Partito Comunista Internazionale

La Polonia conferma che sindacato rosso e direzione democratica sono incompatibili

Categorie: Europe, Union Question

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Le lotte operaie in Polonia continuano, e la combattività dei lavoratori continua a fruttare sonanti vittorie sulla struttura di potere del POUP, che non riesce a contrastarli nemmeno con l’aiuto più o meno scoperto degli stessi dirigenti di «Solidarietà».
Scongiurato il pericolo di uno sciopero generale, che era stato minacciato dopo che il tribunale aveva arbitrariamente inserito nello statuto di «Solidarietà» clause limitative del diritto di sciopero, grazie ad una completa marcia indietro operata dalla Corte Suprema, l’arroganza di gerarchi locali aveva messo di nuovo in discussione la pace sociale a Czestochowa: la ribellione immediata in 150 fabbriche e posti di lavoro ha costretto il governo a destituire il locale prefetto ed alcuni suoi collaboratori. Poi l’arresto di un sindacalista a Varsavia perché trovato in possesso di documenti segreti (che riguardavano il comportamento che la polizia deve tenere quando si tratta di compiere repressioni contro i lavoratori ed i loro capi) causa la minaccia da parte dei sindacati di un altro sciopero generale, anch’esso destinato a rimanere sulla carta perché il governo si affretta ancora una volta a cedere alle minacce degli operai.
Ma questi fatti più altisonanti non devono farci dimenticare che nel frattempo gli operai polacchi hanno condotto una serie di lotte in difesa delle loro condizioni di vita, lotte che non hanno avuto internazionalmente la stessa risonanza delle altre, ma che testimoniano bene della grande combattività di questi lavoratori. Mentre nei porti del Baltico gli scaricatori si rifiutavano di caricare le navi in partenza con prodotti agricoli alimentari che scarseggiano in Polonia, (carne, zucchero, patate), a Danzica si estendeva lo sciopero degli ospedalieri, degli insegnanti, degli operai tessili, dei postelegrafonici, ed altre lotte locali si avevano a Lublino ed in Silesia. Gli scioperi di Danzica si concludevano il 18.11, con concessioni di aumenti, fino al 30 per cento per i peggio pagati; ma ciò non significava la fine delle lotte, che riprendevano con gli operai degli zuccherifici e con i ferrovieri. Anche questi sembra che abbiano raggiunto un accordo favorevole, ma intanto sono in lotta numerose fabbriche della zona di Varsavia, fra le quali la famosa Ursus, la FSO e la Rosa Luxembourg, tutte fabbriche di auto, trattori e macchinari.
Il governo non è rimasto con le mani in mano in questo mese di novembre: i suoi più alti dignitari si sono sparpagliati in giro per la Polonia per cercare di raccogliere qualche simpatia e per ridurre i danni delle lotte e delle intemperanze di alcuni dirigenti locali, che non hanno capito che la musica adesso è un po’ cambiata, che il bastone da solo non basta. Inoltre, per attirarsi le simpatie dei cattolici, un cattolico è stato nominato vice primo ministro, oltre ad un ampio rimpasto governativo; e per dividere e confondere al massimo gli operai, in una serie di attività industriali è stato deciso che sarà il management locale a decidere i livelli dei salari e della forza lavoro, creando quindi le premesse per forti disparità di trattamento da luogo a luogo e da fabbrica a fabbrica, oltre che per una non improbabile disoccupazione, parola che nei paesi dell’Est si dice sia priva di senso.
Un’ altra misura economica è stata quella di aumentare i prezzi agricoli in modo consistente: la carne di maiale del 16%, quella bovina del 26%, il pollame del 21%, il latte del 26%, il grano del 33%, la barbabietola da zucchero del 43%. Anche se aumenteranno anche i prezzi delle materie prime per l’agricoltura, è evidente che queste misure riusciranno a far produrre di più i contadini; ma non sarà questa la sola conseguenza: sarà molto più improbabile che i contadini appoggino nel prossimo futuro eventuali lotte ad oltranza condotte dagli operai delle grandi città, come avvenne in agosto a Danzica ed in altre città, quando anche i contadini erano esasperati ed in condizioni economiche molto difficili. Infine, il POUP ha invitato i suoi iscritti ad entrare nei nuovi sindacati, per lavorare al loro interno (naturalmente nell’interesse del popolo), mostrando quindi di voler condurre l’attacco non solo dall’esterno, ma anche dall’interno del nuovo sindacato.
La direzione di «Solidarietà», la cui forza è, secondo stime diverse, da 7 a 10 milioni di iscritti (e che quindi rappresenta una percentuale di lavoratori maggiore di qualsiasi altro sindacato occidentale), continua a dimostrare, come abbiamo già in altri articoli denunciato, di essere sostanzialmente collaborazionista, di adempiere allo stesso compito dei nostri Lama e C., e cioè cercare di gettare acqua sul fuoco della combattività operaia, di scongiurare le lotte per scopi salariali dirottandole su fini che, anche se sentiti dagli operai, non costano molto allo Stato: così anche lassù si sente la solfa di riforme, investimenti, libertà, dirigenti perversi, ecc. Così gli scioperi ci sono perché gli operai li fanno, con o senza la benedizione di Lech Walesa, il quale sfrutta la sua autorità e fama (immeritate) per ridurre i danni delle lotte, o per farle cessare, come è successo alla acciaieria «Huta Warszwa», dove è arrivato a bordo di un elicottero premurosamente messogli a disposizione dal governo, e dove è riuscito a far cessare lo sciopero.
In un appello della metà di novembre la direzione di «Solidarietà» aveva invitato gli operai ad astenersi da rivendicazioni salariali, lamentando che «azioni scoordinate stanno indebolendo la coe-
sione del nostro movimento» e che «gli oppositori del nostro sindacato stanno cercando in tutti i modi di disorganizzarlo, seminare disordine ed aumentare il sentimento di insicurezza, ma non erano state proprio lotte inizialmente spontanee che avevano creato il movimento e lo avevano rafforzato? E siamo proprio sicuri che le lotte spontanee e dure, e le vittorie che ne sono conseguite, indichino la presenza di un sentimento di insicurezza? Se insicurezza c’è, essa alberga nei cuori della borghesia polacca e dei suoi difensori, e non di certo nell’animo dei coraggiosi proletari polacchi.
A completare il quadro abbiamo i latrati degli organi di stampa degli altri paesi dell’Est, soprattutto di Cecoslovacchia e della Germania Est i quali, imbeccati dalla Russia, non riescono a capire in quale delicata situazione si trovano i governanti di Varsavia; essi pensano solo al pericolo che per loro rappresenta l’esempio polacco; ed hanno ragione, perché nelle miniere della Boemia del nord, al confine della Polonia, dove si produce il 90% del carbone della Cecoslovacchia, i minatori sono già da settimane in agitazione nonostante le repressioni subite. Il «Rude Pravo» di Praga osa addirittura citare Lenin, per dimostrare che i sindacati non possono essere neutrali: è vero, e la migliore dimostrazione è quella che i sindacati di tipo fascista dei paesi cosiddetti socialisti hanno dato negli ultimi trent’anni, mantenendo i rispettivi proletari in condizioni di fame per permettere lo sviluppo capitalistico nei loro paesi, la Russia per prima naturalmente, come abbiamo più volte dimostrato nella nostra stampa.
In realtà la borghesia (anche quella «socialista») oggi non può più pacificamente convivere con organizzazioni operaie di classe, che cioè lottino senza alcuna remora costituzionale o legale contro il padronato, che si disinteressino delle sorti dell’economia nazionale, che non si precludano alcun mezzo per raggiungere l’obiettivo della difesa incondizionata delle condizioni di vita e di lavoro delle masse operaie. Tali organizzazioni possono sorgere in certi momenti ed in certi luoghi, ma non possono mantenere a lungo le loro caratteristiche di classe se non influenzate e dirette da una consistente frazione operaia comunista. Questa manca in Polonia, dove un movimento genuinamente proletario e classista si trova davanti a una chiara alternativa: continuare sulla strada della lotta o cedere le armi di fronte alle esigenze dell’economia nazionale. Per la
seconda soluzione si stanno dando da fare Stato, preti, magistratura, polizia, dirigenti sindacali tradizionali e vicini minacciosi; essa significherà inizialmente riporre le velleità di lotta e di reali miglioramenti delle condizioni di vita, per dar poi luogo a crisi, disoccupazione e repressione dei capi combattivi ormai rimasti senza la difesa della base.
Ritrovare l’indirizzo rivoluzionario significherà invece lo scontro fra classe operaia e Stato, scontro che saranno perso dagli operai polacchi se saranno soli, ma che potrà anche essere la scintilla per un più vasto movimento, prima rivendicativo e poi politico, che come un incendio si estenda agli altri paesi europei, chiamando gli operai alla resa dei conti con i loro oppressori di sempre. E’ il processo della rivoluzione proletaria: forse non partirà da Varsavia, ma comunque i rivoluzionari di domani troveranno negli operai polacchi dei generosi combattenti nella lotta che sarà condotta a livello mondiale per l’abbattimento della schiavitù del salario.