Vorrebbero l’Europa in una botte di ferro
Categorie: Capitalist Wars, Europe, NATO
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Gli strascichi della cagnara elettorale italiana (lasciamo agli aspiranti sindaci e assessori le grida di trionfo o di lutto di queste ore di attesa del destino, giacché andiamo in macchina quando ancora i risultati definitivi del totovoto non sono giunti, né ci scalmaneremmo a trarne oroscopi se li avessimo, bastandoci a tempo debito di commentarli) hanno probabilmente velato gli occhi del lettore comune su quanto intanto avveniva in Germania e nel quartiere generale dell’organizzazione atlantica. E tuttavia, non in fondo alle urne, ma lì si foggiavano i destini dell’Europa.
Che cosa dunque è avvenuto? È avvenuto che si sollevasse un altro po’ di sipario sulla commedia della libertà democratica. A Bonn, i quattro ministri degli esteri – americano, inglese, francese, tedesco – «hanno firmato la pace» fra Occidente e Germania. Firmare la pace significa restituire al vinto «la sua completa sovranità» (come dice l’articolo uno del Patto) con tutto il codazzo di «libertà» sul piano interno ed internazionale. Naturalmente, in nome della completa indipendenza, il governo tedesco s’impegna ad ispirare la sua politica ai principii sanciti nello statuto delle Nazioni Unite, e, soprattutto, le tre potenze occidentali si riservano il diritto di proclamare lo stato di emergenza in Germania e di prendere tutte le misure politiche e militari rese necessarie da un simile stato di emergenza: a) nel caso di un attacco contro il territorio della repubblica federale e contro Berlino; b) nel caso di una insurrezione armata contro le autorità costituite; c) nel caso di gravi disordini o di minaccia alla sicurezza politica (ad esempio, sciopero generale). (art. 6) Come si vede, i legislatori sono stati precisi nella elencazione dei «casi» che giustificheranno l’intervento militare degli angeli custodi della libertà una e quadrupla; ed è chiaro che i soli casi davvero contemplati, nella situazione odierna, sono i due ultimi, la minaccia di sovvolgimenti o anche solo di disordini a sfondo sociale. La democrazia internazionale butta un’altra volta la maschera: le truppe liberatrici sono chiamate, in tutto il mondo, a montare la guardia all’ordine costituito della proprietà e del capitale. Certo, per non venir meno alle buone tradizioni di ipocrisia proprie del capitalismo, in particolare di quello democratico (il quale si dice laico solo perché ha ereditato le migliori arti del gesuitismo), il trattato aggiunge che questo intervento esterno avverrà solo se il governo tedesco non sarà in grado di padroneggiare da solo la situazione; ma è ben chiaro che, per i vigili e preoccupatissimi reggitori mondiali, nessun governo minore avrà mai, da solo, questa possibilità. Né, a tutela dell’ordine sacrosanto, saranno solo le truppe di occupazione (che un protocollo aggiunto a soddisfazione delle ansie francesi pare dichiarerà che rimarranno in Europa «finché la situazione lo esiga» – e si può star tranquilli che la situazione, fino alla morte del capitalismo, lo esigerà sempre), giacché un’altra delle traduzioni in pratica della «completa sovranità tedesca» sarà l’offerta del governo di Bonn all’organizzazione atlantica di 400.000 tedeschi in armi.
E poiché in questi giorni si firma anche l’accordo per la «comunità europea di difesa», l’Europa è, o almeno vorrebbe essere, in una botte di ferro a protezione dai disordini sociali. Il vecchio sogno, comune a russi e americani, di una «polizia internazionale» è, almeno a metà, raggiunto. Gli avvenimenti che seguiranno potranno solo servire a rafforzarlo. La conseguenza immediata è già prevista, e i giornali ne parlano fin d’ora: una ripresa della guerra fredda, un rincrudire dei conflitti sulla linea confinaria fra i due monconi della «Germania liberata», un dilagare del partigianismo filo-russo o filo-americano, che offriranno alle potenze occidentali ed orientali il pretesto giuridico – se mai ce ne fosse bisogno – per dichiarare lo stato di emergenza o, anche senza arrivare a questo, per prolungare ad anni e lustri l’occupazione militare. Azioni e reazioni sono calcolate e dosate per portar acqua al mulino della bardatura bellica e poliziesca dell’Europa.
Dentro la botte di ferro, i capitalisti si sentiranno al sicuro, benedetti dai liberatori di occidente e di oriente. Ma la storia del movimento operaio non conosce da oggi reticolati e casematte: formidabili, certo, e per qualche anno imprendibili, ma pronte a sfasciarsi al primo colpo di piccone della riscossa proletaria. Le botti di ferro del capitalismo non prevengono l’esplosione sociale, come la linea Maginot non ha prevenuto l’invasione militare della Francia: sono non una garanzia contro esplosioni avvenire, ma il risultato di un soffocamento già avvenuto. Quando dovranno servire, nulla potrà impedire che le barriere di cemento armato s’infrangano: oggi, stanno in piedi solo perché l’avversario di classe è prostrato, perché, anzi, ha, sotto la frusta del padrone e dei suoi servi, lavorato a ricostruire le fortificazioni.