Giappone: un nodo della rete imperialistica in affanno
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Il Giappone, nella fase presente della crisi generale del capitalismo, manifesta con esemplarità le contraddizioni crescenti dell’imperialismo. La borghesia nipponica, per decenni vincolata alla tutela militare del gendarme nordamericano, si scopre oggi stritolata nella morsa della concorrenza tra potenze imperialiste, dove non esistono alleanze “storiche” ma solo rapporti di forza mutevoli e brutali.
L’introduzione di dazi doganali del 15% sull’import nipponico da parte dell’amministrazione statunitense (23 luglio 2025) segna un ulteriore passo nell’acuirsi della guerra commerciale tra blocchi imperialisti. Il bersaglio è chiaro: il settore automobilistico giapponese, che da solo compone il 28,3% delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Inizialmente, questi ultimi avevano annunciato dazi sulle automobili nipponiche fino al 27,5%: tuttavia, anche al 15%, la contrazione che ne conseguirà avrà un impatto certamente non insignificante. Si tratta di una misura coerente con le leggi del capitalismo: ogni potenza è costretta, per sopravvivere alla crisi di sovrapproduzione, a espandersi a spese delle altre.
La borghesia giapponese aveva scambiato la propria subordinazione strategica con vantaggi commerciali. Ma l’imperialismo non conosce né riconoscenza né memoria storica: solo il mutamento continuo dei rapporti tra capitali in guerra permanente. Il capitale finanziario ha immediatamente registrato la gravità dell’attacco: il 3% perso dalla Borsa di Tokyo nel giorno dell’annuncio non è che il riflesso dell’intelligenza cieca e impersonale del capitale.
La classe dirigente giapponese, colta di sorpresa dal mutato atteggiamento americano, si dimostra priva di visione. La vicenda della fallita fusione US Steel–Japan Steel, bloccata da un fronte bipartisan nel Congresso USA, avrebbe dovuto far comprendere la chiusura del ciclo “amico” nei rapporti tra le due potenze.
Il nuovo governo Ishiba, debole eco dei gabinetti precedenti, è ridotto a rinviare incontri e a subire passivamente l’isolamento crescente del paese all’interno del blocco imperialista. Le grandi manovre del periodo Kishida – il progetto “Japan+”, l’integrazione con QUAD, l’allargamento della NATO all’Indo-Pacifico, l’illusione AUKUS – si sono dissolte nella constatazione della marginalità del Giappone nel nuovo disegno di spartizione mondiale. L’impossibilità di trasferire truppe a Guam e la paralisi nella revisione del Trattato di Sicurezza non sono che segnali visibili del tramonto geopolitico del capitale nipponico.
Dietro la facciata tecnologica, l’economia giapponese è minata da squilibri irreversibili. La lenta erosione della base produttiva, il passaggio forzato verso un’economia dei servizi, la dipendenza crescente dal turismo – attività improduttiva e volatile – rivelano l’impossibilità per il capitale nipponico di ristabilire un ciclo di accumulazione stabile.
L’inflazione – al 4,0% a gennaio, 3,7% a febbraio, 3,6% a marzo – sfugge al controllo della Banca del Giappone, incapace da tre anni di fronteggiare la svalutazione monetaria. Le versioni “core” e “core-core” superano stabilmente i livelli obiettivo. Su questa base fragile, l’offensiva doganale statunitense aggrava la crisi, rendendo ancora più evidente la debolezza sistemica del capitalismo giapponese.
La crisi del riso – prodotto simbolico della sovranità alimentare nipponica – mostra in tutta la sua chiarezza l’anarchia del regime borghese. Il 70,9% di aumento dei prezzi in un solo mese è effetto della convergenza di fattori tipici del capitalismo senescente: distruzione dell’ambiente, speculazione, collasso delle reti logistiche. Lo Stato borghese ha dimostrato la sua inettitudine: su 210.000 tonnellate dichiarate in riserva, stando alle ultime rilevazioni di fine aprile, solo il 7% è stato effettivamente rilasciato. Il mito dell’autosufficienza alimentare si dissolve nella necessità di importare riso – perfino dalla Corea del Sud, in quantità mai viste dal 1990 – sancendo il fallimento definitivo del modello agricolo protetto e autarchico.
La ripresa dei contatti tra Giappone, Corea del Sud e Cina non rappresenta alcuna apertura di pace o cooperazione tra popoli. È, al contrario, una mossa obbligata da parte di tre borghesie nazionali costrette a difendere i propri interessi contro l’aggressività crescente dell’imperialismo USA.
L’incontro trilaterale del 30 marzo a Seoul e il tentativo di rilancio dell’accordo RCEP – alternativa asiatica alla sfera commerciale americana – sono espressioni di questa necessità difensiva. La cooperazione in settori strategici (semiconduttori, intelligenza artificiale, cavi sottomarini, sorveglianza digitale) non ha nulla di pacifico: si tratta di preparativi per le guerre future, in cui ogni borghesia si equipaggia per difendere i propri profitti contro quelle concorrenti.
Il programma GCAP – costruito assieme a Italia e Gran Bretagna – ha cercato di proiettare il capitale nipponico nel mercato globale degli armamenti. Ma lo scontro indo-pakistano e l’efficacia dimostrata dalle tecnologie cinesi hanno infranto le illusioni. L’India, attratta sempre più dagli armamenti americani, abbandona gradualmente i fornitori giapponesi, che si ritrovano con capacità produttive inutilizzate e un investimento strategico fallito.
Il Giappone scopre così l’impotenza della propria industria militare: da un lato incapace di imporsi come potenza autonoma, dall’altro esposta alla concorrenza spietata dei colossi occidentali e asiatici.
Il gabinetto Ishiba non ha linea: tra gesti concilianti e minacce vuote, tra aperture ai prodotti agricoli americani e invocazioni alla legalità internazionale, non esprime che la confusione di una borghesia senza più orizzonte. Le concessioni agli USA – alleggerimenti sulle importazioni, abbassamento degli standard qualitativi, cessione di quote di mercato – non fanno che aggravare la dipendenza economica. Nemmeno l’ala più “falchista” dell’establishment – la Banca del Giappone, con le sue minacce di contenziosi legali presso l’OMC – riesce a proporre una via d’uscita. La macchina statale si mostra divisa, impotente, incapace di resistere all’offensiva del capitale dominante.
Il ricorso alla retorica della “sovranità tecnologica” non maschera il significato reale della politica attuale: il rafforzamento dell’apparato militare-statale come risposta alla crisi economica. La collaborazione con l’Unione Europea in settori sensibili – dalla cybersicurezza all’intelligenza artificiale – ha una sola finalità: il controllo del proletariato e la preparazione di future guerre inter-imperialiste.
La militarizzazione non è segno di forza, ma di debolezza: di un capitale in difficoltà, che cerca nella minaccia armata ciò che non riesce più a ottenere nel libero mercato.
In questa congiuntura, la classe operaia giapponese si trova esposta a una nuova intensificazione dello sfruttamento. L’inflazione colpisce i salari reali, la recessione cancella posti di lavoro, lo Stato borghese prepara la mobilitazione patriottica in vista del conflitto. Ogni tentativo della borghesia di risolvere la crisi – con riforme, alleanze, compromessi – è destinato al fallimento. Il capitale giapponese, come ogni altro capitale nazionale, è intrappolato nella crisi del modo di produzione stesso.
La prospettiva non è nella difesa della “sovranità”, né in nuovi equilibri imperialisti. La sola via è quella della lotta di classe organizzata, sotto la guida del partito rivoluzionario, per trasformare la guerra commerciale e militare tra capitalisti in guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo.