Il partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo
Categorie: History of Capitalism, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
Traduzioni disponibili:
IMPORTANZA DELLA TATTICA
Nel recente lavoro apparso sul nostro mensile sotto il titolo: “Dal solco immutabile del marxismo rivoluzionario scaturisce la funzione dei comunisti nella lotta di classe” , abbiamo cercato di dimostrare come la tattica che il Partito adotta in campo sindacale discenda coerentemente dal rapporto partito-classe-azione di classe, così come il marxismo rivoluzionario lo ha coniato di getto all’apparire come scienza sociale del proletariato e come l’evoluzione storica del partito formale e del movimento operaio in generale lo ha realizzato nella pratica della lotta di classe; come, in definitiva, al piccolo Partito di oggi non resti che tesaurizzare questo passato, ricollegandolo alla teoria originaria che traccia la continuità del filo rosso tra le varie situazioni storiche finora presentatisi, per riallacciarsi continuamente, senza nulla inventare o scoprire, per gettarlo nel presente e soprattutto protenderlo verso le situazioni future, cercando fin da oggi di prevederne il corso e gli sviluppi, seppure, com’è ovvio, per grandi linee. Insistevamo infatti, in questo lavoro, come in tanti altri del partito, sulla questione della tattica vincolata dai principi generali del partito e dalla teoria marxista e, al tempo stesso, discendente da una corretta analisi della situazione. Questo postulato è particolarmente vero se lo si riferisce alla tattica del partito in campo sindacale, e precisamente al suo atteggiamento di fronte alle organizzazioni economiche proletarie sorte storicamente per la necessità del proletariato di difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro dalla pressione della sete di profitto del capitale. A questo argomento il Partito, specie nella sua intensa attività di ristabilimento dei cardini della teoria marxista nel secondo dopoguerra, ha sempre dedicato ampio spazio di analisi precisando di volta in volta, con contorni sempre più netti, il tipo di azione da svolgere in campo sindacale. Ciò nonostante la questione sindacale è sempre stata materia di discussioni molto accese e a volte cruciali all’interno del Partito.
La causa di questo è da ravvisarsi principalmente nell’estrema difficoltà di orientare il lavoro pratico del Partito in seno alle lotte operaie e sindacali in generale, mancando, per così dire, la materia prima per l’individuazione precisa della tattica: le lotte stesse.
Dal punto di vista organizzativo mezzo secolo di controrivoluzione ha praticamente riportato il proletariato agli albori della sua storia: non esiste più organizzazione economica immediata di classe, mentre il Partito non ha alcuna influenza sulla classe operaia. Ovviamente questa affermazione non va fraintesa nel senso che basti allora ricongiungere l’atteggiamento pratico del Partito a quello tenuto dalle prime organizzazioni comuniste, in particolare della I Internazionale, in quanto tutta la storia successiva del movimento rivoluzionario mondiale ha prodotto un’esperienza oggi cristallizzata nel Partito, per quanto piccolo sia, e inoltre la situazione attuale differisce nettamente da quella di allora per tutta l’evoluzione e involuzione subite dall’organizzazione economica proletaria, direttamente collegate alle fasi di evoluzione e putrescenza del capitalismo internazionale.
La dinamica del processo che vedrà nel prossimo futuro il proletariato schierarsi nuovamente sul terreno della lotta di classe e che dovrà vedere il Partito impegnato ad influenzarne l’azione fino ad assumerne la direzione politica, non sarà la meccanica ripetizione dei periodi precedenti ma avrà caratteristiche proprie, legate agli avvenimenti che i crescenti contrasti interimperialistici mondiali determineranno nei singoli Stati e ai contraccolpi che le misure antiproletarie, che ognuno di essi sarà costretto ad adottare in crescendo, susciteranno in seno alle masse operaie. Sono proprio queste caratteristiche che il Partito dovrà cercare di intuire, capire e prevedere, anticipando i metodi d’azione e la tattica specifica da adottare. Caratteristiche proprie non significa tuttavia che possano essere sconosciute al marxismo per cui, come altri hanno preteso di fare, si tratti di rimettere in discussione il processo classico indispensabile per la rivoluzione proletaria tratteggiato dal Partito in tutti i suoi corpi di tesi: dispiegarsi di un vasto movimento proletario agente su basi di classe, conseguente rinascita di organismi classisti immediati, influenza in essi del Partito attraverso i suoi gruppi comunisti organizzati in frazione sindacale.
Ciò che dovrà essere individuato con correttezza ai fini della giusta tattica è la dinamica specifica attraverso cui avverrà questo processo, le cui linee di massima sono già note al Partito. Queste linee di massima sono immutabili perché appartenenti intrinsecamente alle leggi generali dello scontro di classe borghesia-proletariato, leggi scoperte dal marxismo e tracciate in tutto il loro divenire storico in modo invariante. Ammettere che la dinamica generale di queste leggi possa esprimere tendenze generali diverse dai precedenti periodi della storia del capitalismo, significa negare la validità del marxismo e ammettere la necessità di un suo arricchimento.
Ciò premesso è importante ribadire che la definizione della tattica, e non solo in campo sindacale, è un compito permanente del Partito, qualunque siano i suoi effettivi e la sua influenza in seno alla classe. Negare questo asserendo che il Partito, poiché è ridotto a un pugno di militanti senza alcun peso sul movimento operaio, non abbia da porsi problemi tattici, in quanto non sarebbero comunque risolvibili, stando l’impossibilità di far presa sulle masse con precise parole d’ordine, significhe- rebbe liquidare l’esistenza stessa del Partito riducendolo a un informe gruppo di intellettualoidi con la pretesa di sentirsi la coscienza tranquilla perché in grado di saper difendere la teoria marxista attraverso la citazione dei testi classici, in pace dunque con il partito storico , volgendo le terga a quello formale.
Questo che, ripetiamo, vale per la tattica in generale, ossia riferita a tutti i campi di attività in cui si pone la possibilità, anche solo teorica, di intervento pratico del Partito, è particolarmente vero se riferito alla tattica di intervento sindacale, poichè coinvolge l’asse portante di tutto il marxismo: il rapporto partito classe organismi intermedi.
Questi ultimi oggi non esistono da un punto di vista di classe, ma sono assoggettati in toto agli interessi della conservazione del regime capitalistico, e questa è appunto una caratteristica che non ci permette di equiparare meccanicamente la fase attuale dell’imperialismo a quella degli albori del movimento operaio, in cui questi organismi erano in formazione.
Nel tentare di meglio definire la tattica odierna del Partito in campo sindacale, non possiamo esimerci, come ormai è nostro metodo anch’esso invariante, dal ripresentare, seppure in modo sommario, per grandi linee, la storia del movimento sindacale internazionale, nel solo modo in cui la scienza marxista la può leggere: non storicismo da antologia e nemmeno scolastica ricerca culturale, ma arma di battaglia teorica e pratica per l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo e di tutti i suoi lacchè, sempre più numerosi e variamente mascherati.
PRIMA FASE: DIVIETO
Dal punto di vista dell’atteggiamento della borghesia nei confronti degli organismi sindacali proletari, il Partito ha distinto la storia della forma sindacato in tre fasi: divieto, tolleranza, assoggettamento.
La prima fase è caratterizzata dall’affermarsi sulla scena della storia dei primi confusi ma decisi moti operai contro i singoli capitalisti e di conseguenza delle prime associazioni operaie, le prime coalizioni di salariati contro i borghesi in difesa del salario. Questo fenomeno era la prima smentita della dottrina liberale che costituì la veste ideologica del trionfo della borghesia assurta a classe dominante contro i vecchi regimi dell’aristocrazia feudale. Appariva chiara la fasullità del principio democratico per cui la difesa degli interessi dei singoli poteva essere garantita da un corpo di rappresentanti di tutti i cittadini , che avrebbero ripartito equamente giustizia sociale ed economica tra tutti i membri della società civile: nessuna associazione economica tra cittadini sarebbe stata più necessaria, perché la difesa dei diritti individuali sarebbe stata garantita dallo Stato, dal governo, dagli istituti rappresentativi di tutto il popolo, liberamente eletti . E’ in nome di questi principi, sotto lo stimolo della sua conservazione di classe, che la borghesia reprime ferocemente le prime associazioni permanenti di operai, accusandole di voler riesumare le corporazioni dell’ “ancien régime” . Il divieto opposto dalla borghesia alle prime forme di associazionismo economico operaio, divieto espressamente elevato a norma di legge (ricordiamo la legge Le Chapelier in Francia del giugno 1791 e la legge del parlamento inglese del luglio 1799), faceva perno sulle condizioni materiali del capitalismo nella sua primissima fase liberale, dominata dal libero mercato e dunque dalla concorrenza reciproca tra capitalisti. In teoria si rivolgeva anche contro le associazioni tra capitalisti, in pratica non poteva che colpire la naturale tendenza dei proletari a coalizzarsi in difesa dei propri interessi di classe. Questo divieto faceva si che le prime associazioni operaie, indipendentemente dalla coscienza che esse avevano di se stesse, costituivano, per il solo fatto di manifestarsi apertamente, un potente fattore rivoluzionario. Non stupisce pertanto che nei primi movimenti proletari non fosse ben chiara la distinzione tra organismi di difesa immediata e i primi gruppi o circoli politici.
Tuttavia il marxismo definì fin da allora in termini chiarissimi, definitivi, questa differenza, indispensabile per derivare ogni considerazione in materia di tattica sindacale. Valga per tutte questa citazione di un passo di Marx da una lettera a Bolte del 29 novembre 1871, che definisce il rapporto tra lotte politiche e lotte economiche e dunque tra partito e sindacato:
“Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia, sviluppata fino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche”.
Si noticome già in questa espressione sia delineata la prospettiva della necessità dell’organizzazione economica immediata come presupposto indispensabile per la conquista del potere politico da parte del proletariato.
“Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operai si oppone come classe alle classi dominanti e cerca di far forza su di esse con una pressione dal di fuori, è un movimento politico. Per esempio il tentativo di strappare una riduzione della giornata lavorativa al capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche in una sola industria mediante scioperi, ecc., è un movimento puramente economico; invece il movimento per imporre una legge delle otto ore e simili, è un movimento politico. In questo modo, dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione, tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, ossia contro il potere politico delle classi dominanti, essa viene comunque preparata a ciò da una permanente agitazione contro l’atteggiamento, a lei avverso, nella politica delle classi dominanti; altrimenti rimane un giocattolo nelle loro mani .”
E’ naturale quindi che movimento economico e movimento politico facessero parte di un unico processo rivoluzionario, individuato nel Manifesto del 1848 con la famosa espressione dell’ “organizzazione del proletariato in classe e quindi in partito politico” e ciò reso possibile dall’”unione sempre più estesa dei lavoratori”. Si può dire che non valessero questioni di tattica dell’organizzazione politica nei confronti di quella economica, nel senso che entrambe appartenevano di getto e organicamente al processo rivoluzionario che vedeva il proletariato schierarsi sempre più nettamente in difesa dei suoi esclusivi interessi di classe, o meglio questa tattica si esprimeva nel concetto, già molto chiaro ai comunisti di allora, che la conquista del potere politico da parte del proletariato sarebbe stata il risultato dell’alleanza attiva del movimento reale, delle associazioni economiche proletarie con il socialismo scientifico, ovvero l’alleanza tra associazioni economiche e Partito politico rivoluzionario.
La differenza tra l’uno e le altre era tuttavia già chiara ai comunisti dell’epoca e questo appare nel lavoro che essi svolgevano in seno alla proma Internazionale a cui aderivano anche associazioni economiche. Nell’indirizzo inaugurale è già infatti chiaro il concetto che si tratta di una associazione mondiale di partiti politici. In esso sono infatti indicati i limiti del movimento cooperativo e sindacale che “in sé non saranno mai in grado di arrestare l’aumento del monopolio che avviene in progressione geometrica, di liberare le masse e nemmeno di alleviare in modo sensibile il peso delle loro miserie” e già viene formulato il concetto della necessità di superare l’aspetto rivendicativo del movimento, verso la conquista del potere politico.
SECONDA FASE: TOLLERANZA
Successivamente, e in particolare nel periodo della II Internazionale, la borghesia cambia atteggiamento verso l’associazionismo sindacale. Si rende conto che continuare a reprimerlo con la forza significa spingerlo verso atteggiamenti sempre più radicali e, violentando i suoi sacri principi liberali, ne ammette la possibilità di esistenza: è la fase della tolleranza, che coincide con un forte sviluppo del movimento sindacale in tutti i paesi in cui la borghesia si è ormai insediata stabilmente al potere e in cui il modo di produzione capitalistico sta ormai entrando nella fase imperialista. E’, al tempo stesso, un periodo di espansione produttiva eccezionale e di relativa pace sociale e internazionale: il capitalismo conosce. la sua fase aurea. I grandi profitti derivanti dalla rapida e relativamente pacifica espansione produttiva permettono il formarsi di ampi strati di aristocrazia operaia, su cui poggia il dilagare di quell’ondata di degenerazione dal marxismo che fu il socialriformismo. Cadeva il concetto della conquista violenta del potere politico ed anzi di conquista del potere in generale, per cui, agli occhi dei riformisti, gli interessi del proletariato venivano ad identificarsi con quelli delle propria borghesia nazionale e dunque la classe operaia doveva farsi carico dell’andamento produttivo della “propria nazione” . A questa degenerazione sul piano politico corrispose analogo atteggiamento in campo sindacale. Fu il tipo di sindacalismo germano-austriaco a tratteggiare meglio questa tendenza.
“I sindacati della Germania – affermano le tesi dell’Internazionale dei Sindacati Rossi- furono la culla del riformismo, il cui contenuto ideologico consiste nel campo politico nel preconizzare l’evoluzione pacifica e graduale, tendente al socialismo attraverso la democrazia, nell’attenuare l’antagonismo di classe, nella pavida rinuncia alla rivoluzione e al terrore classista, nella speranza che lo sviluppo delle istituzioni democratiche condurrà automaticamente al socialismo senza sconvolgimenti e senza rivoluzione, mentre nel campo strettamente sindacale esso esprime la tendenza a mantenere i sindacati lontani dalla lotta politica rivoluzionaria, la predicazione della neutralità verso il socialismo rivoluzionario, il collegamento intimo con il socialismo riformista, finalmente la sopravvalutazione dei contratti collettivi e la tendenza a creare il diritto paritetico, cioè a costruire rapporti sociali per cui, pur permanendo il regime economico borghese, possa tuttavia conciliarsi l’uguaglianza di diritto fra operai e imprenditori con la conservazione del sistema di sfruttamento.
Non miglior sorte toccava al movimento sindacale anglosassone o tradunionismo che “riuniva principalmente gli strati più elevati della classe operaia e la sua ideologia rappresentava la filosofia dell’aristocrazia operaia. Dai teorici e dai pratici del tradunionismo, capitale e lavoro erano considerati non come due nemici mortali di classe, ma come due fattori della società integrantisi a vicenda, il cui sviluppo armonico doveva condurre alla pace tra capitale e lavoro e all’equa distribuzione tra loro dei comuni beni sociali“.
Come si vede i tratti caratteristici del moderno sindacalismo dell’epoca imperialista stramatura, quello con cui il proletariato deve fare i conti oggi e soprattutto nel futuro, nascono già di qui. Sono gli stessi oggi come allora, né potrebbe essere diversamente, potendo l’azione sindacale essere volta o alla difesa degli interessi propri della classe operaia e dunque tendente a schierare il proletariato contro tutto l’apparato padronale e statale sul terreno dello scontro aperto senza esclusione di colpi, o essere sottomessi agli interessi borghesi e dunque privilegiare l’economia nazionale rispetto alla difesa delle reali esigenze della classe. Da questo punto di vista, cioè dei contenuti politici, non esistono differenze oggettive tra l’opportunismo sindacale della prima fase di espansione del capitalismo e quello dell’era imperialista in fase avanzata come l’odierna. L’ ideologia di cui sono entrambi permeati, che è poi quella della classe dominante, è la stessa e non potrebbe essere diversamente. La differenza soggettiva risiede nella funzione istituzionale assunta nei confronti delle strutture statali e degli ingranaggi politico-economici della società capitalistica in generale, in rapporto alle tendenze e all’atteggiamento delle masse proletarie verso di esso.
Il movimento sindacale sviluppatosi con grande estensione durante la fase di espansione del capitalismo, recava alcuni caratteri che permisero successivamente alla borghesia di servirsene in funzione della stabilità del suo regime di classe: sono quelli che Lenin nell’ “Estremismo malattia infantile del comunismo” chiama i caratteri reazionari , e precisamente una certa angustia corporativa, una certa tendenza all’ apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc. , tratti particolarmente controrivoluzionari specie se messi in relazione allo sviluppo della forma suprema dell’unità di classe dei proletari, il Partito rivoluzionario del proletariato . Sono questi caratteri, che nelle tesi dell’ Internazionale dei sindacati rossi (ISR) vengono elencati come gretto corporativismo, isolamento, la lotta di molti di essi contro il lavoro femminile, lo spirito nazionalista e patriottico derivante dalla confusione tra gli interessi dell’industria nazionale e quelli della classe lavoratrice , che troveranno drammaticamente la loro massima espressione allo scoppio della prima carneficina mondiale e durante essa, in cui, nella maggior parte dei paesi d’Europa, i sindacati cessano di esistere come organizzazioni classiste di lotta, trasformandosi in organizzazioni imperialiste di guerra la cui funzione consisteva nel mettere a disposizione delle proprie borghesie tutte le forze proletarie esistenti, in nome della difesa della patria . In tutti i paesi, tranne rare eccezioni, i dirigenti dei sindacati si schierarono sugli opposti fronti, stringendo alleanza con le forze sociali borghesi della propria patria.
Come affermano sempre le tesi dell’ISR:
“il periodo della guerra mondiale è quello del dissolvimento morale dei sindacati in tutti i paesi. La più gran parte dei dirigenti sindacali appaiono come dei governi: essi assumono spontaneamente tutti i compiti di soffocare tutti i tentativi di protesta rivoluzionaria, sanciscono a varie riprese il peggioramento delle condizioni di lavoro, acconsentono a legare gli operai alle fabbriche a seconda dei voleri del capitalista, rinunciano a conquiste ottenute con grandi lotte, insomma eseguono senza fiatare tutto ciò che le classi dirigenti ordinano.”
La tolleranza dimostrata dalla borghesia aveva così dato i suoi frutti: in tutti i paesi le organizzazioni temute dai difensori ufficiali del regime borghese perché potenzialmente in grado di minacciarne l’ordine costituito, si erano trasformate improvvisamente in altrettanti pilastri della conservazione di questo ordine. A giusta ragione le tesi dell’ ISR sottolineano come questa trasformazione dei dirigenti del movimento sindacale in cani da guardia del capitalismo rappresenta la più strepitosa vittoria morale delle classi dirigenti .
Dopo la guerra, questa politica di stretto collaborazionismo con le proprie borghesie, che segnò il fallimento della II Internazionale, continua in tutti i paesi capitalisticamente industrializzati e si esprime nella subordinazione degli interessi delle classi operaie alla ricostruzione delle economie dei rispettivi paesi. Tuttavia, a causa delle disastrose condizioni in cui la guerra ha ridotto il proletariato del mondo intero, si determina un fenomeno in un certo senso opposto a quello appena detto. Spinte dall’imperiosa e vitale necessità di difendere in qualche modo le proprie condizioni di vita, grandi masse proletarie sono trascinate. materialisticamente sul terreno della lotta al capitalismo. Per il suo successo, larghi strati operai fino ad allora vissuti ai margini della vita politica e sindacale della propria classe, affluiscono nei sindacati che in tutti i paesi vedono un poderoso incremento degli iscritti, trasformandosi così da organizzazioni raggruppanti gli elementi avanzati del proletariato, come in un certo senso erano prima della guerra, in sindacati di tutta la classe operaia. Entrando nei sindacati le grandi masse operaie ne fanno strumenti per la propria lotta di difesa, scontrandosi in tutto il mondo con i capi opportunisti asserviti agli interessi delle classi nemiche. Questa trasformazione dei sindacati è influenzata notevolmente dalla Rivoluzione d’Ottobre e, sulla sua scia dalla formazione della Terza Internazionale, si formano in tutti i paesi correnti sindacali che, anche se non influenzate direttamente dai comunisti, si oppongono alla politica di collaborazione con il padronato.
IL MOVIMENTO COMUNISTA DI FRONTE AL PROBLEMA SINDACALE
Era naturale quindi che, al secondo congresso della III Internazionale, i comunisti mettessero in risalto questo processo e la strategia di intervento in esso in tutti i paesi dove si andavano formando i partiti comunisti, esaltandone i caratteri squisitamente rivoluzionari e dedicando a questa questione un intero corpo di tesi. Citiamo da queste:
“I contrasti di classe che si inaspriscono, costringono i sindacati a guidare gli scioperi che si succedono a grandi ondate in tutto il mondo capitalistico e interrompono di continuo il processo di produzione e di scambio capitalistico. Nella misura in cui le masse operaie, dati il crescente aumento dei prezzi e la propria stanchezza, accrescono le proprie rivendicazioni, esse distruggono le basi per ogni calcolo capitalistico, premessa elementare per qualsivoglia economia funzionante. I sindacati, che durante la guerra erano diventati strumenti per influenzare le masse operaie nell’interesse della borghesia, divengono ora strumenti di distruzione del capitalismo.
Ma la vecchia burocrazia sindacale e le vecchie forme organizzative sindacali ostacolano in ogni modo questo processo di trasformazione dei sindacati stessi. La vecchia burocrazia sindacale cerca un po’ ovunque di conservare i sindacati come organizzazioni delle aristocrazie operaie, difendendo infatti le norme che rendono impossibile alle masse operaie peggio retribuite l’ingresso nelle organizzazioni sindacali. La vecchia burocrazia sindacale cerca tuttora di sostituire allo sciopero di lotta degli operai, che acquista ogni giorno di più il carattere di uno scontro rivoluzionario del proletariato con la borghesia, una politica di accordi con i capitalisti, una politica di accordi a lungo termine, che ha perduto ogni significato già soltanto per gli ininterrotti, folli aumenti dei prezzi. Essa cerca di fare accettare agli operai la politica delle commissioni miste, dei Joint Industrial Councils, e con l’aiuto dello Stato capitalistico di ostacolare legalmente la guida degli scioperi. Nei momenti di maggior tensione della lotta, questa burocrazia semina la divisione tra le masse operaie in lotta, impedisce che le varie categorie operaie si fondano per una generale lotta di classe. In questi suoi tentativi essa è appoggiata dalle vecchie organizzazioni dei sindacati professionali che dividono gli operai di uno stesso ramo industriale in gruppi professionali separati, quantunque il processo di sfruttamento capitalistico li unisca. Essa fa ancora leva sulle ideologie tradizionali della vecchia aristocrazia operaia, quantunque quest’ultima venga costantemente indebolita dalla progressiva eliminazione dei privilegi di singoli gruppi proletari, dovuta alla generale disintegrazione del capitalismo, al livellamento che si va instaurando nelle condizioni della classe operaia, al generalizzarsi della sua situazione di bisogno e insicurezza.
A questo modo, la burocrazia sindacale suddivide il grande fiume del movimento operaio in deboli rigagnoli, baratta gli obbiettivi rivoluzionari generali del movimento con riformistiche rivendicazioni parziali e nel complesso impedisce che la lotta del proletariato si trasformi in lotta rivoluzionaria per l’annientamento del capitalismo.”
Se all’epoca della prima Internazionale, in piena fase di divieto dei sindacati, la tattica che i marxisti si proponevano era quella di mettere in collegamento i sindacati con quello che allora era il partito politico del proletariato, per la lotta al capitalismo, ora la tattica, pur discendendo da quella precedente, si esprimeva nella parola d’ordine della conquista dei sindacati da parte dei partiti comunisti, contro le direzioni legalitarie, riformiste e collaborazioniste, che nella prima fase ancora non esistevano.
Riprendiamo dalle tesi:
“Avendo presente questo confluire di gigantesche masse operaie nei sindacati, avendo presente il carattere rivoluzionario oggettivo della lotta economica condotta da queste masse in opposizione alla burocrazia sindacale, i comunisti di tutti i paesi devono entrare nei sindacati per trasformarli in consapevoli strumenti della lotta per la caduta del capitalismo, per il comunismo. Devono inoltre prendere l’iniziativa di costruire i sindacati là dove essi non esistono. Il tenersi volontariamente lontani dal movimento sindacate, il tentare artificiosamente di creare sindacati particolari senza esservi costretti o da atti eccezionali di violenza da parte della burocrazia sindacale (come lo scioglimento di singoli gruppi rivoluzionari locali dei sindacati per opera delle direzioni opportuniste) o da una gretta politica aristocratica che sbarra l’accesso alle organizzazioni alle grandi masse di operai meno qualificati, rappresenta un gravissimo pericolo per il movimento comunista: il pericolo, cioè, di consegnare gli operai più avanzati e maggiormente provvisti di coscienza di classe nelle mani di capi opportunisti i quali aiutano la borghesia. L’esitazione degli operai di fronte agli argomenti speciosi dei capi opportunisti può essere superata soltanto con l’inasprirsi della lotta, nella misura in cui più ampi strati del proletariato apprendono dalla loro stessa esperienza, dalle vittorie e dalle sconfitte, che sulla base del sistema economico capitalistico non si potranno mai raggiungere condizioni umane di vita; nella misura in cui gli operai comunisti avanzati impareranno nel corso delle lotte economiche non soltanto a diffondere le idee del comunismo ma a diventare i capi più risoluti delle stesse lotte economiche dei sindacati. Soltanto così i comunisti potranno mettersi alla testa del movimento sindacale e trasformarlo in organo della lotta rivoluzionaria per il comunismo. Soltanto così rimedieranno alla frantumazione dei sindacati e sostituiranno ad essi larghe associazioni sindacali industriali; elimineranno la burocrazia distaccata dalle masse e vi sostituiranno un apparato di rappresentanti di fabbrica, mentre le direzioni centrali conserveranno soltanto le funzioni veramente indispensabili .”
Le tesi rispondevano così anche alle deviazioni di alcuni settori del movimento comunista, specie tedeschi e olandesi, che propugnavano la tattica dell’abbandono dei sindacati diretti dai riformisti per passare alla formazione di nuovi sindacati economici raggruppanti solo operai comunisti e i proletari ad essi vicini, nella prospettiva di creare una rete sindacale autonoma e collegata al partito e ponevano come elemento essenziale in campo tattico sindacale che qualunque azione avesse per obiettivo il costante collegamento con le masse operaie, abbandonando di conseguenza atteggiamenti che avrebbero potuto portare all’isolamento dei comunisti dagli altri lavoratori. In particolare le tesi respingevano l’ipotesi di promuovere scissioni sindacali in mancanza di un vasto movimento operaio diretto in questo senso e sottolineavano la necessità di lavorare all’interno di tutti i sindacati gialli diretti dai riformisti, tendendo anzi, a livello nazionale, all’unificazione di tutte le centrali sindacali classiste, nella prospettiva dell’unità di classe del proletariato, indispensabile per ottenere risultati concreti sul terreno della lotta economica di difesa e, in una prospettiva rivoluzionaria, alla stessa lotta insurrezionale per la conquista del potere politico:
“Poichè per i comunisti gli scopi e l’essenza dell’organizzazione sindacale sono più importanti della sua forma, essi non debbono neppure arretrare di fronte ad una scissione delle organizzazioni all’interno del movimento sindacale, qualora il rinunziare alla scissione equivalesse a rinunciare al proprio lavoro rivoluzionario net sindacati, a rinunziare al tentativo di fare di questi uno strumento di lotta rivoluzionaria, a rinunziare ad organizzare la parte più sfruttata del proletariato. Tuttavia, anche se tale scissione dovesse dimostrarsi necessaria, essa può essere attuata soltanto se i comunisti riusciranno, con una lotta senza quartiere contro i capi opportunisti e la loro tattica, con la più attiva partecipazione alla lotta economica a persuadere ampie masse operaie che la scissione viene compiuta non già per lontane e ancora incomprensibili mete rivoluzionarie, ma in favore di concreti e immediati interessi della classe operaia nello sviluppo della sua lotta economica. Qualora si presenti la necessità di una scissione, i comunisti devono sempre esaminare con attenzione se la scissione stessa non possa portare al loro isolamento dalla massa operaia.
Là dove la scissione tra il movimento sindacale opportunista e quello rivoluzionario è già avvenuta, là dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti sussistono organizzazioni rivoluzionarie, anche se non di tendenze comuniste, i comunisti sono tenuti ad appoggiare questi sindacati rivoluzionari, ad aiutarli a liberarsi dai pregiudizi sindacalisti ed a portarsi sul terreno del comunismo: esso soltanto è una bussola sicura nella confusione della lotta economica. Là dove nell’ambito dei sindacati o al di fuori di essi nelle fabbriche si costituiscano organizzazioni, come
gli Shops Stewards e i consigli di fabbrica, che si pongono come scopo la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni spontanee dirette del proletariato, è evidente che i comunisti devono appoggiare con tutte le loro energie tali organizzazioni.
Ma questo appoggio ai sindacati rivoluzionari non deve portare alla uscita dei comunisti da sindacati opportunisti in cui vi siano sintomi di fermento e la volontà di porsi sul terreno della lotta di classe. Al contrario, cercando di accelerare questo sviluppo dei sindacati di massa che sono avviati verso la lotta rivoluzionaria, i comunisti possono sostenere un ruolo di guida, in modo da fondere sul piano spirituale e organizzativo gli operai organizzati sindacalmente, al fine di lottare insieme per la distruzione del capitalismo.”
La preoccupazione di non isolare i comunisti dagli altri lavoratori attraverso un’azione sindacale, che qui viene ribadita con insistenza in riferimento alle scissioni sindacali e all’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti, è indubbiamente il più importante elemento di base per una corretta impostazione della tattica sindacale, valido in qualunque occasione e situazione.
La prima parte delle tesi sindacali dell’Internazionale termina poi con una constatazione importantissima, perché costituisce la chiave di volta per capire il rapporto tra lotta economica e lotta politica nella fase imperialistica del capitalismo, che è appunto il tema centrale che stiamo trattando:
“In una fase di declino del capitalismo, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica assai più rapidamente di quanto non potesse avvenire nell’era dello sviluppo pacifico del capitale. Ogni grande scontro economico può porre gli operai direttamente davanti al problema della rivoluzione. Perciò è dovere dei comunisti rammentare agli operai sempre, in tutte le fasi della lotta economica, che tale lotta può avere successo soltanto se la classe operaia nello scontro aperto vincerà la classe dei capitalisti e attraverso la dittatura intraprenderà l’opera di costruzione del socialismo. Partendo da questo, i comunisti devono mirare a stabilire per quanto è possibile l’unità piena tra i sindacati e il partito comunista, subordinando i sindacati alla guida effettiva del partito, considerato l’avanguardia della rivoluzione operaia. A questo scopo i comunisti devono costituire dovunque nei sindacati e nei consigli di fabbrica frazioni comuniste, con l’aiuto delle quali impadronirsi del movimento sindacale e guidarlo .
Già allora i comunisti constatavano questo fenomeno tipico dell’era imperialista del capitalismo, che ha assunto oggi aspetti ancora più accentuati, data
l’ulteriore fase di declino del capitalismo, successiva alla seconda guerra mondiale.
TERZA FASE: ASSOGGETTAMENTO
E’ proprio nel primo dopoguerra infatti che la borghesia passa ancora all’offensiva e il suo atteggiamento verso i sindacati muta tendenza: dalla tolleranza, dimostratasi preziosa durante la guerra, all’assoggettamento dei sindacati, cioè la loro utilizzazione cioè come strumenti diretti della gestione dell’economia capitalistica, quindi al loro riconoscimento giuridico e istituzionale. Questo processo assume aspetti diversissimi in tutti i paesi e si intreccia con la paurosa sconfitta della rivoluzione comunista russa e la conseguente degenerazione della III Internazionale ad opera dello stalinismo, culminata nel trascinamento del proletariato sui fronti di guerra del secondo macello imperialistico mondiale.
Tratteggiamo qui solo per sommi capi questo processo e questi avvenimenti, avendo ad essi il Partito dedicato già ampi studi e analisi ed avendo anzi poggiato sulla loro interpretazione marxista le sue tesi del secondo dopoguerra. Quello che qui ci interessa desumerne in generale è appunto l’aspetto della tendenza dell’imperialismo alla centralizzazione di tutti i fattori della produzione capitalistica sotto l’egida dello Stato e dunque anche i sindacati, divenuti ormai parte integrante del contesto sociale ed economico del capitalismo.
Nel delineare la sua tattica in campo sindacale il Partito è dunque costretto a tenere nella massima considerazione questo fenomeno ed anzi a studiarne le conseguenze e i risvolti storici particolari che via via è venuto ad assumere in rapporto all’involuzione del movimento sindacale e alla distruzione fisica e programmatica dell’organo partito alla scala mondiale, fino ai giorni nostri e negli anni che verranno.
Riprendiamo in proposito dall’articolo: “movimento operaio e internazionali sindacali” , apparso il 29 giugno 1949 sull’allora quindicinale del Partito Battaglia Comunista , un brano che mette in risalto come il processo dell’asservimento dei sindacati allo Stato fosse alla Sinistra molto chiaro nel suo svolgimento essenziale:
‘Il problema dell’ingranamento tra organi politici e organi sindacali di lotta proletaria nella sua impostazione deve tenere conto di fatti storici della più grande importanza sopravvenuti dopo la fine della prima guerra mondiale. Tali fatti sono, da una parte il nuovo atteggiamento degli Stati capitalistici verso il fatto sindacale, dall’altra lo scioglimento stesso del secondo conflitto mondiale, la mostruosa alleanza tra la Russia e gli Stati capitalistici e i contrasti tra i vincitori. Dal divieto dei sindacati economici, coerente conseguenza della pura dottrina liberale borghese, e dalla loro tolleranza, il capitalismo passa alla sua terza fase della loro inserzione nel suo ordine sociale e statale. Politicamente la dipendenza si era già ottenuta nei sindacati opportunisti e gialli e aveva fatto le sue prove nella prima guerra mondiale. Ma la borghesia per la difesa del suo ordine costituito doveva fare di più. Fin dal primo tempo la ricchezza sociale e il capitale erano nelle sue mani e si andava concentrando sempre più nel continuo respingere nella nullatenenza gli avanzi delle classi tradizionali di liberi produttori. Nelle sue mani fin dalle rivoluzioni liberali era il potere politico armato dello Stato e più perfettamente nelle più perfette democrazie parlamentari, come, con Marx e Engels, dimostra Lenin. Nelle mani del proletariato suo nemico, i cui effettivi crescevano col crescere dell’espropriazione accumulatrice, era una terza risorsa: l’organizzazione, l’associazione, il superamento dell’individualismo, divisa storica e filosofica del regime borghese. La borghesia mondiale ha voluto strappare al suo nemico anche questo suo unico vantaggio (…). Poiché il divieto del sindacato economico sarebbe un incentivo alla lotta di classe autonoma del proletariato, in questo metodo la consegna è divenuta del tutto opposta. Il sindacato deve essere inserito giuridicamente nello Stato e deve divenire uno dei suoi organi. La via storica per arrivare a tale risultato presenta molti aspetti diversi e ‘anche molti ritorni, ma siamo in presenza di un carattere costante e distintivo del moderno capitalismo. In Italia e Germania i regimi totalitari vi giunsero con la diretta distruzione dei sindacati rossi tradizionali e perfino di quelli gialli. Gli Stati che in guerra hanno sconfitto i regimi fascisti si muovono con altri mezzi nella medesima direzione. Temporaneamente, nei loro territori e in quelli conquistati banno lasciato agire sindacati che si dicono liberi e non hanno vietato e non vietano ancora agitazioni e scioperi. Ma ovunque la soluzione di tali movimenti confluisce in una trattativa in sede ufficiale con gli esponenti del potere politico ufficiale che fanno da arbitri tra le parti economicamente in lotta, ed è ovviamente il padronato che fa per tal modo la parte di giudice ed esecutore. Ciò sicuramente prelude alla eliminazione giuridica dello sciopero e della autonomia di organizzazione sindacale, già di fatto avvenuta in tutti i paesi, e crea naturalmente una nuova impostazione dei problemi dell’azione proletaria. Gli organismi internazionali riappaiono come emanazione dei poteri statali costituiti. Come la seconda Internazionale rinacque con il permesso dei poteri vincitori di allora, in forma di addomesticati uffici, così abbiamo oggi uffici socialisti nell’orbita degli Stati occidentali e un cosiddetto ufficio di informazione comunista al posto della gloriosa terza Internazionale che fu”
Il processo di assoggettamento dei sindacati risale all’inizio della fase dell’imperialismo ed assume inizialmente la forma della creazione di sindacati che rinnegano la lotta di classe, i cosiddetti sindacati bianchi, nati per espresso patrocinio della Chiesa cattolica ormai alleata di ferro del capitalismo, e finanziati direttamente da certi settori del padronato; ebbero un certo sviluppo nei primi anni del 1900, fino a costituirsi in Confederazione internazionale nel 1919.
La borghesia, constatato che l’associazionismo operaio era un dato di fatto irreversibile nel suo sistema sociale, tentava di crearsene uno a proprio uso e con- sumo. Ma evidentemente questo non era sufficiente. Per servire allo scopo della conservazione sociale, un sindacato deve innanzitutto riscuotere la credibilità di larghi strati operai. Così non poteva essere per i sindacati bianchi che non goderono mai di una solida base operaia. Molto più proficuo si dimostrò l’opportunismo di tipo riformistico socialdemocratico, che poneva solide radici fra vasti strati di aristocrazia operaia allevata con le briciole dei colossali profitti della prima fase di espansione pacifica del capitalismo liberistico.
Tuttavia, nei paesi come Germania e Italia, in particolare in quest’ultimo, in cui la radicalizzazione delle lotte proletarie condotte su basi classiste aveva assunto aspetti e consistenza tali da minacciare seriamente le basi dell’ordine sociale capitalistico, la borghesia si vide costretta ad abbandonare il modello della concorrenza tra sindacati rossi da un lato, bianchi e gialli dall’altro, per ricorrere alla distruzione di entrambi, in particolare ovviamente di quelli rossi, per procedere diritto sulla strada del tentativo di creare apparati sindacali di diretta emanazione statale.
La Sinistra, di fronte a questo nuovo atteggiamento della borghesia e al conseguente pericolo che, in Italia, la CGL si sgretolasse sotto i colpi del fascismo, lanciò allora la parola d’ordine della rinascita dei sindacati liberi, indicazione che non ebbe seguito determinante grazie al sabotaggio dei riformisti che, ligi fino in fondo al volere fascista, sciolsero la Confederazione fino a tempi migliori.
L’ondata paurosa della controrivoluzione staliniana travolse inoltre in tutto il mondo il movimento comunista rivoluzionario lasciando nei sindacati via libera a tutte le forme di opportunismo imperante, I partiti comunisti di tutti i paesi occidentali abbandonarono ogni forma di difesismo sindacale classista, vincolando gli interessi proletari, nei paesi dove avevano una certa influenza, alla difesa degli interessi dello Stato russo, ormai inserito nel circuito dei paesi capitalistici e orientando gli operai verso la difesa della democrazia, nella politica dei fronti popolari e dell’alleanza tra tutte le classi, o addirittura, sempre in conformità alla difesa degli interessi contingenti dello Stato russo, gabbato per patria del socialismo , in combutta con il fascismo, come nella campagna di alleanza popolare in Italia, nel ’35-’36.
Ci sembra utile riprendere a questo punto ampi stralci di un lungo lavoro comparso sul nostro mensile in diversi numeri del ’77, sotto il titolo: “Basi d’azione del Partito nel campo delle lotte economiche proletarie” che espone il seguito di questa analisi storica con molta chiarezza, non avendo nulla da aggiungere a lavori di partito che abbiano già espresso nel migliore dei modi ciò che si vuole dire, ed anzi essendo un dovere dei militanti riprenderli ogni volta che lo si ritenga necessario. Come sempre l’essenza dei nostri lavori è quella di precisare, o meglio scolpire , gli argomenti in cui si articola il nostro lavoro di difesa delle giuste posizioni marxiste, non quello di apportare posizioni personali , arricchimenti individuali o elucubrazioni intellettuali di chi pretendesse di essere più bravo o meglio preparato , tutto ciarpame questo appartenente all’ideologia individualistica tipicamente borghese e che pensiamo di avere per sempre superato, come Partito. Meglio ripetere fino alla nausea ciò che è già stato ben detto, che dire “fesserie innovative” .
“Il partito comunista rivoluzionario non esiste più e le forze che si erano battute contro il prevalere dell’opportunismo staliniano o si mantengono su posizioni coerentemente marxiste cercando di trarre un bilancio da questa paurosa ondata controrivoluzionaria, ma si riducono conseguentemente dal punto di vista organizzativo, oppure abbandonano il terreno stesso del marxismo rivoluzionario ricadendo da un lato nell’anarcosindacalismo, dall’altro, come la corrente di Trotsky, adottando una prassi opportunista tesa a risalire la corrente sfavorevole con tutti i mezzi e con ogni espediente e di conseguenza autodistruggendosi come forza rivoluzionaria.”
Il tradimento dei partiti della III Internazionale permise al capitalismo di superare agevolmente la crisi economica del ’29-’33. Negli USA, come in tutti gli Stati europei, tutte le forze politiche si sottomisero alla necessità di non indebolire l’economia nazionale e perciò non solo non diressero in senso rivoluzionario, ma si schierarono apertamente contro le azioni di difesa economica che il proletariato spontaneamente intraprendeva. Questo permise allo Stato capitalistico di varare le misure assistenziali e di corruzione della classe operaia che il New Deal americano riprese dal fascismo, e che ebbero il loro corrispettivo in tutti i paesi d’Europa. Il proletariato veniva gradualmente abituato a considerarsi non più una classe con interessi opposti a quelli delle altre classi della società ed organicamente legato alla scala internazionale, ma come una componente della nazione, del popolo ai cui interessi generali esso doveva sacrificare i suoi bisogni. Da una parte e dall’altra dei futuri fronti di guerra fu agitata la stessa identica bandiera: solidarietà nazionale delle classi, difesa nazionale, concetto di popolo al posto di concetto di classe. Era la bandiera innalzata dal fascismo e dai suoi pseudo sindacati ,contro i tradizionali sindacati di classe.
E’ dunque chiaro che mentre nei paesi a regime di dittatura aperta (Germania e Italia) nessuna opera veniva intrapresa per contrapporsi validamente ai sindacati statali e far risorgere i sindacati di classe, ma si indirizzavano le energie proletarie nella lotta popolare contro il fascismo diffondendo la tesi che esso non difendeva abbastanza efficacemente gli interessi di tutta la nazione, nei paesi invece in cui permaneva la dittatura mascherata in forma democratica si affermò in seno al proletariato la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare la difesa di classe a quella delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero in quanto avrebbe indebolito l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, la pacificazione tra lavoro e capitale sulla base degli interessi comuni a tutte le classi. In Spagna, in Francia, in Inghilterra, in Svizzera, ed anche in Italia, il processo di formazione di questo sindacalismo, che il Partito ha chiamato “tricolore”, è particolarmente visibile.
La differenza tra il sindacalismo fascista e il sindacalismo tricolore non sta dunque nella rispettiva politica: tutte e due subordinano la difesa degli interessi economici immediati dei lavoratori alle esigenze della patria e dell’economia nazionale. La differenza, fondamentale, è nella forma organizzativa per cui in alcuni Stati capitalistici, nei più forti e in quelli in cui la lotta di classe non ha raggiunto limiti critici, così come è stato possibile allo Stato capitalistico mantenere le forme democratiche, è stato possibile mantenere sindacati formalmente liberi, formalmente ad adesione volontaria dei lavoratori anche se sostanzialmente legati alle sorti del regime capitalistico e della sua conservazione. Questa differenza formale non è priva di significato essendo il risultato di vicende storiche per cui lo Stato capitalistico ha potuto vincere sul proletariato senza dover ricorrere alla suprema prova di forza che si ha quando lo Stato è costretto a presentarsi di fronte alle masse apertamente e a mano armata come l’espressione degli interessi delle classi dominanti, tentando di battere le lotte proletarie con violenza espressa in forma esplicita e incapsulando di necessità il proletariato in organismi a carattere forzato e coercitivo, cioè sindacati obbligatori, apertamente dipendenti dallo Stato e facenti parte del suo apparato.
Il fatto che lo Stato capitalistico sia riuscito a sottomettere gli organismi operai ai propri interessi, di fatto e tramite mille legami, e che abbia potuto ottenere questo risultato mantenendone l’organizzazione formalmente libera e volontaria, indica che la borghesia è riuscita a corrompere il proletariato e che non ha avuto bisogno di distruggere i suoi organismi di classe, ma che essi si sono volontariamente sottomessi, per il tramite dei propri capi opportunisti e dell’influenza delle categorie operaie privilegiate, alle esigenze dello Stato e del Capitale; indica che la classe proletaria non ha avuto la forza di impedire che le sue stesse strutture organizzative cadessero nelle mani del nemico di classe e che il proletariato organizzato ha accettato per questa via la sottomissione dei suoi interessi economici ai superiori interessi della nazione. Questo risultato, essenziale per la propria conservazione, il capitalismo è riuscito ad ottenerlo all’indomani della sconfitta della grande ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, non perché avesse scoperto nuove e prima sconosciute ricette per la sua sopravvivenza, come generazioni intere di anti-marxisti hanno finto di ritenere, ma perché i rapporti di forza alla scala mondiale erano divenuti ad esso favorevoli, sia per la demoralizzazione subentrata nella classe dopo le grandi sconfitte, sia soprattutto per la distruzione del Partito rivoluzionario di classe conseguente alla vittoria stalinista in Russia e per il passaggio, armi e bagagli, dei partiti della III Internazionale nel campo della contro rivoluzione. Questi, dopo aver fatto causa comune con i vecchi partiti socialdemocratici in tutti i paesi, hanno lavorato costantemente al loro fianco, con tutti i mezzi, per smantellare nelle masse operaie qualsiasi speranza di liberazione, per ribadire nella mente dei proletari l’idea di un legame, necessario e da salvaguardare, fra i loro interessi e l’ economia, della “loro nazione”, della “loro patria”. L’effetto di queste vicende negative ha permesso allo Stato capitalistico, anche facendo piovere sulle masse lavoratrici dei vari paesi più industrializzati le sue misure riformistiche e assistenziali (comunque duramente e sanguinosamente pagate dallo schiacciamento del cosiddetto “terzo mondo”), di concretare in esse questa illusione.
Al tempo stesso è l’effetto congiunto di queste vicende negative, dei rapporti di forza tra le classi che nell’ultimo mezzo secolo sono stati a netto sfavore del proletariato, che ha permesso il trapasso, alla scala mondiale, dai sindacati di classe del primo dopo guerra, ai sindacati tricolore del secondo.
IL BILANCIO DELLA SINISTRA COMUNISTA IN CAMPO SINDACALE NELL’IMMEDIATO SECONDO DOPOGUERRA SUL FILO ROSSO DEL MARXISMO RIVOLUZIONARIO
La parabola di questa involuzione andrebbe studiata, in riferimento ad ogni paese capitalisticamente avanzato, così come in generale la questione sindacale andrebbe affrontata, alla scala mondiale, analizzando le caratteristiche dei sindacati attuali in ogni paese, o almeno in ogni area geopolitica in cui si può suddividere il pianeta, per poter pervenire ad una soluzione tattica che non può non essere diversificata a seconda delle situazioni particolari dei vari paesi. Un’ analisi del genere, tuttavia, è oggi impossibile date le nostre esigue forze, non fosse altro perché non possiamo certamente basarci esclusivamente sui materiali scritti esistenti, mancando la presenza diretta del Partito nei vari paesi. La tattica di intervento non può infatti che essere anche il risultato dell’esperienza diretta del lavoro pratico o quanto meno della possibilità di vivere direttamente la situazione per potere percepirne i caratteri fondamentali che sono, oltre alla natura e alle caratteristiche specifiche delle organizzazioni sindacali con cui si deve operare, l’atteggiamento dei proletari nei loro confronti e in generale la loro attitudine e la loro predisposizione alla lotta, che solo la presenza fisica dei militanti può permettere di recepire correttamente.
Tuttavia ciò non esclude che sia possibile delineare delle tendenze di massima particolarmente valide per l’insieme dei paesi capitalisticamente sviluppati che, se non permettono di delineare una tattica specifica valida ovunque, consentono di mettere in rilievo le linee prospettiche classiche del marxismo rivoluzionario e permettono comunque di escludere che la dinamica del futuro incendio mondiale di classe possa percorrere strade a noi ignote e originali, tali da modificare la prassi generale dei conflitti di classe così come la descrisse il marxismo.
Non a caso il nostro testo classico Partito rivoluzionario e azione economica afferma a chiare lettere:
«Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte Partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.
I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte queste tre condizioni, dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta, sono stati dati: dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali, dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica dello Stato, dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie, che nei corrompimenti e nelle disfatte.
Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi, sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».
Per questo il Partito, ricostituitosi su basi correttamente marxiste nell’immediato secondo dopoguerra, non ebbe da esporre nuove posizioni per quanto riguarda il suo comportamento rispetto alle lotte proletarie e alle organizzazioni economiche, né da dettare nuove norme. Il problema dei rapporti tra il partito e la classe proletaria, fra lotta rivoluzionaria politica di classe e lotte economiche immediate, fra organismo politico rivoluzionario ed organizzazioni economiche di difesa, fra partito comunista e altri partiti e tendenze aventi radici in seno alle masse operaie, è da ritenersi completamente e definitivamente risolto dalla tradizione marxista in un arco di 70 anni di lotte e di esperienze mondiali, partendo dal Manifesto del 1848 per arrivare alle citate tesi del II° congresso mondiale del 1920 della III Internazionale, alle tesi di Roma del ’22 ed a quelle di Lione del ’26.
Si trattava, nell’immediato dopoguerra, di trarre un bilancio della tragedia abbattutasi sul proletariato mondiale anche in campo sindacale, valutare con rigore marxista il significato e la natura delle organizzazioni sindacali nate dalla fine del secondo macello imperialistico e, riproposta la soluzione classica del marxismo circa il rapporto Partito classe organismi intermedi nella prospettiva della futura ripresa del moto di classe, che si sapeva non avrebbe potuto che essere lontana nel tempo. Si trattava di indicare una soluzione tattica valida per l’intervento dei comunisti nelle lotte proletarie nei paesi in cui il Partito contava effettivi, per quanto estremamente ridotti, Italia e Francia, in particolare nella prima.
Fin dal ’45 la “Piattaforma politica del Partito” enunciò, nei termini classici, i compiti dei comunisti nei confronti del movimento sindacale:
“In prima linea tra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica., di attrarre il sindacato operao tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente con i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe.
Nel sindacato operaio, entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie, non solo toglie ad esse il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma li rende sterili agli stessi fini del miglioramento economico immediato e strumenti passivi degli interessi del padronato. La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione.”
E’ chiaro dunque che la Sinistra colloca il sindacalismo nato dalla resistenza e dall’antifascismo democratico in una posizione antitetica al periodo del primo dopoguerra e, come vedremo, ne individua la causa nella tendenza dell’imperialismo al monopolio dei mezzi di produzione e della forza-lavoro. Il concetto viene ribadito in quel periodo in numerosi scritti, in particolare nei “Fili del tempo” apparsi nel ’49. In tutti viene descritta in modo chiaro l’estraneità dei sindacati tricolore alla classe operaia. Così, riprendendo ancora dal già citato: “Movimento operaio e internazionali sindacali”, leggiamo:
“I sindacati si raggruppano in congressi e consigli che nessun legame possono dimostrare di avere con la classe operaia, e che, ad evidenza palmare, mo- strano di essere messi su da un gruppo o dall’altro di governi. La salvezza della classe operaia, la sua nuova ascesa storica dopo lotte e traversie tremende, non è presso nessuno di tali organismi.”
Il sindacalismo tricolore era il degno erede del sindacalismo fascista, così come la democrazia ristabilita dai bombardieri e dai cannoni degli alleati altro non avrebbe potuto essere che la continuazione del riformismo totalitario fascista. Non era attraverso esso che sarebbe potuta passare la ripresa di classe. In questa affermazione è già implicita l’asserzione che, comunque ci si fosse posti dal punto di vista tattico nei suoi confronti, se lavorarvi all’interno o dall’esterno, era comunque chiaro che l’atteggiamento non poteva essere analogo a quello tenuto dai comunisti nei confronti dei sindacati rossi del primo dopoguerra, ovvero la tattica da adottare nei loro confronti non poteva essere la meccanica ripetizione di quella del PCd’l nei confronti della CGL. Si sarebbe per forza di cose dovuto tener conto della sostanziale differenza tra i due e soprattutto della tendenza irreversibile dello Stato borghese all’assoggettamento delle centrali sindacali e, dialetticamente, della tendenza stessa di queste a reclamare l’istituzionalizzazione formale o sostanziale della loro funzione, tendenza quest’ultima che si delineerà con chiarezza negli avvenimenti sindacali del secondo dopoguerra e che passerà attraverso tappe sempre più decisive in questo senso, prima fra tutte l’appartenenza diretta dei sindacati agli organi istituzionali preposti al controllo dell’economia capitalistica, come ad es, il CNEN, poi la consegna della propria organizzazione finanziaria e operativa nelle mani del padronato, attraverso l’introduzione del metodo dell’iscrizione al sindacato tramite delega alle direzioni aziendali per il versamento della quota sindacale, quindi il riconoscimento sostanziale avuto dagli ultimi governi come controparte attiva nella delineazione dei programmi economici dei vari ministeri tesi a colpire le condizioni di vita operaia nello sforzo nazionale di uscire dalla crisi, fino alla recente esplicita richiesta ai propri iscritti che ricoprono funzione di delegati sindacali, sotto il pretesto della lotta al terrorismo , di dichiarare esplicitamente il ripudio della violenza nella lotta di classe e la fedeltà incondizionata ai valori della democrazia e della Costituzione repubblicana, passo questo che cancella anche l’ultima caratteristica formale di sindacato libero.
Il netto schieramento del sindacalismo tricolore nel campo borghese e imperialista è delineato con estrema chiarezza nell’articolo ,facente parte della rubrica “Nel filo del tempo”, : “Le scissioni sindacali in Italia” :
“I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse, gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era ormai mondo del monopolio, e si svolsero nel sindacato di Stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione.
Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia La vittoria delle democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi pre-marcia non è quindi stata una reversione del fascismo, molto meno regressista di costoro.
Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l’Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l’influenza di fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quello di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest’ordine bestiale recato dall’enciclica moscovita nella Pasqua 1944.
“Le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro, col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il processo sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalistica per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo.
Gli effetti, in un paese vinto e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia, delle influenze dei grandi complessi statali esteri che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane con i socialcomunisti di Nenni e di Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini.
La storia del “risorgimento” sindacale del 1944 sta a dimostrarlo, con i suoi nastri tricolori e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra antitedesca, di nuovo Risorgimento Liberale, con la rivendicazione di un ministero di Concordia Nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso anche di tendenza riformista spaccata.”
SINDACATI ROSSI TRADIZIONALI IN ANTITESI AI SINDACATI TRICOLORE
Quale la grande e sostanziale differenza tra i sindacati rossi del primo periodo dell’imperialismo, quello del primo dopoguerra, e quelli attuali?
I primi, per quanto diretti dall’opportunismo riformista, erano sindacati forgiati nel processo di progressiva organizzazione del proletariato come classe in lotta contro il capitalismo, nel tentativo di superare le divisioni per fabbrica, territorio e categoria. Erano sorti nei primi anni del secolo sotto lo stimolo di possenti moti di classe, e in essi si riflettevano in contrapposizione tra loro, con pieno diritto di organizzazione autonoma tutte le componenti politiche che si richiamavano alla classe operaia e che in essa avevano solide radici. La natura stessa dell’organizzazione, fondata sul principio della lotta di classe e dell’inconciliabilità di interessi tra capitale e forzalavoro, nonché dell’indipendenza e dell’autonomia dallo Stato, faceva sì che nemmeno i dirigenti riformisti più destri avrebbero mai potuto considerarla come un organismo aspirante ad inserirsi negli ingranaggi istituzionali e aziendali dell’economia capitalistica. I capi opportunisti erano costretti allora a limitarsi all’azione di pompieraggio nei confronti delle lotte operaie per evitare che l’azione anticapitalistica delle masse proletarie giungesse alle sue estreme conseguenze. Non può dirsi certo che l’opera del riformismo e la sua tendenza al collaborazionismo con il padronato e le istituzioni dello Stato fosse sostanzialmente diversa. Dal punto di vista politico abbiamo mille volte dimostrato la perfetta continuità storica tra riformismo socialdemocratico, fascismo e riformismo democratico stalinista e poststalinista moderno. Ma l’azione del primo, pur operando nel senso della conservazione capitalistica, si svolgeva all’interno di una organizzazione classista, poggiante su masse proletarie in cui era vivo il vero concetto di lotta di classe, continuamente attizzato dalla propaganda e dall’azione dei comunisti e di quelle forze che sindacalmente si ponevano sul terreno della giusta lotta di classe. La CGL rifletteva esattamente questa situazione e giustamente veniva definita rossa dagli stessi comunisti, in contrapposizione al sindacalismo bianco e giallo di diretta emanazione padronale o foraggiato dagli Stati capitalistici.
La CGIL unitaria partorita nel ’45 non ha più nulla di simile a queste caratteristiche, se non la forma organizzativa. Anziché essere un’organizzazione di classe controllata dall’opportunismo è un sindacato messo in piedi da un blocco di forze politiche unite nell’unità nazionale, a cui appartengono indifferentemente partiti apertamente borghesi e partiti sedicenti operai , il tutto sotto l’egida dell’imperialismo americano e la benedizione della Chiesa. Basta la constatazione di questo connubio e dei suoi patroni, che sarebbe risultato impossibile permanendo le caratteristiche dell’organizzazione del primo dopoguerra, per designarne il carattere apertamente borghese e, come si afferma nel citato filo del tempo , nulla cambierà l’uscita dalla CGIL delle forze sindacali ispirate dai partiti borghesi e apertamente opportunisti. A guidare la logica di queste scissioni non saranno considerazioni di classe, ma i contrasti inter-imperialistici delle nazioni uscite vittoriose dal macello da poco concluso.
Questa profonda differenza si riflette anche negli statuti delle due confederazioni. Ne confrontiamo brevemente i passi più significativi.
Dallo Statuto della CGL del 10-12-’24:
Art. 1°: “E‘ costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro lo sfruttamento capitalistico della produzione e del lavoro; e per sviluppare nella classe stessa le capacità morali, tecniche e politiche che la debbono portare al governo della produzione socialmente ordinata e all’amministrazione degli interessi pubblici generali”….Parte finale dell’art. 31: ...organizza (la CGL) il movimento proletario nel campo della resistenza, per modo che alle lotte di categoria subentrino sempre maggiormente le lotte d’insieme tendenti a elevare il tenore di vita di tutta la classe lavoratrice e dare a questa la convinzione che ogni miglioramento conseguito sul campo del salario e mediante la lotta di categoria, a lungo andare è destinato ad essere vano ove essa classe lavoratrice non proceda con una più stretta azione contro il potere politico ed economico, a trasformare radicalmente l’istituto della proprietà privata.”
Al di là delle considerazioni che si possono fare dal punto di vista teorico marxista sulla tendenza implicita all’ educazionismo tecnicista come premessa alla conquista del potere politico (non si può dimenticare che ci troviamo di fronte allo statuto di un sindacato, non al programma politico del Partito), è evidente che la finalità dell’organizzazione è tesa all’affasciamento delle lotte al di sopra delle categorie, in aperta battaglia contro l’oppressione capitalistica, verso la completa emancipazione della classe lavoratrice dal lavoro salariato.
Ecco invece la perla dello statuto CGIL del ’45:
‘La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la costituzione della repubblica italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate. La CGIL considera la pace tra i popoli bene supremo dell’umanità e condizione indispensabile di progresso civile, economico e sociale.”
E’ questo lo statuto di un sindacato che si considera ormai irreversibilmente parte integrante della società cui appartiene e del regime politico predisposto a sua difesa, disposto dunque a sacrificare ogni interesse compreso quello della classe che pretende di rappresentare ufficialmente, alla difesa delle istituzioni statali e all’economia nazionale con ogni mezzo. E’ quello che abbiamo definito un sindacato di regime, un sindacato cioè che rappresenta la voce e l’ideologia della classe dominante in seno alle masse operaie. Non ancora un sindacato di Stato, ma solo formalmente, e con tutti i presupposti programmatici per divenirlo anche giuridicamente,
Nello studio sui sindacati fascisti apparso sui numeri 4 e 6 di questa rivista abbiamo messo in evidenza appunto questa continuità, anche giuridica, tra sindacalismo fascista e sindacalismo tricolore democratico, nel senso che, sia nella giurisdizione fascista, che in quella democratica, il sindacato è contemplato come un organo indiretto dello Stato, ossia un’organizzazione che svolge un’obbiettiva attività di appoggio e rivitalizzazione delle istituzioni statali, pur non appartenendo organicamente ad esse, non essendo cioè un organo vero e proprio dello Stato, come ad esempio lo erano le Corporazioni.
‘Questo concetto corrisponde alla dinamica propria dell’imperialismo ed è ‘ormai un dato di fatto caratteristico di tutte le nazioni, pur presentando aspetti formali diversi a seconda dei paesi.
LA DINAMICA DELLA LOTTA SINDACALE NELL’EPOCA DELL’IMPERIALISMO
Riprendiamo nuovamente ampi brani del rapporto del ’77 “Basi d’azione.. “:
“Che cosa vi è di mutato nella dinamica sindacale dell’epoca imperialistica? L’epoca imperialistica si distingue per la concentrazione estrema della produzione e del capitale finanziario, ma anche per una intensificata ingerenza dello Stato in tutti gli aspetti della vita economica e sociale. Lo Stato non solo si manifesta sempre più come il comitato di amministrazione della classe dominante , il suo apparato di dominio, la concentrazione della sua forza armata contro il proletariato, ma diviene anche il garante dell’economia capitalistica, sempre più ubbidiente alle necessità del funzionamento di essa e sobbarcandosi in prima persona il compito della gestione del meccanismo produttivo dell’economia capitalistica. Questa accentuazione delle funzioni dello Stato si riflette necessariamente anche sugli organismi proletari determinando il fatto che essi vengono lasciati liberi di svilupparsi solo se non si legano ad una prospettiva rivoluzionaria e vengono messi sotto controllo nella loro stessa azione rivendicativa ed economica. La classe borghese non ha dimenticato la lezione del 1917-26, quando i sindacati operai, nonostante fossero diretti da opportunisti e riformisti dichiarati, erano stati sul punto di scatenare la lotta rivoluzionaria tra le classi e di essere conquistati all’indirizzo del partito di classe.”
Come abbiamo visto, le tesi dell’Internazionale notavano già questa situazione e indicavano che “nell’epoca imperialistica la lotta economica si trasforma in lotta politica rivoluzionaria molto più rapidamente che nell’epoca precedente di sviluppo pacifico del capitalismo”
Nell’epoca imperialistica il capitalismo non può più permettere il libero svolgersi della lotta economica, né dell’organizzazione operaia, perché ha sperimentato storicamente che il manifestarsi di generalizzate lotte economiche, in presenza di un ciclo critico dell’economia capitalistica, può pericolosamente debordare nella lotta politica, nell’assalto al potere politico: cioè che la lotta dei proletari sul terreno economico è, per le condizioni in cui si svolge, suscettibile di essere influenzata molto più facilmente dall’indirizzo del partito rivoluzionario.’
Scampato per il rotto della cuffia al pericolo rivoluzionario nel 1919-26, lo Stato capitalistico non permetterà più nessun libero svolgimento dei conflitti sociali, perché sa bene che questo libero svolgimento può produrre effetti disastrosi per la conservazione del regime. Esso non abolisce certo l’organizzazione operaia economica, ma si sforza con ogni mezzo di controllarla e di sottoporne l’azione a limiti ben precisi, di legarla a se’ e alle sue sorti con mille legami e di farne una sua appendice fino al punto, nei momenti critici della lotta di classe, di trasformarla apertamente in un ingranaggio della macchina statale. Questo risultato di poter controllare il movimento operaio economico nei momenti inevitabili del dissesto produttivo e della crisi economica è essenziale per la sopravvivenza del regime capitalistico, perché è l’unico elemento che può impedire il passaggio dalla crisi economica alla crisi sociale e politica.
Il capitalismo nell’epoca imperialistica tenta, per l’inasprirsi delle sue interne contraddizioni, di controllare alla scala sociale l’anarchico sviluppo del processo economico e produttivo, da cui derivano le crescenti tensioni sociali. Per questo lo Stato avverte la necessità del diretto controllo sui sindacati operai, che è prova di estrema debolezza e vulnerabilità del capitalismo nella fase imperialistica. Controllo che può assumere diverse forme, di cui la più adeguata e perfetta è quella dell’inserimento del sindacato operaio nelle strutture statali, per il cui mezzo lo Stato cerca di rendere compatibili i livelli salariali con il profitto, il costo del lavoro con la resa economica e tollerabili per il sistema capitalistico gli ineliminabili contrasti tra i bisogni dei salariati e quelli delle aziende; in breve di regolamentare i rapporti fra operai e padroni nel quadro della conservazione del regime. Cosi che il sindacato da libero diviene coatto, da organo della classe operaia si trasforma in organo dello Stato borghese, dalla difesa dei proletari passa alla difesa dell’economia nazionale.
In effetti l’epoca imperialista è caratterizzata da questa necessità: o il movimento operaio si sottomette agli interessi della nazione, o diventa obiettivamente e materialmente rivoluzionario. Un sindacalismo di classe è possibile solo in quanto si rivolge contro le basi stesse di sopravvivenza del regime o meglio le colpisce inevitabilmente. La spiegazione di questo si trova già nelle tesi dell’Internazionale Comunista: l’impossibilità del capitalismo a riorganizzare l’economia dopo la guerra se non schiacciando il movimento operaio.
Il capitalismo internazionale, allora, non sarebbe potuto uscire dalla sua crisi e non avrebbe potuto riorganizzare la sua economia senza schiacciare le lotte economiche e sociali del proletariato, non poteva in pratica permettersi di mantenere le condizioni economiche del proletariato al livello precedente la guerra.
Di conseguenza le lotte economiche proletarie assumevano un aspetto obiettivamente rivoluzionario ed erano la base di mobilitazione del partito.
La lotta economica del proletariato non poteva rimanere su un terreno neutrale di conflitto tra proletari e capitalisti, perché urtava le stesse basi del regime, e di conseguenza diveniva lotta contro lo Stato.
Per i sindacati di classe, due sole alternative: o restringere la difesa delle condizioni di vita nell’ambito delle necessità borghesi o divenire i sindacati rossi diretti dal Partito, strumenti dell’attacco rivoluzionario.
Nell’epoca imperialistica si modificano dunque le stesse basi dell’azione sindacale che, in periodi critici, trascende rapidamente a lotta insurrezionale o altrimenti sottomette le condizioni operaie al sacrificio totale.
Ma questo significa anche che un sindacato diretto da qualsiasi partito, che non sia quello rivoluzionario di classe, non può in questi periodi critici condurre in maniera conseguente la lotta economica, cosa che invece era possibile nell’epoca dello sviluppo pacifico del capitale. In questa epoca le lotte economiche del proletariato potevano anche escludere la lotta rivoluzionaria, come lo possono attualmente fino a che la situazione non si svolge nel senso della crisi economica generale a cui il Capitalismo necessariamente approda.
Da ciò discende il valore e l’importanza immensa che i moti elementari del proletariato, tesi a difendere il pane e il lavoro, assumono. Ben lungi dal negarne il valore essenziale, il fatto che essi, in determinati scorci della storia, trapassino facilmente sul terreno politico, il Partito ne sottolinea al contrario la necessità. E’ proprio questa situazione che pone il Partito di classe sul terreno della difesa proletaria, mentre si schierano contro di essa, contro questa elementare esigenza degli operai, tutti i partiti della borghesia e tutte le sue forze statali. Tutte le forze della conservazione sociale si mobilitano ad impedire la manifestazione libera e aperta della lotta economica, a mantenere le pastoie legali che la imbrigliano oggi, fino a ricorrere all’ aperta repressione Solo le forze del partito sono schierate a sostenere il libero slancio delle lotte operaie. Mentre, fronte alla crisi economica e a una ripresa delle lotte, il capitalismo non consentirà più l’esistenza dei liberi sindacati.
Da questa dinamica sindacale dell’epoca imperialistica alcuni pseudo rivoluzionari, più o meno spara fucile, deducono che sia finito il tempo delle rivendicazioni sindacali e degli organismi operai di difesa e nulla possa essere concepito ormai, in termini di lotta al sistema, che non sia immediatamente e squisitamente politico, denunciando le lotte di difesa economica come “arretrate”, “interne al sistema”, quando non addirittura reazionarie o corporative , congiungendosi in questo giudizio agli opportunisti ufficiali. Altri, che pure pretendono di richiamarsi alla Sinistra Comunista, ne deducono che il risorgere di organismi intermedi tra il Partito e la classe, si potrà configurare secondo un processo originale, non previsto nei nostri corpi di tesi, per cui questi organismi potranno anche avere contenuti immediatamente politici, saltando la fase economica. Una simile concezione pone automaticamente chi la sostiene fuori dal campo del marxismo rivoluzionario e del materialismo storico, e lo ricongiunge all’idealismo, per cui gli uomini sarebbero spinti ad agire non da condizioni economiche immediate, ma da concetti ideologici e politici, al massimo acquisiti sul campo della lotta di classe.
La constatazione che in regime imperialistico la difesa conseguente degli interessi economici di classe pone in modo drastico e categorico l’incompatibilità delle esigenze più elementari di vita del proletariato rispetto alla stabilità del sistema capitalistico ed assume quindi immediatamente un contenuto eversivo intollerabile per le istituzioni borghesi porta, all’opposto, alla conferma che le future organizzazioni di classe non potranno che avere origine dalla battaglia per la difesa disperata delle esigenze di vita e di lavoro delle masse operaie, e dunque non potranno che avere un contenuto immediato essenzialmente economico.
Lo schieramento di forze che, in un modo o nell’altro negano la validità marxista della prospettiva del risorgere degli organismi economici immediati di classe, rende più difficile il ricostituirsi di una rete organizzativa economica di classe e lo sottopone a mille insidie, ma rende al tempo stesso netta e insostituibile l’opera e l’indirizzo del Partito in questo senso. Non è di poco conto constatare che, rispetto a tutte le organizzazioni che sotto diverse etichette, pretendono di richiamarsi alla Sinistra Comunista, noi ci distinguiamo nettamente anche in questo, essendo rimasti gli unici a difendere la prospettiva della rinascita delle organizzazioni economiche classiste.
E’ importante su queste questioni, mettere in risalto l’analisi fatta da Trotsky sui sindacati nell’epoca dell’imperialismo che, seppure scritta in un periodo in cui le sue posizioni politiche divergono sempre più dalle nostre, risulta identica a quella fatta dalla Sinistra ed è perciò da considerarsi un caposaldo fondamentale per la comprensione della dinamica sindacale che caratterizzerà la futura ripresa del movimento di classe.
“Vi è una linea comune-scrive Trotsky- nello sviluppo o più esattamente nella degenerazione delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: e consiste nel loro tendere nascostamente verso lo Stato ed unirsi ad esso. Il processo è ugualmente caratteristico dei sindacati neutrali, socialdemocratici, comunisti ed anarchici . Questo fatto mostra soltanto che la tendenza verso la unione allo Stato è intrinseca non di questa o quella dottrina come tale, ma deriva dalle condizioni sociali comuni a tutti i tipi di sindacati.
Il capitalismo monopolistico poggia non sulla concorrenza o sulla libera iniziativa privata, ma sulla centralizzazione. Le cricche capitalistiche alla testa di potenti trust, sindacati industriali, consorzi bancari, ecc., guardano alla vita economica da altezze molto simili a quelle dalle quali la guarda lo Stato, e ad ogni passo banno bisogno della sua collaborazione. A loro volta i sindacati operai nelle più importanti branche dell’industria si trovano privati della possibilità di profittare della concorrenza tra diverse imprese. Essi devono affrontare un nemico capitalista centralizzato, intimamente legato allo Stato. Di qui deriva l’esigenza per i sindacati operai nella misura in cui poggiano su una posizione riformistica e cioè su una posizione di adattamento al regime della proprietà privata, di adattarsi allo Stato capitalistico e di lottare per una sua cooperazione. Agli occhi della burocrazia del movimento sindacale il compito principale consiste nel liberare lo Stato dall’abbraccio del capitalismo, nell’indebolire la sua dipendenza dai trust, nello spingerlo dalla loro parte. Questa posizione è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia del lavoro e della burocrazia del lavoro, che lottano per le briciole nella spartizione dei sovrapprofitti del capitalismo imperialistico. I burocrati del lavoro si agitano in parole e in azioni per dimostrare allo Stato democratico quanto essi siano utili e indispensabili in tempo di pace e specialmente in tempo di guerra. Nel trasformare i sindacati in organi dello Stato, il fascismo non inventa nulla di nuovo; esso spinge semplicemente alle sue estreme conseguenze le tendenze implicite nell’imperialismo .”
Più oltre riprende: “Il capitalismo monopolistico è destinato a sempre meno riconciliarsi con l’indipendenza dei sindacati. Esso si aspetta dalla burocrazia riformista e dalla aristocrazia operaia, le quali raccolgono le briciole dei suoi banchetti, che si vadano trasformando nella sua polizia politica davanti agli occhi della classe lavoratrice. Se non si ottiene ciò la burocrazia del lavoro è cacciata via e sostituita con i fascisti. Incidentalmente, tutti gli sforzi dell’aristocrazia del lavoro a servizio dell’imperialismo, non possono alla lunga salvarla dalla distruzione.
L’intensificazione del contrasto delle classi all’interno di ciascun paese, l’intensificazione dell’antagonismo tra un paese e l’altro, producono una situazione per cui il capitalismo imperialistico può tollerare, naturalmente per un certo tempo, una burocrazia riformista solo se questa serve direttamente quale piccola ma attiva azionista delle sue imprese imperialistiche, dei suoi piani e programmi sia all’interno del paese che sull’arena mondiale. Il social-riformismo deve via via trasformarsi in social-imperialismo per prolungare la sua esistenza, ma soltanto per prolungarla e nulla più. Perchè questa è una strada senza uscita .”
‘Torneremo al termine del rapporto sugli aspetti tattici e strategici che Trotsky traccia nel suo articolo. Non abbiamo invece nessuna parola da modificare alla sua analisi che va di pari passo con quanto delineò la Sinistra nell’immediato secondo dopoguerra.
LA TATTICA DEL PARTITO NEL PRIMO VENTENNIO DEL SECONDO DOPOGUERRA
Posto che comunque la tendenza all’abbraccio del sindacato con lo Stato borghese è un processo irreversibile, non per questo la Sinistra, come del resto anche Trotsky, nega la necessità del lavoro dei comunisti all’interno del sindacato, in particolare, per tornare alla situazione reale che prendiamo qui in esame, il secondo dopoguerra italiano, la necessità di lavorare all’interno della CGIL, sorta come lunga mano del CLN e poi successivamente abbandonata da democristiani, socialdemocratici e repubblicani, per ragioni di contrapposizioni dei blocchi imperialistici sulla scena mondiale, che avevano il loro riflesso nelle componenti politiche della Confederazione unitaria a dispetto della sempre conclamata autonomia.
La Sinistra, come punto cardine di ogni azione tattica in campo sindacale, ha sempre posto la necessità di non separare mai i comunisti dalla restante massa dei lavoratori. In altri termini, di fronte alla questione del lavoro nei sindacati esistenti, non è mai stata scissionista per principio. La Sinistra ha, ad esempio, combattuto aspramente la propensione del KAPD tedesco, del primo dopoguerra a separarsi dai sindacati esistenti per dar vita a nuovi piccoli sindacatini “rivoluzionari” controllati dal Partito, di fatto costituiti di soli comunisti o da operai fortemente politicizzati in senso rivoluzionario . Così facendo avrebbe significato isolare i comunisti dal resto dei lavoratori, cioè realizzare l’inverso di quanto i comunisti stessi devono sempre riproporsi.
Per decidere se lavorare o meno in un sindacato non può dunque essere sufficiente individuare le tendenze storiche della forma sindacato e verificare che queste siano attribuibili all’organizzazione in questione. Non basta cioè dedurre la tattica dalla natura politica di questo organismo, ma occorre soprattutto riferirsi all’atteggiamento degli operai verso di esso. Da materialisti non possiamo attribuire ai lavoratori iscritti a un sindacato la coscienza di ciò che esso rappresenta per noi. Se i lavoratori, o comunque la gran parte di essi, quella più combattiva, vede in questo sindacato il suo rappresentante, la sola strada per la sua difesa e per esso e con esso lotta, il nostro posto di battaglia non può che essere in questo sindacato. Era appunto questa la propensione delle masse operaie più combattive in Italia negli anni del dopoguerra e il Partito decise di militare nella CGIL. Lo fece tuttavia non senza porsi il problema del futuro svolgersi della vera lotta di classe libera dall’influenza dell’opportunismo, futuro che non poteva allora che essere visto come molto lontano nel tempo. Secondo quanto espresso, in modo estremamente sintetico e chiaro, in un documento del ’51:
“La situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza del Partito Comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via, di funzionari di mestiere a capi elettivi, ecc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN e sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un Partito Comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quelli, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese X possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere. La differenza tra le due situazioni rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non esclude la nostra azione di frazione nella CGL e quella Di Vittorio”
E’ importante sottolineare con rigore quanto si sostiene in questo passo e seguirne attentamente i passaggi che, ad una lettura poco attenta, potrebbero sem- brare contradditori. Si inizia infatti tratteggiando, in merito alla organizzazione sindacale, la differenza sostanziale tra il ’21 e il ’51, che è individuata nella
eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche all’azione di base . Non più capi operai liberamente eletti e revocabili in qualsiasi momento, ma funzionari di mestiere a cui era stato dato dal potere centrale e dai partiti della coalizione CLN di rappresentare ufficialmente gli interessi dei lavoratori. Ma questo processo non può essere dichiarato irreversibile . A invertirne la tendenza, che, come abbiamo visto è irreversibile dal punto di vista del processo della centralizzazione imperialistica, non poteva che essere il ritorno del proletariato alla lotta di classe anticapitalistica e antiopportunista, sotto l’influenza del partito rivoluzionario. Date le premesse per questa inversione di tendenza, non era dunque storicamente da escludere il risorgere dei sindacati classisti. Si noti che per sindacati classisti non si intende un’organizzazione economica necessariamente controllata dal Partito, ma un organismo in cui esiste la piena libertà di azione e di movimento per una frazione organizzata al proprio interno. Il risorgere di essi era dunque legato alla ripresa della lotta di classe e non sarebbe potuto avvenire che in una situazione di avanzata o addirittura di conquista del potere . La dinamica degli avvenimenti e non aprioristiche esercitazioni volontaristiche, avrebbe poi sciolta l’alternativa, il famoso dilemma: se attraverso la conquista magari a legnate di quelli attuali o la rinascita ex-novo .
Posta in questi termini l’alternativa, il Partito non poteva certo assumere un atteggiamento di attendistica cautela, in attesa che gli eventi sciogliessero il nodo, e decise di imboccare la strada della conquista a legnate e di organizzarsi, là dove i suoi debolissimi effettivi operai lo permettevano, in frazione all’interno della CGIL. E’ in questo senso che va intesa l’ultima espressione: La differenza tra le due situazioni (’21 e ’51)) rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non escluse la nostra azione di frazione nella CGL, e quella Di Vittorio . Ciò, dicevamo, potrebbe apparire in contraddizione con l’affermazione iniziale sulla netta diversità tra le due organizzazioni sindacali del primo e del secondo dopoguerra. Ma la questione va vista in senso dialettico, nel senso appunto della reversibilità del processo da parte del movimento di classe, processo che il Partito avrebbe dovuto e potuto favorire (si noti l’espressione se lo si strappa… ) tramite l’indirizzo di conquista del sindacato esistente.
Se la tendenza irreversibile del capitalismo è quella di imprigionare il proletariato nei sindacati di regime o in quelli di Stato, la tendenza irreversibile del proletariato è quella della ricostituzione dei suoi organismi di battaglia, dei sindacati di classe. Già nella Piattaforma politica del ’45 il Partito riconobbe che:
“Deve essere combattuto il criterio ormai comune alla politica sia fascista, sia democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il Partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente con i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali e di classe.”
La Sinistra, nell’immediato dopoguerra, non ha dunque alcun dubbio sulla natura della CGIL cucita sul modello Mussolini, e la tattica adottata di militare nelle sue fila con la prospettiva della lotta ai vertici opportunisti, non poggia certo sulla considerazione che trattasi di un sindacato classista controllato dall’opportunismo. Posta e dedotta marxisticamente dalla storia la natura di questo sindacato, il Partito, ricostituitosi su precise e corrette basi rivoluzionarie, non può eludere l’atteggiamento da tenere nei suoi confronti e, in generale, nei confronti di organizzazioni analoghe.
Nelle tesi caratteristiche del ’51, il Partito supera numerosi tentennamenti e una certa confusione espressa negli anni dell’immediato dopoguerra, al riguardo, dopo avere affermato, come sarà poi ripetuto in tutti i corpi di tesi successivi, che:
“Il partito in fase di ripresa non si rafforzerà in modo autonomo, se non risorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse….Il sindacato… è oggetto di interessamento del Partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale e dal momento che il concreto rapporto numerico dei suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il Partito esplicherà la penetrazione tenterà la conquista alla direzione di esso” .
Qual’era dunque il compito del piccolo partito del secondo dopoguerra di fronte ai sindacati tricolore e alla loro tendenziale fascistizzazione? Lo svolgimento di questo processo in un senso o nell’altro non è indifferente ai fini della futura ripresa di classe e questa sarà più difficile e faticosa se la borghesia potrà attuare l’integrazione del sindacato nelle istituzioni del regime borghese senza colpo ferire, senza dover ricorrere all’aperta e feroce irregimentazione del proletariato nei sindacati di Stato stile fascista.
Dovevamo quindi opporci con tutte le nostre forze a questo processo pur prevedendo che, in assenza di una forte spinta proletaria, saremmo stati facilmente travolti. Conducemmo sempre questa battaglia in mezzo agli operai in nome della rinascita dei sindacati di classe, contro le dirigenze sindacali opportuniste, denunciando passo passo la loro opera disfattista e antiproletaria. Denunciammo sempre gli indirizzi delle tre centrali sindacali che, nei loro dirigenti, nella loro politica, nella loro struttura interna, agivano sempre di comune accordo contro gli interessi generali del proletariato e in difesa del regime capitalistico; in questo senso fummo sempre molto chiari: nessuno dei tre aveva la parvenza di un sindacato di classe.
Ravvisammo però una differenza tra CISL e UIL da una parte e CGIL dall’altra, Le prime due erano organizzazioni apertamente padronali foraggiate dall’imperialismo americano, dalla Chiesa e da vasti settori della borghesia italiana, sorte con il preciso scopo di dividere la massa dei lavoratori e riconosciute come tali da tutti gli operai combattivi; il “cislino” era generalmente il baciapile, il crumiro, il raccomandato dal prete, il ruffiano del padrone; la UIL organizzava prevalentemente quelli che oggi vengono chiamati i quadri intermedi . Nella CGIL si raccolse invece la parte più combattiva del proletariato italiano, che ancora vedeva in essa il sindacato rosso , una sigla, il simbolo di una tradizione non ancora spenta. Per poter controllare e inquadrare gli operai italiani, gli opportunisti furono infatti costretti a richiamarsi a parole alle gloriose tradizioni delle lotte proletarie passate, ad agitare ogni tanto la bandiera rossa. Noi vedemmo in ciò un elemento positivo: per fregare gli operai italiani bisognava appunto sventolare la bandiera rossa: ovvero gli operai italiani si lasciavano ancora commuovere dalla bandiera del comunismo. La CGIL rappresenterà, per buona parte del proletariato italiano, una insegna, un simbolo. E sotto questa insegna gli operai scatenarono forti scioperi, uscendo talvolta dalle direttive impartite dai vertici opportunisti, scontrandosi con formidabile coraggio con le forze di polizia che si dimostrarono spesso incapaci di contenerne la furia, affrontando i licenziamenti, le bastonature, la galera, lasciando per le strade e sulle piazze decine di caduti.
Fu questo stato d’animo del proletariato italiano e non altro che ci portò a non escludere la possibilità di una riconquista a legnate della CGIL ad una direzione classista. Questa riconquista non poteva essere graduale, ma sarebbe stata resa possibile soltanto al verificarsi di un potente movimento proletario che avrebbe travolto le direzioni opportuniste e spezzato la struttura da queste messa in piedi.
La CGIL rappresentava per gli operai il simbolo di una tradizione che i suoi dirigenti cercavano con ogni mezzo di scrollarsi di dosso per togliere loro anche questo punto di riferimento, questo sottilissimo filo che li ricollegava con un glorioso passato.
Nella nostra azione nella CGIL noi cercammo perciò sempre di difendere e valorizzare questa tradizione, forza materiale di primaria importanza, in lotta aperta e feroce contro le dirigenze, in nome della rinascita del sindacato di classe.
In questo modo non si è trattato, come fu detto banalizzando la questione, di aver ripreso meccanicamente le posizioni tattiche del ’21 in campo sindacale e averle riportate tali e quali nella situazione del secondo dopoguerra. Abbiamo dimostrato che il Partito aveva piena coscienza della differenza delle situazioni, particolarmente a riguardo della differente natura delle organizzazioni sindacali che si trovava a combattere. Non poteva dunque considerare nello stesso spirito di allora l’indicazione della conquista interna della CGIL. Non si sarebbe potuto trattare di una conquista nel senso della semplice sostituzione della corrente, della frazione comunista, alla guida del sindacato attraverso una battaglia espressa attraverso i metodi congressuali, sia pure intesi come espressione formale e statutaria di grandiose battaglie proletarie di classe condotte fisicamente sulle strade e sulle piazze, nello spirito cioè della conquista di un sindacato libero dai condizionamenti dello Stato borghese e del padronato e perciò aperto al libero confronto e scontro interno delle forze politiche che si richiamano alla classe operaia. La conquista, in piena fase avanzata dell’imperialismo, non poteva che essere intesa come la distruzione di tutta l’impalcatura organizzativa di un sindacato ormai legato per mille fili alle istituzioni del nemico di classe, sotto la spinta e nel vivo dell’azione di una classe risorta sulla strada della vera lotta sociale anticapitalistica.
La eventuale futura CGIL rossa non avrebbe potuto che risorgere sulle rovine di quella che i comunisti si trovavano di fronte e che già allora tollerava la presenza interna soltanto perché ridotta a forze insignificanti in termini di influenza sulla classe.
Nell’impostare la sua tattica nei confronti della CGIL, il partito del ’51 si richiamava in un certo senso alla memoria storica del proletariato, allo stesso modo con cui lo stalinismo imperante era costretto a richiamarsi a questa memoria persistente nelle generazioni operaie che avevano vissuto gli anni del fascismo e quelli immediatamente precedenti ad esso, ed organizzava il sindacato tricolore unitario, ricopiando gli schemi organizzativi della vecchia CGL: collettori di reparto, camere del lavoro, ecc., e richiamandosi al carattere classista del sindacalismo, allora molto vivo nelle menti e nei cuori dei proletari che, dopo le sofferenze della guerra, erano costretti a vivere quelle della ricostruzione fatta di miseria, bassi salari e ritmi di lavoro al limite della sopportazione fisica.
Come abbiamo già detto, perno centrale della battaglia del Partito in seno alla CGIL è la rivendicazione del ritorno al sindacalismo di classe, contro la politica rinunciataria dei vertici sindacali asserviti agli interessi del capitale nazionale e internazionale e fu il cavallo di battaglia di tutta l’azione del Partito fin verso l’inizio degli anni ’70, e non si espresse soltanto con dichiarazioni verbali e scritte. In ogni spiraglio che, in campo sindacale, si prestava alla possibilità di intervento attivo, i militanti comunisti non tralasciarono mai di intervenire portando la voce del Partito, partecipando alle lotte operaie e ai tentativi di organizzazione degli operai più combattivi. La nostra azione poggiava costantemente su una tattica legata ai principi generali del partito e calata di volta in volta nelle singole situazioni: nessuna azione di sabotaggio o boicottaggio delle lotte sindacali e degli scioperi organizzati e controllati dai sindacati, partecipazione ad essi con la costante opera di denuncia attiva della politica antioperaia delle centrali sindacali, indicazione ai proletari degli obiettivi generali di classe per cui lottare, per tendere all’affasciamento di tutte le categorie operaie, indicazione dei metodi classisti di lotta, primo fra tutti lo sciopero generale senza limiti di tempo e senza preavviso, raccordo costante di queste indicazioni immediate di obiettivi e di lotta con il fine politico ultimo dell’azione del Partito,
Una sintesi organica molto significativa delle posizioni del Partito in tutto questo periodo, che rivendichiamo pienamente in tutte le manifestazioni teoriche e pratiche in cui si espresse, la si ritrova nelle “Tesi sul bilancio fallimentare della politica controrivoluzionaria delle centrali sindacali e la linea programmatica e tattica del Partito Comunista Internazionale” stilate per essere presentate all’VIII congresso della CGIL e apparse sul n. 25 febbraio 1965 di “Spartaco”, allora pagina sindacale del nostro quindicinale “Programma Comunista” , di cui riportiamo la parte conclusiva dal titolo “Per una direzione rivoluzionaria del sindacato” :
“ ….Il dissesto economico ha messo in luce l’incapacità dei capi sindacali a proporre al proletariato soluzioni efficienti in difesa del salario e del posto di lavoro: come ha dimostrato chiaramente l’assoluta impossibilità in regime capitalistico di evitare disastri economici, di ottenere un’armonica evoluzione dell’economia. Nuove e più profonde crisi porranno sul tappeto l’ineluttabile scontro diretto proletariato e Stato capitalista per mettere fine a questa corsa folle verso la distruzione di uomini, mezzi e energie. I comunisti rivoluzionari, sulla scorta della secolare esperienza delle lotte proletarie, constatano che gli attuali capi infedeli dei sindacati non se ne andranno dai toro posti di dirigenza se non dopo essere stati scacciati dagli operai dopo una non breve lotta tendente ad eliminare dalle proprie file i traditori e i venduti alla borghesia. Questa lotta, forma evoluta della lotta di classe, si effettuerà nella misura in cui i proletari decideranno di passare da una supina acquiescenza alle influenze opportuniste, alla ferma determinazione di difendere con ogni mezzo la loro esistenza, i loro salari, il posto di lavoro, rifiutandosi di difendere interessi nazionali, patriottici, repubblicani, costituzionali, dietro cui si nascondono i privilegi capitalistici; rifiutandosi di subordinare le loro lotte economiche alla demagogica lotta per le riforme di struttura”….
“Questa lotta sarà possibile nella misura in cui il proletariato farà suo il programma rivoluzionario comunista; sarà vittoriosa a condizione che si faccia dirigere dal suo partito di classe, il Partito Comunista Internazionale. Per questo i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà anche formalmente agli attributi di classe ai quali si richiama, e non vieterà la costituzione di correnti net suo seno. Essi però, auspicano la creazione di gruppi comunisti rivoluzionari, attraverso i quali si diffonda il programma rivoluzionario del partito di classe e si proceda alla conquista dei posti direttivi nei sindacati…
L’affermarsi in seno ai sindacati del programma comunista rivoluzionario garantirà lo svolgimento rivoluzionario della lotta delle masse, premessa essenziale perché i Sindacati non siano catturati dallo Stato capitalista e possano costituire l’organizzazione unitaria del proletariato in difesa dei suoi interessi economici e in vista dell’assalto al potere…..
Man mano che si acutizzano gli urti tra le masse diseredate da una parte e le classi privilegiate e il loro Stato dall’altra, si rende sempre più impossibile la continuazione di una politica cosiddetta neutrale, equidistante dai partiti e dallo Stato, quale vantano di perseguire i bonzi della CGIL. In realtà nel dichiararsi fedeli custodi del metodo democratico, essi si pongono obiettivamente al servizio del regime capitalistico e legano le sorti e le condizioni del proletariato a quelle dello Stato capitalista. Giusto l’insegnamento di Lenin e della Sinistra i sindacati non possono perseguire una politica indipendente dai partiti; o sono sotto l’influenza di partiti opportunisti, cioè di agenti del capitalismo, o sono guidati dal partito rivoluzionario….
L’opera dei comunisti rivoluzionari in seno alle organizzazioni di massa del proletariato è quindi essenziale, perché serve a smascherare la politica controrivoluzionaria dei dirigenti, sollecita i proletari ad esigere maggiore risolutezza nel condurre le lotte e nel fissare gli obiettivi contingenti, e a vigilare perché non si verifichino collusioni fra capi sindacali e direzioni aziendali. Con la costituzione delle Sezioni Sindacali di Azienda, le Centrali mirano a isolare sempre più nei luoghi di lavoro i proletari e a restringere la possibilità di un’azione generale delle masse.
Il primo compito dei comunisti è proprio quello di lottare contro il corporativismo generato dall’aziendalismo e di dare a tutto il proletariato una visione generale dei problemi economici e politici, di imprimere alle lotte una visione di classe che scavalchi non solo i limiti ristretti dell’azienda, ma anche quelli della categoria e del settore, della regione e della nazione, riaffermando essere la lotta del proletariato lotta internazionale contro un regime, quello capitalista, che estende il suo dominio sul mondo intero.
I comunisti rivoluzionari chiamano it proletariato a far cessare la pratica ignobile di scioperi cronometrati, preavvertiti alle direzioni aziendali, alle prefetture e alle questure di polizia, scioperi che non incutono alcun timore alla borghesia e quando, per spontanea iniziativa degli operai, assumono una imprevista consistenza di classe, servono di richiamo e di sfogo all’odio delle classi padronali, concretizzantesi in vessazioni, arresti e condanne di proletari. Lo sciopero come è usato oggi dalle centrali controrivoluzionarie, è un’arma spuntata e controproducente. Solo lo sciopero improvviso e il più esteso possibile colpisce veramente gli interessi economici del capitalismo, impedendogli altresì di approntare efficacemente mezzi di difesa e di contrattacco immediato.
I comunisti rivoluzionari non pretendono di possedere una formula magica per cui garantiscano, una volta alla direzione dei Sindacati, il pieno e continuo successo delle lotte rivendicative. Essi, per la coscienza che loro deriva dall’essere militanti del partito di classe, sanno bene che qualunque conquista in regime capitalistico è caduca ed effimera e che la presa di coscienza da parte delle masse dell’ineluttabilità della vittoria del comunismo sul capitalismo costituisce la premessa indispensabile e necessaria anche alle lotte rivendicative immediate. Perciò essi proporranno sempre obiettivi immediati che contengano in sé elementi che uniscano e non dividano le molteplici categorie in cui il capitalismo ha separato i lavoratori per meglio dominarne le forze e gli interessi; elementi che generalizzino le lotte operaie per elevarle alla superiore forma politica di combattimenti di classe; obiettivi il cui raggiungimento, o anche la sola lotta conseguente per raggiungerli, menomi gli interessi capitalistici e obblighi lo Stato capitalista a gettare l’infame maschera della “nazione” o del “popolo”, ovverosia democratica, e a presentarsi nella sua vera effige di strumento della dittatura del capitale. Obiettivi caratteristici di questo metodo comunista rivoluzionario sono la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa a parità di salario, dell’aumento indifferenziato e sostanziale dei salari, del riconoscimento del salario anche agli operai che vengono espulsi dalla produzione e posti in stato di disoccupazione, invece dell’elemosina in grami sussidi ed oboli di miseria, e della cessazione dei cottimi e dei premi di produzione, degli incentivi e delle prestazioni straordinarie, da sostituirsi invece con un generale aumento dei salari.
Il mito del contratto collettivo nazionale di lavoro come di qualsiasi tipo di contratto, trasferisce l’importanza della lotta dal suo terreno sociale e di classe a quello giuridico e formale. Sulla base di questa pratica leguleia, le Centrali sindacali insinuano nelle classi salariate la convinzione che tutto si risolva con il raggiungimento del contratto; quando le direzioni aziendali si irrigidiscono, incanalano le controversie nei meandri dei ministeri per farle oggetto di aggiustamenti formali o di compromessi equivoci, al solo fine di distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’importanza politica e di classe delle lotte rivendicative, e così scaricare la collera operaia nell’attesa della soluzione giuridica della controversia. I contratti di lavoro si firmano con la lotta e sulle piazze e non rappresentano alcuna garanzia per i proletari se non sono difesi da battaglie e lotte quotidiane che impegnino costantemente le classi borghesi.
Al fine di amalgamare le forze proletarie, di unificarne gli sforzi e le lotte, i comunisti rivoluzionari propugnano il ritorno alla tradizionale funzione delle Camere del Lavoro nelle quali confluiscono tutti i proletari al di sopra delle categorie e dei settori, degli uffici e delle aziende, per quel reciproco contatto fisico e naturale che infonde fiducia nelle proprie forze, rompe l’isolamento a cui i proletari sono costretti sui luoghi di lavoro, risveglia nei proletari la coscienza di essere una classe e non degli aggregati o delle appendici produttive della società capitalistica. Rivendicano quindi assemblee e incontri frequenti tra proletari di quartiere e di rione, e non, come quasi esclusivamente avviene, riunioni di un ristretto numero di dirigenti impegnati, nel chiuso dei propri uffici, innanzitutto a difendere le loro burocratiche posizioni direttive, pagate con le non lievi quote dei salariati.
Nella lotta che non mancherà il proletariato è impegnato su un duplice fronte: contro le classi privilegiate e il loro Stato centrale e contro i partiti e i capi sindacali opportunisti. In questa lotta sono chiamati tutti i lavoratori e il Partito Comunista Internazionale fa affidamento sulla parte del proletariato peggio retribuita e più sfruttata, per suscitare i necessari fermenti alla lotta rivoluzionaria di classe.
Il proletariato deve, dentro e fuori i sindacati, proporsi al contrario di quanto sottolinea il programma della CGIL la distruzione dell’attuale sistema sociale, se non vuole perpetuare le sue condizioni di schiavo moderno, periodicamente obbligato a versare il proprio sangue, dopo di aver versato per tutta la vita il proprio sudore, sull’altare della difesa della patria e dell’economia nazionale.”
Come si vede, l’attività del Partito in seno alla CGIL era protesa, nonostante l’infima esiguità delle nostre forze, all’esaltazione della funzione del Partito, dei comunisti nel sindacato, di fronte al proletariato. Il Partito, pure in periodi così merdosi, non ha mai sottaciuto le sue massime finalità sul piano dell’azione pratica; le ha anzi esaltate e poste costantemente al centro della sua propaganda e agitazione.
LE BATTAGLIE PIÙ SIGNIFICATIVE DEL PARTITO
La nostra incessante opera di denuncia dell’opportunismo sindacale, fu sempre accompagnata dalla costante partecipazione alle lotte operaie e, ovunque si presentasse la minima occasione, dal tentativo di organizzare forze su un piano di classe in aperta opposizione alle centrali sindacali.
In un nostro volantino del 1959 scrivevamo:
“I comunisti internazionali militano nel sindacato come semplici iscritti, non perché attribuiscono un valore qualsiasi alla sua azione presente, ma perché hanno il dovere di far sentire la voce del partito di classe e della tradizione rivoluzionaria alla massa organizzata e perché sono certi che, in fase di ripresa proletaria, le sovrastrutture imposte dall’opportunismo alle organizzazioni economiche salteranno in aria e gli operai calpesteranno sotto i loro piedi le bardature protettive della collaborazione di classe .
‘Nel novembe 1961 uscì il Tramviere Rosso bollettino dei tramvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL nel cui primo numero si leggeva:
“Noi comunisti internazionali, continuatori del glorioso partito di Livorno, delle tradizioni di combattimento del sindacato, delle organizzazioni proletarie in tutta la classe, non abbiamo cessato un istante di contestare agli attuali dirigenti sindacali (emanazione dei partiti opportunisti) la loro rovinosa opera di distruzione del sindacato di classe”
Il Tramviere rosso era lo strumento di agitazione e di propaganda del nostro piccolissimo gruppo di lavoratori tramvieri e riportava corrispondenze su problemi specifici della categoria, resoconti di assemblee e di scioperi esaltando sempre la combattività dei lavoratori e mettendo in evidenza i tradimenti dei bonzi, ma anche articoli di carattere generale su tutte le questioni di interesse per gli operai. La sua pubblicazione durò fino al 1963.
Nel maggio 1962, essendosi allargata l’attività sindacale del partito in concomitanza di grandi scioperi operai, usciva Spartaco , bollettino centrale di impo- stazione programmatica e di battaglia dei comunisti internazionali aderenti alla CGIL :
“Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL rinasca come sindacato di classe; un sindacato che affermi e difenda esclusivamente e senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze dell’azienda, dell’economia nazionale, della patria, meno che mai alla difesa di istituti borghesi . (numero 1).
‘Non tralasciammo mai alla minima occasione di organizzare gruppi di operai che sentivano la necessità di muoversi su posizioni classiste. I bonzi procedevano sistematicamente a smantellare nella CGIL ogni richiamo alla tradizione rossa, noi fummo sempre i più strenui difensori di questa tradizione. Nel febbraio 1962 i nostri compagni fondarono addirittura una Camera del Lavoro a Palmanova del Friuli, riuscendo a tenerne la direzione per qualche mese.
Nel 1961 cominciò a essere introdotto il sistema di delegare agli uffici statali e padronali la riscossione delle quote di iscrizione al sindacato . Noi iniziammo subito una campagna contro questo metodo e ci rifiutammo di accettarlo difendendo l’iscrizione diretta.
In questo fummo al fianco degli operai che istintivamente si ribellavano contro questa direttiva che tendeva a porre l’organizzazione sindacale nelle mani dei padroni e dello Stato:
“Questo sistema di raccolta merita una critica a sé, sia per il suo effetto sui lavoratori, sia per il riconoscimento che in tal modo la classe padronale apertamente dà non solo di non aver più alcun timore dei sindacati, ma di considerarli come organi di conciliazione permanente entro ai quali la classe operaia deve essere convogliata per poterla meglio controllare. Le direzioni si incaricheranno dunque d’interpellare i lavoratori circa il sindacato a cui preferiscono iscriversi, al fine di procedere alle trattenute mensili E’ inutile osservare quale arma di ricatto sia stata così offerta loro; ciò che è ben più grave è il controllo che i capitalisti potranno esercitare su buona parte della organizzazione e che non mancherà presto o tardi di dare i suoi frutti .” (Programma Comunista n. 12, giugno 1961).
Un altro passo verso lo smantellamento di tutto ciò che nella CGIL poteva essere utilizzato per una seria lotta operaia fu la costituzione delle sezioni sindacali di azienda. Questa iniziativa mirava a prevedere ogni possibile generalizzazione delle lotte e tendeva a rinchiudere gli operai nelle singole aziende evitando i collegamenti; essa fu accompagnata da una campagna tesa a dimostrare come ciascun gruppo di operai avesse la sua controparte nella propria azienda, grande o piccola che fosse e che quindi l’azienda era la sede naturale del sindacato dovendo procedere a tante singole contrattazioni o piccole vertenze con le varie direzioni. Così, mentre il fronte padronale era unito al disopra dei limiti aziendali, si voleva spezzare il fronte proletario, rinchiudendolo nell’azienda. Noi sostenevamo invece che la sede naturale del sindacato era fuori della galera aziendale, cioè fuori dai controlli o dai ricatti del padrone:
‘Secondo questa ‘nuova’ strategia sindacale che ha la presunzione di apparire come una nuova politica sindacale, di fronte a un sistema sociale, quello capitalistico, il proletariato dovrebbe muoversi non come classe e procedere non come un’armata i cui reparti vengono impiegati a seconda delle esigenze strategiche in vista dell’assalto finale al campo nemico, ma come ‘autonomi’ reparti aziendali, ciascuno dei quali, per proprio conto e indipendentemente dall’altro, effettua scaramucce all’interno dell’azienda (…). Il sindacato di classe deve avere i suoi organi di comando fuori dalla fabbrica, fuori dalla cellula economica del capitalismo . (Spartaco, Dicembre 1963).
Nel 1965 si cominciò la campagna per la riunificazione tra CGIL-CISL-UIL.
Questa unificazione, che incontrò inizialmente la resistenza degli operai più combattivi, avrebbe definitivamente cancellato le ultime caratteristiche formali e simboliche classiste della CGIL e avrebbe segnato il suo definitivo trapasso in sindacato di regime.
Scrivemmo allora sul nostro Spartaco (n. 25):
‘La decantata unità sindacale perseguita dai capi CGIL con le centrali bianche e gialle CISL e UIL espressione di aperti interessi padronali, non effettuandosi né potendosi effettuare sulla base di un programma di interessi generali comuni a tutti i proletari, mira piuttosto all’obbiettivo della creazione di un’unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l’unica organizzazione sindacale, la CGIL fu spezzata dalla costituzione della CISL e dell’UIL, nell’intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai, dividendo il fronte proletario. Il ritorno all’unità proletaria o significa come ora l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero come noi auspichiamo sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati, decisi a ritrovare un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai.
In tal modo si farà forse il ‘sindacato unitario’, brutta copia di quello corporativo fascista; ma nel contempo si uccide la CGIL. I comunisti non piangeranno per questo lacrime cocenti, ma se il disegno infame dell’opportunismo dovesse avverarsi, un altro e solido baluardo verrebbe eretto a difesa del capitalismo e più difficile sarebbe la ripresa della lotta degli operai” . (Spartaco n. 19, 1966)
Nel luglio 1968 iniziammo la stampa de Il Sindacato Rosso organo mensile dell’Ufficio Sindacale Centrale del Partito Comunista Internazionale .
Era la stessa testata dell’organo sindacale del partito nel 1921.
Il Sindacato rosso portava questa manchette:
“Per il sindacato di classe! Per l’unità proletaria contro l’unificazione corporativa con CISL e UIL! Per unificare e generalizzare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro il riformismo e l’articolazione! Per l’emancipazione dei lavoratori dal capitalismo! Sorgano gli organi del partito, i gruppi comunisti di fabbrica e sindacali, per la guida rivoluzionaria delle masse operaie .”
Il Sindacato rosso era l’organo di agitazione e propaganda dei nostri gruppi operai e costituiva all’interno e all’esterno del sindacato, l’unica voce che si levava contro il tradimento degli interessi operai.
Nel 1969 i bonzi portarono a conclusione la campagna per le deleghe facendo inserire nei contratti la clausola che impegnava le direzioni aziendali ad amministrare la riscossione dei contibuti sindacali. Questo atto, che fu naturalmente presentato come una vittoria, sanciva definitivamente la delega come unica forma di adesione al sindacato.
Noi organizzammo allora in tutti i posti di lavoro in cui eravamo presenti una violenta campagna rivendicando il rifiuto della delega e il ritorno all’iscrizione diretta tramite i ‘collettori di fabbrica’, preposti alla riscossione delle quote, rifiutando e invitando gli operai a rifiutare la delega. Riuscimmo anche in qualche caso ad organizzare gruppi antidelega. In generale il nuovo metodo passò, incontrando solo la nostra strenua resistenza e quella spontanea di pochi gruppi operai. I bonzi presentavano la cosa come una soluzione per agevolare il pagamento delle quote; in realtà si trattava di un passo gravissimo verso l’inserimento dell’organo sindacale nell’ingranaggio statale e padronale: era un atto politico in direzione del sindacalismo fascista. La delega servì anche per espellere dalla CGIL i rivoluzionari e gli operai più coscienti poiché i bonzi rifiutarono il rinnovo della tessera a chi non accettava di firmare la delega. Di fronte all’espulsione dei nostri compagni non rinunciammo alla lotta ma ribadimmo sempre con gli atti più che con le parole che con la tessera o senza avremmo continuato la nostra battaglia contro i traditori dentro o fuori dal sindacato, nelle assemblee, dovunque se ne presentasse l’occasione:
“Rifiutare le deleghe non vuol dire uscire dal sindacato. Al contrario vuol dire opporsi alla definitiva degenerazione della CGIL (…). No alle deleghe si al sindacato di classe (Sindacato Rosso n. 18, 1969).
“I nostri compagni sono nella CGIL e ci restano: parteciperanno alle assemblee (le pochissime che i bonzi sentono il coraggio di organizzare), interverranno nelle lotte e manifestazioni comuni, non taceranno mai il loro programma, e non solo non inviteranno gli operai a disertare l’organizzazio- ne, ma li solleciteranno a rimanerci per proseguire la dura battaglia desti- nata a ricondurre il sindacato alle funzioni di cui un branco di venduti lo priva (Programma Comunista, febbraio 1969, n. 3).
E’ al tempo stesso il periodo delle lunghe lotte contrattuali che segnarono l’apice del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra. In questo periodo in diverse grandi fabbriche, alla Pirelli, alla FIAT, ecc., sorgono i primi Comitati Unitari di Base, organizzazioni operaie spontanee che tentano in alcuni casi di scavalcare i sindacati e in alcune occasioni di sostituirsi ad essi, sopperendo alle deficienze organizzative delle burocrazie sindacali e promuovendo azioni e rivendicazioni in antitesi alla linea sindacale ufficiale. Ma le centrali sindacali ebbero allora buon gioco di cavalcare la tigre e seppero guidare e controllare il movimento e indirizzarlo sui loro obiettivi, approfittando ancora del periodo di boom economico che permetteva alla borghesia di concedere, naturalmente non senza dure lotte, le briciole di lauti profitti in continua crescita. Le burocrazie sindacali riuscirono così ad impadronirsi con una certa facilità di queste spinte organizzative di base e a istituzionalizzare i CUB, trasformandoli nei Consigli di Fabbrica, non senza l’aiuto esplicito del padronato disposto a riconoscere come rappresentanti operai soltanto i delegati accettati e riconosciuti anche dai sindacati, e importandoli dall’esterno anche in quelle aziende in cui non erano sorti spontaneamente. I CdF divennero così la loro base di organizzazione in tutte le fabbriche e i luoghi di lavoro.
E’ in quegli anni, e soprattutto in quelli immediatamente successivi, che si va lentamente delineando un processo di progressivo avvicinamento dei sindacati alle istituzioni statali e alla politica economica della borghesia e dei suoi partiti, o meglio è in quegli anni che questa tendenza implicita nei sindacati dell’epoca imperialistica e che già si era inequivocabilmente manifestata nel sindacalismo “di tipo nuovo” immediatamente post-fascista, subisce una sensibile accelerazione. Non era dunque una svolta , un tradimento rispetto al passato come fu invece presentata da alcune tendenze gruppettare spuntate come funghi in quel periodo, ma costituiva una accentuazione della naturale propensione dei sindacati nazional-democratici a divenire strumenti del miglior funzionamento della società capitalistica. Questo colpo di acceleratore non avviene a caso, ma coincide con l’inizio del ciclo di crisi internazionale del capitalismo che si sta tuttora approfondendo e che, ricordiamo, ebbe la sua prima manifestazione fenomenica nell’agosto ’71 con la non convertibilità del dollaro in oro imposta dagli USA.
Questa accentuazione è parallelamente resa possibile dall’effetto deleterio congiunto sulla classe operaia della politica collaborazionista dell’opportunismo e del reale aumento del tenore di vita di larghi strati operai allevati all’ombra dell’impressionante sviluppo della produzione industriale del periodo immediatamente precedente, a sua volta reso possibile dallo sfruttamento intensivo della forza lavoro nazionale nel ventennio post-bellico ’45-’65, e dalla rapinesca spoliazione di ogni genere di risorse umane e materiali dei paesi del mondo sottosviluppato da parte dell’imperialismo mondiale in genere, con la complicità delle borghesie nazionali di questi stessi paesi.
Si accentua cioè quel processo già ben individuato nel nostro scritto del ’51 Partito rivoluzionario e azione economica :
“Laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformistiche di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualcosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante e anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta”.
Negli anni successivi al ’51 questo fenomeno si accentua sensibilmente: strati proletari sempre più vasti sono interessati da questa acquisizione di un piccolo patrimonio di garanzie e prebende presentate come conquiste definitivamente acquisite e che creano l’illusione ai proletari di essere finalmente acceduti ad un tenore di vita e una sicurezza sociale irreversibili e in continua crescita. Saranno gli anni recenti dell’aggravarsi tangibile della crisi economica a sfatare le illusioni e a porre nuovamente i proletari di fronte alla cruda e dura realtà della società capitalistica: diminuzione del potere d’acquisto dei salari, perdita. del posto di lavoro. insicurezza sull’avvenire, miseria.
E’ l’accentuarsi di questo fenomeno che ha fatto gridare a non pochi sinistri sparafucile di quel periodo che la classe operaia dei paesi industrializzati era ormai definitivamente integrata nella società capitalistica e che altre classi , altri soggetti sociali erano chiamati a sostituirla nella sua vecchia e superata fun- zione rivoluzionaria, e che, parallelamente, tra i teorici ed economisti borghesi, generò la teoria del neo-capitalismo ormai in grado di controllare le sue crisi interne, e dunque di essere infine indenne da crisi e suscettibile di essere gradatamente riformato nel senso di un progressivo adattamento delle sue istituzioni alle esigenze economiche e sociali delle masse lavoratrici e del popolo in generale.
L’eccezionale impulso produttivo mondiale di quel periodo fu tale da abbacinare chiunque non fosse in grado di applicare alla realtà sociale ed economica del presente l’analisi correttamente marxista, e dunque tutti tranne il Partito. Significativamente appunto tutti, conservatori, riformisti, progressisti, rivoluzio- nari, attinsero alle stesse teorie che ponevano il classico contrasto proletariato- borghesia ormai fuori dal tempo e dalla storia. E oggi che, come sempre, la dura realtà dei fatti torna a rendere più trasparente che nulla è mutato nei tradizionali contrasti di classe della società capitalistica. E’ a queste teorie, con relativi aggiornamenti, che in fondo continuano ad attingere i sinistri odierni, quando credono di scorgere l’essenza dei nuovi conflitti sociali nel contrasto tra il proletariato garantito e quello marginale , guazzabuglio quest’ultimo di disoccupati, sottocccupati, sottoproletariato urbano, piccola borghesia arrabbiata, delinquenza comune in generale, tutti concepiti come possibili soggetti rivoluzionari in quanto protesi alla soddisfazione immediata di bisogni individuali sempre più negata dalla crisi capitalistica in atto.
E’ nel vivo del delinearsi di questa eccezionale espansione produttiva del capitalismo che, nella seconda metà degli anni ’60, e in generale dopo il superamento della crisi congiunturale del ’64-’65, un esercito di giovani proletari entra nelle fabbriche e si assiste a un pressochè generale ricambio di generazione nella classe operaia italiana, ricambio che si riversa lentamente e in particolare durante e immediatamente dopo il ’68-’69, nelle strutture del sindacato. Tutto questo produce un ricambio organico di quadri sindacali, soprattutto nei livelli intermedi delle strutture di fabbrica, gestito con magistrale abilità dai sindacati che riesce a sfruttare la spinta del ’68-’69 e a rinnovare molti quadri di base. La generazione dell’immediato dopoguerra, quella che aveva subito l’influenza della tradizione di classe che si erano distinti per la loro combattività nelle lotte degli anni ’50, lascia gradatamente, e, in certe situazioni locali, anche bruscamente, il passo a nuovi elementi, spuri da questa tradizione e dunque meglio predisposti ad imbeversi dell’ideologia sempre più democratoide e riformista propugnata dai vertici dei tre sindacati che ormai parlavano una lingua comune su tutte le questioni.
La politica che cominciò a permeare sensibilmente tutta la struttura organizzativa di base del sindacato è quella delle “riforme di struttura” della “partecipazione alle scelte economiche del governo e delle aziende” , della contrattazione aziendale dell’organizzazione del lavoro in cui il sindacato si fa apertamente portatore delle esigenze produttive aziendali e si dimostra disponibile alla gestione settoriale della forza-lavoro secondo queste necessità (ricordiamo in proposito la questione del superamento del cottimo individuale con quello collettivo, più consono al lavoro a catena di montaggio, presentata dai bonzi come un passo avanti sulla strada dell’emancipazione, e che in realtà rispondeva a precise esigenze produttive di molte aziende, che riuscivano così a rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile alle mutate esigenze di mercato). In breve la trinità sindacale tenta di unificarsi, superando i contrasti interni tra le varie parrocchie politiche, aderendo con più forza e coerenza al suo ruolo di lubrificante sociale degli ingranaggi economici e istituzionali della società capitalistica. Tutta questa tematica veniva allora presentata come la necessità di “uscire dalla fabbrica”, di “portare il potere del sindacato nella società” per “sviluppare la democrazia” , “contare di più nelle scelte di politica economica dei governi” e `così via. Dietro queste fumose espressioni si concretava quella impostazione ad alto grado di collaborazionismo protesa verso la totale subordinazione degli interessi operai alle esigenze dell’economia nazionale che ha assunto oggi, in piena crisi economica, aspetti così palesemente antioperai; politica che, ripetiamo, non è che la naturale continuazione del sindacalismo corporativo cucito sul modello Mussolini in stile democratico, ma che si sviluppa in un periodo che vede esaurita la fase di continua crescita dei profitti capitalistici e aprirsi un’era di persistenti cadute produttive che, tra inevitabili alti e bassi, segna la costante e progressiva restrizione dei saggi di profitto aziendali e dunque anche delle risorse statali disponibili per i servizi sociali, e che dunque impone alla borghesia di tutto il mondo di comprimere le condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto al sindacato tricolore di assumersi fino in fondo il proprio ruolo di puntellatore del regime capitalistico. Ad assumersi fisicamente questo compito sono chiamati elementi provenienti da quelle schiere che hanno potuto godere delle briciole del periodo del boom produttivo dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra e che dunque incarnavano con una certa convinzione e una naturale predisposizione oggettiva il ruolo partecipazionista del sindacato ai grandi problemi sociali ed economici del paese, nel tentativo disperato di uscire dalla crisi , ruolo a cui il sindacato in quegli anni spingeva nello sforzo di inserirsi in tutti i gangli politici ed economici della società.
Questa tendenza è presente in numerosi dibattiti di quel periodo; valgono per tutti alcuni passi citati da una conferenza di Lucio De Carlini, segretario responsabile del Comitato regionale lombardo della CGIL:
“Se vi è contraddizione tra la forza e il potere contrattuale del sindacato e la situazione complessiva del Paese, per colmare questa contraddizione il sindacato deve compiere scelte di interesse generale, cioè muovere la classe nell’interesse generale della democrazia, dello sviluppo del nostro Paese.” E, più oltre: Va male l’economia; colpa evidentemente dell’economia capitalistica e fin qui siamo tutti d’accordo, delle strutture evidentemente, del saccheggio delle risorse da parte del capitalismo e dei suoi alleati d’ accordissimo tutti. Ma quando non si comprende che questo saccheggio non riguarda soltanto il capitalista, l’avversario di classe o i partiti, ma riguarda noi, la nostra condizione, allora questa mancata comprensione è una contraddizione che dobbiamo risolvere politicamente. Noi non possiamo avanzare sul terreno unitario quando c’è indifferenza produttiva, e questa, voglio dirlo brutalmente, non è mai stata la caratteristica in tutti questi decenni della classe operaia. La classe operaia non è indifferente a che l’economia vada male o bene, o se lo sviluppo dell’economia della società italiana è equilibrato o squilibrato. Non è indifferente perché non ha, non abbiamo, una concezione subordinata. Non abbiamo una concezione secondo la quale affermiamo che a noi interessa o non interessa l’economia o lo sviluppo sociale del nostro paese nella misura in cui possiamo ritagliare da subordinati qualche lira, qualche parte di questa economia. Non abbiamo una concezione del sindacato tradunionista, di pura redistribuzione del reddito e quindi gli altri si occupino di dirigere l’economia, di come produrre il reddito che io mi occupo soltanto di ritagliare quella fetta che mi spetta ed anche di allargare la redistribuzione per i lavoratori. Noi abbiamo invece una concezione di trasformazione, perché non possiamo avanzare ulteriormente sul terreno più tipicamente, propriamente contrattuale, se non trasformiamo l’economia della società italiana su una linea che lega appunto le rivendicazioni alle riforme, che lega la battaglia rivendicativa contrattuale alla battaglia trasformatrice sul terreno politico, economico, sociale.
Se abbiamo recuperato nel nostro paese sul terreno dell’unità, (…) noi dobbiamo dire grazie al fatto che di questa contraddizione, senza allarmismi, ma comunque con consapevolezza di classe profonda, si sono impadroniti i lavoratori, banno compreso che non ci si poteva e non ci si può muovere nel futuro se non colmando la contraddizione che esiste tra forza e potere contrattuale da una parte e crisi del Paese e della società italiana dall’altra .
Bando dunque al sindacalismo vecchia maniera , attestato su posizioni che non ci si vergognerà poi di definire corporative , cioè di semplice rivendicazione di miglioramenti salariali, normativi e contrattuali, via verso la negazione di tutto questo, verso il risanamento dell’economia e della società italiana, problema principale della classe operaia.
Tutta questa impostazione, viene progressivamente fatta propria, senza riserve, da uno stuolo di funzionari approdati al sindacato spogli ormai di ogni serio istinto di classe, giovani bonzi e bonzetti che avevano abbandonato ormai ogni riferimento al vero scontro di classe e che hanno assimilato fino al midollo le teorie della con- trattazione democratica, dei confronti con padroni e governi sui problemi delle azien- de e del paese, dell’efficientismo produttivistico savrapposto ad ogni altro interesse.
L’organizzazione sindacale si avvia a diventare un apparato altamente burocratizzato, liberandosi di ogni residuo classista. Quel po’ di vita sindacale, di rapporto diretto tra funzionari e iscritti ancora esistente e che aveva permesso o poteva permettere un certo lavoro interno ai militanti comunisti, si spegne definitivamente. La CGIL, così come la CISL e la UIL, diventa progressivamente un’organizzazione refrattaria ad ogni stimolo di classe, se non per castrarlo sul nascere e si inizia un lento ma inesorabile distacco, sempre più evidente con il passare degli anni, tra struttura territoriale del sindacato e iscritti e gli operai che negli anni precedenti avevano in generale seguito le direttive sindacali con una certa convinzione.
Maturano, negli anni immediatamente seguenti alle lotte del ’68-’69, e sulla base di elementi anche preesistenti ad essi, le condizioni e la situazione generale, che permetteranno al Partito, di fronte ai segnali più tangibili che si manifesteranno negli anni successivi, di sciogliere come prospettiva storica del futuro movimento di classe l’alternativa tra conquista magari a legnate dei sindacati odierni e rinascita ex-novo.
Non vogliamo con questo asserire che già in quegli anni il Partito avrebbe dovuto abbandonare la strada dell’opposizione organizzata in seno alla CGIL, ma soltanto che esistevano già in quegli anni, sulla scena sociale del movimento operaio italiano, gli estremi e le condizioni affinché il Partito potesse porre il problema all’attenzione delle sue analisi costanti e periodiche delle situazioni, indispensabili ai fini della corretta applicazione della tattica immediata.
E’ in questo frangente che il Partito lancia la parola d’ordine dei “Comitati di difesa del sindacato di classe” contro la prospettiva, che allora appariva imminente, e già parzialmente realizzatasi attraverso la creazione delle federazioni di categoria, della unificazione della CGIL con CISL e UIL. Questa indicazione, che ancora si richiamava alla difesa della tradizione classista della CGIL, si collocava sulla continuità dello sforzo condotto fino allora dal Partito, in linea con le posizioni da 20 anni assunte in campo sindacale, per opporsi e chiamare gli operai ad opporsi al processo di progressivo abbandono della CGIL di queste tradizioni e abbiamo visto come ad ogni passo significativo dell’opportunismo in questa direzione, il Partito avesse opposto precise indicazioni operative, come appunto fu per la campagna anti-delega. Tuttavia proprio le conseguenze pratiche di questa campagna, con i militanti operai comunisti, che avevano rifiutato la delega, posti fuori dal sindacato, indicavano già abbastanza chiaramente che ormai la CGIL era divenuta un sindacato impermeabile al lavoro interno di una frazione operaia, per di più comunista, organizzata autonomamente su basi classiste. Chi non condivideva la posizione che il sindacato aveva deciso di riporre in mano alle strutture amministrative aziendali e padronali il suo rapporto con gli iscritti era automaticamente escluso. Erano ormai venute meno le possibilità virtuali e statutarie previste dalle nostre tesi per poter parlare di lavoro interno nella prospettiva della riconquista del sindacato tricolore alle giuste posizioni classiste. L’indicazione dei Comitati di difesa del sindacato di classe , se era coerente alla battaglia fino ad allora condotta dal Partito in campo sindacale, cadeva però in una situazione in cui ormai non esistevano più elementi classisti da salvaguardare in seno alla CGIL, ormai divenuta una burocrazia del lavoro. Questa battaglia si ridusse alle nostre sole forze e i comitati non si estesero oltre i nostri gruppi comunisti.
Ma questa indicazione coincide anche con il travagliato periodo in cui nel Partito si selezionarono le forze ora rimaste le sole a rappresentare la continuità organizzativa della Sinistra Comunista. Il doloroso travaglio di quegli anni che vide la gran parte della vecchia organizzazione schierarsi progressivamente su posizioni sempre più lontane da quelle classiche della Sinistra e dunque del marxismo rivoluzionario, impedì una seria chiarificazione della questione sindacale, che ad un certo punto venne accantonata, in vista della battaglia allora condotta su questioni che andavano ben oltre la tattica sindacale.
Non è qui il luogo di trattare le questioni che provocarono la separazione organizzativa e che coinvolsero il modo stesso di condurre l’organizzazione da parte del vecchio centro direttivo e dunque, in ultima analisi la questione della corretta assimilazione del centralismo organico così come la Sinistra lo definì nel secondo dopoguerra, nonché la propensione al manovrismo e alla politique d’abord , nell’illusione dura a morire di poter forzare la mano al corso degli avvenimenti storici, e che condussero poi la vecchia organizzazione, come allora facilmente prevedemmo, ad ogni sorta di sbandamenti sempre più vistosi fino ad abbracciare atteggiamenti frontisti in campo politico e a civettare con chiunque pretendesse di muovere il culo in direzione anticapitalista e antiopportunista.
Non fu comunque, come spesso si equivocò allora e anche dopo, la questione sindacale a segnare lo spartiacque tra le forze che si raggrupparono attorno al nostro mensile “Il Partito Comunista” e coloro che seguirono una strada sempre più divergente dalla nostra. E tuttavia anche la questione sindacale non poteva essere immune dalla degenerazione che prese piede nell’organizzazione, non fosse altro perché una deviazione politica non può non riflettersi su tutte le principali questioni politiche in cui solo per comodità d’analisi siamo soliti dividere l’intera scienza del marxismo rivoluzionario. La deviazione in questo campo si espresse attraverso l’enunciazione del nuovo verbo in materia di organismi intermedi tra Partito e classe, nel senso che si pretese di liquidare la tattica sindacale che il Partito aveva perseguito per un ventennio, annunciando in un corpo di tesine , che avrebbero dovuto raddrizzare la questione sindacale, che i futuri organismi proletari potranno anche non essere i sindacati, e non lo saranno in una prospettiva di una brusca svolta nel senso dell’assalto rivoluzionario, come non furono essi, ma i Soviet, in una situazione di virtuale dualismo di potere, l’anello di congiunzione tra partito e classe nella rivoluzione russa , cosicché l’indicazione della rinascita del sindacato di classe, dell’organizzazione economica proletaria, veniva bollata come antistorica, rinnegando di colpo tutta l’attività svolta dal Partito nel secondo dopoguerra, e più in generale tutto il marxismo, Al di là del falso storico secondo cui durante la Rivoluzione russa i Soviet sarebbero stati l’unico anello di congiunzione tra il partito e la classe, negando l’importante e insostituibile funzione che in questo ebbero anche i sindacati, cancellare dal proprio programma rivoluzionario la prospettiva del risorgere di organismi immediati a contenuto economico equivale a stracciare di colpo tutte le tesi caratteristiche della sinistra comunista e del Partito nel secondo dopoguerra, rinnegare le tesi dell’Internazionale. Che queste organizzazioni che nasceranno possano non essere i sindacati nel senso che assumeranno molto probabilmente una forma organizzativa diversa da quelli oggi esistenti o dai sindacati tradizionali, come del resto prevedono pure le nostre tesi, non può significare che possano avere un contenuto immediatamente politico tale da essere paragonabili ai Soviet della rivoluzione russa, organismi che non potranno sorgere se prima, in una fase pur breve ma necessaria, la classe non darà vita ad organizzazioni a contenuto squisitamente economico, per la sua difesa immediata, perché è su questo terreno che solo potrà muoversi la classe. Sarà dall’attività del Partito in questi organismi e contemporaneamente dalle sue iniziative e interventi tra tutte le classi della società, per dirla con Lenin, unitamente alla progressiva acquisizione da parte di strati sempre più vasti di operai della necessità di organizzarsi per strappare il potere politico alla borghesia, che potranno sorgere gli organismi politici del potere proletario.
Solo in questo senso possiamo affermare che la scissione di quel triste periodo coinvolse anche la questione sindacale. I comunisti avrebbero potuto accettare qualsivoglia tattica immediata di fronte ai sindacati attuali, non su questo avrebbe certo potuto spaccarsi il Partito, ma non potevano accettare la rinuncia alla prospettiva storica della rinascita degli organismi economici di difesa immediata, che soltanto il proletariato ridisceso in campo su basi classiste potrà determinare; non potevano accettare che si ponesse la questione più o meno in questi termini: non sappiamo che caratteristiche avranno i futuri organismi di classe, nè ci interessa oggi saperlo, essendo oggi sufficiente lavorare a livello della classe , su un piano immediato minimo , abbandonando le grandi indicazioni generali per buttarsi a capofitto su un becero minimalismo pragmatista dal cui sviluppo sarebbero dovute derivare al Partito le indicazioni per l’azione e la tattica. E’ interessante constatare come coloro che hanno poi imboccato questa strada siano arrivati all’indeterminatezza in campo sindacale, cioè al non seguire più una precisa tattica che non sia quella del giorno per giorno, per cui oggi si lancia un’indicazione, domani un’altra, in contraddizione con la prima, o quella di vedere il processo di formazione degli organismi intermedi tra il partito e la classe come un atto di volontà del partito stesso teso a costruire organismi preesistenti alla reale ripresa della lotta di classe e dunque di fatto scollegati ad essa, scambiando inevitabilmente, in questa ottica antimarxista, i residui del gruppettame sessantottista o le frange più o meno organizzate del movimentismo radicale e filoterrorista di matrice sottoproletaria e piccolo-borghese, per avanguardie operaie con cui amoreggiare per costruire punti di riferimento organizzati in alternativa alle centrali sindacali, senza alcun serio collegamento con la classe.
VERSO LA RINASCITA “EX NOVO”
A scissione avvenuta, ripreso il cammino della lotta politica organizzata in Partito, attorno alla nuova testata di giornale, il Partito abbandonò, o meglio non riprese la rivendicazione della difesa della tradizione rossa della CGIL, in quanto appunto nulla vi era ormai più da difendere in essa.
L’unificazione organizzativa in un unico sindacato di regime non si è verificata in senso organico, né ha ormai molto interesse sapere se e come avverrà. Non per questo si è arrestato il processo di ulteriore avvicinamento del bonzume tricolore di tutte le sfumature alle istituzioni e alle esigenze delle aziende capitalistiche e dello Stato che ne amministra gli interessi. Anzi è proseguito in questi ultimi anni con il consolidamento definitivo del metodo della delega, il rafforzamento dell’apparato burocratico dei sindacalisti di professione, che ormai si considerano funzionari al servizio dello Stato con regolare stipendio, l’attuazione di una poliziesca regolamentazione dello sciopero, la prassi ormai consolidata di chiudere ogni genere di vertenza contrattuale o aziendale con la supervisione dei ministri statali, in perfetto stile fascista, la cooptazione nel sindacato dei rappresentanti dei poliziotti, gli scioperi-adunate in favore di sgherri del regime colpiti da attentati terroristici, la denuncia di terrorismo e filo-terrorismo verso tutti gli operai combattivi, l’accettazione anche formale (quella sostanziale era sempre stata) di postulati capitalistici classici quali il legame tra condizione operaia e guadagni delle imprese, la necessità dell’espulsione di forza-lavoro dalle fabbriche e dell’aumento dell’utilizzazione degli impianti e della produttività del lavoro di cui il sindacato stesso si faceva garante, l’organizzazione aperta del crumiraggio di fronte a scioperi spontanei di gruppi di lavoratori agenti fuori dal rigido controllo sindacale.
La struttura sindacale si è sempre più irrigidita; chiusa agli operai, è sempre più in mano ai funzionari statali di carriera. Ciò ha reso ormai impraticabile la strada di una sua eventuale riconquista a una linea di classe che comunque, come abbiamo sempre ricordato, avrebbe potuto avvenire soltanto sull’onda di potenti lotte proletarie che sfasciassero tutta l’attuale struttura organizzativa. Il procedere della crisi fa progressivamente venire alla luce il tradimento dei capi sindacali. Questi, che negli anni del boom economico avevano potuto mostrare una parvenza di difesa delle condizioni operaie, rafforzando tuttavia le differenziazioni salariali, perché ciò corrispondeva alle esigenze dell’economia capitalistica e avrebbe diviso i lavoratori, e ottenendo in questo risultati anche tangibili, specie per le aristocrazie operaie, che si mostrano oggi apertamente refrattarie verso le rivendicazioni della base peggio pagata. Appare sempre più evidente ai proletari il contrasto tra le proprie necessità vitali, difesa del salario e del posto di lavoro, e l’atteggiamento apertamente rinunciatario e collaborazionista delle organizzazioni sindacali ufficiali di tutti i colori. Appare sempre più evidente che la difesa di queste necessità può esprimersi soltanto al di fuori e contro le strutture sindacali attuali.
In alcune categorie, gruppi di lavoratori tra i più sfruttati, si sono mossi negli anni recenti per la prima volta in aperto contrasto con le direttive dei bonzi sindacali riuscendo anche a dar vita a notevoli scioperi e ad esprimere organismi in aperto contrasto con le strutture organizzative sindacali di base (ferrovieri nel ’75, ospedalieri nel ’78).
Dalla situazione che si è andata delineando in questi anni appare ormai chiaro non solo a noi, ma a strati operai sempre più vasti che nessuna seria difesa delle esigenze più elementari di vita e di lavoro è ormai possibile sotto la tutela delle attuali centrali sindacali e che nessuna azione di lotta condotta conseguentemente sul terreno di classe è possibile se non al di fuori della loro impalcatura organizzativa. Naturalmente per gli operai l’acquisizione di questa consapevolezza è un fatto istintivo e non significa automaticamente possedere la volontà di tradurla in azione attiva. Al di là di casi minori in aziende piccole e dunque di scarso rilievo ,questa presa di coscienza si esprime ormai da alcuni anni in un diffuso disinteresse verso la politica e l’operato dei sindacati ufficiali, sempre più contestati nelle assemblee di fabbrica, in cui peraltro si verificano massicce diserzioni, così come le sempre più rare proclamazioni di scioperi da parte dei sindacati trovano sempre meno adesioni. La dinamica del passaggio da una diffusa apatia verso i sindacati e le loro azioni all’azione attiva sul terreno della lotta di classe indipendente dal sindacato di regime, avrà uno svolgimento certo non lineare, contraddittorio, con passi avanti e ritorni indietro e non è escludibile a priori nemmeno che possa interessare localmente anche settori di base della struttura deille centrali sindacali. Questo fenomeno avrà tuttavia sicuramente carattere di radicale rottura, che si esprimerà con veri e propri episodi di scontro frontale con il padronato , che vedrà sicuramente tutta la struttura organizzativa delle attuali centrali sindacali schierata contro gli operai in lotta.
La lotta degli ospedalieri è stata emblematica sotto questo aspetto, tuttavia la stessa lotta dei 35 giorni della FIAT, stroncata dalla struttura del sindacato nel momento in cui stava finalmente per assumere le caratteristiche classiche della vera lotta di classe, non è certo stata meno significativa.
Nella prima, gli operai in lotta hanno espresso una direzione classista in antitesi all’organizzazione sindacale locale, che si è schierata frontalmente al movimento dello sciopero, riuscendo a stroncarlo e recuperarlo nel finale, dopo aver trattato e raggiunto un accordo con i rappresentanti dello Stato, e dopo essere stato individuato falsamente da quest’ultimo come rappresentante dei lavoratori in lotta, nello spirito di un vero e proprio sindacato di regime, anche se i suoi funzionari venivano cacciati e respinti ogni volta che tentavano di far rientrare lo sciopero che procedeva a oltranza.
Alla FIAT la lotta, pur nella sua spontaneità e decisione, non ha espresso una forma organizzativa contrapposta al bonzume ufficiale, che è riuscito a cavalcare la tigre agevolmente, fino al momento in cui lo sciopero si sarebbe trasformato in uno scontro aperto contro la polizia, decisa a stroncare i picchetti con la forza, per ordine della magistratura. La caratteristica propria di un sindacato di regime non è del resto quella di non saper dirigere uno sciopero classista (in questo senso ricordiamo come gli stessi sindacati fascisti, che pure erano addirittura sindacati di Stato, siano stati costretti, loro malgrado, a dirigere lotte sia pure per brevi periodi) ma quella di riuscire a condurle o ricondurle nell’ambito della compatibilità e tollerabilità economica, sociale e politica del regime borghese.
Al di là di questi due esempi di lotta che, unitamente a quelli dei ferrovieri del ’75 e a quello dei lavoratori dell’aria del ’79 sono i più significativi, non è da sottovalutare il fenomeno, che sempre più spesso si manifesta, di lotte o di generici tentativi di gruppi di lavoratori che tendono ad organizzarsi indipendentemente dal sindacato e ad agire su basi genuinamente classiste.
Questi gruppi più o meno organizzati hanno spesso vita breve e tormentata e , mancando loro un solido legame con spinte operaie di lotta estese e non episodiche, cadono sotto le grinfie della “sinistra sindacale” che li riconduce nell’alveo del sindacalismo di regime , o in preda a posizioni settarie agitate dai gruppettari, che mirano a trasformarli in piccole conventicole politiche o ad agire senza tener conto del legame effettivo con gli altri lavoratori, e dunque su basi volontaristiche e avventuriste.
Tutta questa situazione, unita al crescente distacco tra sindacati e masse operaie, riferito anche e soprattutto agli iscritti di base, molti dei quali sono ancora tali per inerzia e apatia, data anche la necessità di una formale disdetta della delega aziendale al versamento della quota di iscrizione, indica al Partito che l’alternativa tra conquista dei sindacati attuali e creazione ex-novo è definitivamente caduta e che la ripresa della lotta di classe non potrà che esprimere organizzazioni classiste nuove, il cui sviluppo e potenziamento avverrà non all’interno delle strutture degli attuali sindacati, ma al di fuori di esse, anche se le vicende dell’oggi non permettono ancora di scorgere quali forme specifiche assumeranno.
La situazione attuale, mancando ancora un movimento di lotta delle masse operaie indirizzato verso la costituzione organizzativa di una rete di organismi proletari alternativa ai sindacati ufficiali, non richiede e non consente che il Partito emani oggi una parola d’ordine generalizzata del tipo : “Fuori dai sindacati attuali “. A questo proposito è importante riprendere il seguito del documento del ’51 che traccia l’alternativa tra conquista a legnate e rinascita ex- novo. Al punto b) si legge:
“Premesso il fatto della scarsa forza del partito, e fino a che questa non sia molto maggiore, il che non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe non politiche a larghi effettivi, il partito non può e non deve proclamare il boicottaggio di sindacati, organi d’azienda e agitazioni operaie né, dove sia localmente in prevalenza di forze, usare in aperte agitazioni la parola del boicottaggio invitando a non votare (ci si riferisce ovviamente a votazioni di natura sindacale) non iscriversi al sindacato, non scioperare o simili. In senso positivo: nella maggioranza dei casi astensione pratica e non boicottaggio”
La posizione da tenere oggi può essere dedotta da questa osservazione. Da un punto di vista generale è nostro dovere prospettare ai proletari la necessità del risorgere degli organismi di classe e prospettare pure che ciò tenderà ad esprimersi fuori e contro gli attuali sindacati.
Da un punto di vista immediato questo significa indicare ai proletari la necessità di organizzarsi indipendentemente dai sindacati attuali, nella prospettiva della ricostruzione di una rete organizzativa classista, pur nella consapevolezza che questo processo non potrà che essere opera del proletariato stesso e che dunque fintanto che questi non si schieri sul terreno della lotta di classe in forma generalizzata e non episodica e su di esso abbia un’influenza non marginale il Partito, non può essere da noi avanzata nell’immediato nessuna indicazione di sabotaggio delle azioni attuali, per quanto queste siano indirizzate verso obbiettivi sempre più antioperai, a meno che ci si trovi di fronte ad una esplicita volontà di vasti strati di operai a ribellarsi attivamente a questo indirizzo, né parimenti può essere prospettato l’esplicito appello all’uscita dai sindacati tricolore, allorché manchi un riferimento organizzato alternativo tale da catalizzare la volontà d’azione dei lavoratori.
Cosa significa “lavorare fin da oggi nella prospettiva del risorgere ex-novo di una organizzazione economica classista”? Non può certo significare l’attesa passiva dei moti spontanei proletari, adagiandosi su una posizione che preveda da un lato, sul piano della propaganda generale, l’indicazione della prospettiva del risorgere dei sindacati di classe, dall’altro, sul piano dell’azione pratica, l’attesa messianica del grande evento, verificatosi il quale 1l Partito si porrà il problema di influenzare il movimento di classe nel frattempo risorto. Riprendendo il passo sopra citato, l’espressione “il che (l’estensione della forza del partito) non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe non politiche a larghi effettivi “, sta appunto ad indicare lo svolgersi dialettico e non meccanico di questo processo, in cui il rapporto tra sviluppo dei moti di classe e loro espressione organizzativa e influenza del Partito in essi è di reciproca interdipendenza e non a senso unico. In termini pratici questo significa che non può esserci contraddizione tra indicazione strategica di prospettiva data dal Partito in campo sindacale e sua azione pratica immediata. I militanti operai devono perciò lavorare per indirizzare e, quando le condizioni oggettive lo permettono, organizzare gli operai sul terreno di classe. In altre parole, come abbiamo altre volte messo in evidenza, il Partito ha il compito di aiutare concretamente, mettendo a disposizione le sue forze operaie, la tendenza dei proletari ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi di classe, facendo tesoro, nell’azione immediata e nell’organizzazione, delle capacità direttive che loro possono derivare dal possesso del bagaglio storico delle passate esperienze di lotta proletaria che solo il Partito può possedere e, al tempo stesso, importando negli operai la coscienza della precarietà dell’azione di pura difesa economica e la necessità di abbracciare la prospettiva del programma rivoluzionario comunista per la definitiva soluzione storica della loro condizione di sfruttati. Il dosaggio dei due aspetti della questione, se cioè sia preferibile insistere maggiormente sul terreno più propriamente economico o svolgere interventi di più ampio respiro politico, sarà determinato dalla sensibilità che i militanti avranno nel saper cogliere le tendenze e le condizioni soggettive degli operai con cui si dovrà agire, il loro grado di coscienza classista, la loro reale propensione alla lotta, ecc., sensibilità e capacità che si potranno meglio acquisire e affinare con la progressiva abilitazione nell’intervento pratico.
Ogni intervento e azione diretti in questo senso devono avere come presupposto indispensabile la predisposizione, anche di esigue minoranze di proletari, a porsi realmente e seriamente sul terreno della lotta per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, e le eventuali organizzazioni che ne possano scaturire devono essere permeate dalla tendenza a collegarsi costantemente con il resto dei lavoratori e ad agire secondo una linea d’azione che tenga conto realisticamente in ogni momento della consistenza di questo collegamento. In questo senso sono da respingere e combattere tendenze di spirito gruppettaro e politicantesco, spesso presenti in questi primi tentativi di organizzazione indipendente dai sindacati, che pretendono di dar vita a microorganismi sedicenti proletari ma in realtà avulsi da ogni contesto di lotta e di collegamento con la classe, microscopici sindacatini rivoluzionari che, se pure a volte paventano rivendicazioni classiste corrette, si riducono ad essere piccole sette politiche escluse dal reale movimento di classe e continuamente dilaniate dai contrasti ideologici tra i gruppi politici che li compongono, apparenti pertanto agli occhi degli operai, anziché un riferimento classista di lotta, come un ennesimo gruppetto estremista.
La ricostruzione di un tessuto organizzativo economico classista non può essere il prodotto di alchimie ed esperimenti in provetta approntati da sedicenti avanguardie politiche più o meno consapevoli della necessità della lotta di difesa economica anti collaborazionista, ma il risultato di un vasto movimento proletario di classe nel quale il Partito non dovrà risparmiare energie per abilitarsi ad influenzarlo e a dirigerlo, movimento in cui sarà sicuramente nociva e fuorviante l’influenza di coloro che oggi pretendono di esserne i propulsori.
Altro punto da considerare è l’iscrizione dei comunisti alla CGIL. Relativamente e conseguentemente alla situazione sopra descritta, noi comunisti propendiamo per la non iscrizione ai sindacati tricolori. Questo atteggiamento non deriva da considerazioni di principio, né da propensioni scissioniste in campo sindacale, sempre escluse e combattute dalla Sinistra Comunista, ma dalla semplice constatazione pratica che l’apparato sindacale tricolore, considerato nella sua struttura verticale di organizzazione è ormai, al vertice come nei suoi quadri di base, un organismo burocratizzato e impermeabile all’azione interna di una frazione operaia organizzata autonomamente sul terreno di classe, ma aderente alle strutture sindacali ufficiali, non fosse altro perché non esiste più una vita sindacale interna che permetta un benché minimo lavoro di penetrazione e di influenza tra gli iscritti di base ormai sempre più lontani dall’apparato dei funzionari e dalle stesse strutture di base del sindacato. In queste condizioni, l’iscrizione al sindacato, anche a prescindere dall’aspetto della delega aziendale, in questo senso non è più di alcuna utilità per avere maggior possibilità di lavoro tra gli aderenti di base, possibilità che resterebbe pari a quella verso i non iscritti, e si risolverebbe semplicemente alla partecipazione al finanziamento di organismi completamente asserviti al regime capitalistico. Tuttavia, proprio perché questo atteggiamento non è motivato da considerazioni di principio, in eventuali situazioni particolari, più probabilmente riscontrabili nel campo della piccola azienda, ove la non iscrizione al sindacato di un nostro militante dovesse compromettere un suo lavoro in seno agli operai da cui ne potessero sorgere risultati positivi, sarà affrontata dal partito la questione, così come solo al Partito e non al singolo militante spetta una decisione definitiva in situazioni del genere.
Per quanto riguarda le strutture di fabbrica direttamente elette dai lavoratori, i Consigli di Fabbrica e simili, la questione si pone in termini diversi. Si tratta di organismi nella quasi totalità controllati dai sindacati; anzi, nelle grandi fabbriche, spesso sono vere strutture portanti di questi dentro la fabbrica, la cui gestione paritetica è in mano all’organizzazione esterna e la cui vita interna si svolge in modo spesso sclerotico e apatico, limitandosi ad avallare stancamente le decisioni degli esecutivi, a loro volta emanazione dell’apparato sindacale territoriale. Tuttavia sono pur sempre composti da delegati eletti da lavoratori e a diretto contatto con essi e dunque suscettibili di essere influenzati da avvenimenti che vedessero salire la tensione e la volontà di lotta dei lavoratori. Inoltre, nelle piccole e medie aziende, dove in generale la morsa dell’opportunismo sindacale è meno stringente, spesso i Consigli dei Delegati godono di una certa autonomia e sono più facilmente permeabili a posizioni classiste. Per tutto questo non possiamo escludere a priori un utile attività di indirizzo e propaganda delle posizioni di classe. In linea di massima, senza dunque anche qui escludere decisioni in senso contrario in casi particolari, siamo per il lavoro interno, alla condizione di essere eletti rappresentanti dai lavoratori che vedono nel militante eletto un operaio combattivo disposto a non transigere nella lotta contro il padronato e, per questo a battersi contro il colossale ostacolo dell’opportunismo e del collaborazionismo sindacale. Ovviamente anche per questa questione non possiamo redigere casistiche con tanto di soluzioni pronte. Il caso di militanti operai eletti delegati andrà valutato con rigore dal Partito e ogni decisione dovrà tener conto delle circostanze e della situazione in cui l’elezione è avvenuta. In ogni caso l’atteggiamento del nostro militante dovrà essere improntato alla costante dissociazione pubblica di fronte ai lavoratori da ogni decisione del CdF che si discosti dalla reale difesa degli interessi di classe e da ogni iniziativa collaborazionista, aziendalistica, muoventesi nello spirito del buon funzionamento della fabbrica e del riconoscimento dei suoi problemi produttivistici, sacrificando le condizioni dei lavoratori, oltre che, dovrà essere teso alla costante denuncia senza mezzi termini, dell’operato e degli accordi- capestro sostenuti di bonzi.
Tuttavia è prevedibile che l’adesione dei CdF o di frazioni di essi al processo che delineerà la ricomparsa di organismi economici proletari classisti, avrà anche essa carattere prevalentemente episodico e non generalizzato, per cui il Partito attribuisce molta più importanza al lavoro diretto tra i lavoratori e in particolare tra quegli strati più sfruttati e più colpiti dalle misure dei governi borghesi e del padronato, e dunque più suscettibili alla lotta, nello sforzo di contribuire con alla rinascita di un movimento di classe genuinamente proletario , libero dalle pastoie asfissianti dell’opportunismo, nella consapevolezza che la sua influenza potrà anche essere determinante a questo fine.
Non è più possibile oggi, nella fase imperialistica del capitalismo, l’esistenza di un sindacalismo libero , cioè di organismi sindacali i quali, pur non essendo diretti da un indirizzo rivoluzionario, pur essendo nelle mani di partiti riformisti e piccolo-borghesi, possano condurre la lotta sul terreno economico in maniera conseguente. La lotta economica, nell’epoca imperialistica si trasforma molto più rapidamente che per il passato in lotta politica, poiché il suo stesso manifestarsi e il suo generalizzarsi urta contro le basi stesse del regime capitalistico. Di conseguenza qualsiasi organismo sindacale viene necessariamente messo di fronte al problema dello Stato: o accetta di limitare la lotta proletaria nella legalità e con ciò stesso di restringerla e soffocarla a vantaggio della conservazione sociale, O trascende i limiti della legalità borghese e trapassa sul terreno rivoluzionario, il che significa allo stesso tempo estendere, potenziare e generalizzare la battaglia che il proletariato conduce in difesa delle proprie condizioni di vita. Questa situazione fa sì che tutti i partiti e tutti gli indirizzi politici che sono per la conservazione del regime siano allo stesso tempo nemici del manifestarsi ampio e conseguente della lotta economica proletaria e che solo il partito rivoluzionario di classe sia al tempo stesso il sostenitore più accanito di questa lotta. La funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla testa degli organismi sindacali c’è il Partito politico di classe, dice la Piattaforma Politica del 1945, ed in effetti non esiste altra strada.
La deduzione da trarne non è certo che allora il sindacato non è più necessario e che la lotta sindacale non può più esistere. E’ un’altra e opposta: i proletari torneranno alla lotta per la difesa delle condizioni economiche e in essa ricostruiranno gli organismi adatti a questa difesa, i sindacati di classe; questi organismi, per definizione aperti a tutti i proletari, che organizzano la massa dei proletari su basi non di coscienza, ma di necessità materiali, si troveranno posti di fronte all’alternativa: o soggiacere di nuovo al controllo e all’influenza dello Stato, il che equivale al controllo e all’influenza dei partiti opportunisti, borghesi e piccolo-borghesi o viceversa spostare la loro azione sul terreno della illegalità, sottomettendosi all’unico indirizzo politico veramente illegale, quello del partito politico di classe. Nella nostra visione dunque l’esistenza dei sindacati di classe nell’epoca imperialistica ha un’importanza ancora maggiore di quella che poteva avere in epoche passate: se nel passato fu possibile dirottare la lotta del proletariato sul terreno economico dall’obbiettivo delle massime conquiste rivoluzionarie, farne addirittura una remora contro di esse, questo non è più possibile nell’epoca imperialistica: in essa il trapasso da sindacato di classe a sindacato rosso influenzato e diretto dal partito è molto più rapido e deve avvenire sotto pena che gli organismi economici proletari perdano i loro stessi connotati di classe, cioè abdichino alla stessa funzione elementare per cui sono sorti. All’interno degli organismi economici che la classe sarà costretta ad esprimere nel ritorno alla battaglia, si combatterà la lotta tra tutti quelli che vorranno mantenerne l’azione nei limiti della legalità borghese, e con ciò stesso spegnerla, e soffocarla e l’indirizzo del Partito che, spingendo al potenziamento e alla generalizzazione della lotta proletaria, trascinerà con ciò stesso questi organismi sul terreno rivoluzionario.