsi socialismi del secolo scorso. E d’altronde, quegli Stati capitalisti, esattamente come tutti gli altri, senz’altro non si mostravano «rispettosi nei confronti dell’ambiente», proprio in quanto mossi dalle leggi economiche del capitalismo, che fa di ogni bene una merce e scopo di ogni processo produttivo “l’autovalorizzazione più grande possibile del capitale, cioè la maggior produzione possibile di plusvalore”. Lo sviluppo, per sua natura tanto anarchico quanto irruento, del capitalismo ha portato ad un grave peggioramento delle condizioni ambientali sin dai suoi inizi, e la classe operaia è sempre stata quella che ne ha subito le peggiori conseguenze. Il Capitale di Marx è pieno di racconti di lavoratori che vivono nella miseria creata dai loro padroni: condannati a condizioni di vita malsane, miserabili sia materialmente che moralmente. I lavoratori spesso morivano in età giovane; essi vivevano e lavoravano in spazi dove l’aria respirabile era poca e le sostanze chimiche tossiche tante.
Ancora oggi, miliardi di lavoratori vivono nelle stesse condizioni. I lavoratori che vivono in condizioni leggermente migliori lo devono soprattutto alle conquiste ottenute nel campo della lotta di classe contro la borghesia, conquiste che quest’ultima è sempre pronta a rimettere in discussione. Ad ogni buon conto, anche nelle società occidentali più “ricche” esistono ampie “sacche” di miseria diffusa che il modo di produzione necessariamente prevede e crea.
Negli ultimi decenni, tra tutte le previsioni relative all’aumento della temperatura media e delle quantità di anidride carbonica nell’atmosfera, la più pessimistica si è rivelata la più accurata. Nel frattempo, si tengono regolarmente vertici e conferenze per discutere delle gravi (vere o meno) preoccupazioni in merito, e delle possibili soluzioni. A queste conferenze partecipano rappresentanti degli Stati, della cosiddetta “società civile” e del mondo imprenditoriale. Al di là delle solite chiacchiere che caratterizzano le formulazioni borghesi, e degli accordi climatici che comunque alcuni Paesi, almeno sulla carta, si impegneranno a sostenere, l’implicazione di fondo è quella che al Capitale deve essere concesso tempo (e sostegno statale) per adattarsi e “pulirsi”, per trasformare gli impianti industriali e le fonti energetiche.
Con il passare del tempo, sempre più spesso pare il dibattito pubblico essersi invece spostato dal tentativo di invertire il “disastro climatico” alla ricerca di “misure di contenimento” nei confronti di quelle condizioni climatiche la cui alterazione è già più che matura. E sono numerosi i casi in cui gli obiettivi su cui si ricama attorno sono alquanto vaghi: sentiamo spesso parlare di riduzioni “significative” (di quanto?) delle emissioni di questa o quella sostanza o composto inquinante, senza che nessun seguito oggettivo venga poi dato. Ancora più importante, gli obiettivi sono fissati con un anticipo tale da consentire al capitale di adattarsi ad ogni “promessa infranta” e agli attuali leader e dirigenze di non essere più in carica, così che non possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Un esempio lampante, da questo punto di vista, è l’impegno a “raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050”.
Si tratta di un’affermazione ridicola quasi quanto quella del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese che afferma che sotto la sua guida la Cina sarà una “società socialista avanzata entro il 2050”. Se nel primo caso sarà il tempo a dimostrare l’insostenibilità di un tale obiettivo, nel secondo caso non dobbiamo certo aspettare per farci una gran risata. Intanto, ad oggi, è proprio la Cina ad essere accusata di non aver firmato gli accordi sul clima che altri paesi stanno firmando. In Occidente, ovviamente, subito l’infame propaganda delle varie borghesie nazionali si getta a capofitto sull’argomento così da poter fare vanto di rientrare tra gli Stati buoni e democratici, piuttosto che tra quelli cattivi ed autoritari. Per i marxisti, tuttavia, la contraddizione sta tra il capitalismo più giovane della Cina, un’economia fortemente basata sul carbone e la cui crescita manifatturiera nessun accordo climatico può permettersi di soffocare, e i capitalismi più maturi dell’Occidente.
Finché esisterà il capitalismo, nessun «dialogo» tra le organizzazioni, le imprese e gli Stati borghesi potrà salvare il pianeta. Nessun obiettivo e nessuna legge approvata dai parlamenti. Nel frattempo, si continueranno a riversare, ogni anno, milioni di tonnellate di rifiuti nell’oceano, inquinando le acque, le coste e le terre su cui i proletari lavorano sotto la frusta del Capitale. E mentre le condizioni di vita dei lavoratori peggiorano sempre più di fronte alla crisi capitalista, i moralisti piccolo-borghesi osano ancora rimproverarli perché non fanno la loro parte per salvare il pianeta, perché non riducono la loro personale “impronta di carbonio”, perché acquistano cannucce di plastica e non le alternative biodegradabili. Che in ultima istanza per la borghesia mondiale la questione del clima appaia come secondaria (per non dire terziara e così via) lo dimostra l’intensità con la quale le guerre continuano ad essere combattute in giro per il mondo: se la produzione capitalistica inquina, a maggior ragione lo fa la guerra, nella quale nessuno si è mai preoccupato delle conseguenze ambientali dei bombardamenti e dei massacri che distruggono e inquinano in modo incontrollato.
Solo l’insorgere rivoluzionario della classe operaia, che guidata dal suo partito di classe combatterà per niente meno che la distruzione dei rapporti di produzione borghesi, potrà fermare la furia devastatrice capitalista. Solo quando la forma antagonistica del processo di produzione sociale sarà cosa del passato, e la contraddizione tra città e campagna sarà risolta, e dunque solo sulle ceneri di un capitalismo sconfitto potrà sorgere una società in grado di affrontare davvero la questione climatica e tutti gli importanti impegni che essa richiede.