Il Partito
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Nell’Indirizzo inaugurale e negli Statuti provvisori della Prima Internazionale Marx enuncia, in formidabile sintesi, o meglio ripropone, quella che la Sinistra Comunista ha definita la piramide sociale: classe statistica, classe organizzata, Partito politico.
«La classe operaia possiede un elemento di successo: il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia quando sono uniti dalla organizzazione e guidati dalla conoscenza». Ancora: «Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato puo agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti delle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria per assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo – l’abolizione delle classi». Infine: «L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha gia raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori».
Marx, poi, ribadisce il fine storico della classe e il percorso necessario per attingerlo; «… La conquista del potere politico è diventato il grande dovere del proletariato»; «Assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo – la soppressione delle classi».
Non contento di ribadire le basi programmatiche, Marx caratterizza anche la organizzazione del Partito politico di classe e il rapporto tra il militante e il Partito: «Chiunque accetta e difende i principi dell’A.I.O. (Associazione Internazionale dei Lavoratori, ovvero Prima Internazionale) può esservi ammesso come membro».
Come si organizza il Partito? «Lotta continua del Consiglio Generale contro le sette e gli esperimenti dilettanteschi». È il centralismo autoritario, antidemocratico, contro il federalismo libertario e democratico di Bakunin e bande affini.
In Lenin e nella Sinistra Comunista si ritrovano questi stessi principi, con esplicito riferimento a Marx, in una linea ininterrotta di continuità.
Da parte di spurie tendenze nella dottrina e nella prassi, talune autodefinitesi marxiste e comuniste, si è voluto contrapporre Marx a Lenin e alla Sinistra. Queste tendenze hanno basato tale preteso contrasto su una non meglio identificabile assenza di «democrazia proletaria» e di conseguente «democrazia di partito».
Lo spietato terrore statale e ideologico dello stalinismo, che ha strangolato l’Ottobre e l’Internazionale, ha dato la stura a queste deformazioni, non importa se rappresentate da piccoli gruppi o professate da singoli elementi. In fin dei conti, staliniani e antistaliniani democratici hanno preteso e pretendono di sfuggire alla dittatura dei principi e alla disciplina del Programma, gli uni instaurando una dittatura caporalesca e gli altri un anarchismo confusionario, gli uni e gli altri affossando il Partito.
Questa confluenza di bande apparentemente opposte ha un solo sbocco: l’opportunismo negatore del Partito, del suo Programma, della sua organizzazione. Il partito staliniano è tutto organizzazione e azione. Il movimento anarchico è tutto azione. Il movimento fascista è anch’esso tutto organizzazione e azione.
Nel Partito Comunista i principi sono preminenti sull’organizzazione e sull’azione. Ma il Partito politico cessa di essere tale se rinuncia anche ad uno solo di questi tre elementi. È errore dire: esistono i principi, quindi esiste il Partito politico. È altresì grave errore affermare: esiste un’organizzazione ed un’azione, quindi esiste il Partito politico. Ne discende che la deformazione di uno solo di questi tre elementi deforma contemporaneamente tutti gli altri: l’esclusione anche di uno solo impedisce l’esistenza del Partito politico di classe.
Da questo, il teorema marxista: indissolubilità di programma, organizzazione, metodo d’azione nel Partito. È per noi superfluo aggiungere che negando il Partito si nega la classe.
Un’altra asserzione, confermata dall’eroico comportamento della Sinistra in una delle fasi più nere della disfatta: il Partito non si colpisce; il Partito non si abbandona. Non un atto fu mai fatto dalla Sinistra Comunista contro il Partito, se non quando esso cadde preda della più micidiale controrivoluzione della storia e quindi cessò di essere il Partito rivoluzionario marxista.
I nemici della Sinistra – e chi è più nemico degli storiografi ufficiali? – si ostinano a ripetere, nascondendo la verità, che la vecchia frazione comunista del PSI possedeva sì un programma, ma non un’organizzazione ne un metodo d’azione. È invece noto che la frazione si era avvalsa della diffusa rete organizzativa della frazione comunista astensionista del Soviet. È noto che i comunisti del PSI non lasciavano nulla d’intentato per porsi alla testa delle lotte operaie. E fu talmente continua e persistente l’azione del Partito Comunista d’Italia, diretto dalla Sinistra, nella classe e nelle sue organizzazioni di massa, che l’Internazionale dovette lodarne l’iniziativa e le capacità.
Questi caratteri per principio peculiari e distintivi del Partito sono forse mutati, oggi 1971? Hanno da essere rettificati, aggiornati, arricchiti? Rispondiamo categoricamente di no!
Quando ci richiamiamo alla linea ininterrotta da Marx, a Lenin, alla Sinistra Comunista, vogliamo sottolineare che, lungo questo ampio arco storico, i fondamenti caratterizzanti il partito comunista marxista non sono mai mutati.
Gli eventi della Storia, molteplici e multiformi, hanno solo consentito una sempre più precisa possibilità di metterli in risalto. Gli eventi, il corso della Storia, non il «fatto», l’occasionale accidentalità a tutti indecifrabile se avulsa dal concatenarsi del procedere delle cose.
Non è forse l’argomento principe dell’opportunismo, l’ansia continua di mezze classi, quello di scoprire ogni giorno un «fatto nuovo» che giustifichi, di deviazione in deviazione, l’abbandono dei principi, il tradimento aperto, il passaggio al nemico? L’opportunismo si insinuò nella Terza Internazionale sotto le spoglie dei tempi che mutavano. Con tale pretesto si affidarono al Partito compiti «nuovi»; alla Dittatura proletaria funzioni «diverse». Il risultato fu di uccidere Partito e Stato proletario.
Che il vecchio PSI fosse legato alla massoneria e che la sua politica fosse più a destra dell’immaginabile, non fu mai sufficiente a giustificare agli occhi della Sinistra la «reazione» anarchica. Così non fu giustificabile il sindacalismo rivoluzionario quale risposta al riformismo della CGdL. Nemmeno la nascita del KAPD trovò consenziente la Sinistra sebbene essa ravvisasse nella erronea politica del KPD la causa occasionale di tale distacco. Il Partito spiega queste « esperienze », non le giustifica, ne tanto meno le approva.
Partito “puro” e garantito?
Al Partito si vorrebbe chiedere, per aderirvi, che non degeneri, che progredisca e vinca. Si chiede insomma una sorta di polizza d’assicurazione contro le sconfitte, l’opportunismo e la controrivoluzione.
Lo pretesero i «destri» dell’I.C., quando fra l’altro, sull’onda decrescente della sovversione sociale, imposero che ogni partito comunista si proteggesse con lo scudo della «bolscevizzazione» per esorcizzarsi da ogni «peccato». Così non fu, invece, quando nella stessa I.C. si stabilì la subordinazione di tutte le sue sezioni ai deliberati della Centrale avente sede a Mosca: provvedimento non esorcizzante né risolutivo, ma allineato sulla direzione e sulla volontà di superare il fasullo e mistificante metodo democratico nella vita di relazione del Partito mondiale.
Il PCdI sorse con la confluenza dei marxisti della Sinistra Comunista e dei neo-idealisti dell’Ordine Nuovo. Aberrante blocco, direbbero i «puristi»; era «fatale» che prima o poi il partito si sarebbe dovuto sfasciare. «Sbagliò» la Sinistra ad intruppare alleati ideologicamente non omologhi? In quello scorcio storico, la posta era la nascita del partito militante e combattente, voluto altresì dall’Internazionale, in un preciso svolto di resurrezione rivoluzionaria della classe. Chi si schierava senza riserve con Mosca stava tra le file di Livorno. Il processo di formazione del partito politico di classe non risponde ad alcun canone logico né pragmatico ma al maturare storico della lotta di classe.
Engels scriveva, dopo lo scioglimento della Prima Internazionale, che una nuova Internazionale «soltanto comunista» sarebbe sorta «dopo che i libri di Marx avranno esercitato la loro influenza per alcuni anni», ed essa «propagherà direttamente i nostri principi». I rapporti di forza tra le classi non erano ancora maturi per una Internazionale completamente marxista, lo erano per una Internazionale che si disponesse verso il comunismo marxista, per un’organizzazione nella quale fosse possibile «propagare» i «principi» di Marx. La Sinistra primeggio anche in questi temi del maturarsi del processo storico, operando per dirigere anche forze rivoluzionarie non marxiste, consapevole di riuscirvi alla condizione di non debordare essa dal marxismo rivoluzionario.
Una delle tante lezioni della controrivoluzione staliniana è questa: la sconfitta del proletariato ha poggiato sull’incapacità della Terza Internazionale di assimilare interamente il marxismo rivoluzionario.
Il nuovo Partito Comunista Mondiale non potrà essere che marxista, o non sarà. Non sarà il prodotto di una alchimia politica. Non rilascerà polizze assicurative contro l’errore.
Tanta purezza «marxista» assicurerà, allora, un esito vittorioso alla lotta proletaria? Non esiste risposta a siffatto interrogativo. La storia delle lotte di classe e del partito politico ci insegna che esiste un’esigenza storica di incessante selezione negli organi della classe operaia. Il partito comunista marxista è il prodotto storico corrispondente alla fase finale della lotta di classe rivoluzionaria. Senza questo tipo specifico di partito, la classe non può procedere verso il comunismo. È questo l’esito storico fondamentale, la premessa essenziale della ripresa di classe e della vittoria.
Battaglie programmatiche
Il Partito si sviluppa e si potenzia sulla base del Programma. Ancor oggi la vita della nostra piccola organizzazione è un continuo cimentarsi in difesa del Programma, in ogni campo, in ogni occasione, in ogni momento. Difendere il Programma significa abilitare il Partito ai compiti più complessi di domani. Questa difesa è azione e in quanto tale coinvolge il Partito ed i suoi membri nella lotta di classe. Se è vero che lotta di classe e coscienza comunista (Marx, Engels, Lenin, Sinistra) sono paralleli e non che la seconda discenda dalla prima, è pur vero che la coscienza comunista deve penetrare la lotta di classe, elevarla all’altezza del Partito. Il Partito si cimenta, quindi, nel fuoco di questa lotta, e sciocco sarebbe pretendere che la coscienza e la milizia escludessero automaticamente l’errore nella valutazione e nell’azione.
Lo storico confronto tra le tesi astensioniste della Sinistra e quelle del parlamentarismo rivoluzionario di Lenin e Bucharin al 2° Congresso dell’IC si basava su un solo e identico corpo programmatico, si risolveva in un’unica e identica conclusione. Gli argomenti della Sinistra e di Lenin venivano tratti dalla comune dottrina.
Tuttavia, allora, la Sinistra, obbedendo alla priorità delle esigenze del centralismo, si comporto di conseguenza accettando la soluzione imposta dalla direzione mondiale del movimento. Oggi la Storia, con pletora di pratiche conferme, ha convalidato le posizioni tattiche della Sinistra. Fu “errore” quello di Lenin? “Sbagliò” la Sinistra a seguire Mosca? Nemmeno per sogno. L’IC e la rivoluzione non sono caduti per aver praticato la tattica del parlamentarismo rivoluzionario, ma per una serie di deviazioni che in definitiva hanno potenziato la capacità difensiva del nemico favorito dal riflusso rivoluzionario.
Quante volte Lenin dichiarava che si era sbagliato nella tal questione o nella tal’altra, e che bisognava “rettificare” l’indirizzo e procedere oltre!
Il Partito non è un organo statico. Come organo della classe subisce in una certa misura l’influsso delle sue vicissitudini. Deve, quindi, saggiare le sue forze, la capacità di presa sulla lotta proletaria, le possibilità di ricezione e di reazione della classe. In questa attività, complessa, dura, difficile, il Partito mette a prova, perfino negli errori, la maturità o la debolezza della sua organizzazione, l’idoneità degli strumenti utilizzati. I principi servono a questo, non a una sciocca adorazione di “ideali” ridotti al ruolo di “icone inoffensive”. Il programma si consustanzia con l’organizzazione nella misura in cui l’organizzazione lo maneggia e in questa attività si matura. Se così non fosse, il comunismo sarebbe una scuoletta per l’apprendimento di una sorta di catechismo marxista, e ad ogni militante si dovrebbe rilasciare, dopo apposito esame, una laurea in marxologia prima di essere ammesso all’organizzazione.
Cio non vuol dire che il Partito possa permettersi il lusso, in quanto comunista marxista, di escogitare le tattiche più impensabili, in una sorta di caleidoscopio machiavellico. Il programma è l’ambito ma anche il limite delle possibilità operative del Partito, fuoriuscendo dai quali il Partito cessa di essere l’organo della rivoluzione comunista.
Da un punto di vista contingente (la Storia si misura, di norma, a secoli, ad eccezione delle condizioni critiche in cui i secoli possono trascorrere in pochi anni od anche in pochi mesi) la lotta di classe risulta ad uno stadio inferiore rispetto a quello di 60-70 anni fa. Tale stato di cose ha fatto sputare le più assurde sentenze sulla classe, sulla lotta di classe e sul Partito, come “la classe non esiste più”, “la classe operaia è integrata nella società borghese”, e così via.
Si confonde la lotta rivoluzionaria di classe con la lotta di classe. La lotta rivoluzionaria di classe è una condizione eccezionale, come è eccezionale lo stato di crisi del regime. Se così non fosse, saremmo già in una fase di trapasso dal capitalismo al comunismo inferiore.
Ma non è affatto necessario che la classe esplichi sempre una lotta rivoluzionaria. In conseguenza di una sconfitta, la classe ridotta a un’esistenza solo oggettiva è costretta ad una pura lotta di retroguardia contro i colpi economici, sociali e politici del capitalismo. In questa fase, negativa, l’attività della classe si contrae, quasi si spegne. Anche il Partito si riduce negli effettivi e nell’attività. Si sviluppano, però, maggiormente le funzioni critiche e di elaborazione teorica, indispensabile premessa per la ripresa della lotta su vasta scala di domani. Questo significa trarre le “lezioni della controrivoluzione” e fortificarsi nel trarle.
In questo ormai secolare processo, il Partito è passato da una forma “ingenua” ad una “scientifica”, a quella di Partito marxista. Anche la forma partito si è sviluppata, assumendo connotati sempre più spiccati di ideoneità alla lotta rivoluzionaria di classe, per la conquista del potere, la gestione della Dittatura proletaria, la direzione della società verso il comunismo. Allo stesso modo, il regime capitalistico ha assunto forme più appropriate di dittatura di classe, ha esso stesso appreso le lezioni delle vittorie e delle sconfitte.
Malgrado ciò, mai, si è tornati indietro sotto il pretesto che la sconfitta aveva annullato l’azione rivoluzionaria della classe e del Partito.
Per fare un parallelo con l’economia, si può dire che il Partito politico odierno riparte nella sua azione pratica dal più alto livello cui era giunta la precedente formazione politica di partito, allo stesso modo che i paesi ultimi arrivati nella sfera della produzione industriale si avvalgono degli ultimi ritrovati della tecnologia e non devono ripercorrere tutto il processo di appropriazione tecnica della produzione.
Il Partito ha compiuto il massimo sviluppo teorico attraverso le “lezioni” che la Sinistra stessa ha tratte in questi ultimi cinquant’anni e che si ritrovano condensate nei “testi” e nelle “tesi” della Sinistra Comunista, costituenti le basi programmatiche del nostro Partito.
Ciò non significa che ormai “tutto è compiuto”, e non resta altro da fare se non attendere che passi “il cadavere del nostro nemico”. È funzione del Partito la continua elaborazione dei dati dell’esperienza, per meglio scolpire i caratteri distintivi della nostra dottrina, nella tattica e nella organizzazione, nel lavoro di preparazione all’assalto rivoluzionario.
Se altri sono “liberi” di formulare le più assurde teorie e di proporre le più contorte organizzazioni politiche, con la pretesa di agire per il comunismo, noi ci teniamo abbarbicati al marxismo rivoluzionario per riproporre alla classe proletaria l’unica via maestra della rivoluzione.
Partito unico e unitario
il gigantesco lavoro compiuto dalla Sinistra Comunista nell’Internazionale e nel PCdI si può riassumere in questa frase: fare del Partito un organo unico ed unitario. Unica organizzazione mondiale amalagamata da un unico programma, cioè da coerenza e interdipendenza di principi, fini e tattica.
È da escludersi categoricamente, quindi, che il Partito debba risultare dalla unificazione di gruppi eterogenei e in forma federalista. Sono dati acquisiti dalla Sinistra e desunti dalla Storia. Il processo di formazione del Partito è irreversibile. Non ci faremo distogliere da nessuna “debolezza” numerica. Il numero è subordinato all’unicità e all’unitarietà del Partito. Un “grande” partito con mille “programmi” e mille “idee” è un grande debole partito, votato a sfasciarsi al primo urto come un vaso in cento pezzi. Il nostro Partito non può essere che “chiuso” alle infinite sollecitazioni esterne al suo Programma, soprattutto nell’attuale fase controrivoluzionaria, “non pletorico” rispetto ai partiti opportunisti di “massa”. Quanto più sarà conservatore nei principi, tanto più sarà rivoluzionario nell’azione. Quanto più sarà “chiuso” nel Programma, tanto più sarà aperto all’azione di classe. Basti pensare alla tattica di “fronte unico” sindacale, mirabilmente applicata dalla Sinistra, con cui si lavorò per condurre masse ingenti di proletari, professanti le più disparate ideologie, inquadrati in diversi partiti e organizzazioni sindacali, su una piattaforma di lotta suscettibile di essere influenzata dalle parole d’ordine del Partito di classe.
Sono queste le condizioni di esistenza e di funzionalità del Partito. La fungaia dei gruppuscoli, prodotta dai miasmi della controrivoluzione, è lì, prova storicamente concreta, a confermare i nostri assunti. Uscire da questi dettami significa entrare nel campo della confusione e dell’impotenza.
Il mantenimento di queste condizioni è compito permanente della compagine di partito. Funzione quant’altra mai difficile, dura, impegnativa non può essere abbandonata alle circostanze o alle convenienze, ma svolta in ogni condizione da tutta l’organizzazione. Nella misura in cui ogni militante si subordina a questi compiti, riesce ad assimilare l’indirizzo del Partito, ad eliminare le incertezze e i dubbi che la contraddizione tra la nostra potente dottrina e l’immaturità del comportamento della classe può suscitare.
Nei singoli militanti la coscienza si fortifica fondendosi con la mistica rivoluzionaria, la razionalità scientifica con la passione, l’intelletto con il cuore.