Lo scorso 15 agosto, Trump e Putin si sono incontrati in Alaska, con il presidente americano che annunciava: «Siamo sulla strada giusta, spingerò la Nato e Zelensky all’accordo». Poco più di un mese dopo, all’Assemblea Generale dell’ONU, lo stesso Trump dichiarava: «Penso che l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione Europea, sia nella posizione di combattere e riconquistare tutta l’Ucraina nella sua forma originaria. Con tempo, pazienza e il sostegno finanziario dell’Europa e, in particolare, della NATO, il ritorno ai confini originari da cui è iniziata questa guerra è un’opzione molto concreta.»
Il presidente che si vanta di aver posto fine a sette guerre, aspirando al premio Nobel per la pace, che voleva risolvere la guerra in Ucraina prima in 24 ore, poi in 100 giorni, mostra con queste sue contorsioni l’unica verità che il Partito ha da sempre affermato, ossia che tutti i “grandi uomini”, compresi i presidenti degli Stati più potenti al mondo, non sono altro che “povere marionette” mosse da potenti forze economiche e sociali e che il loro ego smisurato, alimentato da schiere di pennivendoli e adulatori, nulla può dinanzi agli smottamenti provocati dalle crisi del modo di produzione capitalistico, né tanto meno alle convulsioni dello scontro tra le classi.
I vari giri di valzer di cui si rendono protagonisti i principali capi degli Stati borghesi, come quello in Alaska tra Putin e Trump, non devono pertanto ingannare il proletariato internazionale sulla possibilità di accordi che mettano fine alle guerre in corso: nonostante le strette di mano, la prospettiva non è quella di una attenuazione dei contrasti inter-imperialistici, ma il loro aggravamento, fino alla guerra generale.
Alla base delle guerre del capitale vi è la necessità di massicce distruzioni di merci e proletari in eccesso per superare le crisi economiche, sempre determinate da una sovrapproduzione che non trova sbocco sui mercati, ormai saturi. La stessa guerra commerciale attualmente in corso non è altro che l’espressione di questa difficoltà.
La guerra nell’epoca dell’imperialismo è una necessità economica e non una scelta politica perché, solo attraverso una gigantesca distruzione di merci e proletari, il capitalismo può ricominciare un nuovo ciclo di rapina e di sfruttamento, sulla base di nuovi equilibri tra le potenze e una nuova ripartizione di accesso alle fonti energetiche, alle materie prime e ai mercati mondiali.
Per cui non ha importanza neanche il colore politico di cui si ammantano i vertici di qualunque Stato capitalista, le cui ideologie sono solo la necessaria propaganda per spingere i proletari a versare il proprio sangue per interessi prettamente borghesi.
Ogni Stato nell’epoca dell’imperialismo si presenta nell’arena mondiale come un brigante pronto alla rapina o alla difesa del proprio bottino, avendo come unico interesse la spartizione dei mercati mondiali il più possibile favorevole agli interessi dei suoi capitalisti. Ma, dato che ogni Stato si caratterizza per un diverso peso economico, e quindi di conseguenza politico e militare, e che la stazza di ciascun contendente è direttamente legata a diversi stadi di sviluppo delle varie economie nazionali, è inevitabile che le vecchie potenze capitaliste siano incalzate dalle nuove che pretendono una più “equa” ripartizione dei mercati e delle sfere di influenza.
In tal modo, alle vecchie potenze capitaliste, spesso indicate come l’Occidente, corrispondenti all’area dell’Europa centro occidentale e dell’America settentrionale, insieme a pochi altri paesi nel resto del mondo, come il Giappone, si sono affiancati nuovi capitalismi emergenti che hanno visto sviluppare la propria economia negli ultimi decenni, individuati ultimamente nel cosiddetto Sud Globale. In questo contesto, il principale antagonismo sulla scena mondiale è quello tra l’imperialismo americano e quello cinese, tra un vecchio capitalismo che mantiene i suoi privilegi mondiali in virtù di una posizione dominante conquistata con le guerre del secolo scorso e un capitalismo rampante che pretende una nuova configurazione dell’ordine mondiale, con le altre potenze minori che, in base al loro peso economico, politico e militare, tentano di ritagliarsi un proprio spazio di manovra.
La prospettiva dello scontro tra Stati Uniti e Cina costituisce il contesto generale nel quale si inseriscono anche le vicende del conflitto in Ucraina. Tra le cause che hanno determinato quella guerra bisogna considerare l’atteggiamento degli USA nei confronti della Russia, con il tentativo dell’imperialismo americano di indebolirla, sostenendo la lotta armata dell’Ucraina e colpendo la Russia con sempre maggiori sanzioni economiche, in modo da ridimensionare notevolmente il peso dell’imperialismo russo in previsione di suoi futuri coinvolgimenti sui fronti della contesa mondiale; senza escludere la possibilità di un vero e proprio crollo dell’attuale regime del Cremlino con l’avvicendamento di una direzione più incline ad assecondare i dettami di Washington. Eliminato il pericolo di un intervento russo, o ridimensionato di molto il suo potenziale, gli USA si sarebbero potuti meglio occupare del nemico numero uno: la Cina.
Fallito sul campo il tentativo di sconfiggere militarmente l’imperialismo russo e senza ottenere risultati decisivi sul versante della guerra economica, la necessità di non distogliere importanti risorse dal fronte del Pacifico, che sarà il principale teatro della guerra che verrà, sembra spingere gli USA ad un cambio di rotta nella vicenda ucraina.
“La guerra di Trump”
Il tentativo di trovare un accordo con la Russia, o quantomeno di stabilire un dialogo tra i due imperialismi, di cui è chiara espressione il recente incontro di agosto in Alaska, è quindi il frutto di una contesa imperialistica che coinvolge il mondo intero.
La difficoltà di giungere ad un accordo risiede nel coinvolgimento di altri attori che si muovono in direzione contraria ad una conclusione della guerra in termini che, dato l’andamento del conflitto in corso, risultano favorevoli alla Russia.
Prima di tutto, va considerata la posizione dell’Ucraina. Abbiamo respinto fin dall’inizio della guerra i falsi proclami del nazionalismo ucraino, secondo cui si trattava di una guerra di difesa contro l’aggressione russa per la libertà e l’indipendenza nazionale, trattandosi invece di una guerra imperialista da entrambi i lati, nella quale la borghesia ucraina ha venduto il suo proletariato alle borghesie occidentali, per usarlo come carne da cannone nella guerra in corso contro la Russia. Il fatto che, nonostante le conquiste di territorio da parte dei russi e una situazione disastrosa nell’esercito, sul campo non si sia delineata ancora una netta sconfitta ucraina lo si deve al fatto di poter contare ancora sul sostegno di gran parte degli Stati europei, contrari alla cessazione delle ostilità.
Quindi si determina un irrigidimento della posizione negoziale dei vertici politici dello Stato ucraino che, in caso di un accordo russo-americano si vedrebbero costretti ad accettare condizioni simili ad una resa vera e propria, resa che i campi di battaglia, almeno per il momento, non hanno ancora decretato.
Inoltre gli Stati europei, nonostante le diverse sfumature, sono finiti per adeguarsi alle imposizioni di Washington e sostenere l’Ucraina nella guerra contro la Russia, con decine di miliardi di forniture di armi ed aiuti economici. Oltre a ciò le forzature americane per spezzare il legame energetico con la Russia e rivendere a prezzi molto più alti i propri prodotti energetici, hanno fatto perdere ai paesi europei il vantaggioso rapporto economico dovuto al basso costo dei prodotti energetici russi e sprofondare l’industria europea a causa dell’aumento dei prezzi energetici, senza alcuna prospettiva di contropartita, dal momento che il banchetto attorno alla semidistrutta ucraina, con una possibile spartizione delle sue risorse, andrebbe a vantaggio principalmente di americani e russi.
Un possibile accordo tra Russia e Stati Uniti potrebbe orientare la guerra in direzione di una sua cessazione, in considerazione del disimpegno economico di questi ultimi mentre l’Ucraina potrebbe risultare impossibilitata a continuare da sola la guerra, e con i paesi europei incapaci di reggere sul piano militare ed economico il sostegno alla guerra stessa. Ma la guerra resta comunque un grande affare per la borghesia che può fare enormi profitti attraverso le industrie degli armamenti. La continuazione della guerra in Ucraina va quindi in direzione di un ridimensionamento dell’impegno economico americano, ma con i costi della guerra che vengono scaricati in gran parte sugli europei, secondo uno schema che vedrebbe l’Europa comprare le armi dagli americani per continuare la guerra contro la Russia tramite l’Ucraina.
Si tratta del cosiddetto PURL (Prioritised Ukraine Requirements List), il nuovo meccanismo messo a punto recentemente in ambito NATO per fornire all’Ucraina il materiale militare di cui necessita. In sostanza, tale meccanismo prevede il pagamento di armi americane da parte degli alleati NATO, quindi degli europei, che poi vengono consegnate agli ucraini
In estrema sintesi, gli ucraini fanno la lista, gli americani forniscono il tutto e a pagare sono gli europei, un vero affare per Washington.
A pagare la continuazione della guerra in Ucraina saranno quindi quasi interamente gli europei e, non a caso, sono ripartite le discussioni per utilizzare le riserve russe congelate dai paesi occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina, stimate in oltre 200 miliardi in Europa, a favore di Kiev, che ha bisogno di oltre 60 miliardi all’anno solo per le esigenze militari.
Ma non c’è solo l’interesse americano ad inondare l’Europa di armi, la continuazione della guerra è un ottimo affare per l’economia americana anche dal punto di vista energetico, con la possibilità di aumentare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Già l’accordo tra USA e UE sulla questione dei dazi aveva portato anche ad un’intesa riguardante la vendita di prodotti energetici americani, petrolio e gas, con gli Stati Uniti che imponevano ai paesi UE l’acquisto di 750 miliardi di dollari in tre anni. Nei primi giorni di settembre, in occasione della riunione dei cosiddetti “volenterosi”, il presidente Trump ammoniva gli europei di smettere di comprare petrolio russo, posizione ribadita nel suo discorso all’ONU. In tal modo, dopo aver lacerato il legame energetico con il vicino russo, l’Europa si trova costretta a subire l’imposizione dei prodotti energetici americani, più cari di quelli precedentemente acquistati dalla Russia.
Inoltre, oltre a ritrovarsi costretti ad accettare pesanti condizioni nella trattativa sulla questione dei dazi, gli europei devono far fronte alla prospettiva che la possibile evoluzione della guerra commerciale degli Stati Uniti potrebbe consistere nel forzare l’Europa ad associarsi alla guerra commerciale contro la Cina, in cambio di un sostegno alle sanzioni alla Russia.
Posti in una condizione di evidente svantaggio, gli europei subiscono i colpi del proprio “alleato” d’oltreoceano, interessato a piegare un concorrente economico e commerciale. D’altronde, per l’imperialismo americano la guerra in Ucraina è stata fin dall’inizio volta non solo contro la Russia ma anche contro l’Europa.
Persa “la guerra di Biden”, come Trump ha sempre definito il conflitto ucraino, che non ha piegato la Russia sul campo, e con le sanzioni, la continuazione della guerra è comunque un buon affare per gli americani. È “la guerra di Trump”, che mantiene in tutto il suo carattere imperialistico di rapina, solo con qualche modifica al copione precedente: gli ucraini continuano a mettere la carne da cannone, gli europei si accollano i costi della guerra e gli americani incassano.
Solo il proletariato può fermare i massacri in corso
La continuazione della guerra però inevitabilmente rimescolerà le carte degli attori coinvolti, con molta probabilità in senso ancora più sfavorevole all’Ucraina e ai suoi sostenitori, in quanto la situazione sul campo permane disastrosa per l’Ucraina, confermando l’avanzata russa e la incessante distruzione dell’esercito ucraino. Le notizie che giungono dai fronti di guerra e dalle città e dai villaggi ucraini consentono di non escludere la possibilità di un crollo interno all’esercito ucraino, che deve reggere all’urto dell’avanzata russa in condizioni di carenza di personale militare per le enormi perdite subite nei combattimenti e per la difficoltà a rimpiazzare tali perdite a causa dell’opposizione sempre più diffusa al reclutamento, ovvero a fare da carne da cannone, che assume sempre più l’aspetto di un vero e proprio conflitto interno, con la necessità da parte delle strutture militari ucraine di usare brutali metodi per costringere gli uomini all’arruolamento nell’esercito. Purtroppo, la resistenza alla violenza dell’apparato statale ucraino permane confinata ad atti prettamente individuali, anche se non mancano episodi più o meno organizzati di opposizione alla mobilitazione forzata. I dati che la stessa stampa borghese fornisce sono comunque consistenti: secondo la Procura generale dello Stato a Kiev, i numeri di soldati che hanno lasciato le loro unità senza autorizzazione e quelli dei disertori nel 2022 sono stati rispettivamente 6.900 e 3.500; nel 2023, 17.600 e 7.800; nel 2024, 67.800 e 23.300, mentre nei primi 7 mesi di quest’anno già 110.500 e 15.300, gran parte quindi dei mobilitati negli ultimi mesi.
Situazione che è certamente ben tenuta in considerazione dagli americani e che contribuisce alla postura della nuova amministrazione USA rispetto alla guerra in corso, mentre in Europa alcuni capi di stato non disdegnano l’ipotesi di inviare proprie truppe in Ucraina, e intanto tutti approntano piani di riarmo.
L’aumento delle spese in armamenti inevitabilmente trascina dietro di sé anche un cambiamento rispetto alla politica adottata finora in alcuni paesi europei circa la questione della leva militare. È il caso, ad esempio, della Germania, che verso fine agosto ha iniziato a rivedere la sua politica di reclutamento militare. La riforma della leva in Germania prevede che, dal prossimo anno, tutti i nuovi maggiorenni riceveranno una lettera dall’esercito, con l’obbligo per i ragazzi ad indicare l’eventuale interesse a un periodo di servizio e di sottoporsi a una visita medica. Chi sceglierà l’arruolamento dovrà restare almeno sei mesi, con la possibilità di prolungare il servizio beneficiando di bonus. Terminata l’esperienza, si rimarrà comunque a disposizione come riservisti.
Per ora è prevalso un compromesso tra chi vorrebbe mantenere la volontarietà e chi invece sostiene la coscrizione obbligatoria.
Intanto, però, si inizia a preparare il terreno, con tanto di visita medica, e poi incentivi economici per spingere all’arruolamento. L’obiettivo è quello di portare le forze armate tedesche dai circa 182mila effettivi attuali a quota 260mila (più 200mila riservisti) entro la fine del decennio.
Non da meno sono i piani di aumento delle forze armate di altri paesi europei, come la Polonia, che punta ad un esercito di mezzo milione di uomini tra professioni e riservisti.
Come ha dimostrato il conflitto ucraino, vi è la necessità di dotarsi di eserciti di massa.
In un contesto del genere, nessuna illusione permane circa le sorti dei proletari europei, come d’altronde di tutti i proletari nel resto del mondo, che saranno sacrificati dalle proprie borghesie in una guerra in corso di preparazione.
L’unica possibilità per non finire a fare da carne da cannone, come è indicato dalle stragi di soldati russi e ucraini, è che i proletari in divisa fraternizzino con i proletari schierati dall’altro lato del fronte e rivolgano le armi in pugno contro la propria borghesia e il suo stato.
Ancora una volta, il peso delle contraddizioni del capitalismo si è rivelato insopportabile per il proletariato e, verso la fine di agosto, milioni di indonesiani sono scesi in strada, strappando via il velo profumato dello Stato borghese — la cosiddetta organizzazione di tutti i cittadini negli interessi di tutti i cittadini — e mostrando ciò che si cela dietro ogni cosiddetta democrazia: la dittatura del capitale.
In tutto il Paese — da Jakarta, Surabaya, Bandung, Yogyakarta, Makassar e oltre — elementi per lo più non organizzati della classe operaia (operai urbani, conducenti di ojek, rider delle consegne, venditori ambulanti, migranti rurali e settori dei poveri urbani), insieme agli studenti, si sono scontrati con lo Stato a causa dell’indennità abitativa mensile di 50 milioni di rupie concessa ai parlamentari, più di dieci volte il salario minimo indonesiano. Sebbene concessa l’anno scorso, è divenuta un simbolo del privilegio borghese in mezzo all’aumento dei prezzi di cibo e carburante, ai salari stagnanti, alle tasse più alte e al pacchetto di austerità da 306 bilioni di rupie (circa 18,5 miliardi di dollari) imposto da Prabowo Subianto. Insieme, queste misure hanno prodotto una crisi del costo della vita così grave che i manifestanti hanno dichiarato che il governo aveva “reso la vita impossibile”. Lo sconvolgimento indonesiano non è un’anomalia, ma un altro sintomo della malattia globale del capitalismo: un sistema che arricchisce i parassiti mentre dissangua le masse.
Il 25 agosto, studenti dell’Università Indraprasta PGRI hanno manifestato davanti al complesso MPR/DPR/DPD chiedendo lo scioglimento del parlamento. A Medan, migliaia di studenti, lavoratori e autisti hanno affrontato la violenza della polizia denunciando le nuove politiche fiscali. A Pontianak, studenti hanno preso d’assalto l’assemblea provinciale prima di essere arrestati. Il 28 agosto a Jakarta, sindacati e Partito del Lavoro hanno marciato per salari più alti e la fine dell’outsourcing, finché gli studenti hanno sfondato le recinzioni del parlamento. Quella sera, il ventunenne tassista motociclista Affan Kurniawan è stato colpito e ucciso da un veicolo blindato Brimob. La sua morte fu la conferma di tutto ciò contro cui i manifestanti lottavano, un microcosmo del proletariato sotto il capitalismo: un lavoratore, a malapena in grado di sopravvivere, schiacciato dallo Stato mentre resisteva a condizioni che avevano reso la vita invivibile.
Alla fine del mese, le manifestazioni si erano diffuse in oltre trenta province. Tra saccheggi e attacchi alle case dei parlamentari, uffici statali e stazioni di polizia sono stati dati alle fiamme. A Makassar è bruciata l’assemblea regionale; a Surabaya è bruciato il palazzo statale Grahadi; a Bandung una stazione di polizia; a Nusa Tenggara Occidentale il parlamento; a Cirebon l’edificio della DPRD. Polizia ed esercito hanno invaso le strade, i Marines e il Kostrad sono stati dispiegati e i trasporti pubblici sospesi. I manifestanti agitavano scope per “spazzare via la sporcizia dello Stato”, portavano cartelli che chiedevano la riforma della polizia e gridavano slogan come “le vostre dolci promesse causano diabete”. Alcuni sventolavano la Jolly Roger di One Piece come simbolo di tradimento, altri rilanciavano l’hashtag #IndonesiaGelap. Fedeli alla loro natura, i cani da guardia del capitale si sono ritirati tatticamente: revocando l’indennità, annunciando misure ridicole sul lavoro, persino offrendo trasporti gratuiti per una settimana — concessioni volte unicamente a stabilizzare la situazione e a mantenere il flusso del capitale.
Questi scontri, questa repressione e il successivo arretramento non devono e non possono essere spiegati appellandosi al moralismo liberale borghese. La narrazione di una figura militare “conservatrice” particolarmente malvagia, di una “democrazia in declino” o di accuse di corruzione e “avidità personale” è una favola idealista che disarma la classe operaia e maschera la realtà della dittatura di classe come un problema di amministrazione e personalità. Per combattere tali falsità è importante affermare che questa lotta è intelligibile e può proseguire solo attraverso l’analisi delle condizioni storico-materiali dell’Indonesia, mediante il metodo marxista e il programma del partito comunista internazionale.
L’insurrezione di agosto non è stata un’esplosione casuale, ma la continuazione di un’ondata di proteste simili iniziate nel 2019. A settembre di quell’anno decine di migliaia di studenti lanciarono le proteste Reformasi Dikorupsi, il più grande movimento studentesco dal 1998. Nel 2020, le proteste contro la Legge Omnibus mobilitarono lavoratori e sindacati contro la deregolamentazione. Nel 2022, i tagli ai sussidi per i carburanti e un aumento dei prezzi del 30% scatenarono manifestazioni nazionali.
Ognuno di questi movimenti, e molti altri precedenti, nacquero dal marcio lascito economico della reformasi post-1998. Promettendo astratte nozioni di democrazia, la reformasi riorganizzò in realtà solo il dominio borghese dopo la caduta di Suharto durante la crisi finanziaria asiatica. I politici di quel periodo aprirono la strada alla “ristrutturazione” dell’FMI, tagliando i sussidi, privatizzando le imprese statali e smantellando le tutele del lavoro. L’Indonesia venne incatenata al suo ruolo nella catena imperialista: esportare carbone, olio di palma e nichel, fornendo al contempo un enorme bacino di manodopera a basso costo. I marchi globali raccoglievano profitti minacciando di trasferirsi in Vietnam o Bangladesh se i salari aumentavano. Più tardi, Joko Widodo spinse le leggi omnibus sul lavoro, intensificò gli espropri per megaprogetti e consolidò il ruolo dei militari nella società civile.
Entro la metà del 2025, la crisi aveva raggiunto un nuovo apice: inflazione vicina al 4%, generi di prima necessità come riso e olio da cucina in aumento oltre il 15%, colpendo soprattutto i più poveri. Oltre il 60% della forza lavoro indonesiana, composta da 140 milioni di persone, resta confinata nel settore informale, condannata all’insicurezza e a salari da fame. Dietro di loro vi sono milioni di lavoratori rurali espropriati dalla meccanizzazione, dal debito, dal calo dei prezzi agricoli e dalle confische di terre da parte dell’agrobusiness. Perfino il 38–40% dei lavoratori nel settore formale sopravvive con salari stagnanti di 3–5 milioni di rupie al mese, a malapena sufficienti a riprodurre la vita nelle città, dove affitto e cibo divorano quasi tutto il reddito. A peggiorare la situazione vi è l’impossibilità strutturale per quel 60% del proletariato di organizzarsi. La “libertà di associazione” è definita dalla Legge n. 21/2000, che richiede dieci dipendenti contrattualizzati nello stesso luogo di lavoro per formare un sindacato — del tutto inutile per chi non ha un unico datore di lavoro, né un luogo comune di lavoro, né lo status legale di “dipendente”. Questa chiara collusione tra capitale e Stato li riclassifica come partner, creando una massa sparpagliata di lavoratori atomizzati della gig economy, legalmente privati dei mezzi elementari di difesa collettiva. Questa camicia di forza giuridica è rafforzata dalla storia: i massacri del 1965–66 non solo annientarono centinaia di migliaia di comunisti e lavoratori militanti, ma eradicarono un’intera cultura di organizzazione proletaria. Tutto questo apparato garantisce che la maggioranza dei lavoratori rimanga disorganizzata, precaria e permanentemente rimpiazzabile dall’esercito industriale di riserva.
Il capitalismo è indiscutibilmente in crisi. Eppure caratterizzare questo momento come rivoluzionario significa fraintenderne la natura. Negli ultimi mesi, migliaia di persone solitamente escluse dalle lotte organizzate — soprattutto dai canali legali dei sindacati e della politica istituzionale — sono entrate in campo con intensità notevole. La loro partecipazione ha ampliato il terreno di battaglia e spostato i confini di ciò che è considerato politicamente possibile, offrendo un assaggio del potere latente del proletariato come classe. Tuttavia, l’ampiezza e la partecipazione di massa non sono di per sé decisive per la rivoluzione proletaria. Il coraggio senza un programma non può cambiare il corso degli eventi.
Già appaiono i limiti del movimento. La petizione “17+8” per la riforma fiscale, la riforma della polizia e un “parlamento pulito” si fonda sull’illusione che lo Stato sia neutrale e possa essere ripulito dalla corruzione. In realtà lo Stato è un organo di dominio di classe: la polizia esiste per far rispettare la proprietà, il parlamento per rivestire di legittimità il dominio, e il lavoro salariato non potrà mai essere “equo”, poiché è sfruttamento in sé. Gli studenti spesso sembravano i più combattivi, ma non sono una classe. I loro slogan contro la corruzione e per la democrazia erano appelli morali privi di contenuto di classe, che distoglievano l’attenzione dallo sfruttamento come tratto intrinseco del capitalismo. Elevando slogan astratti, gli studenti sostituiscono gli slogan alla politica di classe, mentre i loro scontri con la polizia, per quanto spettacolari, restano sganciati dal potere organizzato della classe operaia.
I sindacati hanno mostrato lo stesso opportunismo da un’altra angolazione. In agosto, la KSPI si è atteggiata a “voce del lavoro” con la sua campagna HOSTUM, ma le sue sei rivendicazioni — abolire l’outsourcing, aumentare i salari minimi, fermare i licenziamenti con una task force, riforma fiscale sul lavoro, una nuova legge sul lavoro fuori dal quadro dell’Omnibus, e la confisca dei beni con riforma elettorale — sono opportunismo puro: appelli alla misericordia del capitale, che non offrono nulla se non false speranze alla classe operaia.
Questo non è un incidente ma la loro funzione sotto il capitalismo. Dividono il movimento in metà “economica” e metà “politica” e legano i lavoratori allo Stato che affrontano in strada. Ciò che sembra pragmatismo è in realtà sterilizzazione della lotta di classe, riducendola alla gestione del lavoro dentro il capitale. Questo non è chiaro solo in teoria e negli eventi recenti, ma anche nella storia recente:
Nel 2012–2013, quando milioni scioperarono contro l’outsourcing e i salari miserabili, le federazioni proclamarono vittoria dopo aumenti a due cifre del salario minimo a Jakarta e nelle zone industriali — mentre l’outsourcing tornava silenziosamente con altri nomi e le condizioni miglioravano a malapena per la maggioranza non organizzata.
Nel 2015, quando Jokowi impose il Regolamento Governativo 78/2015, che fissava gli aumenti salariali a una formula inflazione–PIL e toglieva potere ai consigli salariali regionali, i sindacati organizzarono sit-in al palazzo e cause legali, ma dopo che la Corte Costituzionale confermò la legge, la dirigenza dichiarò la sconfitta e mandò i lavoratori a casa.
Nel 2020, durante le proteste contro la Legge Omnibus, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti sfidarono la repressione di polizia ed esercito; e il sindacato la demobilitò incanalando la lotta nella Corte Costituzionale — che si limitò a dichiarare la legge “condizionatamente incostituzionale”, permettendone la ripromulgazione nel 2023 quasi invariata.
A luglio, la KSPI conteggiò 70.000 licenziamenti, poi corse ai ministeri a chiedere sussidi; quando esplosero le proteste, trascinarono i lavoratori di nuovo nella legalità.
Ogni ciclo si ripete: le masse irrompono in strada, solo perché i sindacati barattino la combattività con “dialogo”, cause legali e seggi nei consigli. Ciò che si presenta come pragmatismo è in realtà un modello storico di contenimento: aumenti salariali parziali subito recuperati, sconfitte rivendute come vittorie, e il proletariato ricondotto intatto allo sfruttamento. Intanto, la maggioranza è strutturalmente condannata all’atomizzazione, le sue lotte esplodono fuori dal quadro sindacale.
Mentre la guerra di classe si dispiega davanti a noi nelle strade dell’Indonesia, è vitale non trarre conclusioni affrettate, né sostenere ogni slogan passeggero della classe, le cui rivendicazioni immediate sono plasmate tanto dalla sopravvivenza sotto il capitale quanto dalla rivolta. Affermazione che in Indonesia esista oggi una situazione oggettivamente rivoluzionaria, e che manchi soltanto l’elemento soggettivo — l’organizzazione, la direzione centralizzata, il partito — è un errore. Se il partito è assente, per definizione la situazione non può essere rivoluzionaria. La trasformazione di una crisi in rivoluzione presuppone il crollo del quadro politico del capitalismo — qualcosa di impossibile se i lavoratori non sono già stati conquistati alla linea del partito, un partito che preesiste la crisi come portatore organizzato e invariabile del programma. La storia non attende il coraggio bruto: senza la bussola del partito di classe, la lotta ricade inevitabilmente nel riformismo e nell’opportunismo, per quanto feroce sia l’esplosione. Immaginare il contrario significa esagerare il potere della spontaneità trascurando il ruolo decisivo della teoria e del programma.
Il proletariato indonesiano, come quello mondiale, non può affidare il suo futuro a studenti, sindacati collaborazionisti, slogan piccolo-borghesi o al mutevole teatro della politica borghese. L’emancipazione non sarà mai raggiunta scegliendo tra fazioni rivali del capitale, né improvvisando alleanze nei momenti di sconvolgimento. Il proletariato deve affermarsi come forza politica autonoma, inseparabile dalla sua avanguardia. Ogni sciopero e ogni resistenza devono essere elevati oltre l’immediatezza verso la conquista del potere: la dittatura del proletariato, la dittatura del programma invariato incarnato dal partito comunista centralizzato e internazionale — l’unica forza capace di abolire le classi e realizzare il comunismo.
Dopo che, sotto gli occhi di tutto il mondo, quasi centomila civili palestinesi sono stati uccisi dall’esercito e dalle bombe di Israele, non essendo conteggiati tutti i cadaveri che ancora giacciono sotto le macerie; dopo che anche più di un migliaio di civili israeliani sono stati trucidati o sequestrati, fornendo l’occasione per avviare un ancora più esteso massacro; dopo che le città sono state ridotte ad un cumulo di macerie, con gli ospedali distrutti e la mancanza di mezzi per curare i feriti, con la fame e la denutrizione, dovuta al blocco dei rifornimenti alimentari che colpiscono e uccidono soprattutto i più deboli, vecchi e bambini; dopo che il mondo ha dovuto assistere a questa immane tragedia, dopo tutto questo fiorisce la pace?
Camp David 1978: sotto l’egida americana Begin e Arafat firmano un trattato di pace, dopo poco Sadat viene ucciso e la guerra riprende. Oslo 1993: viene stabilito un nuovo accordo di pace poi firmato d Rabin e Arafat. Di lì a poco Rabin viene assassinato e la guerra ricomincia.
Nessuno crede veramente che a Sharm el Sheikh scaturirà la pace, come non è stato nelle precedenti occasioni. Piuttosto vi sarà una tregua armata in cui, allo scambio degli ostaggi con i prigionieri palestinesi, Israele, sospesi i bombardamenti, si dovrebbe ritirare dalla città di Gaza, continuando ad occupare ancora larga parte della striscia.
Hamas, garantita l’immunità per i suoi miliziani, dovrebbe arrendersi e consegnare le armi, e solo allora i rifornimenti alimentari, sotto garanzia dell’ONU, dovrebbero finalmente entrare ed essere distribuiti alla stremata popolazione.
Israele sicuramente si approprierà di un larga parte del territorio confinando ed isolando ulteriormente larga parte della popolazione palestinese che non abbandonerà il territorio, in un’area che assomiglierà ancor più di prima ad un enorme campo di concentramento.
Una volta escluso Hamas, l’amministrazione e la gestione della striscia sarebbe in seguito stabilita sotto la tutela degli Stati Uniti e dei paesi arabi ad essi allineati. Si darà così inizio alla ricostruzione alimentando gli appetiti delle imprese americane e dei loro più stretti alleati di occidente. Non a caso Meloni, proponendo l’invio dei carabinieri come forza di interposizione, scalpita per essere presente alla sigla dell’accordo ed entrare a far parte della partita.
Il partito, in occasione del grande sciopero del 3 ottobre, ha distribuito alle manifestazioni correlate il seguente volantino:
CONTRO LA GUERRA NON PACIFISMO MA MOBILITAZIONE DI CLASSE!
Compagni, lavoratori,
massacri e distruzione di intere città che vengono rase al suolo, a cui stiamo assistendo a Gaza oggi e in Ucraina da lungo tempo, ricordano da vicino il conflitto imperialistico mondiale del secolo scorso.
I genocidi in particolare non sono una novità della società borghese, che non ha mai esitato a compierli, anche se molto spesso sono stati minimizzati, negati, nascosti con la complicità della stampa. Questa volta ciò non è stato possibile.
Anche la guerra commerciale con la proclamazione dei dazi all’importazione, promossi dagli Stati Uniti e poi di riflesso dalle altre potenze imperialistiche, e lo scontro in atto per gli approvvigiona-menti energetici, sono i prodromi del conflitto armato che si sta preparando.
È la fine dell’illusione di progresso e sviluppo pacifico che la società del Capitale pretende di portare. Da ogni parte si invoca il riarmo bellico e, di fronte a USA, Cina e Russia, la stessa “pacifica” Europa, Germania e Francia in testa, si sta preparando alla guerra, indirizzandovi parti sempre più cospicue dei bilanci statali, togliendoli a quanto servirebbe per una vita accettabile per le classi lavoratrici. In pochi anni saranno pronti e non mancheranno presto episodi che andranno a scatenare la propaganda bellicista per indurre il proletariato a schierarsi. Presto le immagini di morte e distruzione, che appaiono tuttavia non troppo lontane, insieme a notizie anche false, faranno parte del quotidiano dei nostri paesi, con i giovani proletari arruolati e inviati al fronte.
Ma questo destino non è ineluttabilmente segnato. Se la classe lavoratrice saprà reagire rifiutando la solidarietà con i propri Stati e le classi dominanti, mobilitandosi contro i sacrifici imposti e in prospettiva per la propria emancipazione per via rivoluzionaria, la corsa verso la mobilitazione bellica potrà essere fermata.
Compagni, lavoratori,
Non saranno le azioni dimostrative, seppur coraggiose, come quella inscenata recentemente dalla cosiddetta “flottiglia”, né sarà certo l’imbelle propaganda pacifista, sostenuta dai partiti della cosiddetta sinistra, a porre fine ai massacri cui stiamo assistendo. Solo la preparazione e l’esplicarsi del movimento rivoluzionario delle classi lavoratrici potrà fermare la terza guerra imperialista. Solo con l’abbattimento rivoluzionario del regime del Capitale (regime di sfruttamento, di morte e di distruzione) potranno essere finalmente fermate per sempre tutte le guerre.
Non vi potrà essere pace fintanto che resterà in vita il regime del Capitale.
Verso questa prospettiva i lavoratori si dovranno orientare e mobilitare, ricostruendo le proprie organizzazioni di difesa economica e ritrovando la guida del Partito politico di Classe, contro i falsi partiti di sinistra e i sindacati collaborazionisti.
Forse l’eredità ideologica più dannosa dell’ondata opportunista stalinista che dobbiamo combattere è l’idea che esistano o siano esistiti paesi che hanno raggiunto il socialismo o addirittura il comunismo – l’idea del cosiddetto “socialismo in un solo paese” o “socialismo reale”.
La realtà è che la Rivoluzione socialista d’Ottobre, rimanendo isolata, non riuscendo ad espandersi alle potenze industriali del mondo, a causa della sconfitta principalmente in Germania e in Italia, divenne incapace di realizzare il suo compito originario, quello di intraprendere la trasformazione della società dal capitalismo al socialismo. Questo è ovviamente il risultato di complessi fattori socio-politici che non possono mai essere attribuiti a questo o quell’individuo.
Lo stalinismo ha impersonificato la controrivoluzione a livello internazionale, con la repressione violenta dall’interno del partito russo e dei partiti comunisti che avevano aderito all’Internazionale comunista, non è certo la causa della sconfitta rivoluzione nel secolo scorso, ma lo strumento attraverso il quale l’Internazionale è degenerata, abbandonando quella prospettiva. E il partito russo, sotto la guida stalinista, anziché ammettere con dignità la momentanea sconfitta del movimento proletario e invocare il suo raggruppamento e la continuazione della lotta, si è vantato di aver presumibilmente realizzato il socialismo in Russia. Negando così uno dei principi fondamentali della dottrina comunista, già enunciato nei principi del comunismo di Marx ed Engels nel 1847: non può esistere il comunismo in un solo paese. Il capitalismo è globale e così deve essere la sua totale distruzione e l’affermazione della società comunista
Gli organi statali sia dei «paesi socialisti», che dei paesi classicamente borghesi, hanno impiegato, attraverso le loro sovrastrutture, la propaganda più accanita per inculcare nelle masse l’idea che, in effetti, il socialismo ha avuto la sua realizzazione, al punto che questa è diventata la concezione generalmente accettata. La conseguenza di ciò è che ci troviamo di fronte a due atteggiamenti principali, entrambi altrettanto dannosi e paralizzanti per il movimento proletario: in primo luogo, quello secondo cui il socialismo è stato realizzato da Stalin, Ceaușescu, Tito, Mao o qualsiasi altro regime del blocco “socialista” e che questo sia un risulto tanto positivo da dover essere replicato o al contrario la convinzione che il socialismo come è stato realizzato si sia rivelato in realtà un affronto alla libertà umana e alla civiltà; e quindi che qualsiasi riferimento a questa prospettiva debba essere messo a tacere senza esitazione. Una variante di questo secondo atteggiamento è l’ammissione che i regimi comunisti del XX secolo non erano in realtà comunisti, ma che il comunismo secondo quanto enunciato dal marxismo, è in ogni caso una utopia, impossibile ad affermarsi nel “mondo reale”.
Ci troviamo quindi di fronte all’enorme sfida di mostrare ai lavoratori la natura ingannevole di tali concezioni e di combattere la falsa convinzione che il comunismo sia stato “messo alla prova” e che la lotta per il comunismo reale debba essere abbandonata. Il nostro partito ha sempre smontato con forza queste affermazioni e, finché ce ne sarà bisogno, continueremo a ripetere le nostre tesi. Il modo corretto, quindi, è quello di ricordare cosa significa comunismo nella concezione marxista e di mostrare come questa definizione non possa in alcun modo essere applicata a nessuna delle nazioni che hanno mai rivendicato il “distintivo” del comunismo.
Citiamo da “I principi del Comunismo (Engels 1847):
«Creando il mercato mondiale, la grande industria ha già portato tutti i popoli della terra, e in particolare quelli civilizzati, in una relazione così stretta tra loro che nessuno è indipendente da ciò che accade agli altri. Inoltre, ha coordinato lo sviluppo sociale dei paesi civilizzati a tal punto che, in tutti loro, la borghesia e il proletariato sono diventati le classi decisive, e la lotta tra loro è la grande lotta del giorno. Ne consegue che la rivoluzione comunista non sarà solo un fenomeno nazionale».
«La società [dopo l’abolizione della proprietà privata] sottrarrà tutte le forze produttive e i mezzi di commercio, nonché lo scambio e la distribuzione dei prodotti, dalle mani dei capitalisti privati e li gestirà secondo un piano basato sulla disponibilità delle risorse e sulle esigenze dell’intera società. In questo modo, cosa più importante di tutte, saranno abolite le conseguenze negative che oggi sono associate alla conduzione della grande industria. Non ci saranno più crisi; la produzione espansa, che per l’attuale ordine sociale è sovrapproduzione e quindi causa prevalente di miseria, sarà allora insufficiente e dovrà essere espansa ulteriormente. Invece di generare miseria, la sovrapproduzione andrà oltre i requisiti elementari della società per assicurare la soddisfazione dei bisogni di tutti; creerà nuovi bisogni e, allo stesso tempo, i mezzi per soddisfarli. Diventerà la condizione e lo stimolo di un nuovo progresso, che non getterà più nell’anarchia l’intero ordine sociale, come il progresso ha sempre fatto in passato. La grande industria, liberata dalla pressione della proprietà privata, subirà una tale espansione che ciò che vediamo oggi ci sembrerà insignificante in confronto, come lo è oggi la manifattura rispetto alla grande industria. Questosviluppo dell’industria metterà a disposizione della società una massa di prodotti sufficiente a soddisfare i bisogni di tutti».
Per quanto riguarda la forma dello Stato proletario, che assicurerà la transizione al socialismo e al comunismo, Marx afferma chiaramente: la dittatura del proletariato è obbligatoria, essa si esaurirà con l’estinguersi delle classi e dello Stato politico, organo della dittatura di una classe sull’altra.
«La mia novità è stata quella di dimostrare: (1) che l’esistenza delle classi è legata solo a particolari fasi storiche dello sviluppo della produzione, (2) che la lotta di classe porta necessariamente alla dittatura del proletariato, (3) che questa dittatura costituisce solo la transizione verso l’abolizione di tutte le classi e verso una società senza classi». (Marx a Wyedemeyer 1852)
Sebbene l’intera dottrina marxista sia chiara su tutti questi punti, gli opportunisti hanno trovato il modo di falsificare, suggerendo che la dittatura del proletariato sia in realtà il socialismo, o che persino Lenin sostenesse il concetto di socialismo in un solo paese. La forzatura opportunistica potrebbe essere sostenuta da affermazione di questo genere:
«Lo sviluppo del capitalismo procede in modo estremamente diseguale nei vari paesi. Non può essere altrimenti nel sistema di produzione mercantile. Da ciò ne consegue in modo inconfutabile che il socialismo non può ottenere la vittoria contemporaneamente in tutti i paesi. Otterrà la vittoria prima in uno o più paesi, mentre gli altri rimarranno borghesi o pre-borghesi per qualche tempo». (Lenin)
«… quando ci viene detto che la vittoria del socialismo è possibile solo su scala mondiale, lo consideriamo semplicemente un tentativo, un tentativo particolarmente disperato, da parte della borghesia e dei suoi sostenitori volontari e involontari, di distorcere la verità inconfutabile. La vittoria “definitiva” del socialismo in un singolo paese è ovviamente impossibile». (Lenin)
«So che ci sono, naturalmente, dei saggi che si credono molto intelligenti e si definiscono persino socialisti, i quali affermano che il potere non avrebbe dovuto essere preso fino a quando la rivoluzione non fosse scoppiata in tutti i paesi. Non sospettano che parlando in questo modo stanno abbandonando la rivoluzione e passando dalla parte della borghesia. Aspettare che le classi lavoratrici realizzino una rivoluzione su scala internazionale significa che tutti dovrebbero rimanere immobili nell’attesa. È una sciocchezza».
Qui, ciò che Lenin intende per «vittoria del socialismo» è il successo della rivoluzione socialista, ovvero la sua vittoria sulla borghesia nazionale e l’instaurazione della dittatura del proletariato, che in effetti può avvenire in un singolo paese in un dato momento, ma non può progredire nella trasformazione della società se rimane isolata. Lenin descrive questo concetto in modo così dettagliato che qualsiasi tentativo di distorcere le sue parole non può essere considerato semplice ignoranza, ma opportunismo.
«La vittoria completa e definitiva su scala mondiale non può essere ottenuta solo in Russia; può essere ottenuta solo quando il proletariato sarà vittorioso almeno in tutti i paesi avanzati o, in ogni caso, in alcuni dei più grandi paesi avanzati. Solo allora potremo dire con assoluta certezza che la causa del proletariato ha trionfato, che il nostro primo obiettivo – il rovesciamento del capitalismo – è stato raggiunto…. Abbiamo raggiunto questo obiettivo in un paese, e questo ci pone di fronte a un secondo compito. Da quando è stato instaurato il potere sovietico, da quando la borghesia è stata rovesciata in un paese, il secondo compito è quello di condurre la lotta su scala mondiale, su un piano diverso, la lotta dello Stato proletario circondato da Stati capitalisti».
«Quando abbiamo dato inizio alla rivoluzione internazionale, non l’abbiamo fatto perché eravamo convinti di poter prevenirne lo sviluppo, ma perché una serie di circostanze ci ha costretti a farlo. Abbiamo pensato: o la rivoluzione internazionale viene in nostro aiuto, e in tal caso la nostra vittoria sarà pienamente assicurata, oppure faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario nella convinzione che, anche in caso di sconfitta, avremo servito la causa della rivoluzione e che la nostra esperienza sarà utile ad altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza il sostegno della rivoluzione mondiale internazionale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Prima della rivoluzione, e anche dopo, pensavamo: o la rivoluzione scoppia immediatamente, o almeno molto rapidamente, negli altri paesi, in quelli capitalisticamente più sviluppati, oppure moriremo. Nonostante questa convinzione, abbiamo fatto tutto il possibile per preservare il sistema sovietico in ogni circostanza, qualunque cosa accadesse, perché sapevamo che non stavamo lavorando solo per noi stessi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo, abbiamo ripetutamente espresso questa convinzione prima della Rivoluzione d’Ottobre, subito dopo di essa e nel momento in cui abbiamo firmato il trattato di pace di Brest-Litovsk. E, in generale, questo era corretto». (Lenin)
Passiamo ora a dimostrare che una società socialista o comunista non esiste né mai è esistita in alcuna parte del mondo, nella sua forma moderna, come conseguenza del superamento della società capitalista, mentre ben sappiamo dell’esistenza “comunismo primitivo” vissuto dall’umanità agli albori della sua storia.
«Nessuno, credo, studiando la questione del sistema economico della Russia, ha negato il suo carattere transitorio. Né, credo, alcun comunista ha negato che il termine Repubblica Socialista Sovietica implichi la determinazione del potere sovietico a realizzare la transizione al socialismo, e non che l’attuale sistema economico sia riconosciuto come un ordinamento socialista.»
Queste sono le parole di Lenin all’epoca in cui l’URSS era effettivamente una dittatura del proletariato, l’unica forma di Stato in grado di trasformare la società in socialista e estinguersi nella transizione al comunismo. Tuttavia, dopo che lo Stato proletario era diventato uno Stato capitalista classico, abbandonando qualsiasi politica classista e internazionalista, quando quindi era diventato uno Stato non più in grado di cambiare la società in modo rivoluzionario, fu allora che i suoi leader osarono definirlo socialista. Nel 1938 Stalin disse: «L’URSS ha già eliminato il capitalismo e ha instaurato un sistema socialista», un anno prima di lanciarsi in una guerra imperialista in cui non possiamo in alcun modo notare una differenza tra il significato delle azioni dell’URSS e dei suoi alleati e quello dei suoi avversari, per quanto riguarda la causa del movimento proletario. Tutti hanno agito secondo le regole di uno Stato Capitalista a tutti gli effetti.
Se vogliamo fare un parallelo con le scienze naturali, dovremmo vedere il blocco “capitalista/occidentale” e il blocco “socialista/orientale” non come due regni della vita diversi, ma come due sottospecie della stessa identica specie: il capitalismo. Come dimostreremo, non erano in alcun modo drasticamente diversi, non solo perché il capitalismo di stato era ben presente anche nelle economie di occidente, poiché entrambe le strutture economiche, statalista e liberale, condividevano le caratteristiche essenziali del capitalismo, già definite nell’analisi epocale di Marx.
Due tipologie di forme economiche che possono incrociarsi e convivere, due sistemi apparentemente opposti inseriti nel medesimo sistema mercantile. Nonostante gli embarghi, i trattati e le alleanze volti a isolare in una certa misura le due parti del mondo, l’economia capitalista ha la caratteristica di essere così interconnessa a livello globale da poter superare qualsiasi barriera. E non è che questi scambi fossero esclusivamente nascosti o clandestini, al contrario, facevano parte del piano. I cosiddetti paesi socialisti producono beni che debbono essere scambiati come merci con il blocco opposto, questo è un fatto innegabile. E come merci, questi beni, che racchiudono in sé il surplus di lavoro dei lavoratori, cristallizzato in forma materiale, vengono scambiati con la merce universale: il denaro, una forma decisamente incompatibile con la società comunista. Ancor più, questi blocchi erano molto fluidi, come dimostrato nella Seconda Guerra Mondiale e la successiva Guerra “Fredda”, dove l’Unione Sovietica e i suoi Stati satellite cambiavano alleati in base ai loro mutevoli interessi che non coincidevano affatto con quelli del proletariato.
Sorge tuttavia una domanda: come poteva esistere il capitalismo senza capitalisti? Ammettendo per il momento che effettivamente non ci fossero capitalisti, cosa che non è del tutto vera, risponderemo a questa domanda. È vero che nella sua esposizione economica Marx parla generalmente della classe capitalista composta da singoli capitalisti. Questo semplicemente perché quella era la forma generale che il capitalismo assumeva ai suoi tempi ed era quindi la premessa più adatta per un’analisi dei meccanismi delle relazioni sociali capitalistiche. Ma egli non mancò di menzionare la nozione – di incredibile significato storico per il nostro compito – che nella misura in cui lo Stato impiega manodopera salariata, agisce esso stesso come un capitalista, poiché anche il singolo capitalista è semplicemente la personificazione del suo capitale impersonale. L’idea che non sia necessario che esistano capitalisti individuali affinché esista la produzione capitalistica e il lavoro salariato e, affinché si riproducano le medesime relazioni sociali, è quindi presente fin dall’inizio nella nostra concezione fondamentale dell’economia politica, ed è la chiave per chiarire la questione dei presunti socialismi realmente esistenti. Il fatto che lo Stato sia l’unico datore di lavoro, cioè l’unico capitalista, anziché uno dei tanti, in collaborazione con attori privati, è solo una questione di differenze quantitative, non qualitative. In entrambi i casi, i lavoratori si affermano come classe vendendo la loro forza lavoro al Capitale, quindi in entrambi i casi i rapporti sociali sono di natura capitalistica. Il fatto che un’economia più centralizzata sarebbe più facile da trasformare in un’economia comunista nel contesto della conquista del potere da parte della classe operaia, non rende quell’economia più comunista.
La scienza economica borghese si occupa solo di numeri, statistiche e grafici senza vita nella sua analisi, rimanendo incapace di svelare il carattere dei rapporti sociali presupposti dal Capitale, motivo per cui può tracciare arbitrariamente linee di demarcazione per separare “tipi di economie” apparentemente diversi, con criteri del tutto incoerenti. La stessa valutazione è stata infatti utilizzata dagli economisti sovietici che hanno affermato che la maggiore crescita industriale dell’Unione Sovietica e dei suoi Stati satellite era dovuta ai miracoli del socialismo, facendosi beffe dell’intera economia politica marxista. Tuttavia, possiamo effettivamente utilizzare i dati forniti da questi economisti borghesi proprio per smontare le loro conclusioni e dimostrare la nostra visione marxista del mondo. Marx descrisse la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto nel capitalismo, e questa è la chiave semplice per comprendere la differenza nella velocità di crescita delle diverse economie nazionali. Il tasso di profitto dell’Inghilterra era già in calo ai tempi di Marx, mentre in Russia ci vollero ancora decenni prima che l’economia capitalista fosse adeguatamente consolidata. Non c’è quindi da stupirsi che nella seconda metà del XX secolo i capitalismi più giovani del mondo orientale crescessero a un ritmo più rapido rispetto a quelli occidentali, e questo non ha nulla a che vedere con il socialismo. Ha solo a che fare con gli stessi meccanismi che hanno fatto sì che la Germania e il Giappone superassero l’Inghilterra in termini di tasso di sviluppo all’inizio del 1900, e nessuno definirebbe le loro economie socialiste.
Se prima abbiamo ammesso, per chiarezza espositiva, che i capitalisti fossero stati effettivamente scomparsi nei paesi «socialisti», ora torniamo su questo punto. Lenin ha chiaramente presentato la situazione nelle sue opere successive alla Rivoluzione d’Ottobre, affermando che se fu relativamente facile sbarazzarsi dei grandi capitalisti, la sfida molto più difficile, per tutta la durata del periodo della dittatura del proletariato, era eliminare la piccola produzione e i suoi esponenti, i piccoli borghesi, i piccoli capitalisti, piccoli contadini. Finché questi esistono, non si può certo parlare di abolizione delle classi.
«Socialismo significa abolizione delle classi. La dittatura del proletariato ha fatto tutto il possibile per abolire le classi. Ma le classi non possono essere abolite in un colpo solo. E le classi rimangono e rimarranno nell’epoca della dittatura del proletariato. La dittatura diventerà superflua quando le classi scompariranno. Senza la dittatura del proletariato non scompariranno”. (Lenin)
Stalin in seguito impiegò esattamente lo stesso metodo dei socialisti-rivoluzionari che egli stesso aveva criticato in precedenza! Questi piccoli capitalisti continuarono ad esistere per tutta la durata dell’Unione Sovietica, molto tempo dopo che la dittatura del proletariato aveva comunque cessato di esistere e aveva assunto la forma di uno Stato capitalista classico. Lo stesso si può dire di tutti gli altri paesi “socialisti”, con la differenza che essi non avevano conosciuto la dittatura del proletariato. Per tutti questi paesi, la ragione che ha reso notevole il loro tasso di sviluppo è la stessa che ha mantenuto la produzione su piccola scala ancora così diffusa, cioè il loro relativo sottosviluppo. Alcuni settori, in particolare alcuni rami della produzione alimentare, erano ancora dominati dai piccoli capitalisti, dai contadini che erano in grado di produrre un surplus da vendere poi come merce. Infatti, come descritto da Marx nel Capitale Volume 2, quelle industrie in cui le merci risultanti sono più deperibili e possono resistere meno sotto forma di scorte, sono generalmente meno adatte all’economia capitalista moderna, il che rende più difficile toglierle dalle mani della piccola borghesia. Naturalmente, il capitalismo trova un modo, e da allora ne ha trovati molti, per incorporarle nel suo circuito. Dopo tutto, è il capitalismo stesso il più grande nemico della piccola borghesia, poiché concentra continuamente il capitale in mani relativamente sempre meno numerose.
Per tornare a un ultimo punto, abbiamo detto che, a differenza dell’Unione Sovietica, il resto del blocco “socialista” non ha nemmeno vissuto la dittatura del proletariato, una fase necessaria per la transizione dalla società di classe al socialismo e al comunismo. La dittatura del proletariato può essere instaurata solo quando la guerra civile dei lavoratori contro la classe capitalista nazionale, se la rivoluzione ha successo, impone il proprio Stato proletario. Mentre la Russia ha effettivamente conosciuto questo processo ed ha fatto la sua rivoluzione nel 1917, paralizzata poi nell’espandersi a livello internazionale, dove sono le rivoluzioni comuniste degli altri presunti paesi socialisti? Non le cosiddette “rivoluzioni” antifasciste, democratiche o popolari, né la semplice istituzione di un governo fantoccio “comunista”, ma rivoluzioni esplicitamente comuniste, con il chiaro obiettivo di distruggere le forme sociali esistenti. La risposta è che non ce ne sono state, e senza una vera rivoluzione comunista che assicuri la conquista del potere da parte del proletariato, la discussione sul fatto che un paese o una regione siano mai stati socialisti o tendessero al socialismo, è del tutto inutile. Tutto ciò che è realmente accaduto nei paesi “socialisti”, dopo la vittoria sulla Germania e la divisione in blocchi sancita dagli accordi di Yalta, è stata un’esportazione di bandiere e striscioni rossi, di inni sentimentali, di burocratismo fossilizzato, di tattiche opportunistiche, insomma, di tutto tranne che di rivoluzione. Non può esserci trasformazione comunista della società senza una guerra aperta dichiarata dal proletariato alla borghesia. Non può esserci comunismo senza l’abolizione delle classi, della proprietà privata, della forma merce e dello Stato stesso. Le affermazioni di Stalin di aver raggiunto il socialismo nella sua essenza o la promessa di Ceaușescu di realizzare un’economia socialista “multilaterale” non sono altro che la più infame e disgustosa blasfemia nei confronti di milioni di lavoratori che hanno combattuto per nientemeno che la totale distruzione della società come la conosciamo oggi e per la sua sostituzione con una vera società senza classi. Non versiamo nemmeno una lacrima ascoltando i loro inni patriottici che celebrano le grandi conquiste del “socialismo”. Continuiamo a percorrere la stessa strada di sempre, pienamente consapevoli dell’enorme compito che ci attende.
Nei giorni 27 e 28 settembre si è tenuta la periodica Riunione Generale del partito, in forma inevitabilmente mista, cioè in presenza e online, vista la distribuzione planetaria delle forze del partito.
Come sempre sono stati affrontati i temi vitali della dottrina di partito, nell’intento non certo di trovare nuove e risolutive soluzioni all’assenza di ampi movimenti proletari, sola premessa a un periodo rivoluzionario, ma piuttosto per ribadire i cardini della dottrina del partito della rivoluzione, per confermare, anche alla luce di recenti acquisizioni e sviluppi, la correttezza del metodo e delle prospettive del partito, secondo l’imperativo di invarianza trasmessoci dalle precedenti generazioni di militanti della Sinistra.
I temi trattati sono stati quindi la questione sindacale, la questione militare, le premesse della rivoluzione in Germania, il centralismo organico, l’andamento dell’economia del capitalismo, la storia della Sinistra.
Di seguito presentiamo i riassunti dei rapporti, che saranno pubblicati per esteso su futuri numeri dei nostri organi di stampa.
Il Centralismo Organico attraverso la corrispondenza di Partito
La serie delle relazioni sul funzionamento del centro del Partito ed in generale sulla sua vita interna è proseguita con una serie di citazioni tratte dalla nostra corrispondenza interna che coprono il periodo che va dalla ricostituzione del Partito nel 1952 alla fine degli anni ’70 del ‘900; materiale preziosissimo che permette di osservare nel profondo le già presenti fraterne relazioni che caratterizzeranno la futura società comunista.
Il relatore ha rimarcato che questo metodo di funzionamento proprio del solo Partito Comunista, giunto ad un determinato stadio del proprio sviluppo, non è il frutto di una geniale scoperta di un altrettanto geniale grande “Capo” ma «trae origine dall’organicità dialettica dei rapporti sociali, pur nella loro contraddizione, e non è metodo da usare solo all’interno dell’organizzazione del Partito, come se il Partito fosse qualche cosa di sospeso in aria. Il Partito deve muoversi secondo il centralismo organico anche nei confronti della classe e all’esterno delle sue file in generale». (Lettera del 5 giugno 1966)
Questa tesi fondamentale ha come corollario l’altra per cui «la funzione sviluppa l’organo, ed è quindi quella che ne determina le corruzioni delle forme; non è quindi la maniaca codificazione delle forme dell’organo che ne assicura una migliore funzione». (Lettera del 27 novembre 1966)
Si potrebbe, plasticamente, descrivere l’organizzazione del Partito come un «fascio di rette giacenti in un piano ed uscenti da uno stesso punto O, origine del fascio, che sarebbe il centro. La base o periferia sono i punti del piano, p, p1, p2, p3, ecc. e il centralismo organizzativo o organico è il sistema dei raggi O-p1, O-p2, O-p3 e via di seguito. Se uno dei punti p si elegge ad origine e creando una corrispondenza circolare cerca di sostituire al primo un nuovo sistema o un nuovo fascio di rette, p-p1, p-p2, p-p3, con ciò si è messo fuori e basta prenderne atto perché non facendolo tutto il Partito andrebbe a pezzi. Marx nella polemica con gli anarchici si riferiva a questi concetti quando diceva che il Consiglio Generale della I Internazionale doveva essere molto di più che una semplice boîte aux lettres». (Lettera del 13 aprile 1967)
I compagni non siano però tratti in inganno dall’esempio geometrico, tale schema di funzionamento dell’organo supremo che guiderà il nuovo Ottobre Rosso non è una costruzione “a priori” ma è appunto il frutto di un lungo parto storico solcato dalle Lezioni delle Controrivoluzioni. «È stato un salto qualitativo eccezionale quello dal centralismo “democratico” a quello “organico” […]. Nella 3° Internazionale maturano le condizioni per passare da un partito formato da varie organizzazioni […] ad un partito poggiante su una base omogenea. La vittoria della controrivoluzione ha interrotto materialmente il raggiungimento di questo ulteriore salto. Il partito deve risorgere dal punto più alto del suo sviluppo in cui la storia lo ha costretto: le posizioni della Sinistra comunista, il “centralismo organico”.
[…] Il partito non ha bisogno più di alcuna forma giuridica per esprimere la sua esistenza e la sua autorità: queste gli derivano dal programma e dal modo con cui realizza il programma». (Lettera del 19 febbraio 1966)
Da quando la classe operaia si costituì in partito politico gli opportunisti di tutte le risme sono andati alla ricerca delle famigerate garanzie, dell’assicurazione contro la degenerazione, fino ad arrivare al punto di stravolgere lo stesso contenuto del centralismo organico rendendolo uno schema ossificato in una serie più o meno ampia di norme “di comportamento”.
«Tutta la storia del nostro movimento indica, al contrario, che, pur essendo i principi sui quali l’organizzazione si fonda, chiaramente enunciati una volta per sempre, l’organo Partito deve costantemente acquisirli e farne carne della propria carne e sangue del proprio sangue traducendoli in azione pratica, in corretta interpretazione della realtà in cui esso si muove e combatte, in termini di corretta organizzazione ecc. In questo senso il lavoro teorico del partito non termina mai, ma si svolge nel continuo sforzo di far aderire ai principi e al programma la sua tattica, la sua organizzazione, la sua azione pratica. È in questo vivente lavoro che caratterizza l’esistenza stessa del Partito, che errori di tutti i generi, possono verificarsi e si verificano realmente. (Lettera del 2 marzo 1972)
Il rapporto ha poi affrontato i temi dell’autorità del Centro e dei rapporti tra questo e la periferia e di come debbano essere risolte le crisi che periodicamente si abbattono sul Partito; questioni di vitale importanza che necessiteranno di ulteriore studio.
Guerra Franco Prussiana: consacrazione della Germania a potenza Capitalistica
Continua l’esposizione della Premessa allo studio sulla guerra civile in Germania negli anni ’18-’23. Durante questa Riunione Generale è stata esposta la prima parte del capitolo
Si è quindi descritta la situazione economica della Germania dei primi dell’800, che viveva principalemente di agricoltura e di un artigianato ancora tecnicamente arretrato. Lo sviluppo industriale era sostanzialmente ostacolato dalla profonda frammentazione territoriale del paese (300 stati e 1400 feudi), che venne drasticamente ridotta dalle guerre napoleoniche. Napoleone pose fine al millenario Sacro Romano Impero scatenando un rivolgimento politico e una serie di profonde trasformazioni sociali ed economiche: mentre la borghesia in ascesa premeva sempre più per l’unificazione territoriale, quindi economica e conseguentemente politica, si assisteva allo sfaldamento della piramide feudale, con l’abolizione della servitù della gleba che a sua volta determinò la “liberazione” della manodopera agricola, rendendola così disponibile per le nascenti industrie. Anche le corporazioni, che regolamentavano strettamente i mestieri cittadini, furono sciolte, rendendo i mercati più aperti e competitivi. I confini semplificati e le riforme introdotte da Napoleone, come il nuovo codice civile e commerciale, iniziarono a favorire i commerci interni, eliminando barriere e regolamenti obsoleti che avevano sino ad allora ostacolato lo sviluppo economico. In tale contesto, l’egemonia della Prussia sugli altri stati tedeschi si consolidò grazie a una combinazione di fattori che la posizionarono non solo come la principale potenza militare e politica, ma anche come il motore economico che avrebbe guidato la Germania verso l’industrializzazione e l’unificazione.
Fu proprio la Prussia ad attuare per prima un programma di riforme volto al collocamento di fabbriche sul territorio tedesco: i risultati di tale strategia, tuttavia, furono modesti a causa della ancora presente profonda frammentazione a cui nel 1818 si cercò di ovviare, questa volta con successo, tramite una riforma del sistema doganale. Nel 1834 fu poi finalmente creata l’Unione Doganale (Zollverein). Per ottimizzare l’unione doganale, a partire dal 1840 si investì massicciamente anche nel miglioramento dei trasporti. Ma il vero e proprio “grande balzo” economico della Germania si verificò a seguito della vittoria nella Guerra Franco-Prussiana del 1871. Questa data segnò l’inizio di un’era di sviluppo poderoso e senza precedenti, alimentato da diversi fattori quale l’abolizione di tutte le barriere con la creazione di un immenso mercato unico; un’enorme iniezione di capitali proveniente dalla indennità di guerra imposta alla Francia (5 miliardi di franchi-oro); e l’annessione di Alsazia e Lorena,regioni ricche di giacimenti di ferro e carbone che, insieme a quelli della Ruhr, posero le basi per lo strapotere dell’industria pesante tedesca.
Quasi dieci anni dopo l’ONU, anche l’OCSE ha abbandonato la presentazione degli indici della produzione industriale e manifatturiera per rendere manifesti esclusivamente gli andamenti del PIL, che rimane l’unico punto di riferimento a cui può fare riferimento un capitalismo parassitario e in decomposizione; ora conta solo un accumulo fittizio con la speculazione.
Gli Stati Uniti, impantanati in una deindustrializzazione che ha desertificato le regioni produttive che un tempo hanno fatto la prosperità del capitalismo americano, ora con un profondo deficit di bilancio statale e commerciale hanno smesso di seguire i principi del liberalismo. Questi principi, che hanno caratterizzato tutto il lunghissimo dopoguerra, sono ormai un modo di operare sul mercato mondiale non più adatto ai tempi di profonda crisi e scontro commerciale, finanziario e produttivo tra gli Stati, per appoggiarsi invece al puro rapporto di forza gettando il peso del proprio mercato nazionale sul mercato mondiale, però con l’ausilio di una forza militare ancora sovrastante.
La crisi del capitalismo mondiale va avanti sconvolgendo le regole e i rapporti di forza interimperialistici. Spinge gli Stati a uno scontro commerciale e in alcuni casi persino a un ricorso aperto alla violenza per ristabilire la loro supremazia. I casi dello scontro imperialistico Russia, USA ed Europa sono paradigmatici di questo processo verso lo scontro totale. Ma questo è un rimedio peggiore del male. La guerra interimperialista combattuta in Ucraina potrebbe rovinare più di una economia nazionale. Lo stesso vale per gli Stati Uniti: la politica economica intrapresa dal nuovo governo, lungi dal portare a una reindustrializzazione del Paese, può invece accelerare la crisi e portare a un rovinoso crollo finanziario.
Prima di prendere in esame questi punti più in dettaglio, presentiamo la nostra consueta panoramica della situazione economica. Ma questa sarà ridotta, poiché, come già detto, non si dispone più degli indici elaborati dall’OCSE. Ci siamo quindi rivolti agli indici elaborati da Eurostat, ma questi riguardano solo l’Europa. Tuttavia, hanno presentato dei problemi perché elaborano diversi tipi di indici, tra cui indici non convenzionali in cui l’incremento si riferisce al mese precedente, invece che allo stesso mese dell’anno precedente. Tra tutti questi indici, è stato necessario verificare quelli corretti confrontandoli con gli indici dell’OCSE.
Siamo riusciti a recuperare gli indici degli Stati Uniti, ma mancano quelli del Giappone, Regno Unito, India, Corea del Sud e dei paesi dell’America. Consideriamo gli andamenti dell’inflazione per gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. La Cina presenta una curva quasi deflazionistica dall’aprile 2023, espressione della crisi di sovrapproduzione nella quale si sta trovando e che in questa fase si esprime con una guerra commerciale tra i principali costruttori di automobili.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dal maggio 2025 è verificato un leggero aumento dell’inflazione, che passa dal 2,4% al 2,9% in agosto. A causa dei pesanti dazi doganali imposti su un gran numero di prodotti importati, l’inflazione non potrà che aumentare. In una certa misura, le aziende straniere che esportano questi prodotti e le aziende americane che li importano dovranno ridurre loro profitti per non trasferire interamente il costo della tassa sui consumatori.
Tuttavia, con imposizioni che vanno, nel migliore dei casi dal 15% al 50% e al 100% nei peggiori, i prodotti importati dovranno aumentare il loro prezzo. Ci si deve quindi aspettare un’inflazione superiore al 3%. Attualmente l’inflazione media in Europa si è stabilizzata intorno al 2,4%. In linea di massima l’inflazione in Europa va da meno dell’1% per la Francia al 2,2% per la Germania. Al contrario, nel Regno Unito, che si trova al di fuori dell’Unione Europea, l’inflazione rimane molto alta, con tutte le difficoltà che produce al proletariato britannico, superando il 4%.
Guardando gli indici della produzione industriale degli Stati Uniti. Si evidenzia che dopo un periodo di depressione che va da marzo 2023 a novembre 2024, c’è una leggera ripresa con incrementi che si aggirano intorno all’1%: il punto più basso è dello 0,7% e quello più alto, nel gennaio 2025, dell’1,4%. Le tabelle sottostanti mettono in evidenza che, sulla base dei primi 8 mesi dell’anno, l’incremento è positivo con un modesto 0,8% rispetto al massimo raggiunto nel 2018, mentre nel 2024 era ancora negativo con un -0,4%. Tuttavia, questo recupero su sette mesi rimane molto modesto.
Incrementi della produzione industriale USA (valori percentuali)
Produzione manifatturiera USA (valori percentuali)
Un traino notevole alla produzione industriale è dato dall’estrazione mineraria, principalmente dall’estrazione di gas e petrolio da scisti. Se invece si fa riferimento alla produzione manifatturiera, i dati indicano che è ancora al di sotto del massimo del 2007 con un -7,6%. In altre parole, da 18 anni la produzione manifatturiera negli Stati Uniti, come in altri grandi paesi imperialisti, non è uscita dalla recessione del 2008-2009; e ci sono poche possibilità che il governo degli Stati Uniti possa fare qualcosa al riguardo.
Per quel che riguarda la Germania, un altro grande paese imperialista, anche se si tratta di una potenza media come gli altri paesi europei, dal 2019 è piena recessione, con incrementi che vanno dal -3,4% nel 2019 al -4,7% nel 2024. L’andamento degli incrementi mensili evidenzia una lunga depressione con un leggero miglioramento negli ultimi mesi, con un incremento positivo del 2,1% nel luglio 2025. Ma il confronto di questo incremento con quello di luglio 2024, quando la produzione era scesa del 5,4% su base annua, mostra che la produzione è ancora in recessione. E la situazione non è destinata a cambiare, se si considera che dall’inizio dell’anno l’industria ha perso 114 mila posti di lavoro. I principali settori dell’industria tedesca, l’industria chimica, le macchine utensili e il settore automobilistico, sono sottoposti a forti pressioni a causa della concorrenza cinese e delle tasse americane. È il cuore dell’industria tedesca a essere colpito e l’industria automobilistica tedesca, come quella degli altri paesi europei, rischia di scomparire.
Il nuovo governo tedesco vuole rilanciare la produzione industriale grazie a importanti lavori infrastrutturali, in particolare nel settore dei trasporti. Anni di risparmi in questo settore hanno portato la Germania ad avere infrastrutture non solo obsolete ma anche inefficienti. L’antica precisone teutonica degli orari per i treni non c’è più, e la situazione è peggiore che in Italia, che per altro ha segnato un miglioramento negli ultimi anni. Anche il sottosistema delle infrastrutture di comunicazione mostra dei problemi; il mancato allargamento alla fibra ottica mantenendo la connessione su doppino di rame evidenzia un mediocre funzionamento della connessione internet. D’altro canto il governo tedesco è poco indebitato rispetto agli altri paesi europei, e quindi ha un margine di manovra molto più ampio n questo senso e può quindi mettere in opera ingenti investimenti. La crisi militare in Europa e le necessità del riarmo da parte degli Stati federati nella Nato è arrivata al momento più opportuno; l’indicazione del governo di aumentare il bilancio militare sarà utilizzata anche come stimolo per l’industria tedesca.
Anche l’Italia è in recessione dal 2019. L’ultimo indice per il 2024 indica un -3%. La situazione è ancora più critica se si guarda agli andamenti pregressi Si nota tuttavia un leggero miglioramento dal febbraio 2025, però gli incrementi rimangono negativi, ovvero la produzione continua a diminuire, ma in misura minore. Le tasse di Trump non possono che aggravare la situazione.
Ultima della serie, la Francia. Apparentemente la situazione è migliore; invece di essere in una vera e propria recessione, si registra una quasi stagnazione: +0,2% nel 2022 al +0,6% nel 2023 e nuovamente +0,2% nel 2024. E se si calcola la media degli indici dei primi sette mesi del 2025, si ottiene un +0,4%. Tuttavia, proprio come per gli altri paesi europei, la produzione è nettamente inferiore al massimo raggiunto nel 2007: -11,5% per il 2024 e -10% per il 2025, ma solo su 7 mesi. Se i 5 mesi successivi saranno negativi, la produzione tornerà al livello del 2024, o addirittura più in basso.
La tabella seguente, compilata sulla base delle statistiche Eurostat, mostra gli incrementi dei diversi paesi dell’Unione Europea, più la Turchia, dal 2019 al 2024. Le ultime due colonne indicano gli incrementi del 2024 rispetto al 2018 e al 2007. Si prendano in considerazione in particolare le ultime due colonne. Si nota che tutti i vecchi paesi capitalisti hanno una produzione nettamente inferiore al massimo raggiunto nel 2007 e anche rispetto al 2018: dopo la grande recessione, i due anni di ripresa sono stati il 2017 e il 2018. Tra i vecchi paesi imperialisti, solo il Belgio fa eccezione grazie al dinamico capitalismo delle Fiandre.
Incrementi percentuali della produzione industriale 2019-2024
I paesi dell’Est hanno quasi tutti tassi di crescita elevati e rispetto al 2007 abbiamo: Polonia +97,3%; Lituania +66%; Estonia +37,7%; Lettonia +23,3%. Un altro paese europeo si distingue, sorprendentemente la Danimarca con +34,1%. Bisognerà approfondire per capirne il motivo. La Norvegia registra un +10% rispetto al 2018, ma un -5,5% rispetto al 2007, eppure è un importante produttore di gas in Europa. Rimane un paese non europeo, la Turchia, che registra un significativo incremento dell’111%. Si tratta di un capitalismo giovane che è diventato imperialista nel senso di Lenin.
In ultimo qualche dato sul commercio internazionale. Le esportazioni dei principali paesi imperialisti sono state tabulate dal giugno 2024 al luglio 2025. La Cina si distingue dagli altri con incrementi che possono arrivare fino al 12,5%. Tuttavia, negli ultimi mesi è scesa per ritrovarsi nella media degli altri paesi con incrementi che vanno dal 4,5% al 7,1%. La maggior parte dei paesi ha registrato incrementi negativi fino al mese di febbraio 2025. A partire da maggio 2025 tutti escono dalla recessione, gli incrementi tornano ad essere positivi, alcuni superano la Cina, altri si collocano leggermente al di sotto, mentre gli incrementi della Cina rappresentano la media. Si deve precisare che questi dati sono espressi in dollari costanti, e dunque non si tiene conto dell’inflazione.
CONCLUSIONE
L’attuale governo americano, in linea con il precedente, mira a reindustrializzare gli Stati Uniti e a ridurre il deficit commerciale. A tal fine, intende usare il bastone e giocare sulla svalutazione della moneta, credendo che la diminuzione delle tasse alla grande borghesia la incoraggerà a investire, il che è una illusione. Gli industriali effettuano investimenti produttivi solo se sono sicuri di poter trarre profitto dalla vendita delle loro merci, ma il mercato americano e quello mondiale sono già saturi.
Per sovvenzionare la riduzione delle tasse, il governo Trump ha bisogno di tassare i prodotti importati, ma il deficit dello Stato federale supera di gran lunga il gettito che ne potrà derivare. E la riduzione delle tasse non fa che aggravare la situazione. Il debito pubblico americano sta diventando davvero colossale, raggiungendo oggi almeno i 36.000 miliardi di dollari. Di conseguenza, di anno in anno, il fabbisogno finanziario dello Stato federale sta diventando esponenziale. Allo stesso tempo, la politica economica dell’attuale amministrazione sta minando la fiducia nel dollaro che, dalla fine della seconda guerra mondiale, è alla base del sistema finanziario mondiale. Per rendere più competitiva l’industria manifatturiera, il governo spinge al ribasso il dollaro, che dall’inizio dell’anno si è svalutato di circa il 10% rispetto a un paniere di valute di riferimento. Ciò si traduce in un calo del 10% dei titoli di Stato americani detenuti da stranieri. Tuttavia, negli ultimi 10-15 anni, il possesso di titoli del Tesoro da parte di stranieri è in calo: dal 60% prima della grande crisi del 2008-2009, è sceso al 30% attuale.
La politica economica americana non fa che accentuare questa sfiducia. Si è evidenziato durante la piccola crisi di aprile, quando il dollaro non ha svolto il suo ruolo di valuta rifugio mentre gli asset a rischi entravano in sofferenza sul mercato azionario. E per la prima volta si è verificata una fuga di capitali, esattamente come nei paesi in via di sviluppo durante una crisi. Per evitare l’aumento dei tassi di interesse sui prestiti a lungo termine, che operano come riferimento per gli interessi sul debito, lo Stato ricorre sempre più spesso a prestiti a breve termine. Ciò rende ancora più rischiose le operazioni di prestito, poiché devono essere rinnovate più spesso con importi sempre crescenti.
Con queste premesse arriverà un momento in cui lo Stato americano non sarà più in grado di rinnovare il proprio debito sul mercato mondiale. Lo Stato federale si troverà quindi in bancarotta si produrrà necessariamente un gigantesco crollo obbligazionario, che si estenderà a tutte le nazioni e l’immenso castello di carte finanziario crollerà. Le banche centrali cercheranno di intervenire come nel 2008-2009, ma alla fine di questo sconvolgimento non riusciranno a riprendere in mano la situazione.
Il futuro del capitalismo è una crisi peggiore di quella del 1929. E ne potrà venir fuori soltanto con una nuova terribile guerra mondiale che dovrà distruggere tutte le eccedenze, pareggiare tutti i conti in sospeso e ridefinire i “confini del mondo”.
Ma questa non è la soluzione per il proletariato, e per l’umanità tutta. Il futuro dell’umanità non dovrà essere questo, è la certezza nostra. La vecchia Talpa continua inesorabilmente il suo grande lavoro di scavo per riportare sul binario della rivoluzione il proletariato mondiale!
Riprendendo il titolo dell’omonimo numero di Comunismo, 10/1982, abbiamo voluto ripercorrere, nei numeri 433 e 434 del nostro giornale, la linea espressa del Partito e la sua condotta nella attività sindacale svolta a partire dal secondo dopoguerra.
L’articolo che vogliamo ripresentare oggi fu pubblicato dieci anni dopo, nel 1992. Esso tratteggia con chiarezza, e ulteriormente puntualizza, quanto espresso nel testo di allora, riconfermando la continuità della tattica sindacale espressa allora e che non è dato improvvisare o modificare ad ogni stormir di fronda.
Nel testo che ripubblichiamo in questo numero, “Termini dell’attività sindacale del Partito” si svolgono alcune importanti puntualizzazioni:
Prima di tutto la distinzione fra “sindacati reazionari” che operavano ai tempi della seconda Internazionale e nel primo dopoguerra, diretti in senso controrivoluzionario da sciovinisti e opportunisti, ma comunque potenzialmente riconquistabili da parte di una direzione comunista. E per contro, repressi e sciolti e i sindacati operai di allora,i “sindacati di regime” creati con l’avvento del fascismo all’interno delle corporazioni, e poi in continuità ricostituiti nel secondo dopoguerra ,“cuciti sul modello Mussolini”, come li descrivemmo allora.
Per acquisire credibilità e consenso presso la classe lavoratrice, CGIL (denominata con la I che sta per “italiana”) dovette rifarsi formalmente alla tradizione della vecchia CGL ed i lavoratori vi si raccolsero attorno, costringendola anche a dure lotte che si accesero nel secondo dopoguerra. Il richiamo forzato a questa tradizione, fece sì che militanti comunisti potessero organizzarsi al suo interno, conducendo aspre battaglie contro i bonzi, così come abbiamo già descritto, considerando anche l’ipotesi di una “riconquista a legnate”, per lo meno delle sue strutture di base.
L’articolo poi descrive come, a partire dagli anni ’70,con il manifestarsi della crisi economica, la CGIL, inaugurando la “politica dei sacrifici”, in difesa della “economia nazionale”, ha progressivamente scoperto i suoi connotati di “sindacato di regime”, contrastando ogni episodio di lotta espresso dalla base operaia e chiudendo ogni spiraglio utile per l’ intervento dei comunisti al suo interno.
Le lotte, anche di estensione nazionale, scaturite in alcuni settori del pubblico impiego (ospedalieri e scuola) e nei trasporti (ferrovie e trasporto aereo), condotte in contrasto con le direttive e l’azione dei bonzi sindacali, avevano espresso la necessità di organizzazioni autonome contrapposte a quelle dei sindacati ufficiali. A seguito anche del poderoso sciopero di 35 giorni alla Fiat, tradito e affossato infine dalla CGIL, il Partito intese esplicitare e formulare la prospettiva: “fuori e contro il sindacato di regime, per la rinascita del sindacato di classe”. L’impegno del Partito in campo sindacale, pur conservando l’attitudine a intervenire in qualsiasi espressione della lotta dei lavoratori, spostava così, per la situazione creatasi allora in Italia, l’attenzione verso il “sindacalismo di base” in cui riconosceva la tendenza alla riorganizzazione di classe contro la politica collaborazionista del sindacato di regime.
Termini dell’attività sindacale del partito
Da Il Partito Comunista 202/1992
Riguardo ai sindacati, il Partito esprime posizioni che hanno carattere di principio e che concernono la necessità della presenza di vaste organizzazioni a carattere economico aperte a tutti i salariati.
Tramite la sua frazione organizzata all’interno, il Partito tenta di acquisire in esse un’influenza determinante e, nella fase rivoluzionaria, la loro stessa direzione. In tal modo si viene a creare il collegamento fra il Partito e la classe (cinghia di trasmissione), attraverso il quale si esplica la funzione di guida del movimento rivoluzionario che gli è propria.
La conquista di tale influenza sulle organizzazioni proletarie intermedie si realizza attraverso la dimostrazione che la sua linea è la più coerente e conseguente nella difesa delle condizioni della classe lavoratrice, di fronte alla linea e alla direzione espressa dagli altri movimenti politici pure organizzati al loro interno (riformisti, anarchici, sindacalisti, etc.) contro i quali si svolge una lotta politica. Ciò dovrà apparire ben evidente a tutti i proletari alla prova dei fatti.
Parliamo delle organizzazioni a carattere puramente economico, i sindacati, dei quali il Partito, estraneo ai continui sbandamenti di altri, ha sempre ribadito la funzione insostituibile. Di diversi organismi intermedi, a carattere político, tipo consigli o soviet, è prevedibile la necessità nella fase prossima alla conquista del potere.
Fin qui ciò che riguarda i principi. Altra questione è la valutazione dei sindacati attuali, il nostro atteggiamento nei loro confronti, la tattica che il Partito adotta nelle diverse circostanze.
In questo l’azione del Partito è legata all’interpretazione dei fatti e allo studio delle situazioni diverse, che non è immune da approssimazione e richiede progressive precisazioni e rettifiche.
Prima di tutto sono da considerare le diversità da paese a paese riguardo della storia della formazione delle organizzazioni proletarie, le loro caratteristiche organizzative, il loro modo di procedere e la politica che le ha ispirate di fronte alle battaglie condotte e alle sconfitte subite dal proletariato. Ad esempio il sindacalismo “unionista” anglosassone ha caratteristiche ben diverse dal sindacalismo di industria in Italia e Francia.
Le valutazioni del Partito e la tattica nei confronti dei sindacati attuali non saranno quindi probabilmente identiche in tutti i paesi e circostanze.
L’indicazione del Partito a non organizzarsi più nella CGIL e per la ricostruzione del sindacato di classe “fuori e contro il sindacato di regime”, non è un principio generale di azione del Partito, ma il risultato di una valutazione della situazione maturata in Italia e che comunque rimane suscettibile di essere precisata meglio se non rettificata in relazione allo svolgersi degli avvenimenti.
Prima di tutto è necessaria una distinzione.
Giustamente Lenin frusta gli estremisti che procedono alla formazione di sindacati “rivoluzionari”, abbandonando le masse organizzate nei sindacati alla influenza dei dirigenti social-democratici controrivoluzionari, agenti della borghesia. I comunisti debbono lavorare fin nei sindacati più reazionari, con la prospettiva di assumerne, in circostanze favorevoli, la direzione, cacciando i vecchi dirigenti, e ribaltare la politica che li guida.
Ma è necessario distinguere fra “sindacati reazionari” e “sindacati di regime”. I primi sono sindacati operai diretti da «sciovinisti e opportunisti, spesso direttamente o indirettamente legati alla borghesia e alla polizia», come dice Lenin. Tali dirigenti si adoperano in azioni sabotatrici delle lotte operaie e soprattutto intervengono per deviarle dallo svolgimento in senso classista e rivoluzionario. Conservano tali sindacati tuttavia il carattere operaio, sono utili e utilizzati per la lotta di classe, ed è possibile l’organizzazione al loro interno dei lavoratori comunisti e l’agitazione delle loro parole d’ordine. Sono suscettibili di essere conquistati, in circostanze favorevoli, all’azione di classe e alla direzione del Partito.
Tale è la caratteristica della CGL in Italia prima del fascismo. Distrutta questa organizzazione dalle bande fasciste e dalla polizia di Stato, la borghesia non lascia un vuoto: costituisce il sindacato “fascista”, sindacato di regime, emanazione dello Stato. Questo è un sindacato coatto, la cui struttura emana dall’alto ed è inaccessibile ad alcuna penetrazione della direttiva classista. I suoi principi inalienabili sono la collaborazione sociale, secondo i principi del corporativismo fascista, e quindi, già per statuto, ne è impedito l’accesso ai comunisti. Nonostante in taluni casi dimostri di schierarsi a difesa delle rivendicazioni operaie, questa organizzazione non è più un vero sindacato e il Partito indica di non organizzarsi all’interno di esso.
La CGIL (la “I” aggiunta sta per “italiana”), ricostruita nel secondo dopoguerra venne dichiarata dal Partito «erede del sindacalismo fascista» e «cucita sul modello Mussolini». Anch’essa infatti fu emanazione diretta del regime e si affermò soffocando tentativi di organizzazione operaia nel senso rosso di classe.
Tuttavia vi erano necessità legate all’imbonimento democratico e alla mistificazione antifascista che facevano sì che tale sindacato raccogliesse formalmente la tradizione della ex CGL, nella quale la maggioranza dei lavoratori si identificava. Le masse lavoratrici italiane consideravano la CGIL il loro rosso cambattivo sindacato. Ciò consentì al Partito di organizzarsi all’interno, agitando i principi della lotta di classe anticapitalistica, indicando ai lavoratori la necessità del “ritorno” del sindacato alla politica di classe e tentando pure la conquista di strutture di base come le Camere del lavoro, organismi territoriali, o le Commissioni interne, organismi di fabbrica.
Già da allora comunque si prospettava una seconda eventualità: la ricostruzione ex novo del Sindacato di classe. Impossibile allora prevedere quali delle due eventualità avrebbe storicamente prevalso.
Nel corso successivo, dal dopoguerra ad oggi, si è potuto constatare nella CGIL il progressivo abbandono di qualsiasi richiamo anche formale non solo alla politica, ma anche soprattutto al modo di organizzarsi e di strutturarsi del sindacato di classe.
Vi è stata l’unificazione con CISL e UIL, sindacati di origine scissionista e di emanazione padronale e l’introduzione della delega al padronato per la riscossione dei contributi al sindacato, della quale il Partito indicò il rifiuto, ponendosi i nostri militanti già in parte al di fuori dell’apparato del sindacato confederale, essendo per molti di noi impedita l’iscrizione.
La crisi economica di metà anni ’70 accelerava questo processo. Assieme alla varata “politica dei sacrifici”, le maglie della organizzazione della CGIL divenivano sempre più strette e impenetrabili ad alcuna influenza di classe, tanto che sempre più frequentemente episodi di lotta in contrasto con la politica collaborazionista erano costretti ad appoggiarsi sulla organizzazione dei lavoratori all’esterno del sindacato confederale, che invece si adoperava con tutti i mezzi al sabotaggio di tali lotte. La CGIL diveniva sempre più chiusa e inaccessibile, fin nelle organizzazioni di base e di fabbrica. Oggi neanche più vengono sottoposte all’approvazione delle assemblee dei lavoratori le piattaforme rivendicative e gli accordi pattuiti con il padronato. Tutte le decisioni si svolgono in una sfera a cui i lavoratori non possono accedere.
Il sindacato confederale, che oggi è arrivato perfino a ratificare le leggi antisciopero, è divenuto una organizzazione separata e contrapposta alla massa lavoratrice, un corpo di funzionari pagati per far passare qualsiasi attacco portato dal capitale e bloccare ogni reazione operaia. Al suo apparato non possono accedere i lavoratori se non quella minima parte di essi che, normalmente per acquisire vantaggi personali, si vendono, sposando quella politica.
In tali condizioni è impraticabile, e illusorio per la classe, il lavoro dei comunisti all’interno di tali organizzazioni volto allo scopo di cacciare i dirigenti “venduti e corrotti” e riconquistarle a una politica di classe. Da tempo non esistono sedi all’interno del sindacato in cui il Partito può condurre la sua battaglia. Tutti gli accessi sono a noi sbarrati, pur se avessimo la tessera in tasca e anche se raccogliessimo l’adesione di molti lavoratori.
Certamente partecipiamo con le nostre posizioni alle manifestazioni, agli scioperi e alle poche assemblee operaie che ancora il sindacato indice, ma questo non significa “lavorare nel’sindacato”.
D’altronde si è potuto constatare dalla fine degli anni settanta che qualsiasi tentativo dei lavoratori a muoversi in senso opposto alla politica collaborazionista si è manifestato attraverso organizzazioni esterne e contrapposte al sindacato confederale. I COBAS esprimono questa tendenza. Mentre le opposizioni interne alla CGIL si rivelano come tentativi di copertura messi in atto per recuperare e tradire il malcontento.
Lenin parla di “sindacati reazionari”, cioè organizzazioni appartenenti alla classe lavoratrice pur se dirette da capi corrotti e venduti. In questi è possibile, indispensabile, il lavoro dei comunisti diretto a sconfessare l’azione della dirigenza e a riconquistarli, in situazioni favorevoli, alla politica di classe e alla guida del Partito. Oggi in Italia siamo di fronte invece a sindacati “di regime”, che se non sono ancora dichiarati sindacati “di Stato” come in regime fascista, sono però ormai intimamente integrati nell’apparato istituzionale del potere capitalista e non appartengono più alla classe lavoratrice. Sono strutture chiuse e impenetrabili, come qualsiasi altra istituzione del regime, in cui troviamo lavoratori “iscritti” ma non organizzati. Strumenti inutilizzabili dalla classe.
Da ciò deriva la constatazione dell’impossibilità del lavoro all’interno per renderlo influenzabile a una politica di classe e quindi la nostra formulazione della necessità di ricostituzione ex novo del sindacato di classe, fuori e contro il sindacato di regime.
È vero che, se pur nel malcontento diffuso, la maggioranza dei lavoratori continua a seguire le non-direttive di questi sindacati e non esprime ancora la necessità di abbandonarli per ricostituire il sindacato classista. Ma il Partito ha il compito di anticipare questa necessità.
E anche da prevedere che, di fronte a una forte pressione dei lavoratori, questi sindacati si trovino nella necessità di non sconfessare e formalmente mettersi alla testa di movimenti estesi di lotta, quando non fosse possibile trattenerli oppure isolare e reprimere la parte più combattiva. Il sindacato di regime in questi casi potrebbe svolgere la sua funzione assumendo la direzione del movimento e facendo proprie alcune sue rivendicazioni, ma solo per cercare di controllarlo, di circoscriverlo, deviarlo e farlo sconfiggere. L’alternativa di abbandonarlo a se stesso potrebbe portare alle conseguenze più temibili per il regime. Ciò è accaduto per esempio nel caso del magnifico sciopero contro i licenziamenti, proseguito ad oltranza per un mese dagli operai della Fiat nel 1980 ed infine pugnalato dalla CGIL.
Compito del Partito in queste occasioni sarebbe comunque quello di indicare la necessità della organizzazione autonoma dal sindacato di regime per la conduzione della lotta e come risultato fondamentale che da essa deve scaturire.
Ripetiamo che queste considerazioni sono relative alla situazione in Italia, dove il Partito ha avuto fino ad oggi maggiori occasioni di misurarsi nell’attività sindacale, mentre riteniamo non sufficientemente approfondito lo studio della situazione in altri paesi, dove pure siamo presenti ma con forze esigue. Tale studio è determinante per la definizione di nostre formulazioni in materia di tattica sindacale. Esso dovrà ripercorrere la storia degli organismi sindacali fino ad oggi, definendo le forme e i modi nei quali si strutturano, come sono organizzati nelle fabbriche e ai livelli superiori, il legame con i partiti, la politica che li ispira e il grado di integrazione nell’apparato statale. Occorre conoscere le tendenze che si esprimono all’interno e l’azione di eventuali opposizioni alla politica dei gruppi dirigenti, l’effettiva possibilità che organizzazioni alla base possano rendersi suscettibili di una azione di classe.
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Un altro punto che ci interessa puntualizzare riguarda la definizione di ciò che si intende per “sindacato di classe”. Ciò di fronte a chi vorrebbe ricondurre il problema ad una pura questione di forme organizzative. Molti sostengono che sarebbe necessario ripartire dalla “democrazia di base” in quanto sarebbe stato l’abbandono della consultazione democratica dei lavoratori il motivo della degenerazione del sindacato. Ugualmente deprecano che si sia venuto a sostituire un corpo di funzionari ben pagati e sottratti al lavoro in fabbrica agli attivisti operai volontari.
È vero che il sindacato di regime, portatore di una politica antioperaia, si struttura in modo da non essere subordinato, ma al contrario imporre sistematicamente la sua volontà alla classe. Ma anche nel sindacato di classe la “democrazia di base” sarà un feticcio e dovrà essere subordinata alla necessità dell’azione tempestiva e unitaria di tutto il movimento, oltre che alla difesa della linea e l’azione di classe contro le spinte corporative e reazionarie che inevitabilmente si manifesteranno anche nella stessa base.
È vero che il sindacato di regime non può che fondarsi su un apparato di funzionari ben pagati e corrotti, ma anche il sindacato di classe, pur basandosi sull’attività volontaria, avrà necessità, in una organizzazione vasta e centralizzata, di dirigenti a tempo pieno e quindi stipendiati.
Un altro punto. Non è compito nostro, né di chiunque altro, andare a scoprire nuove forme organizzative, pensando che lì si trovi la chiave di risoluzione del problema della ricostituzione del sindacato di classe. E possibile che la classe esprima, in una fase di ripresa, forme organizzative diverse da quelle tradizionali, che non ci è dato prevedere oggi. Non sono dunque i COBAS oggetto del nostro interessamento in quanto manifestano forme originali di organizzazione operaia, ma in quanto esprimono la tendenza alla riorganizzazione contro la politica collaborazionista.
Ciò che anticipiamo è la necessità del ritorno a una politica e una azione di classe da parte di organizzazioni a carattere puramente economico di soli salariati, strutturate in modo centralizzato per assicurare l’unità di azione del movimento, basate su organizzazioni di fabbrica, ma anche necessariamente esterne, a carattere territoriale.
Su questi ultimi punti ritorneremo in un prossimo articolo.
L’arbitrato, come forma di collaborazione di classe, ha avuto origine nell’Inghilterra del XIX secolo. Tuttavia, le condizioni necessarie per l’esistenza sia della conciliazione che dell’arbitrato erano presenti già prima delle normative di Westminster (1867, 1872 e 1896). Le leggi elisabettiane del 1562-1563 miravano a fissare i prezzi, imporre salari massimi, limitare la libertà di movimento dei lavoratori e regolamentare la formazione. Prevedevano che la valutazione dei salari potesse essere sancita da mediatori nominati dallo Stato. Tuttavia, l’idea dell’arbitrato industriale trova una più chiara espressione nel Master and Workmen’s Act del 1824, “per la risoluzione delle controversie che possono insorgere tra i datori di lavoro e i lavoratori impegnati nella produzione del cotone”.
L’’arbitrato come strumento per assicurare la collaborazione di classe fu istituzionalizzato solo all’interno di nuovi governi federati sotto l’impero britannico: Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia. In queste colonie, la portata limitata dei mercati locali richiedeva la sicurezza della produzione per l’esportazione, mantenuta da settori della classe operaia relativamente piccoli che vivevano in prossimità dei siti di produzione. Questa sicurezza si realizzò attraverso i tribunali. L’emanazione di “accordi” imposti dallo Stato vincolava la manodopera, altrimenti instabile, a parametri controllabili. È in questi tribunali di accordi industriali obbligatori che si sosteneva di poter raggiungere una risoluzione cosiddetta“equa”, che avrebbe potuto escludere ogni accenno di mobilitazione operaia incanalandola secondo percorsi “appropriati” .
Instancabilmente, oggi come ieri, i traditori della classe operaia favoriscono il coinvolgimento sempre maggiore dello Stato. Con lo scopo di eludere la mobilitazione, liquidandola come ‘distruttiva’ o “inappropriata”, offrono invece di chiedere concessioni in tribunale alla classe dirigente. La borghesia, naturalmente, concede queste riforme dopo sufficienti discussioni, lontano dal posto di lavoro, in modo che i lavoratori rinuncino alla mobilitazione mentre aspettano che i procedimenti legali si trascinino, dove, alla fine, la richiesta iniziale viene approvata come un guscio vuoto. È così che lo Stato e i padroni forgiano il quadro: cercano di ostacolare, sopprimere e rinviare qualsiasi azione della classe operaia che sfugga al loro controllo.
Nelle fasi di accumulazione allargata, la borghesia può permettersi di mascherare il proprio dominio con una veste “sociale”, rafforzando lo “Stato assistenziale” e consolidando la presa sulla classe lavoratrice: i tribunali arbitrali, l’assistenza sociale e le condizioni di lavoro e di vita diventano strumenti per integrare il proletariato nell’apparato del capitale, per addomesticare il conflitto. Tuttavia, questo meccanismo non è nato dalla forza, ma dalle sconfitte del movimento operaio, quando correnti opportunistiche e mediatori della classe media o borghese hanno deviato la lotta di classe verso canali istituzionali, offrendo ai lavoratori “accordi migliori” e allontanando il pericolo dello scontro aperto. Una volta incorporate, queste concessioni sembrano durature, ma ad ogni recessione, la maschera cade e le stesse istituzioni che un tempo promettevano equità tornano ad imporre divieti e decreti, sostenuti dall’intervento della polizia e dalla violenza, per soffocare l’agitazione e spezzare gli scioperi. Si alternano, a seconda delle esigenze dello Stato e del Capitale, integrazione e repressione.
A questo proposito, esamineremo i tribunali del lavoro australiani, quelli della Fair Work Commission (FWC), uno dei tribunali più potenti ed estesi delle democrazie liberali.
Perché l’arbitrato è nato in Australia
La prima crescita significativa dell’opportunismo all’interno del movimento sindacale australiano avvenne durante un periodo di grande mobilitazione della classe operaia. Già negli anni Ottanta del XIX secolo, il proletariato australiano si era distinto come una forza significativa operante nei crescenti antagonismi all’interno della società capitalista in fase di crescita.
A seguito di una grande depressione in Australia, dove la disoccupazione raggiunse il picco del 33%, si innescò un periodo di significativa mobilitazione operaia. In precedenza, quando la corsa all’oro degli anni ’40 dell’Ottocento cominciò a cedere il passo all’allevamento come attività economica dominante, la sindacalizzazione ebbe notevole sviluppo nei settori di nuova costituzione. Inoltre, i lavoratori, imparando dalla fallita ribellione di Eureka (che non era altro che una violenta lotta dei piccoli produttori), avevano iniziato a comprendere la necessità della lotta collettiva.
Negli anni Novanta dell’Ottocento l’aggravarsi della situazione economica portò a grandi scioperi. In particolare, uno sciopero di solidarietà che si estese dai tosatori ai portuali e successivamente ai minatori di carbone,interessò oltre il 50% dell’Australia (principalmente paralizzando il commercio marittimo, dove le mancate esportazioni rappresentavano la maggior parte del danno, poiché le riserve di lana e carbone nei porti non potevano essere spedite a destinazione).Tali azioni rappresentarono una dura lezione per la borghesia.
La classe dominante dovette impegnarsi in significative azioni repressive in cui le truppe e la polizia ricevettero l’ordine di “mettere gli scioperanti fuori combattimento”, mobilitando risorse per organizzare mano d’opera a sostituire gli scioperanti. A tale scopo si erano creati i sindacati padronali. Organismi come l’Unione dei datori di lavoro del Victoria (1865) e del Nuovo Galles del Sud (1888) che furono fondamentali per promuovere la creazione di un organismo nazionale: la Camera di commercio australiana (1901).
Tuttavia la mobilitazione operaia negli anni 1891-92-94 aveva indebolito la posizione della borghesia al punto che la piccola borghesia si era quasi rassegnata all’idea di dover assistere al trionfo della classe operaia. La classe media e la piccola borghesia erano pronte a svolgere un ruolo passivo sulla scia del proletariato in movimento e dei crescenti disordini urbani. L’appello per un “XX secolo socialista” era frequente nei giornali dei lavoratori.
Tuttavia la borghesia e i grandi proprietari terrieri, in assenza di un’avanguardia operaia unificata e organizzata in partito politico preparato a guidare l’assalto, furono in grado di organizzarsi e difendersi.
Le controffensive contro i lavoratori ebbero la meglio, recuperando i precedenti aumenti salariali con tagli fino al 30%. La classe media, ormai sempre più distante dal proletariato in sciopero e dalle sue ripetute sconfitte, assorbì i lavoratori indeboliti e entrò nella politica parlamentare. Assistiamo così alla formazione dei partiti laburisti statali che promossero con successo i tribunali di conciliazione come principali sostenitori di un metodo legalistico per risolvere i conflitti di classe.
Il Partito Laburista, indipendentemente dalla sua costituzione organizzativa come “Partito socialdemocratico”,tenendo a riferimento la piccola e media borghesia era ed è materialmente il principale difensore del sistema capitalistico dal quale solo apparentemente protegge i lavoratori.
A seguito della costituzione della Federazione australiana, mentre si rafforzavano i nuovi parlamenti, la legislazione per l’introduzione di un tribunale federale del lavoro per gli accordi industriali ebbe successo grazie al Commonwealth Conciliation and Arbitration Act del 1904. Questa legge fu originariamente concordata dalle colonie nel 1886 “in modo che le controversie tra datori di lavoro e lavoratori potessero essere risolte in futuro senza ricorrere ai mezzi crudeli e non scientifici che erano stati solitamente adottati in passato, vale a dire scioperi e serrate” (dal Congresso intercoloniale dei sindacati e delle associazioni di categoria dell’Australasia).
Imparando dall’esperienza recente, la nuova costituzione e la nuova legge conferirono al Commonwealth l’autorità esplicita di centralizzare la regolamentazione industriale all’interno di un tribunale federale, con il potere di ricorrere all’arbitrato forzato e all’azione punitiva..
La legge articolava questo potere creando la Corte di conciliazione e arbitrato del Commonwealth, conferendole chiari poteri per prevenire scioperi e picchetti, imporre l’arbitrato su accordi tra datori di lavoro e dipendenti ed emettere sentenze vincolanti su salari e condizioni di lavoro.
L’arbitrato obbligatorio richiede che, quando un datore di lavoro e i suoi dipendenti sono in trattative per la retribuzione, le condizioni di lavoro, ecc., la controversia sia deferita a un tribunale statale o indipendente, che media e infine emette un lodo vincolante sui termini del contratto.
La definizione di “controversia industriale” contenuta nella Costituzione è stata immediatamente ampliata nella legge per includere le controversie relative all’occupazione nelle ferrovie, ai dipendenti pubblici e alle industrie controllate dallo Stato.
Sono state previste misure punitive: si possono vietare le azioni sindacali, determinare salari e condizioni di lavoro legalmente vincolanti e farli rispettare attraverso multe, reclusione e scioglimento dei sindacati. È stato definito l’ambito consentito delle azioni sindacali, inserendo le richieste della classe operaia nei canali legali e limitando gli scioperi. La centralizzazione degli affari sindacali nelle mani degli organi esecutivi della corte significava eliminare l’influenza della massa dei lavoratori sulle decisioni finali riguardanti l’azione rivendicativa .
Ma l’efficacia dei tribunali richiedeva una maggiore sottomissione dei lavoratori e il suo effettivo utilizzo da parte della borghesia. Sarebbe quindi stato “corretto” che i sindacati o i datori di lavoro si rivolgessero ai tribunali solo quando l’altra parte fosse stata d’accordo. I sindacati che si fossero rifiutati sarebbero stati puniti con la massima severità.
I lavoratori tentarono il loro primo e più duro sciopero nel 1917. Il tenore di vita, appena recuperato dopo 20 anni, era crollato nuovamente, salari reali diminuiti di un terzo; la disoccupazione arrivò a superare il 10%. Durante la guerra, il governo introdusse diverse leggi per pacificare e reprimere gli elementi più sovversivi della classe operaia con divieti assoluti e una dura repressione dei lavoratori in lotta. Si sarebbero potuti espellere gli “stranieri” che avessero “messo in pericolo” il governo, limitate tutte le comunicazioni e obbligata “qualsiasi persona a rivelare qualsiasi informazione” che consentisse l’espulsione dei membri del prevalente IWW e dei leader sindacali. In seguito queste norme repressive si estesero fino a diventare un vero e proprio attacco ai lavoratori attraverso anche il divieto dei simboli, come la bandiera rossa.
La Corte poté avvalersi di questa legge per reprimere esplicitamente lo sciopero dei minatori del carbone del 1916 e proibì ai membri del sindacato più radicalizzato Waterside Workers Federation di lavorare nei porti più trafficati. Tuttavia, spinti dall’introduzione di un nuovo sistema di risparmio di manodopera nei tram e nelle ferrovie, oltre che da anni di crescenti sacrifici legati alla guerra, i lavoratori si mobilitarono in uno sciopero generale
In base alla legge del 1904, il tribunale reagì. Multò gli scioperanti per quasi 10 anni di stipendio, incarcerò i leader e cancellò 22 sindacati. L’evento coinvolse oltre 100.000 lavoratori e tutti gli scioperi e i blocchi furono dichiarati illegali.
Ancora una volta i tribunali arbitrali si erano rivelati come un organo dell’apparato repressivo dello Stato borghese, che operava di concerto con i suoi organi armati e i suoi ausiliari reazionari.
La legge che vietava la bandiera rossa fornì un pretesto per scatenare gli strati più reazionari contro i lavoratori. I membri più coraggiosi della classe operaia e dei soldati, sempre più influenzati dagli emigrati russi del 1905, marciarono contro il divieto. Mentre la stampa borghese parlava di una “rivolta bolscevica”, bande reazionarie composte principalmente da ex militari, furono mobilitate in due assalti alla Russian Workers’ Hall. La polizia intervenne non per difendere i lavoratori, ma per regolare il disordine che non era disposta a tollerare, assicurandosi che rimanesse gestibile. Una volta che le strade furono tranquille, il tribunale completò la repressione: i procedimenti giudiziari minarono la solidarietà tra lavoratori e soldati e soffocarono la mobilitazione prima che potesse divenire un pericolo a Sidney,la capitale industriale.
I nuovi funzionari sindacali che sostituirono i leader militanti di base ammisero, dopo queste sconfitte, la necessità di collaborare con lo Stato. Favorirono il ricorso all’“ordine” fiduciosi di essere poi ricompensati con accordi migliori.
La ripresa produttiva senza precedenti dopo la seconda guerra imperialista aveva costretto a un continuo intensificarsi dell’estrazione mineraria. L’accordo commerciale Australia-Giappone del 1957 e l’allentamento e poi la rimozione del divieto di importazione del minerale di ferro (1960 e 1963) da parte giapponese, avevano reso possibile la crescita dell’industria mineraria australiana per soddisfare la domanda di acciaio. Le ferrovie, i porti e le miniere del Pilbara si svilupparono; l’estrazione aumentò vertiginosamente negli anni ’60 a seguito dell’industrializzazione giapponese. Nel 1973, una riduzione tariffaria generalizzata del 25% concentrò ulteriormente l’attenzione sull’estrazione mineraria, che prevaleva sui settori manifatturieri australiani che si erano precedentemente sviluppati.
Lo shock petrolifero degli anni ’70, che bloccò la domanda giapponese, fece registrare il primo calo della produzione dall’inizio degli anni ’50 e un aumento dei prezzi al consumo del 17% circa,. Gli scioperi in molti settori industriali divennero lo strumento indispensabile per classe operaia per affermare le proprie rivendicazioni. In questo periodo si registrò un aumento dei salari a un ritmo record; nel 1974 aumentarono di circa il 26%, circa il 10% in termini reali (Reserve Bank of Australia Annual Report, 1975). Per contenere l’aumento vertiginoso del costo della manodopera fu introdotta l’indicizzazione centralizzata dei salari.
Quando poi la domanda globale di acciaio rallentò dopo la metà degli anni ’70, la dipendenza dell’Australia dal minerale di ferro e dal carbone amplificò la recessione; una breve ripresa delle risorse alla fine degli anni ’70 lasciò il posto a un’altra profonda recessione nel 1982-1983, con la disoccupazione che raggiunse circa il 10% e l’imposizione di una “pausa salariale” da parte del governo. L’aumento dei prezzi e la perdita di posti di lavoro si abbatterono sulle condizioni dei lavoratori, acuendo il conflitto. Ciò portò ancora una volta a un aumento della mobilitazione.
L’arbitrato obbligatorio, fino ad allora largamente utilizzato, divenne sempre più inefficace. Durante questo periodo, i militanti della base ignorarono semplicemente le multe e le clausole di “sospensione” e indissero scioperi selvaggi mentre i tribunali cercavano di applicare sanzioni punitive. Il governo ricorse a misure penali, ma ciò non fece che aumentare le richieste dei sindacati, portando a una serie di scioperi anche a carattere generale. Con l’aumento dei prezzi al consumo del 15%, le tensioni raggiunsero il culmine nell’aprile 1974, con oltre il 12% della forza lavoro in sciopero, soprattutto nei settori dell’edilizia, dell’industria manifatturiera, dell’estrazione mineraria e dei trasporti.
Allo stesso tempo, il tribunale cercò anche di calmare le acque con aumenti salariali nazionali e attraverso accordi salariali settoriali (Metal Trades, maggio 1974), e l’introduzione della parità salariale tra i sessi. Queste misure, tuttavia, si rivelarono inefficaci a contenere la mobilitazione operaia.
Era quindi necessario un cambiamento di tattica da parte della borghesia. Come concordato dall’organismo sindacale di vertice (l’ACTU) e dal Partito Laburista, i precedenti accordi collettivi settoriali/industriali sarebbero stati ristrutturati in modo da perdere il carattere generalizzato. Gli accordi aziendali (contratti a livello aziendale, con un unico datore di lavoro) divennero sempre più comuni, rispetto ai precedenti accordi tra tutti i dipendenti e i padroni di quel settore.
Fu inoltre varata una misura: il Prices and Incomes Accord (Accordo sui prezzi e sui redditi) che prevedeva l’impegno ad aumentare la spesa pubblica e il welfare sociale in cambio del congelamento dei salari. Tale accordo comportava il fatto che i nuovi accordi industriali sarebbero stati preferibilmente determinati direttamente a livello aziendale, gradualmente sostituendo i precedenti contratti nazionali/industriali tra lo Stato, i datori di lavoro e i sindacati rivolti a definire le retribuzioni generali e gli standard lavorativi di interi settori produttivi.
Tale ridimensionamento rifletteva il raffreddarsi della lotta di classe: la resistenza dei lavoratori era scesa a livelli così bassi che un organismo centralizzato di fissazione dei salari era diventato superfluo. L’arbitrato fu quindi svuotato e la sua applicazione si indirizzò verso trattative a livello aziendale.
Nel 1996, l’organismo di arbitrato fu ribattezzato Australian Industrial Relations Commission (Commissione australiana per le relazioni industriali) e limitato alla risoluzione di controversie specifiche. Il declino dei sindacati e la burocratizzazione andarono di pari passo negli anni successivi all’Accordo. I sindacati sarebbero diventati così svuotati che i governi entranti si sentirono sicuri di passare all’offensiva. E dopo la crisi del 2008, sarebbe stato facile introdurre un cambiamento significativo. Nel 2009, il Partito Laburista introdusse il Fair Work Act, un’iniziativa per “modernizzare” le relazioni industriali.
Da diversi decenni il debito pubblico francese non fa che aumentare a causa di deficit abissali: sotto il governo Sarkozy il debito pubblico è aumentato di 622 miliardi di euro, sotto quello di Hollande di 425 miliardi e infine sotto quello di Macron il debito è aumentato di 1087 miliardi, raggiungendo un totale di 3345 miliardi, pari al 113,9% del PIL.
Tuttavia, l’indebitamento non è una peculiarità dello Stato francese, tutti gli Stati sono schiacciati dal debito, basti pensare al debito del Giappone che raggiunge il 229% del suo PIL, quello dell’Italia al 138%, gli stessi Stati Uniti vedono il loro debito pubblico raggiungere il 120%, ecc… E se ci riferiamo al debito privato, allora il livello di indebitamento esplode: 208% per la Corea del Sud, 200% per l’imperialismo cinese, 182% per il Giappone, ecc. ecc. La lista è molto lunga.
La propaganda borghese vuole far credere che se lo Stato è indebitato, la colpa è dei lavoratori: le loro pensioni sono troppo alte, i servizi pubblici costano troppo, ci sono troppi pensionati rispetto alla popolazione attiva che non lavora abbastanza, ecc.! La grande borghesia e i suoi vari governi, siano essi di destra o di sinistra, non si fanno scrupoli a mentire e mistificare. La realtà è che il sistema capitalista su scala mondiale è in crisi. Lo scopo della produzione sotto il capitalismo non è la soddisfazione dei bisogni umani, ma l’accumulazione di capitale. I capitalisti investono e questo investimento deve fruttare un profitto; e se questo profitto non è sufficiente, il capitale si investe altrove, dove il profitto è più elevato. Per realizzare il profitto è necessario vendere la produzione, il che consente poi di ricominciare un nuovo ciclo di accumulazione. Questo porta a produrre per produrre. Ma arriva un momento in cui la produzione supera le capacità del mercato, sia nazionale che internazionale; le merci si accumulano sugli scaffali, le scorte aumentano, la produzione rallenta e poi si ferma, i mancati pagamenti e i fallimenti esplodono, gli operai vedono il loro tenore di vita precipitare, insomma si ha una classica crisi di sovrapproduzione tipica del modo di produzione capitalistico. Sotto l’ancien régime si verificavano crisi agricole dovute alle intemperie e alla scarsa resa agricola, da cui derivavano le carestie. Sotto il capitalismo, la disoccupazione e la miseria sono il risultato di un’eccessiva abbondanza di beni!
Dal 1945 al 1973, a seguito delle distruzioni massicce della seconda guerra mondiale, le crisi del capitalismo non superavano il quadro nazionale per gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e il quadro regionale per gli altri paesi; anzi, la crisi rimaneva limitata a un settore della produzione, mentre un altro settore della produzione prendeva il testimone. Ma dalla grande crisi internazionale del 1973-75, le crisi di sovrapproduzione sono internazionali e ricorrenti. A seguito dell’aumento della produttività del lavoro, il tasso di profitto stesso diminuisce, il che si traduce in un rallentamento generale dell’accumulazione di capitale e quindi della crescita industriale. Ad esempio, la produzione industriale in Francia è cresciuta in media del 6% all’anno tra il 1952 e il 1974, mentre tra il 1974 e il 2007 la stessa crescita annuale è scesa all’1,2%. E oggi, dopo la grande recessione del 2008-2010, la produzione industriale francese è diminuita del 12% rispetto al massimo raggiunto nel 2007. E ciò che vale per la Francia vale anche per il capitalismo mondiale, che si tratti degli Stati Uniti, della Russia – che è diventata una potenza imperialista secondaria -, della Germania, del Giappone, ecc. E anche i paesi capitalisti più giovani, come la Cina, che dopo aver conosciuto ritmi folli di accumulazione di capitale, sono a loro volta colpiti dalla crisi di sovrapproduzione. Cercano quindi di scaricare la loro crisi sugli altri mercati, compreso quello europeo. E in ogni crisi, cosa fa lo Stato borghese? Si precipita a salvare il modo di produzione capitalista e i privilegi e gli interessi della classe dominante, che il governo sia democratico o apertamente totalitario, come in Russia o in Cina. Per questo non esita a indebitarsi pesantemente, come ha fatto sotto Sarkozy. L’essenziale è salvaguardare le banche, la borsa, i grandi monopoli, ecc. Da qui deriva l’indebitamento generale di tutti gli Stati.
Questa situazione è stata aggravata dalla politica economica seguita dalla grande borghesia finanziaria e industriale e sostenuta dal loro Stato. Un’intera parte della produzione industriale è stata delocalizzata in paesi dove il tasso di profitto era più elevato, perché i lavoratori potevano essere sfruttati più ferocemente. La stessa borghesia democratica parla poi senza alcun pudore dei «diritti umani».
A seconda dei paesi, questa delocalizzazione è stata più o meno importante; la Francia ha così perso 2 milioni di posti di lavoro nell’industria, il che ovviamente comporta una diminuzione dei contributi e delle imposte e ha portato a un deficit commerciale diventato strutturale di quasi 100 miliardi all’anno. Allo stesso tempo, le grandi multinazionali hanno iniziato a subappaltare tutta una parte della produzione a medie imprese dove le condizioni di lavoro sono più difficili e i salari più bassi. Questa politica economica ha permesso alla borghesia mondiale di guadagnare trent’anni. Tuttavia, il «rimedio» si rivela peggiore del male. Prima o poi il debito diventa insostenibile e compaiono nuovi mostri imperialisti che modificano i rapporti di forza su scala mondiale e portano a nuovi squilibri.
Per tornare al capitalismo francese, ogni anno lo Stato francese versa quasi 270 miliardi alle imprese senza alcuna contropartita né alcun controllo. Le famose multinazionali sono quelle che ne traggono il maggior vantaggio, mentre realizzano profitti favolosi, profitti che poi riversano a quella classe di parassiti che chiamiamo azionisti. Così, nel 2024, le imprese francesi hanno versato agli azionisti la favolosa somma di 68,8 miliardi di euro. Un importo record in Europa. Nonostante la crisi, dal 2021 l’importo dei dividendi batte tutti i record. Si tratta di un vero e proprio saccheggio sostenuto dallo Stato e dai vari governi che si sono succeduti.
Ebbene, come sempre sono i lavoratori a dover ripagare il debito. Viviamo ancora in una società di classe, dove la classe dominante vive dello sfruttamento della classe lavoratrice.
Il capitalismo è diventato un sistema parassitario che ostacola lo sviluppo dell’umanità e ci precipita in una terribile crisi mondiale e verso una terza guerra mondiale, di cui oggi vediamo i primi segni con l’invasione dell’Ucraina da parte dell’imperialismo russo che vuole resuscitare la Grande Russia e i massacri in Medio Oriente perpetrati dallo Stato israeliano, che non è altro che un Fort Alamo americano in Medio Oriente.
La soluzione esiste, è stato il capitalismo stesso a produrla socializzando le forze produttive. Sostituendo la piccola produzione contadina e artigianale con la grande produzione industriale basata sul lavoro collettivo del proletariato, che non possiede né i mezzi di produzione né il prodotto del lavoro, il capitalismo ha sviluppato su larga scala la base economica della società comunista.
Resta solo una cosa da fare: espropriare la grande borghesia finanziaria, industriale e terriera, abolire i rapporti di produzione capitalistici, il salario e il capitale, sopprimere ogni contabilità mercantile e ogni commercio e passare a una gestione comunista della produzione e della distribuzione.
Ma per farlo, il primo passo è organizzarsi in veri sindacati di classe, sostituendo la direzione opportunista con quella veramente di classe; ma soprattutto il proletariato dovrà ritrovare la sua guida nel Partito Comunista Internazionale, che mira al rovesciamento della grande borghesia per il passaggio al comunismo, cioè a una società senza classi, dove ogni rapporto di sfruttamento sarà scomparso.
Nonostante la presunta economia di mercato “socialista” della Cina, basata su teorie superficiali secondo cui il capitalismo può essere asservito agli interessi della classe operaia attraverso la saggia arte di governo di un partito comunista solo di nome, nel Paese esiste un fiorente mercato finanziario speculativo che è cresciuto dagli anni ’90 come parte della necessità di accumulo di capitale sotto la falsa pretesa della crescita economica e dell’indipendenza dal giogo dell’imperialismo occidentale, ma che ha comunque definitivamente incardinato la grande economia cinese alle agitate vicende del mercato globale.
La realtà del cosiddetto socialismo di Stato, che ha tentato più volte di reprimere la crescita del mercato azionario, è stata alla fine la creazione di un modello incredibilmente fedele a quelli presenti in altri Stati capitalisti. Tanto per l’idea di un socialismo con caratteristiche cinesi, quando non c’è alcuna differenza fondamentale nel suo capitalismo nazionale.
L’idea di liberare il lavoratore dal dominio imperialista attraverso la costruzione dell’economia nazionale è solo una cortina fumogena per la libertà del capitale dalle sue catene arrugginite della proprietà privata e dell’equità nel terreno verdeggiante della responsabilità pubblica e della speculazione internazionale.
Questo mercato speculativo è stato favorito dalla cosiddetta armonizzazione degli interessi del libero mercato e della pianificazione statale, apparentemente nell’interesse del “socialismo” e dell’emancipazione dei lavoratori, ma nonostante discorsi interessati di unificazione di tutti gli interessi capitalisti per il bene sociale, il risultato piuttosto ovvio è stato che i signori del capitale speculativo hanno richiesto sempre più arricchimento monetario e materiale dal tesoro dello Stato, che ora ha legato il suo destino al benessere finanziario di questa classe borghese parassitaria.
Storia del mercato azionario in Cina
Nella storia della Cina ci sono state tre diverse fasi di avvio di una borsa valori da parte di varie classi dominanti, la prima delle quali è stata istituita a seguito dell’apertura della Cina dopo le guerre dell’oppio a metà del 1800 da parte di mercanti stranieri per poter speculare su materie prime, trasporti marittimi e azioni di aziende britanniche e di altre colonie.
Infine, nel 1891 fu fondata la prima borsa valori nazionale, la Shanghai Sharebrokers’ Association, successivamente ribattezzata Shanghai Stock Exchange.
All’inizio dell’era repubblicana (1911-1949), sulla scia di una significativa instabilità finanziaria, in particolare all’inizio delle bolle speculative relative al mercato della gomma, il Kuomintang (KMT) intraprese forti tentativi di controllare il mercato fiorente ma disgregato e caotico che gli era stato lasciato dall’“era dei signori della guerra”, che presentava l’ulteriore problema dell’emissione di molte valute regionali per le campagne di guerra locali.
Il KMT istituì la Banca Centrale Cinese nel 1928 nel tentativo di creare una moneta nazionale stabile, controllando al contempo in modo più rigoroso gli investimenti stranieri e chiudendo periodicamente le borse.
Tuttavia, questo tentativo di generare stabilità ebbe vita breve a causa delle guerre civili che portarono a una spesa eccessiva e alla stampa di moneta, costringendo il governo a ricorrere a misure severe come il tentativo di creare una nuova moneta nazionale e la chiusura delle borse di Tianjin e Shanghai nel 1948.
Dopo che il Partito Comunista Cinese (PCC) prese il controllo dello Stato, la Borsa di Shanghai fu chiusa definitivamente e il commercio di titoli fu soppresso per i decenni successivi.
Alla fine, l’esistenza di un mercato azionario ufficiale all’interno della crescente potenza capitalista della Cina era inevitabile e dovette riemergere a causa della necessità di aumentare gli investimenti nelle imprese statali (SOE) che i bilanci nazionali non potevano soddisfare attraverso la tassazione o l’emissione di obbligazioni.
Ciò portò alla nuova fondazione delle borse valori di Shanghai e Shenzhen con il pretesto di “disciplinare” le SOE presentandole sul mercato in modo deciso e martellante per attirare i risparmi interni verso investimenti produttivi.
Gli sviluppi recenti e l’incidente di Brian Hwang
In netto contrasto con l’immagine della borsa valori in Cina come un parafulmine strettamente regolamentato, soggiogato e utile per la spesa pubblica nel perseguimento del bene sociale, o almeno per rafforzare il rigido controllo da parte del governo centrale, il risultato effettivo è stato l’emulazione concreta delle mostruosità speculative che esistono praticamente in ogni nazione capitalista, grande o piccola che sia.
La stima più recente delle dimensioni del mercato azionario cinese rispetto al PIL nazionale è del 63,4%, superiore alla media della Germania e dell’Europa, che si aggira intorno al 40%, ma ancora inferiore a quella del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e del Giappone.
Sempre nel 2024 si sono registrati riacquisti record di azioni da parte di 2153 società per un importo pari a 165 miliardi di yuan, ovvero circa 22 miliardi di dollari, finanziati dall’iniezione di liquidità da parte delle banche statali per un importo pari a 300 miliardi di yuan.
Una caratteristica distintiva del mercato azionario cinese rispetto alle controparti occidentali è l’elevata percentuale di scambi al dettaglio, nel gergo finanziario “trading on line”, ovvero la compravendita di strumenti finanziari (azioni, valute, contratti “futures”, criptovalute) su piattaforme digitali fornite da “brokers”, rispetto alla speculazione sui canali istituzionali Il trading al dettaglio rappresenta circa il 70-80% del volume sul mercato azionario, rispetto al 25% circa negli Stati Uniti e al 15% in Europa.
La natura finanziaria del capitalismo cinese è dimostrata chiaramente, ma vogliamo ancora dare un esempio estremo della natura speculativa e volatile del mercato azionario in Cina. Sulle bolle speculative legate al comparto dell’edilizia abbiamo già trattato in altri articoli.
Parliamo della gigantesca bolla speculativa nel settore della “Education Tecnology (Edutech), cioè le piattaforme digitali per “l’apprendimento” dedicate a scuola, università, fino alla formazione aziendale, in particolare della vicenda della società di investimento Archegos Capital Management creata dal cinese Brian Hwang.
Questa società è stata in grado di investire ingenti capitali in una serie di titoli tecnologici cinesi utilizzando un particolare meccanismo finanziario, lo “swap a rendimento totale”, ovvero denaro contante contro il totale rendimento del contratto e le sue cedole.
Era un’operazione di fortissima connotazione speculativa, che ha consentito alla società di Hwang di prendere in prestito ingenti somme da diverse banche occidentali senza che queste fossero a conoscenza dell’enorme finanziamento concesso.
Quando le difficoltà nel comparto azionario dei titoli tecnologici ha messo in crisi questa struttura totalmente a debito, le banche che eseguivano la funzione di arbitraggio sono state costrette a liquidare la posizione di Archegos, 14 miliardi di dollari di raccolta, una volta che hanno avuto contezza di quanto fosse profondo il suo indebitamento, senza alcuna possibilità di onorare i contratti aperti, vale a dire rispettare le condizioni del prestito in modalità “scambio”.
E questo ha causato per effetto valanga un crollo più ampio e ulteriori problemi nel mercato azionario cinese in generale.
La natura pienamente capitalistica della Cina non ha bisogno di troppe descrizioni. Il suo modello capitalistico è totalmente uguale a quello occidentale, fondato sullo stesso sistema di sfruttamento e sulla stessa modalità finanziaria e anche la logora finzione del “capitalismo di stato” cade di fronte alla realtà del sistema. Lo Stato cinese opera nello stesso identico modo di tutti gli Stati capitalistici del mondo, con i suoi organi di controllo economico e finanziario, Banca Centrale e gli altri apparati e la sua natura pienamente capitalistica porta la Cina a competere nell’agone imperialistico con gli altri Stati, senza segnare alcuna differenza rispetto a loro, in nessun campo, soprattutto in quello di classe.
La Rivoluzione mondiale dovrà fare i conti anche con questo mostro statale
Il fascismo, pianta di ogni clima. L’australiana “New Guard”
Nel 1931, nel pieno della crisi sociale causata dalla Grande Depressione, in Australia nacque una formazione paramilitare armata e reazionaria nota come “New Guard” (Nuova Guardia). Fondata dal tenente colonnello Eric Campbell, veterano della prima guerra mondiale, avvocato e ideologo piccolo-borghese, la New Guard emerse a Sydney come aperto difensore del capitalismo contro la crescente ondata di agitazione della classe operaia e lo spettro del cambiamento rivoluzionario. Sebbene spesso presentata nella storiografia borghese come un momento “pittoresco” di estremismo politico, la New Guard, come altri movimenti fascisti dell’epoca, deve essere intesa non come un’anomalia, ma come espressione concentrata del terrore della classe borghese di fronte al collasso del sistema capitalista.
Gli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 del secolo scorso segnarono una svolta storica in tutto il mondo capitalista. Il crollo degli sforzi di stabilizzazione post-prima guerra mondiale lasciò il posto a una nuova crisi globale: sovrapproduzione, caos finanziario, disoccupazione di massa e disordini politici. In Australia, appendice del sistema imperialista del capitale britannico, i limiti del suo modello economico protetto e della sua dipendenza dalle materie prime furono messi a nudo. Quando il sistema finanziario internazionale si sgretolò e la domanda di lana, grano e minerali crollò, le fragili fondamenta della sua economia implosero. Nel giro di due anni, la disoccupazione raggiunse quasi un terzo della forza lavoro. Si infransero tutte le illusioni di prosperità liberale.
La New Guard sosteneva (e sottolineiamo “sosteneva”) di avere oltre 50.000 iscritti, provenienti principalmente dagli strati minacciati della piccola borghesia e dagli strati benestanti della classe operaia. La sua base era concentrata tra ex ufficiali, funzionari pubblici, piccoli proprietari, negozianti, artigiani specializzati e impiegati, ovvero coloro la cui precedente stabilità era stata direttamente minata dalla crisi. Questi strati, sospesi tra la borghesia e il proletariato, non hanno una traiettoria storica indipendente. Nei periodi di espansione capitalistica, possono identificarsi con la democrazia liberale. Nei periodi di collasso, tuttavia, la loro paura della rivoluzione proletaria li trasforma in truppe d’assalto della reazione. Il loro odio per il “socialismo” è l’odio per l’uguaglianza proletaria; il loro desiderio di “ordine” è il desiderio di conservare sotto la gerarchia capitalista i loro privilegi minacciati.
Gli scopi dichiarati di questa organizzazione erano un “governo leale, monarchico e costituzionale”, l’unità nazionale e lo sradicamento del “bolscevismo”, con cui si intendeva qualsiasi minaccia alla proprietà, alla gerarchia, allo Stato imperialista. Sviluppò una gerarchia di comando altamente strutturata, condusse esercitazioni in stile militare e compì atti di violenza contro riunioni di sinistra e manifestazioni sindacali. Pur sostenendo di difendere il costituzionalismo, le sue pratiche rivelavano una volontà controrivoluzionaria pronta a oltrepassare la legalità quando lo Stato esitava. Non si tratta di una contraddizione, ma della vera essenza della democrazia borghese, che mantiene la sua maschera legale solo finché l’equilibrio di classe lo consente.
Il programma della New Guard –monarchico, nazionalista, antiparlamentare ma virulentemente anticomunista – rappresentava la classica sintesi fascista: una lega ideologica composta dal panico della classe media e dal bisogno di disciplina del capitale nelle sue varie componenti. Come i suoi predecessori italiani e tedeschi, la New Guard non offrì mai una visione del mondo originale, ma si limitò a rigurgitare i detriti storici di una società borghese in decadenza. Lo stesso Campbell guardava esplicitamente a Mussolini come modello e lodò lo “Stato corporativo” del Duce, sperando di importarne il modello organizzativo in Australia. Il suo successivo tentativo di formare il Partito di Centro nel 1933, dopo una visita all’Italia fascista, dimostra la consapevole importazione ideologica del modello italiano in terra australiana, sebbene adattato alle condizioni parlamentari locali. La sua azione più spettacolare avvenne nel marzo 1932, quando Francis De Groot, membro della New Guard, a cavallo, tagliò il nastro all’inaugurazione del Sydney Harbour Bridge, un atto inteso a prevenire il premier laburista Jack Lang e a “ristabilire” simbolicamente l’autorità della Corona.
Ma la New Guard non nacque come fenomeno isolato. La sua crescita corrispondeva direttamente all’intensificarsi delle contraddizioni capitalistiche. La depressione in Australia aveva gettato centinaia di migliaia di persone (prevalentemente proletari) nella disoccupazione e nella povertà, mentre l’apparato statale cercava di imporre una brutale austerità attraverso il “Premiers’ Plan”. I governi laburisti, da tempo compromessi dal loro ruolo di amministratori capitalisti, vacillavano sull’orlo del collasso. Scioperi di massa, consigli dei lavoratori disoccupati e agitazioni guidate dai comunisti si diffusero nei centri urbani. Fu in questo scenario che la reazione fascista trovò terreno fertile, non in un forte movimento operaio, ma nel suo momentaneo disorientamento e nelle esitazioni della sua leadership politica.
Il CPA (Communist Party of Australia), era riuscito a stabilire un punto d’appoggio nei sindacati industriali e nelle leghe dei disoccupati. Il partito contribuì a guidare gli scioperi a Broken Hill, Newcastle e nei bacini carboniferi e organizzò manifestazioni antifasciste nei centri urbani. Per la borghesia, ciò rappresentava non un fastidio da poco, ma una minaccia strutturale. Sebbene numericamente ancora modesto, il CPA era riuscito a inquadrare la crisi capitalista in termini di classe e aveva iniziato a collegare il malcontento spontaneo dei lavoratori a una visione rivoluzionaria più ampia. In assenza di una vittoria proletaria decisiva, la classe dominante preparò la sua risposta, non solo con leggi e urne elettorali, ma anche con manganelli e organizzazione paramilitare.
Al contrario l’ALP (Australian Labor Party), legato allo Stato e alla classe dirigente con la sua fedeltà al parlamento, non aveva né la volontà né i mezzi per guidare una lotta rivoluzionaria. La sua opposizione passiva creò il vuoto in cui il fascismo fece il suo ingresso.
La sinistra comunista, guidata dal programma marxista, ha sempre sostenuto che il fascismo non è il prodotto di un “estremismo” ideologico o di un odio irrazionale, ma un metodo di dominio di classe. Come affermammo nel 1921 e ribadimmo nel 1926, il fascismo emerge quando la borghesia non può più governare attraverso i meccanismi liberali. È un adattamento difensivo nei confronti di crisi rivoluzionarie, volto a preservare l’economia capitalista, disarmare il proletariato e mobilitare le mezze classi in forme reazionarie. La New Guard svolse tutti e tre i ruoli:
1. Servì a difendere la produzione capitalista in un momento in cui gli scioperi e i disordini sociali minacciavano la disciplina sul posto di lavoro.
2. Represse violentemente le espressioni di lotta della classe proletaria, prendendo di mira le riunioni comuniste e sindacali, i sindacalisti e i consigli dei disoccupati.
3. Nacque e venne diretta dal grande capitale inquadrando settori della piccola borghesia, mezza-classe storicamente vacillante e sempre disposta a schierarsi dalla parte del più forte.
Sebbene la New Guard non riuscisse a conquistare il potere statale né a consolidarsi come partito fascista di massa sul modello italiano o tedesco, ciò non fu dovuto alla sua mancanza di intenzioni o alla sua natura di classe. Piuttosto, ciò rifletteva la limitata profondità della crisi australiana e la possibilità da parte della classe dirigente a continuare a gestire i propri affari attraverso mezzi parlamentari e l’apparato laburista. Lo stesso Campbell, dopo aver flirtato con il fascismo dichiarato, fu scartato dalla borghesia una volta esaurita la sua utilità. La reazione aveva raggiunto il suo scopo: il movimento operaio era frammentato, i sindacati erano contenuti e l’ordine borghese era preservato.
In questo senso, la New Guard non deve essere vista come una curiosità fallita della storia politica australiana, ma come un episodio reale della storia internazionale della controrivoluzione borghese. Le sue lezioni sono durature. Finché il capitalismo rimarrà intatto e finché il proletariato non avrà un proprio partito rivoluzionario, le forme fasciste – marginali o dominanti che siano – torneranno ovunque la classe dominante affronti una crisi e abbia bisogno di un bastone per garantire il proprio dominio.
L’unica via contro il fascismo, come contro il liberalismo, è la rivoluzione proletaria: la distruzione dello Stato capitalista, l’abolizione del lavoro salariato e la dittatura della classe operaia, guidata dal suo partito comunista.
Un volantino distribuito dai nostri compagni rumeni agli operai in lotta, a Bucarest
L’amministrazione Nicușor Dan-Bolojan si è rivelata nient’altro che un governo di austerità, un governo della classe capitalista che opprime la classe operaia. La situazione sarebbe stata praticamente la stessa indipendentemente da chi avesse vinto le elezioni, né i populisti nazionalisti né i cosiddetti socialdemocratici rappresentano in alcun modo la classe operaia. Opprimere i lavoratori è in definitiva la funzione dello Stato capitalista, ed è quindi irrilevante sotto quale bandiera politica ciò avvenga. Questo perché lo Stato stesso è solo una struttura di potere e dominio di classe, la classe capitalista organizzata che rappresenta i propri interessi contro la classe operaia. I politici sono solo i rappresentanti a cui la borghesia delega la gestione quotidiana dello Stato e che a volte esercitano tale potere, sia nell’interesse di una parte dei capitalisti, sia nell’interesse della classe capitalista nel suo complesso. Ciò è dimostrato con tutta evidenza dalla natura di queste nuove misure di austerità, che prendono di mira solo gli strati più vulnerabili della società. Il settore dell’istruzione è stato particolarmente colpito, mettendo a rischio il futuro sia degli insegnanti che degli studenti. La loro risposta alle misure di austerità è culminata in una protesta di massa l’8 settembre, in cui oltre 30.000 lavoratori dell’istruzione, organizzati in sindacati, hanno marciato a Bucarest. È importante sottolineare che non solo gli insegnanti, ma anche gli studenti e i genitori hanno partecipato a tale protesta, essendo tutti colpiti dai tagli al bilancio. Un momento emblematico è stato il tifo di sostegno dei lavoratori edili che stavano lavorando lungo il percorso della protesta.
Una volta che i manifestanti sono arrivati a Cotroceni, ha avuto luogo una discussione tra i leader sindacali e il presidente, in cui il primo ministro e il ministro dell’istruzione hanno criticato le proteste, definendole antipatriottiche e “irrealistiche” e rimproverando i partecipanti per aver “interrotto i festeggiamenti del primo giorno di scuola”. Non è stato raggiunto alcun accordo tra il presidente e i sindacati. Tuttavia, come avevamo previsto, i leader di questi sindacati indipendenti, a differenza della loro base, non sono poi così indipendenti e hanno ceduto alla pressione del governo o, più correttamente, alla pressione del Capitale, rinviando le successive proteste al 5 ottobre, abbastanza tardi da raffreddare l’iniziativa. Hanno anche affermato, timidamente, che uno sciopero generale “non è da escludere”. Questo solo per calmare i lavoratori che, sentendo la notizia, chiedevano a gran voce uno sciopero generale a partire da subito e dicevano giustamente che la prossima protesta sarebbe arrivata troppo tardi!
Parliamo di quelle ridicole “critiche” alle proteste, formulate da coloro che dovrebbero rappresentare i lavoratori del settore dell’istruzione, ma che chiaramente li boicottano quando lottano per i propri interessi. Gli insegnanti, come tutti gli altri dipendenti che vendono la loro forza lavoro in cambio di un salario, fanno parte della classe operaia. Non è il livello di studi o il campo specifico di lavoro che determina la classe di appartenenza di una persona. L’unica contraddizione di classe nel capitalismo è quella tra coloro che vivono vendendo la loro forza lavoro – i proletari – e coloro che vivono acquistando e sfruttando la forza lavoro altrui – i borghesi, la classe capitalista. Sappiamo molto bene che gli interessi della classe operaia, siano essi di natura economica, politica o socio-storica, non coincidono affatto con coloro che si dicono al servizio della “Nazione”, della “Patria”. Questi cosiddetti “interessi nazionali” unirebbero gli interessi degli sfruttati con quelli dello sfruttatore, il capitalista il cui unico interesse è ottenere il massimo plusvalore possibile dal lavoratore, agendo come agente dell’accumulazione infinita del Capitale. Tutti i discorsi sulla sovranità, la meritocrazia, la competitività, la solidarietà nazionale e la prosperità sono concetti vuoti, usati come velo per coprire la vera natura delle cose, la natura del sistema capitalista, e per presentare gli interessi della classe capitalista come interessi del popolo nel suo insieme. Ciò è particolarmente evidente nella retorica sulla guerra, dove la classe borghese manda le masse lavoratrici a morire in nome della miserabile ‘patria’. La propaganda nazionalista è fondamentale per la borghesia al fine di ingannare i lavoratori e indurli a mettere la “nazione” al di sopra dei loro veri interessi di classe. Pertanto, essere definiti “antipatriottici” non dovrebbe essere un insulto per noi, poiché tutto ciò che il patriottismo comporta in realtà è una collaborazione tra classi opposte, che nasconde la natura antagonista dei loro interessi.
Daniel David ha anche affermato che gli insegnanti dovrebbero voler andare al lavoro (e non protestare!) come “atto di moralità”, perché “non tutto ruota intorno alla retribuzione”! In effetti, com’è facile per un borghese predicare la moralità dalla sua comoda poltrona, scollegato dalla lotta del lavoratore comune. Per il borghese, “il lavoro nobilita l’uomo”, ma solo nella misura in cui i suoi frutti vanno a loro; non quando reagisce, non quando si ribella!
L’economia capitalista può essere paralizzata solo se i lavoratori organizzati di più settori scioperano. Solo interrompendo il suo processo infinito di riproduzione e accumulazione, essi hanno il potere di esercitare pressione sul capitale e di avanzare richieste. Le semplici proteste verbali svaniranno quindi senza lasciare traccia, poiché non danneggiano il capitale. Sosteniamo pienamente lo sciopero generale dei lavoratori del settore dell’istruzione! Incoraggiamo anche i lavoratori di tutti gli altri settori a partecipare. Non arrendetevi!
“Rinviando” lo sciopero, i leader sindacali mostrano il loro vero volto. Non è un caso che questi leader, che dovrebbero rappresentare i lavoratori, abbiano uno stipendio dieci volte superiore a quello dei lavoratori che rappresentano. Nel sistema capitalista, questo è essenzialmente un regalo che viene loro fatto affinché, quando la tensione è alta, si schierino dalla parte degli interessi dei capitalisti. Alcuni di loro sono addirittura capitalisti essi stessi. Ma non c’è nulla da rinviare e tutti i lavoratori lo sanno. Nessun altro lotterà per i nostri interessi se non lo facciamo noi!
Tuttavia, dobbiamo affermare la verità che finché esisterà il capitalismo, i cicli di crisi continueranno a ripetersi, periodi in cui il tenore di vita dei lavoratori peggiorerà e la classe dominante diventerà sempre più ricca, sfruttando la nostra miseria. La lotta immediata per le rivendicazioni economiche è molto importante, ma non ci facciamo illusioni: l’unico modo per porre fine alle crisi ricorrenti, allo sfruttamento e alla povertà è porre fine al capitalismo stesso, una volta per tutte.
La lotta per “come era prima” è una lotta senza speranza, perché il passato è solo leggermente meno miserabile del presente. Gli obiettivi dei lavoratori devono sempre essere massimi, radicali e quindi comunisti. Noi lottiamo per una società comunista, una società veramente comunista e non la farsa che era il capitalismo di Stato di Ceaușescu con le bandiere rosse, che esercitava un’oppressione economica ancora peggiore di quella odierna, dimostrando che non era un sistema diverso dal capitalismo. Solo nel comunismo l’istruzione sarà messa sul piedistallo che merita e gli esseri umani potranno finalmente svilupparsi pienamente e raggiungere il loro vero potenziale, liberi dal giogo economico dello sfruttamento.
Per l’abolizione dello stato attuale delle cose, per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo!
Il proletariato, una volta conquistato il potere politico grazie al suo Partito, ora divenuto Partito-Stato, provvederà – oltre ad assolvere i compiti politici rivoluzionari suoi propri (repressione della controrivoluzione, esportazione della rivoluzione in altri paesi ecc.) – alla graduale trasformazione della economia capitalistica, eliminando definitivamente le classi sociali e procedendo gradualmente a “sgonfiare” lo Stato. Non ci è dato sapere quanto durerà la fase di transizione tuttavia ne possiamo prevedere gli sviluppi sulla base dello studio del percorso storico.
In relazione alla famiglia e alla proprietà privata, possiamo ben dire, riguardo alla prima, che la famiglia nucleare come cellula produttiva-riproduttiva del capitalismo, si dissolverà nella società stessa, fermo restando l’importante ruolo della coppia – come più alto grado evolutivo delle forme familiari – non più vincolata adesso dalla necessità del capitalismo di riprodurre sé stesso ma determinata da un alto grado di sviluppo della sfera affettiva e sessuale. Persisterà certo la sua funzione riproduttiva, ma ora sulla base di una nuova consapevolezza tramite un superiore Piano di Specie. La crescita dei figli non graverà più sui singoli genitori e, in particolar modo sulla donna, sulla quale tutt’oggi pesa la maggior parte del lavoro di cura, ma se ne farà carico la società stessa cosicché ogni nuovo nascituro sarà amato dalle generazioni più adulte come oggi si amano i figli biologici nel moderno guscio familiare.
In relazione alla proprietà privata, dobbiamo soffermarci un po’ di più sulla relazione tra questa e la proprietà personale…
Proprietà privata versus proprietà personale
Iniziamo con una citazione di Marx:
«La proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato, ecc., in breve, quando viene da noi usato; sebbene la proprietà privata concepisca a sua volta tutte queste realizzazioni immediate del possesso soltanto come mezzi di vita, e la vita, a cui servono come mezzi, sia la vita della proprietà privata, del lavoro e della capitalizzazione. Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell’avere.» (Manoscritti economico-filosofici)
Viene riassunta in questa porzione di testo come la proprietà privata dei mezzi di produzione rivoluzioni e alteri anche la percezione della proprietà personale, portando quindi, da una parte, ad una alienazione, ossia all’estraneazione dell’essere umano da ciò che fa, portandolo al punto di non arrivare più a riconoscersi in sé stesso, e, dall’altra, a una dispercezione sensoriale della natura dei beni che esso stesso produce. Per entrare nello specifico, facciamo un esempio:
In ogni società classista (schiavista, feudale, capitalistica), esiste una divisione tra chi lavora e chi possiede i mezzi per produrre.
I produttori diretti (schiavi, servi, proletari) sono privati del controllo sul proprio lavoro e sul suo risultato, mentre una classe dominante (schiavisti, feudatari, capitalisti) si appropria del surplus prodotto.
Questa separazione è l’elemento fondamentale dell’alienazione: il lavoratore non si riconosce nel prodotto del suo lavoro perché esso non gli appartiene.
Essendo i beni di consumo prodotti stessi della produzione generale verranno anch’essi percepiti come qualcosa di alieno, di estraneo, come se fossero realtà sussistenti, di cui entrare in possesso soltanto mediante scambi monetari e non più come giusta suddivisione del prodotto in base ai bisogni specifici di ognuno. Se nel comunismo primitivo la proprietà personale si limitava a quello che oggi potrebbe essere definito come “usufrutto” di un bene, utile alla riproduzione del singolo all’interno di una collettività, e non c’era una separazione netta tra proprietà personale e proprietà collettiva, perché la prima era parte, momento, della seconda, nelle società divise in classe la proprietà personale diventa una vera e propria proprietà privata a parte rispetto a quella dei mezzi di produzione, che la società borghese tutela e difende giuridicamente.
Cosa accadrà nel Comunismo?
Ricomponendo l’individuo in senso alla società, ora non più divisa in classi e pienamente padrona delle sue forze produttive, ogni individuo come parte della collettività si approprierà dei beni di consumo come cibo, vestiti, abitazione ecc. necessari al suo sostentamento, nell’ottica di un centralizzato e rigoroso Piano di Specie. Certi che nessuno sfilerà il cibo da sotto i denti dell’altro, non solo perché ci sarà abbondanza, ma anche perché, come abbiamo visto sopra, la cupidigia e l’avidità sono di fatto un prodotto storico e non fome innate della natura umana, come propaganda invece la morale borghese. Per cui è legittimo pensare che ognuno si curerà sia della proprietà collettiva che di quella personale con lo stesso amore; fermo restando che la stessa parola “proprietà” verrà rilegata ai polverosi vocabolari di quella che verrà considerata come la fase “classista” dell’umanità.
Ci preme inoltre soffermarci su un altro argomento spesso dibattuto che è quello delle abitazioni che, nella società comunista, non può essere certo separato da un piano urbanistico più generale, nel quale si mirerà a colmare il divario tra città e campagna e a raggiungere un perfetto equilibrio tra metabolismo naturale e metabolismo sociale. In questa ottica, le abitazioni verranno distribuite in base alle necessità degli individui, anche se non possiamo sapere adesso con esattezza come verranno suddivise le aree abitative. Di sicuro, ognuno avrà un tetto sotto cui dormire, nel rispetto della sua intimità e dei suoi bisogni.
Arrivando infine alla questione dei trasporti, è legittimo pensare invece che l’automobile, come mezzo di trasporto individuale, sarà abolita o ne verrà fatto un uso marginale, tramite l’utilizzo di autoveicoli a disposizione di tutta la comunità. I trasporti, oggi chiamati “pubblici”, collegheranno tutto il mondo in una fittissima rete e poiché la produzione sarà regolata armoniosamente con i cicli biologici umani non ci sarà più premura di recarsi a lavoro entro ristretti margini di tempo. Perverremo quindi a una fusione del tempo di vita e del tempo di lavoro, perché ogni attività umana, compresi quelli che oggi vengono chiamati banalmente “hobby”, sarà funzionale all’organica attività della specie, eliminando la brutalità del lavoro per come lo conosciamo sotto il capitalismo e ricomponendo lavoro intellettuale e lavoro manuale.