Consigli di gestione e azionariato operaio
Categorie: CGIL, CISL, Democrazia Cristiana, Italy, Partito Comunista Italiano
Questo articolo è stato pubblicato in:
L’accusa più ricorrente che viene mossa a noi, anche da operai scarsamente informati del nostro lavoro politico, è che tendiamo ad applicare a tutte le forze dello schieramento politico uno schema mentale di intransigente ostilità. Ciò succede perché gli operai influenzati da falsi partiti proletari non riescono a riferire realisticamente le rivendicazioni programmatiche e l’azione politica di codesti partiti alle esigenze della lotta di classe tra borghesia e proletariato. Ora non occorre proprio partire da una preconcetta ostilità contro i partiti in cui si divide la classe dominante italiana, per concludere che nulla di sostanziale li divide sul piano delle «soluzioni» da essi rispettivamente proposte in relazione alla lotta di classe. Prendiamo ad esempio la politica seguita dai principali partiti in vista della cosiddetta partecipazione degli operai alla gestione delle aziende.
La dominazione della classe borghese si effettua nell’esercizio del diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione e sui prodotti del lavoro sociale. Dove esiste la proprietà statale, lo sfruttamento del lavoro sociale si perpetua, nonostante il camuffamento della classe dominante, nelle forme di distribuzione mercantile e monetaria, per cui i produttori restano nella condizione di operai salariati non aventi diritto di possesso sui beni prodotti. Che la questione del controllo sui mezzi di produzione e sulla massa totale dei beni prodotti sia al centro della lotta di classe tra operai e capitalisti è ammesso ormai non solo dai marxisti, ma da tutti i partiti politici in cui la classe dominante si scompone. Le prove sono fornite dalla enorme letteratura (che ogni partito pseudo-proletario o borghese, non esclusi i fascisti, attivamente collabora a ingrossare) e che specula, sproloquiando, sul tema della cosiddetta ammissione degli operai alla gestione delle imprese e alla spartizione degli utili. Siamo disposti a farci harakiri, se qualcuno riuscirà a provarci che uno solo dei partiti, che oggi tengono il cartellone in Italia e fuori, non includa nel suo programma la rivendicazione della gestione interclassista delle aziende…
Per comodità di esposizione, dobbiamo interessarci dei partiti principali, lasciando i minori, quelli che non hanno vasta influenza politica e una estesa macchina sindacale alle dipendenze. Consideriamo la «politica sociale» dei massimi partiti italiani: il P.C.I. e il partito democristiano, lasciando subito da parte la ipocrita e vana pretesa della C.G.I.L. e dalla C.I.S.L. di svolgere attività autonoma dalla lotta politica. Entrambi discutono quotidianamente, tirando in ballo la Costituzione, sul principio dell’inserimento degli operai nella gestione delle aziende. Divergenti, ma solo apparentemente, sono le soluzioni pratiche che ognuna delle due grandi organizzazioni politiche e sindacali propugna. L’abbiamo detto nel titolo: Consigli di Gestione e azionariato operaio.
Ogni operaio che lavora in una grande azienda industriale ha sufficienti nozioni della natura e delle funzioni del Consiglio di Gestione ideato, proposto e in molti casi attuato dalle forze sindacali legate alla C.G.I.L…. e per essa al P.C.I. Il Consiglio di Gestione è un organo composto di rappresentanti del salariato e degli impiegati di una data impresa, cui è affidato il compito di collaborare con la Direzione nella gestione dell’impresa, interessandosi di migliorare le attrezzature, razionalizzare i processi produttivi, incrementare le vendite dei prodotti, procurare, magari con azioni di massa, ordinativi, commesse, finanziamenti governativi ecc. Clamoroso il caso del Consiglio di Gestione della FIAT che recentemente contrapponeva un modello di auto utilitaria al progetto approvato dalla Direzione stessa della FIAT, dimostrando che quest’ultimo comportava più alti costi di produzione. Meglio di mille ragionamenti, il caso della FIAT vale ad illustrare la funzione del Consiglio di Gestione propugnato dal P.C.I. È chiaro che un simile organismo, nonostante abbia finora solo un voto consultivo e sia stato ridotto dai capitalisti a mera formalità burocratica, tende a fare meglio… dei capitalisti gli affari del Capitale. Esso, se accettato dalla borghesia industriale, lavorerebbe sicuramente a snellire i processi produttivi e a ridurre i costi di produzione delle automobili, delle sigarette, delle navi e via dicendo. Ma risolverebbe il problema storico del controllo sui prodotti del lavoro sociale, che è il fondo della lotta di classe? No, evidentemente. Il Consiglio di Gestione ammette la partecipazione dei rappresentanti operai alla conduzione degli affari economici e produttivi delle aziende, ma non scalfisce affatto il principio fondamentale su cui vigila la forza armata dello Stato borghese: il diritto di proprietà del capitalista sulla massa dei prodotti.
Subodorando che l’interesse di classe delle masse lavoratrici le porta istintivamente a porsi la questione del possesso dei prodotti del loro lavoro, altri nemici della classe operaia puntano sul cosiddetto azionariato operaio. Si tratta della pretesa di trasformare i lavoratori in proprietari. Un esempio pratico dell’applicazione di tale furfantesco principio, errato teoricamente e truffaldino in pratica, è stato dato recentemente dalla Montecatini la quale decideva di distribuire a ciascuno dei suoi dipendenti, operai e impiegati, un certo numero di azioni. Siccome abbiamo considerato le funzioni del Consiglio di Gestione, supponendo cioè che tale misura fosse felicemente realizzata, facciamo l’ipotesi che i dividendi spartiti a fine d’anno dal Consiglio di Amministrazione delle varie società industriali fossero veramente distribuiti agli operai in misura non irrisoria, come accade in pratica, quando agli operai vengono assegnate, come nel caso della Montecatini, una mezza dozzina di azioni a testa. In tale caso, ipotetico ed astratto, si realizzerebbe la demagogica parola d’ordine propria dei cattolici: «Tutti proprietari», che dovrebbe allontanare definitivamente lo spettro della messa in comune dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, che il comunismo rivendica. È chiaro che in tale ipotetico caso non si verificherebbe nessuna novità sostanziale, ma bensì un più stretto assoggettamento delle masse alle leggi economiche che reggono il sistema capitalista, una più trascinante spinta del salariato a seguire il capitalismo nelle convulsioni che sono inseparabili dalla sua propria dinamica che si esprime nella concorrenza, nelle crisi commerciali, nelle guerre imperialiste. Esempio: se fosse possibile che gli operai della Montecatini partecipassero in misura notevole alla spartizione degli utili e lo stesso avvenisse, poniamo, per la I.G. Farben tedesca, la partecipazione agli utili delle masse lavorative concesse dai due colossi monopolistici non cancellerebbe affatto le cause di concorrenza e di rivalità che sono inseparabili dall’esistenza stessa delle ditte capitalistiche.
È chiaro che né la effettiva partecipazione del salariato alla gestione delle aziende, sbandierata dagli autori dei Consigli di Gestione, né la concessione agli operai di un pacchetto azionario tale da assicurare agli «azionisti operai» il potere di influenzare le deliberazioni dei Consigli di Amministrazione delle Società, sono rivendicazioni suscettibili di pratica realizzazione. Esse sono solo formule propagandistiche che il capitalismo sa di non poter mai realizzare, a meno che non si accetti che la borghesia possa rinunciare volontariamente ai propri privilegi, il che è per lo meno ingenuo come credere al Paradiso. Ma appunto per dimostrarne la falsità e le finalità reazionarie, abbiamo supposto la piena realizzazione del principio stalinista del Consiglio di Gestione e di quello democristiano dell’azionariato operaio. In conclusione, le famose riforme di struttura, proclamate da stalinisti, democristiani, socialdemocratici, fascisti, ecc… ecc… (altra trovata sono i Comitati aziendali di produzione fondati sul piratesco principio che maggiore produttività equivale a migliore tenore di vita della classe operaia) tendono a legare gli operai alle imprese capitalistiche, facendoli partecipi non già degli utili né della direzione tecnica e amministrativa, ma solo della loro politica di conservazione e di incessante accumulazione. È chiaro che tali riforme possono essere accettate solo da coloro che illudono gli operai con mirabolanti piani di distruzione pacifica e progressiva del capitalismo, che insegnano alle masse la falsa dottrina della eliminazione del capitalismo mediante i mezzi legali offerti dalla stessa classe dominante. Gli operai rivoluzionari che hanno afferrato l’incontrovertibile verità che il capitalismo si distrugge in una lotta violenta, extralegale, insurrezionale, non possono accettare né la rivendicazione dei Consigli di Gestione né quella dell’azionariato operaio, attorno alle quali ruotano, a parte le differenze verbali e formali, i programmi «sociali» di tutti quanti i partiti politici italiani.