La democrazia italiana aveva bisogno dello spettro fascista
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Lo spettro fascista è ricomparso. La democrazia italiana ne aveva bisogno, così urgente bisogno che essa stessa si è imposta di concepirlo e partorirlo. Una democrazia bloccarda, cioè fondata sull’abbraccio della cosiddetta sinistra borghese e dei partiti includenti in sé l’opportunismo riformista, può esistere e giustificare la propria esistenza solo alla condizione di enucleare e contrapporre a se stessa una cosiddetta estrema destra reazionaria.
Bene è sgombrare subito il terreno dalle ridicole responsabilità personali. Tutti i partiti della democrazia sorta dai C.L.N., nessuno escluso, fondano le loro accuse sulle responsabilità dei resuscitati gerarchi del disciolto partito fascista. Non staremo certamente ad imitarli, sebbene siamo nella unica ed esclusiva posizione di potere dimostrare che nessuno dei furiosi antifascisti della repubblica papalina può rinfacciarci una sola parola di indulgenza per i lanzichenecchi mussoliniani, che tutti, nessuno escluso, i partiti del C.L.N. lavorarono a sottrarre al piombo o al carcere mediante amnistie e condoni vari. Non perché i partiti della democrazia antifascista collaborarono insieme, nel quadro del salvataggio di tutti gli istituti e le tradizioni della sporca borghesia italiana, a contendere ai vermi le pellacce dei gerarchi littorî, diciamo che il fascismo di ieri e di oggi è creatura carnale della democrazia. Dottrinariamente neghiamo ogni importanza alla persona umana, ai «grandi uomini» nella spiegazione dello svolgimento dei fatti storici e, sul più basso gradino, della dinamica dei partiti. Non si saprebbe perché fare una eccezione per i ceffi fascisti del M.S.I. Fossero crepati tutti gli «uomini della provvidenza» che ora ricompaiono nelle piazze, dopo la laboriosa digestione della paura; avessero tirato le cuoia su Piazzale Loreto o stessero rinchiusi in galera, non per questo ora ci sarebbe risparmiato lo spettacolo nauseante della cosiddetta rinascita fascista e della seconda crociata democratica contro il fascismo. Il ricostituirsi in partito del fascismo non è questione di uomini, non è legato alle determinazioni personali, tantomeno allo spirito di vendetta dei gerarchi scampati al crollo ignominioso della infame repubblica di Salò. Se non fossero stati pronti sul mercato i marescialloni codardi e pennivendoli corrotti, prima epurati poi reintegrati nei posti con gli arretrati, ora non ci sarebbe la reincarnazione fascista nel M.S.I.? Ingenuo chi lo pensa.
Pur mantenendo immutato, nonostante gli appelli ciellenistici all’unità antifascista non meno sporchi del vittimismo degli sciacalli fascisti, il giudizio di inappellabile condanna contro i partiti antifascisti firmatari delle pagliaccesche leggi sull’epurazione e dei decreti di amnistia pro-fascisti, noi sappiamo benissimo che una ipotetica politica, improntata a criteri di effettiva repressione, non avrebbe sortito effetti diversi dagli attuali. La bizzarra teoria del «rigurgito del passato» può essere appannaggio e giustificazione solo dei partiti democratici. Per conto nostro abbiamo sempre sostenuto, ed è la realtà innegabile a dirlo, che le forche di Piazzale Loreto non valevano a troncare il processo di formazione del fascismo, connaturato alla dominazione sociale della borghesia. I cronisti delle redazioni borghesi faranno coincidere il ringalluzzirsi dei fascisti con la campagna elettorale per le amministrative nel Sud? Nella migliore delle ipotesi, commetteranno lo stesso sproposito storiografico dei mussoliniani che pretesero di stabilire una data al sorgere della camorra fascista, che era invece il prodotto organico di tutta quanta l’evoluzione storica della borghesia dominante italiana. La verità è che, come la democrazia prefascista dei Crispi, dei Giolitti, dei Nitti, la putrescente democrazia antifascista dei Comitati di Liberazione Nazionale ha portato nel suo incestuoso grembo il canagliume fascista in quanto assicurava la continuità del potere tirannico della classe dominante borghese. Il fascismo del M.S.I. è il figlio legittimo della democrazia parlamentare dei De Gasperi, Pacciardi, Bellavista, Nitti, Orlando, unita in matrimonio al riformismo stalinista dei Togliatti e dei Nenni. Non serve agli uni apportare gli argomenti dei venti anni di cospirazione all’estero, della guerriglia partigiana contro la repubblica di Salò, della insurrezione antitedesca del 25 aprile 1945; né serve agli altri elevare a stendardo di martirologio (loro, i massacratori di operai indifesi e immobilizzati dal tradimento socialdemocratico nel 1919-20) la carogna di Mussolini appesa ai piedi, i posti alla mangiatoia perduti, gli arretrati non pagati. Se nel dare e avere delle perdite sanguinose e degli atti di vendetta dei due opposti campi di partiti esistono sbilanci, essi si annullano nel bilancio generale della classe dominante, della borghesia sfruttatrice, il cui privilegio non ha subito scosse, anzi ha tratto nuove garanzie di continuità nel trapasso dalla Repubblica di Salò all’attuale regime democratico, e altre si appresta a trarne dal ripristino dell’antica immancabile contrapposizione tra Sinistra e Destra. Ai propositi di vendetta della cosiddetta estrema destra monarco-fascista, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale minacciano il ricorso alle armi e alla guerra civile che se dovesse verificarsi ricalcherebbe il modello della guerra di Spagna del 1936-38, dove contro il fronte nazifascista si vide schierato non il fronte della rivoluzione proletaria ma il blocco dei partiti democratici e di quelli pseudo-proletari, prefigurando così lo schieramento politico della seconda carneficina mondiale. E che significa lo schierarsi delle masse proletarie negli opposti campi in cui la stessa classe dominante si divide, se non che la borghesia riesce, sia pure attraverso convulsioni violente, a stringere le masse sfruttate nel quadro di ferro del suo apparato di influenza e di dominazione politica? La democrazia clerico-stalinista ha finora assolto al compito di mantenere il movimento operaio entro il filo spinato della legalità, del rispetto delle leggi borghesi. Svolgerà più agevolmente la sua funzione conservatrice e controrivoluzionaria agitando davanti agli occhi delle masse lo scettro del fascismo, che gioverà al M.S.I., gioverà al socialstalinismo, gioverà al partito democristiano. E a che equivale la somma dei programmi e dell’azione politica di costoro? Alla politica di conservazione dell’unitaria classe borghese di fronte al nemico proletario.
Vorremmo forse confrontare le rivendicazioni del binomio Democrazia-Fascismo? Nei mesi che verranno certamente la classe dominante punterà sul conflitto tra i partiti democratici e stalinisti da una parte, e le forze monarco-fasciste dall’altra, per spostare ancora una volta le masse dalla polemica sociale sul terreno della contrapposizione di vuote ideologie. Non è difficile prevedere che le masse soggiaceranno alla strategia, non nuova ma sempre abile e tempestiva, della borghesia dominante. Su noi non avrà presa l’inganno perché abbiamo vagliato da tempo i programmi e le rivendicazioni reali degli uni e degli altri, e abbiamo provato che la loro realizzazione non fa avanzare di un passo la lotta tra le classi sociali, tra la borghesia e il proletariato. Quale punto dei democratici e degli stalinisti è rigettato dai fascisti? L’ideologia patriottica, no. La superstizione nello Stato al di sopra delle classi, no. La coesistenza pacifica e concorde delle classi per il bene supremo della nazione, no. Neppure misure di organizzazione della produzione, che sono etichettate come socialistiche e che sono solo nazionalizzazioni delle aziende e dirigismo statale, sono rigettabili da alcuno dei blocchi, essendo retaggio dell’intera classe borghese. Leggete la stampa fascista e quella staliniana: sono zeppe di invocazioni alla gestione operaia delle aziende. Guardate a Tito e a Perón, a Bevan e Mossadeq: nazionalizzano a tutto spiano, il loro motto è quello mussoliniano: «tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato». Ognuno dice di attuare… il socialismo. L’uno è il sosia dell’altro.
A coloro che obietteranno che la «situazione» è cambiata, non risponderemo negando. Anzi, accetteremo che essa si presenta, se noi sapremo lavorar bene, meno sfavorevole al nostro compito diretto a mostrare agli operai la sostanziale convergenza controrivoluzionaria, al di sopra delle varie retoriche e mitologie, dello schieramento fascista e di quello demo-staliniano. Ciò non significa che ci nascondiamo le formidabili difficoltà e l’asprezza politica delle reazioni alla nostra fatica di chiarificazione e di delimitazione politica, che il raddoppiato furore partigianista degli uni e degli altri renderà quanto mai ardua. Non cambierà nonostante il «cambiamento» della situazione, la nostra linea di incondizionato rifiuto a qualsiasi sorta di iniziative, non nuove ma mai deposte, di bloccardismo, di fronteunismo, di unione sacra popolare contro il fascismo. Il fascismo non si combatte alleandosi con i suoi complici e manutengoli, quali sono tutti i partiti e le forze politiche che lavorano a mantenere il proletariato nel rispetto della legge borghese. Il fascismo si seppellisce solo seppellendo la legalità borghese.