Il capitale finanziario in Cina
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Nonostante la presunta economia di mercato “socialista” della Cina, basata su teorie superficiali secondo cui il capitalismo può essere asservito agli interessi della classe operaia attraverso la saggia arte di governo di un partito comunista solo di nome, nel Paese esiste un fiorente mercato finanziario speculativo che è cresciuto dagli anni ’90 come parte della necessità di accumulo di capitale sotto la falsa pretesa della crescita economica e dell’indipendenza dal giogo dell’imperialismo occidentale, ma che ha comunque definitivamente incardinato la grande economia cinese alle agitate vicende del mercato globale.
La realtà del cosiddetto socialismo di Stato, che ha tentato più volte di reprimere la crescita del mercato azionario, è stata alla fine la creazione di un modello incredibilmente fedele a quelli presenti in altri Stati capitalisti. Tanto per l’idea di un socialismo con caratteristiche cinesi, quando non c’è alcuna differenza fondamentale nel suo capitalismo nazionale.
L’idea di liberare il lavoratore dal dominio imperialista attraverso la costruzione dell’economia nazionale è solo una cortina fumogena per la libertà del capitale dalle sue catene arrugginite della proprietà privata e dell’equità nel terreno verdeggiante della responsabilità pubblica e della speculazione internazionale.
Questo mercato speculativo è stato favorito dalla cosiddetta armonizzazione degli interessi del libero mercato e della pianificazione statale, apparentemente nell’interesse del “socialismo” e dell’emancipazione dei lavoratori, ma nonostante discorsi interessati di unificazione di tutti gli interessi capitalisti per il bene sociale, il risultato piuttosto ovvio è stato che i signori del capitale speculativo hanno richiesto sempre più arricchimento monetario e materiale dal tesoro dello Stato, che ora ha legato il suo destino al benessere finanziario di questa classe borghese parassitaria.
Storia del mercato azionario in Cina
Nella storia della Cina ci sono state tre diverse fasi di avvio di una borsa valori da parte di varie classi dominanti, la prima delle quali è stata istituita a seguito dell’apertura della Cina dopo le guerre dell’oppio a metà del 1800 da parte di mercanti stranieri per poter speculare su materie prime, trasporti marittimi e azioni di aziende britanniche e di altre colonie.
Infine, nel 1891 fu fondata la prima borsa valori nazionale, la Shanghai Sharebrokers’ Association, successivamente ribattezzata Shanghai Stock Exchange.
All’inizio dell’era repubblicana (1911-1949), sulla scia di una significativa instabilità finanziaria, in particolare all’inizio delle bolle speculative relative al mercato della gomma, il Kuomintang (KMT) intraprese forti tentativi di controllare il mercato fiorente ma disgregato e caotico che gli era stato lasciato dall’“era dei signori della guerra”, che presentava l’ulteriore problema dell’emissione di molte valute regionali per le campagne di guerra locali.
Il KMT istituì la Banca Centrale Cinese nel 1928 nel tentativo di creare una moneta nazionale stabile, controllando al contempo in modo più rigoroso gli investimenti stranieri e chiudendo periodicamente le borse.
Tuttavia, questo tentativo di generare stabilità ebbe vita breve a causa delle guerre civili che portarono a una spesa eccessiva e alla stampa di moneta, costringendo il governo a ricorrere a misure severe come il tentativo di creare una nuova moneta nazionale e la chiusura delle borse di Tianjin e Shanghai nel 1948.
Dopo che il Partito Comunista Cinese (PCC) prese il controllo dello Stato, la Borsa di Shanghai fu chiusa definitivamente e il commercio di titoli fu soppresso per i decenni successivi.
Alla fine, l’esistenza di un mercato azionario ufficiale all’interno della crescente potenza capitalista della Cina era inevitabile e dovette riemergere a causa della necessità di aumentare gli investimenti nelle imprese statali (SOE) che i bilanci nazionali non potevano soddisfare attraverso la tassazione o l’emissione di obbligazioni.
Ciò portò alla nuova fondazione delle borse valori di Shanghai e Shenzhen con il pretesto di “disciplinare” le SOE presentandole sul mercato in modo deciso e martellante per attirare i risparmi interni verso investimenti produttivi.
Gli sviluppi recenti e l’incidente di Brian Hwang
In netto contrasto con l’immagine della borsa valori in Cina come un parafulmine strettamente regolamentato, soggiogato e utile per la spesa pubblica nel perseguimento del bene sociale, o almeno per rafforzare il rigido controllo da parte del governo centrale, il risultato effettivo è stato l’emulazione concreta delle mostruosità speculative che esistono praticamente in ogni nazione capitalista, grande o piccola che sia.
La stima più recente delle dimensioni del mercato azionario cinese rispetto al PIL nazionale è del 63,4%, superiore alla media della Germania e dell’Europa, che si aggira intorno al 40%, ma ancora inferiore a quella del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e del Giappone.
Sempre nel 2024 si sono registrati riacquisti record di azioni da parte di 2153 società per un importo pari a 165 miliardi di yuan, ovvero circa 22 miliardi di dollari, finanziati dall’iniezione di liquidità da parte delle banche statali per un importo pari a 300 miliardi di yuan.
Una caratteristica distintiva del mercato azionario cinese rispetto alle controparti occidentali è l’elevata percentuale di scambi al dettaglio, nel gergo finanziario “trading on line”, ovvero la compravendita di strumenti finanziari (azioni, valute, contratti “futures”, criptovalute) su piattaforme digitali fornite da “brokers”, rispetto alla speculazione sui canali istituzionali
Il trading al dettaglio rappresenta circa il 70-80% del volume sul mercato azionario, rispetto al 25% circa negli Stati Uniti e al 15% in Europa.
La natura finanziaria del capitalismo cinese è dimostrata chiaramente, ma vogliamo ancora dare un esempio estremo della natura speculativa e volatile del mercato azionario in Cina. Sulle bolle speculative legate al comparto dell’edilizia abbiamo già trattato in altri articoli.
Parliamo della gigantesca bolla speculativa nel settore della “Education Tecnology (Edutech), cioè le piattaforme digitali per “l’apprendimento” dedicate a scuola, università, fino alla formazione aziendale, in particolare della vicenda della società di investimento Archegos Capital Management creata dal cinese Brian Hwang.
Questa società è stata in grado di investire ingenti capitali in una serie di titoli tecnologici cinesi utilizzando un particolare meccanismo finanziario, lo “swap a rendimento totale”, ovvero denaro contante contro il totale rendimento del contratto e le sue cedole.
Era un’operazione di fortissima connotazione speculativa, che ha consentito alla società di Hwang di prendere in prestito ingenti somme da diverse banche occidentali senza che queste fossero a conoscenza dell’enorme finanziamento concesso.
Quando le difficoltà nel comparto azionario dei titoli tecnologici ha messo in crisi questa struttura totalmente a debito, le banche che eseguivano la funzione di arbitraggio sono state costrette a liquidare la posizione di Archegos, 14 miliardi di dollari di raccolta, una volta che hanno avuto contezza di quanto fosse profondo il suo indebitamento, senza alcuna possibilità di onorare i contratti aperti, vale a dire rispettare le condizioni del prestito in modalità “scambio”.
E questo ha causato per effetto valanga un crollo più ampio e ulteriori problemi nel mercato azionario cinese in generale.
La natura pienamente capitalistica della Cina non ha bisogno di troppe descrizioni. Il suo modello capitalistico è totalmente uguale a quello occidentale, fondato sullo stesso sistema di sfruttamento e sulla stessa modalità finanziaria e anche la logora finzione del “capitalismo di stato” cade di fronte alla realtà del sistema. Lo Stato cinese opera nello stesso identico modo di tutti gli Stati capitalistici del mondo, con i suoi organi di controllo economico e finanziario, Banca Centrale e gli altri apparati e la sua natura pienamente capitalistica porta la Cina a competere nell’agone imperialistico con gli altri Stati, senza segnare alcuna differenza rispetto a loro, in nessun campo, soprattutto in quello di classe.
La Rivoluzione mondiale dovrà fare i conti anche con questo mostro statale