Partito Comunista Internazionale

Marxismo e classe operaia inglese Pt. 1

Categorie: Economic Works, Europe, History of Capitalism, UK

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1. Lezioni dal primo capitalismo della storia

Le condizioni del lavoro attuale dei comunisti in Gran Bretagna, ed in genere nei paesi di lingua inglese, possono essere comprese appieno solo se si tiene presente la storia del paese, in quanto le questioni di oggi vi sono state per più di un secolo al centro di accese lotte e polemiche.

Infatti il moderno capitalismo si è sviluppato per primo in Inghilterra, ove anche per prima è nata una sua necessaria espressione, l’opportunismo; e il proletariato inglese è stato il primo a darsi un partito, con il cartismo, e per primo ha subito una sistematica opera di corruzione, ideale e materiale, da parte della propria borghesia.

Fin dal lontano 1383 la Corporazione della Città di Londra proibì qualsiasi “congregazione, intesa o cospirazione tra i lavoratori”. Quattro anni più tardi i dipendenti di calzolai di Londra furono accusati di avere l’intenzione di costituire una confraternita permanente. Nel 1417 si chiese che “ai servi ed operai dei sarti londinesi sia impedito di vivere lontano dai loro padroni, in quanto tengono assemblee ed hanno formato una specie di associazione”. Così si evolveva il sistema delle gilde, delle corporazioni, in modo da impedire ai lavoratori di costituirsi in classe.

Nel corso dell’Ottocento l’invenzione delle macchine e la loro diffusione nelle fabbriche portò alla costituzione piena e matura della nuova classe, il proletariato industriale, del quale non si poteva evitare la concentrazione in grandi masse. Il vecchio sistema delle gilde si sfasciò e fu sostituito da nuovi rapporti sociali e da una nuova struttura di governo. La democrazia sempre più si dimostrò utilizzabilissima per combattere e controllare le già esistenti forme di organizzazione proletaria ed il loro sviluppo in forme più moderne. In occasione di un banchetto tenutosi a Liverpool l’8 ottobre 1838, Lord John Russel dichiarò:

     «Non è dalla incontrollata affermazione delle pubbliche opinioni che i governi hanno qualcosa da temere. La paura vi era quando gli uomini erano costretti a riunirsi in associazioni segrete; lì era la paura, lì il pericolo, e non nella libera discussione».

Alla capacità della borghesia di stabilire il suo controllo sul proletariato si adeguarono le istituzioni democratiche per perpetuarlo. La tradizionale debolezza della classe operaia inglese, la sua propensione all’empirismo, a visioni parziali ed alle mezze misure, possono in gran parte essere spiegati con tale imprigionamento ideologico imposto dalla borghesia.

* * *

Una delle caratteristiche più ripugnanti della società vittoriana fu la dominante ipocrisia, a tutti i livelli. In campo storico l’ideologia del tempo voleva la storia inglese come uno svolgersi indolore di avvenimenti fausti, nel nome del bene sia degli inglesi sia dei popoli con essi venuti a contatto, grazie naturalmente alla saggezza e magnanimità dei regnanti che vi erano succeduti. Era quindi un’esaltazione dello status quo, ed una giustificazione dei crimini compiuti dall’imperialismo inglese.

Così scriveva il famoso Macaulay nel 1848:

     «Si potrebbe facilmente dimostrare che nel nostro paese, per almeno sei secoli, la ricchezza nazionale si è accresciuta quasi senza interruzioni; che era maggiore sotto i Tudor che sotto i Plantageneti; che era più grande sotto gli Stuart che sotto i Tudor; che, nonostante battaglie, assedi e confische, era maggiore il giorno della Restaurazione che non quando si riunì il Lungo Parlamento; che, nonostante la cattiva amministrazione, sperperi, bancarotte pubbliche, due costose e inutili guerre, la Pestilenza e il Grande Incendio, essa era superiore quando Carlo II morì rispetto al giorno della Restaurazione. Questo progresso, continuato per generazioni e generazioni, divenne, verso la metà del secolo XVIII, portentosamente rapido, e la sua velocità è aumentata nel corso del XIX. A causa in parte della nostra posizione geografica ed in parte della nostra posizione morale, noi siamo stati esenti dai mali che altrove hanno reso vani gli sforzi e distrutto i frutti dell’industriosità.
     «Mentre qualsiasi punto del continente, da Mosca a Lisbona, è stato prima o poi teatro di sanguinose e devastanti guerre, mai si è alzata su di noi bandiera nemica, se non come trofeo. Mentre intorno a noi si sono succedute rivoluzioni, il nostro governo non è mai stato sovvertito con la violenza. Per oltre cento anni non vi è stato tumulto, nella nostra isola, che potesse essere considerato insurrezione; né mai legge è stata calpestata dalla furia popolare o dalla tirannia del re».


Una riconoscente classe dominante fece Macaulay barone.

Ma qualcosa manca da questo resoconto: tra Plantageneti e Tudor vi fu un secolo di lotte per il trono tra le case di Lancaster e York, conosciuto come la Guerra delle Due Rose; “mai bandiera nemica” probabilmente esclude quella scozzese, considerata interna britannica; per non parlare della mancanza di rovesciamenti violenti del governo: la Grande Ribellione, come è chiamata la guerra civile del 1644-48, forse è intesa qui come un’azione del Re contro il Parlamento, e non viceversa!

I nostri interessi di classe sono assai diversi da quelli del Macaulay, e poiché non abbiamo regine da far felici né ci aspettiamo comode sinecure dalla classe al potere, siamo in grado di studiare gli eventi che portarono alle grandi trasformazioni in Inghilterra riferendoci soltanto ai fatti ed al nostro sperimentato modello critico, quello del materialismo storico. Con ciò non invochiamo certo una patente di obiettività, mito del decadente storicismo borghese; alle verità di una classe che difende il suo potere opponiamo la verità della classe che la storia ha messo nelle condizioni e nelle necessità di attaccare, della classe che sola, con la presa rivoluzionaria del potere, può imprimere alla storia umana l’ultima, decisiva spinta verso una società senza sfruttati e senza sfruttatori, il proletariato.

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La storia dell’Inghilterra, delle vicende delle popolazioni che, a seguito dell’abbandono da parte degli eserciti della Roma imperiale, andarono a stabilirsi sull’isola, geograficamente emarginata rispetto al ribollente e assai più popolato continente, viene tradizionalmente presentata come separata, di un popolo particolare come origini, organizzazione, lingua e costumi; storia di un isolamento politico che, pur se di sovente interrotto, ha dato l’impronta determinante alle politiche dei governanti inglesi, confermato dalla inclinazione verso nuove terre, quando se ne presentò la possibilità, piuttosto che verso le interminabili guerre sul vecchio continente. Tale isolamento è assurto anche ad ideologia ufficiale delle classi dominanti inglesi.

Ma tale modo di intendere la storia inglese, solo in parte fondato, non può essere il nostro perché isolamento è stato tale solo in apparenza; l’Inghilterra ha sempre ricevuto le influenze più determinanti dall’Europa, e sull’Europa ha fatto ricadere le conseguenze più progressive dei propri avvenimenti politici ed economici.

L’Inghilterra si è data il primo grande Stato nazionale e per prima è uscita dal tunnel del feudalesimo e ha sviluppato fenomeni modernissimi quali il capitalismo mercantile, l’imperialismo, la presa del potere rivoluzionaria da parte della borghesia, lo sviluppo dell’industria su grande scala. Basterebbe questo, ed il fatto che tali fenomeni sono stati prima o poi esportati nel resto di Europa, a mostrare il ruolo che questo piccolo paese ha avuto nella storia. Ma ciò che lo rende a noi marxisti rivoluzionari di particolare interesse è il fatto che in Inghilterra è nato il moderno proletariato, i suoi primi sindacati, i suoi primi partiti politici. Dallo studio della storia inglese Marx trasse il materiale per il Capitale, dall’esperienza storica del proletariato di quel paese provengono alcuni dei principali insegnamenti che stanno alla base della dottrina politica comunista.
 
 

2. Percorso storico
 

La fortunosa invasione del 1066 permise ai normanni, avventurieri sempre in cerca di nuove prede, di mettere le mani su un paese che per secoli, dopo la partenza dell’esercito romano di occupazione, aveva seguito un percorso storico distinto da quello del resto di Europa.

Il secolo X aveva infatti visto un notevole accentramento del potere che, nonostante i continui alti e bassi delle invasioni danesi, sarebbe rimasto una caratteristica della struttura politica inglese. In Europa non esisteva ancora niente di simile a quanto era stato compiuto dalla monarchia anglosassone: nonostante l’esistenza dei feudatari, il paese era diviso in contee ben delimitate, e di nomina regia gli sceriffi che ne erano a capo e che al re soltanto giuravano fedeltà; la terra era divisa in unità catastali, gli hundreds, il che permetteva al potere centrale di contare su un minimo di entrate certe, anche per mantenere l’esercito direttamente dipendente dal re; dal re dipendeva, almeno in teoria, il sistema fiscale e l’amministrazione della giustizia.

Gli sceriffi, che esercitavano il potere regio localmente, costituirono sempre un limite allo strapotere dei feudatari; pur se talvolta potevano essi stessi detenere un notevole potere, restavano funzionari, e la loro carica non divenne mai ereditaria.

La dinastia plantageneta trovò quindi una situazione particolarmente favorevole all’esercizio diretto del potere centrale: pur se con i re normanni il feudalismo classico ebbe un risveglio, non fu mai ricondotto a livelli francesi o tedeschi.

Anche il Domesday Book fu in fondo una riaffermazione del diritto del re a riscuotere direttamente le imposte dai sudditi, che a quell’epoca, 1085, erano intorno al milione e mezzo. La nomina di feudatari continuò soprattutto nei territori non completamente “pacificati”, Nord e Galles in particolare.

Nei secoli successivi, pur se in presenza di guerre all’estero e di carestie, la situazione economica in Inghilterra migliorò sensibilmente. La popolazione era a metà del ‘300 di circa 4 milioni. Parallelamente si era verificata una grandiosa trasformazione sociale: la commutazione dei servizi di villanato in pagamenti in contanti, dovuta all’estendersi dell’economia monetaria, accelerata dalle continue tassazioni. La spinta principale venne dall’interesse del feudatario più che dalla pressione del contadino, e nella prima metà del ‘300 già circa metà dei servigi si calcola fossero stati commutati; si badi però che ciò non significò all’immediato la liberazione dalla servitù della gleba, poiché il padrone poteva sempre esigere il servigio invece dell’affitto. Ma la condizione giuridica del villano, che restava sempre fortemente oppresso, stava lentamente migliorando.

La peste (la Morte Nera) risultò in un’accelerazione del processo. La popolazione passò in pochi decenni da 4 a 2 milioni e mezzo, e solo nel ‘500 tornò a superare 4 milioni. Molte terre furono abbandonate, i prezzi crollarono, nel paese aumentò l’anarchia. Una prima conseguenza fu che i proprietari ingaggiavano per il lavoro dei campi chiunque si presentasse, e i salari per la prima volta dopo secoli lievitarono notevolmente (anche di 2-3 volte). Diminuzione dei prezzi, contrazione della produzione, alti salari, portarono ad un crollo della rendita fondiaria: la terra non rendeva più ai proprietari – nobili, cavalieri, alto clero, abbazie, ecc. – e questi cercarono di rimediare alienando le terre, così facendo aumentare la classe dei piccoli proprietari e contribuendo al dissolvimento del feudalismo, oppure tentando di tornare indietro verso il feudalismo classico, il che riuscì soltanto a provocare ribellioni culminate nell’insurrezione del 1381.

Una prima reazione fu la promulgazione da parte del Parlamento dello Statuto dei Lavoratori (1351), in piena peste, nel quale si ordinava che nessuno potesse rifiutarsi di lavorare per i salari del 1347 (prima della Morte Nera). Si tratta del primo esempio di un intervento statale per fissare i salari, esempio che sarà seguito anche in altri paesi, e che in Inghilterra si ripeterà fino ai primi dell’800: si fissano i salari, ma non i prezzi.

Ma le leggi, se non sostenute da una forza effettiva almeno pari a quella contro la quale sono emanate, restano pezzi di carta. Così, anche se era prevista la marchiatura a fuoco per i trasgressori (naturalmente per chi riceveva il salario, non per chi lo pagava), le condizioni dei lavoratori migliorarono notevolmente; non solo: richiesti con offerte sempre più vantaggiose, divennero coscienti del loro peso economico nella società, mentre la pertinacia con la quale i padroni cercavano di non migliorare le loro condizioni cominciò a mettere in evidenza come la società fosse divisa in strati orizzontali, le classi, caratterizzate da interessi contrapposti. Da questa nuova situazione ebbero origine le prime associazioni di lavoratori (combinations), anch’esse, a maggior ragione, combattute da tutti gli Statuti.

La forza acquisita dalle classi subalterne fu ben visibile quando nel 1381 ebbe luogo una rivolta che vide Londra occupata da migliaia di insorti, ribellatisi contro una ennesima tassazione; la rivolta fu domata, ma la prontezza con la quale gli insorti si riunirono, la decisione con cui si mossero, il programma di riforme che avevano elaborato, tutto testimonia come la situazione sociale in Inghilterra stesse entrando a grandi passi nel mondo moderno.

È in questa occasione che le prime manifestazioni di eresia comunistica (lollardi) si manifestano negli strati più bassi del clero, fenomeno d’altronde non solo inglese. I lollardi resteranno, emarginati, per lungo tempo nella società inglese, e le loro dottrine, rese meno rivoluzionarie, asservite agli interessi borghesi, torneranno in auge con lo scisma prima, con il puritanesimo poi. L’avversione verso l’ingerenza del Papa negli affari inglesi è invece a quest’epoca già fatta propria dal re e dalla nobiltà a lui vicina. Negli anni successivi lollardismo significherà soprattutto movimento di pensiero per la laicizzazione dei beni ecclesiastici, che avrà quindi molti simpatizzanti tra la nascente borghesia, mentre il clero cattolico cercherà inutilmente di ridurlo al silenzio.
 
 

3. L’accumulazione originaria: nelle campagne
 

Il Quattrocento fu il secolo della dinastia Lancaster e della Guerra delle Due Rose; il risultato finale delle lotte intestine che insanguinarono l’Inghilterra fu l’affermarsi di una terza dinastia, la Tudor, che governerà il paese per tutto il Cinquecento.

In questi due secoli altri avvenimenti, i cui risultati furono ben più duraturi, si verificarono; il più importante di questi fu la grande rivoluzione agraria. Ecco come Engels, in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza riassume il processo:

     «Fortunatamente per l’Inghilterra i vecchi signori feudali si erano massacrati reciprocamente durante la Guerra delle Due Rose. I loro successori, quantunque generalmente rampolli delle stesse vecchie famiglie, discendevano da linee collaterali così lontane che costituivano uno strato sociale completamente nuovo, con abitudini e tendenze molto più borghesi che feudali. Essi conoscevano perfettamente il valore del denaro, ed incominciarono immediatamente ad aumentare i loro introiti, espellendo centinaia di piccoli fittavoli e sostituendoli con le pecore. Enrico VIII, dissipando in donazioni e prodigalità le terre della Chiesa, creò una legione di nuovi grandi proprietari borghesi; allo stesso risultato portarono le innumerevoli confische di grandi domini, che si cedevano poi a piccoli o grandi nuovi venuti, continuate dopo di lui fino alla fine del XVII secolo. Per conseguenza a partire da Enrico VII, l’aristocrazia inglese non pensò affatto ad ostacolare lo sviluppo della produzione industriale ma cercò di ritrarne un beneficio. Allo stesso modo non è mai mancata una parte dei proprietari fondiari disposta, per ragioni economiche e politiche, a collaborare con i capi della borghesia industriale e finanziaria».

Lo scisma religioso verificatosi sotto Enrico VIII ebbe in realtà un significato teologico trascurabile, in quanto le differenze tra le due Chiese rimasero sottili e superficiali, se si esclude il fondamentale rifiuto dell’autorità papale; il suo significato economico fu invece profondo, sia per l’accelerazione del processo di formazione della borghesia terriera, sia per il definitivo affossamento del feudalesimo, del quale gli alti prelati erano parte integrante. La Chiesa ormai aveva perso il suo potere economico e politico, e non lo riacquisterà più; l’avversione dei secoli successivi verso il cattolicesimo sarà causata dal terrore della sorgente borghesia verso un’inversione di tendenza nel processo economico e quindi politico.

Nel capitolo del Capitale sulla Accumulazione originaria Marx ci offre un quadro analitico delle trasformazioni economiche occorse in quel periodo in Inghilterra:

     «Nell’ultima parte del secolo XIV in Inghilterra la servitù della gleba era di fatto scomparsa. L’enorme maggioranza della popolazione consisteva allora, e ancor più nel secolo XV, di liberi coltivatori diretti, sotto qualunque blasone feudale la loro proprietà potesse nascondersi. Sui maggiori fondi signorili, il bailiff (castaldo), un tempo anch’egli servo della gleba, era stato soppiantato dal libero fittavolo. Gli operai salariati dell’agricoltura consistevano in parte di contadini che impegnavano il loro tempo libero lavorando presso grandi proprietari fondiari, in parte di una classe indipendente, poco numerosa relativamente e in assoluto, di veri e propri salariati. Di fatto anche questi erano nello stesso tempo piccoli contadini indipendenti, perché oltre al salario ricevevano 4 o più acri di terreno coltivabile e un cottage. Inoltre, partecipavano coi veri e propri contadini all’usufrutto delle terre comuni sulle quali il loro bestiame pascolava e che fornivano loro il combustibile: legna, torba, ecc. In tutti i paesi d’Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla ripartizione del suolo fra il maggior numero possibile di vassalli.
     «La potenza del signore feudale, come quella di ogni sovrano, poggiava non sulla lunghezza del suo registro delle rendite, ma sul numero dei sudditi, e questo dipendeva dal numero dei piccoli coltivatori indipendenti. Perciò, benché dopo la conquista normanna il suolo inglese fosse diviso in gigantesche baronie, ognuna delle quali spesso includeva 900 antiche signorie anglosassoni, esso era disseminato di piccole aziende contadine solo qua e là interrotte da vasti fondi signorili. Tale stato di fatto, unito alla contemporanea fioritura della città, che contraddistingue il secolo XV, permetteva la ricchezza popolare (…) ma escludeva la ricchezza capitalistica.
     «I primi albori del rivolgimento che creò la base del modo di produzione capitalistico si hanno nell’ultimo terzo del secolo XV e nei primi decenni del XVI. Lo scioglimento dei seguiti feudali (…) gettò sul mercato del lavoro una massa di proletari senza terra e dimora. Benché il potere regio, esso stesso un prodotto dello sviluppo della borghesia, nei suoi sforzi per conseguire la sovranità assoluta accelerasse con la forza lo scioglimento di questi seguiti, non ne fu l’unica causa.
     «È vero piuttosto che, nel più tracotante antagonismo con la monarchia e il parlamento, il grande signore feudale creò un proletariato incomparabilmente più numeroso, scacciando con la violenza i contadini dal suolo sul quale avevano il medesimo titolo di diritto feudale, ed usurpandone le terre comuni. A questi sviluppi in Inghilterra diedero impulso immediato principalmente la fioritura della manifattura laniera nelle Fiandre e il conseguente aumento dei prezzi della lana. Le grandi guerre feudali avevano inghiottito la vecchia nobiltà feudale; la nuova era figlia del proprio tempo, che vedeva nel denaro il potere di tutti i poteri. Trasformazione degli arativi in pascoli per ovini fu, quindi, la sua parola d’ordine (…) Le abitazioni dei contadini e i cottages dei lavoratori vennero forzosamente abbattuti, o abbandonati a lenta rovina (…) Dalla sua età dell’oro la classe lavoratrice inglese precipitò senza interruzione nell’età del ferro. Nella sua Utopia, Tommaso Moro parla dello strano paese, dove le “pecore (…) son diventate così fameliche da divorarsi anche gli uomini”.
     «Ciò che il sistema capitalistico esigeva era la condizione servile delle grandi masse, la loro trasformazione in salariati, e la trasformazione dei loro mezzi di lavoro in capitale (…) Il processo di espropriazione violenta della massa del popolo ricevette un nuovo terribile impulso nel secolo XVI dalla Riforma e, in seguito a questa, dal colossale furto dei beni ecclesiastici. Ai tempi della Riforma, la Chiesa cattolica era proprietaria feudale di gran parte del suolo inglese. Le soppressioni dei conventi ecc. gettò i loro abitanti nel proletariato: i beni ecclesiastici vennero in larga misura donati a rapaci favoriti regi o venduti a prezzi irrisori a fittavoli e cittadini speculatori, che ne cacciarono in massa gli antichi subaffittuari ereditari e ne riunirono i poderi. La proprietà di una parte delle decime, garantita per legge ad agricoltori impoveriti, venne tacitamente confiscata. Pauper ubique jacet, esclamò la regina Elisabetta dopo un viaggio attraverso l’Inghilterra».

Fu necessario istituire un meccanismo di assistenza ai poveri che rimase una caratteristica costante del capitalismo inglese e che da solo svergogna qualsiasi pretesa di pacifica e progressiva evoluzione dello stesso capitalismo. Vale la pena di ricordare che al tempo vi furono proposte per la reintroduzione della schiavitù allo scopo di eliminare la piaga del pauperismo.

     «Era impossibile che gli uomini cacciati dalla terra con lo scioglimento dei seguiti feudali e un’espropriazione violenta attuata a sbalzi, che questi proletari senza terra e dimora, fossero assorbiti dalla nascente manifattura con la stessa rapidità con la quale venivano al mondo. D’altra parte, gli uomini improvvisamente scardinati dall’orbita consuetudinaria della loro vita non potevano adattarsi con altrettanta prontezza alla disciplina della nuova condizione; si trasformarono in massa di mendicanti, in predoni, in vagabondi, sia per inclinazione, sia, nella maggior parte dei casi, sotto la pressione delle circostanze.
     «Di qui, alla fine del secolo XV e per tutto il secolo XVI, in tutta l’Europa occidentale, una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia vennero in primo tempo castigati per la conversione loro imposta in vagabondi e paupers. La legislazione li trattò come delinquenti volontari e presuppose che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare o meno a lavorare nelle antiche e non più esistenti condizioni di vita (…) Così il contadiname espropriato con la forza, scacciato dal suolo e reso vagabondo, fu costretto con leggi fra il grottesco e il terroristico, frustandolo, marchiandolo a fuoco, torturandolo, a sottostare alla disciplina necessaria al sistema del lavoro salariato.
     «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino a un polo come capitale, e all’altro come uomini che non hanno nulla da vendere fuorché la propria forza lavoro. Non basta neppure costringerli a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica si diffonde, si sviluppa una classe operaia che, per educazione, tradizione ed abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione. L’organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato infrange ogni resistenza; la costante produzione di una sovrappopolazione relativa mantiene la legge della domanda e dell’offerta di lavoro, e perciò il salario, entro confini rispondenti ai bisogni di valorizzazione del capitale; la muta pressione dei rapporti economici suggella il dominio del capitalista sull’operaio.
     «Alla violenza diretta, extraeconomica, si ricorre pur sempre, è vero; ma solo in casi eccezionali. Per lo stato ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato alle “leggi di natura della produzione”, cioè alla sua dipendenza, nascente dalle stesse condizioni della produzione e da queste garantita ed eternata, dal capitale. Non così durante la genesi storica della produzione capitalistica. La borghesia in ascesa ha bisogno e fa uso del potere statale per “regolare” il salario, cioè per costringerlo entro i limiti convenienti alla caccia al profitto, per prolungare la giornata lavorativa e mantenere lo stesso operaio in un grado di dipendenza normale. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria».

Il processo di allontanamento dei contadini dalla terra non fu comunque privo di incertezze e di arresti; lo stesso potere statale si trovò costretto molte volte a tentare di arginare, con leggi comunque inefficaci, il dilagare del movimento per le enclosures. Ma la borghesia si rafforzò nel ‘500 proprio nel tentativo, riuscito, di imporre la sua volontà sull’esecutivo. Solo durante il regno di Enrico VIII furono giustiziati 72.000 vagabondi. Sotto i suoi successori si ripeterono rivolte contadine, delle quali la più importante ebbe luogo nel 1549, sotto la guida di un conciapelli del Norfolk, Robert Ket. Prima di essere sconfitto, il movimento era riuscito ad organizzare un piccolo esercito che inflisse severe batoste agli eserciti regi. Le rivendicazioni degli insorti erano moderate, ma non certo ispirate dai cattolici: si chiedevano affitti onesti e, fra l’altro, che i preti non potessero acquistare terra.

Le rivolte continuarono anche sotto il regno di Elisabetta (1558-1603), ma il diretto potere statale e le squadracce di lords e signorotti ne ebbero sempre ragione.