Partito Comunista Internazionale

Dalla Romania. Non è mai esistito un blocco “socialista”. A Est come a Ovest solo capitalismo

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Forse l’eredità ideologica più dannosa dell’ondata opportunista stalinista che dobbiamo combattere è l’idea che esistano o siano esistiti paesi che hanno raggiunto il socialismo o addirittura il comunismo – l’idea del cosiddetto “socialismo in un solo paese” o “socialismo reale”.  

La realtà è che la Rivoluzione socialista d’Ottobre, rimanendo isolata, non riuscendo ad espandersi alle potenze industriali del mondo, a causa della sconfitta principalmente in Germania e in Italia, divenne incapace di realizzare il suo compito originario, quello di intraprendere la trasformazione della società dal capitalismo al socialismo. Questo è ovviamente il risultato di complessi fattori socio-politici che non possono mai essere attribuiti a questo o quell’individuo. 

Lo stalinismo ha impersonificato la controrivoluzione a livello internazionale, con la repressione violenta dall’interno del partito russo e dei partiti comunisti che avevano aderito all’Internazionale comunista, non è certo la causa della sconfitta rivoluzione nel secolo scorso, ma lo strumento attraverso il quale l’Internazionale è degenerata, abbandonando quella prospettiva. E il partito russo, sotto la guida stalinista, anziché ammettere con dignità la momentanea sconfitta del movimento proletario e invocare il suo raggruppamento e la continuazione della lotta, si è vantato di aver presumibilmente realizzato il socialismo in Russia. Negando così uno dei principi fondamentali della dottrina comunista, già enunciato nei principi del comunismo di Marx ed Engels nel 1847: non può esistere il comunismo in un solo paese. Il capitalismo è globale e così deve essere la sua totale distruzione e l’affermazione della società comunista

Gli organi statali sia dei «paesi socialisti», che dei paesi classicamente borghesi, hanno impiegato, attraverso le loro sovrastrutture, la propaganda più accanita per inculcare nelle masse l’idea che, in effetti, il socialismo ha avuto la sua realizzazione, al punto che questa è diventata la concezione generalmente accettata. La conseguenza di ciò è che ci troviamo di fronte a due atteggiamenti principali, entrambi altrettanto dannosi e paralizzanti per il movimento proletario: in primo luogo, quello  secondo cui il socialismo è stato realizzato da Stalin, Ceaușescu, Tito, Mao o qualsiasi altro regime del blocco “socialista” e che questo sia un risulto tanto positivo da dover essere replicato o al contrario la convinzione che  il socialismo come è stato realizzato si sia rivelato in realtà un affronto alla libertà umana e alla civiltà; e quindi che qualsiasi riferimento a questa prospettiva debba essere messo a tacere senza esitazione. Una variante di questo secondo atteggiamento è l’ammissione che i regimi comunisti del XX secolo non erano in realtà comunisti, ma che il comunismo secondo quanto enunciato dal marxismo, è in ogni caso una utopia, impossibile ad affermarsi nel “mondo reale”. 

Ci troviamo quindi di fronte all’enorme sfida di mostrare ai lavoratori la natura ingannevole di tali concezioni e di combattere la falsa convinzione che il comunismo sia stato “messo alla prova” e che la lotta per il comunismo reale debba essere abbandonata. Il nostro partito ha sempre smontato con forza queste affermazioni e, finché ce ne sarà bisogno, continueremo a ripetere le nostre tesi. Il modo corretto, quindi, è quello di ricordare cosa significa comunismo nella concezione marxista e di mostrare come questa definizione non possa in alcun modo essere applicata a nessuna delle nazioni che hanno mai rivendicato il “distintivo” del comunismo. 

Citiamo da “I principi del Comunismo (Engels 1847):

«Creando il mercato mondiale, la grande industria ha già portato tutti i popoli della terra, e in particolare quelli civilizzati, in una relazione così stretta tra loro che nessuno è indipendente da ciò che accade agli altri. Inoltre, ha coordinato lo sviluppo sociale dei paesi civilizzati a tal punto che, in tutti loro, la borghesia e il proletariato sono diventati le classi decisive, e la lotta tra loro è la grande lotta del giorno. Ne consegue che la rivoluzione comunista non sarà solo un fenomeno nazionale». 

«La società [dopo l’abolizione della proprietà privata] sottrarrà tutte le forze produttive e i mezzi di commercio, nonché lo scambio e la distribuzione dei prodotti, dalle mani dei capitalisti privati e li gestirà secondo un piano basato sulla disponibilità delle risorse e sulle esigenze dell’intera società. In questo modo, cosa più importante di tutte, saranno abolite le conseguenze negative che oggi sono associate alla conduzione della grande industria. Non ci saranno più crisi; la produzione espansa, che per l’attuale ordine sociale è sovrapproduzione e quindi causa prevalente di miseria, sarà allora insufficiente e dovrà essere espansa ulteriormente. Invece di generare miseria, la sovrapproduzione andrà oltre i requisiti elementari della società per assicurare la soddisfazione dei bisogni di tutti; creerà nuovi bisogni e, allo stesso tempo, i mezzi per soddisfarli. Diventerà la condizione e lo stimolo di un nuovo progresso, che non getterà più nell’anarchia l’intero ordine sociale, come il progresso ha sempre fatto in passato. La grande industria, liberata dalla pressione della proprietà privata, subirà una tale espansione che ciò che vediamo oggi ci sembrerà insignificante in confronto, come lo è oggi la manifattura rispetto alla grande industria. Questo sviluppo dell’industria metterà a disposizione della società una massa di prodotti sufficiente a soddisfare i bisogni di tutti».

Per quanto riguarda la forma dello Stato proletario, che assicurerà la transizione al socialismo e al comunismo, Marx afferma chiaramente: la dittatura del proletariato è obbligatoria, essa si esaurirà con l’estinguersi delle classi e dello Stato politico, organo della dittatura di una classe sull’altra.

«La mia novità è stata quella di dimostrare: (1) che l’esistenza delle classi è legata solo a particolari fasi storiche dello sviluppo della produzione, (2) che la lotta di classe porta necessariamente alla dittatura del proletariato, (3) che questa dittatura costituisce solo la transizione verso l’abolizione di tutte le classi e verso una società senza classi». (Marx a Wyedemeyer 1852)

Sebbene l’intera dottrina marxista sia chiara su tutti questi punti, gli opportunisti hanno trovato il modo di falsificare, suggerendo che la dittatura del proletariato sia in realtà il socialismo, o che persino Lenin sostenesse il concetto di socialismo in un solo paese. La forzatura opportunistica potrebbe essere sostenuta da affermazione di questo genere:

«Lo sviluppo del capitalismo procede in modo estremamente diseguale nei vari paesi. Non può essere altrimenti nel sistema di produzione mercantile. Da ciò ne consegue in modo inconfutabile che il socialismo non può ottenere la vittoria contemporaneamente in tutti i paesi. Otterrà la vittoria prima in uno o più paesi, mentre gli altri rimarranno borghesi o pre-borghesi per qualche tempo». (Lenin)

«… quando ci viene detto che la vittoria del socialismo è possibile solo su scala mondiale, lo consideriamo semplicemente un tentativo, un tentativo particolarmente disperato, da parte della borghesia e dei suoi sostenitori volontari e involontari, di distorcere la verità inconfutabile. La vittoria “definitiva” del socialismo in un singolo paese è ovviamente impossibile». (Lenin)

«So che ci sono, naturalmente, dei saggi che si credono molto intelligenti e si definiscono persino socialisti, i quali affermano che il potere non avrebbe dovuto essere preso fino a quando la rivoluzione non fosse scoppiata in tutti i paesi. Non sospettano che parlando in questo modo stanno abbandonando la rivoluzione e passando dalla parte della borghesia. Aspettare che le classi lavoratrici realizzino una rivoluzione su scala internazionale significa che tutti dovrebbero rimanere immobili nell’attesa. È una sciocchezza». 

  Qui, ciò che Lenin intende per «vittoria del socialismo» è il successo della rivoluzione socialista, ovvero la sua vittoria sulla borghesia nazionale e l’instaurazione della dittatura del proletariato, che in effetti può avvenire in un singolo paese in un dato momento, ma non può progredire nella trasformazione della società se rimane isolata. Lenin descrive questo concetto in modo così dettagliato che qualsiasi tentativo di distorcere le sue parole non può essere considerato semplice ignoranza, ma opportunismo. 

«La vittoria completa e definitiva su scala mondiale non può essere ottenuta solo in Russia; può essere ottenuta solo quando il proletariato sarà vittorioso almeno in tutti i paesi avanzati o, in ogni caso, in alcuni dei più grandi paesi avanzati. Solo allora potremo dire con assoluta certezza che la causa del proletariato ha trionfato, che il nostro primo obiettivo – il rovesciamento del capitalismo – è stato raggiunto…. Abbiamo raggiunto questo obiettivo in un paese, e questo ci pone di fronte a un secondo compito. Da quando è stato instaurato il potere sovietico, da quando la borghesia è stata rovesciata in un paese, il secondo compito è quello di condurre la lotta su scala mondiale, su un piano diverso, la lotta dello Stato proletario circondato da Stati capitalisti».

«Quando abbiamo dato inizio alla rivoluzione internazionale, non l’abbiamo fatto perché eravamo convinti di poter prevenirne lo sviluppo, ma perché una serie di circostanze ci ha costretti a farlo. Abbiamo pensato: o la rivoluzione internazionale viene in nostro aiuto, e in tal caso la nostra vittoria sarà pienamente assicurata, oppure faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario nella convinzione che, anche in caso di sconfitta, avremo servito la causa della rivoluzione e che la nostra esperienza sarà utile ad altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza il sostegno della rivoluzione mondiale internazionale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Prima della rivoluzione, e anche dopo, pensavamo: o la rivoluzione scoppia immediatamente, o almeno molto rapidamente, negli altri paesi, in quelli capitalisticamente più sviluppati, oppure moriremo. Nonostante questa convinzione, abbiamo fatto tutto il possibile per preservare il sistema sovietico in ogni circostanza, qualunque cosa accadesse, perché sapevamo che non stavamo lavorando solo per noi stessi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo, abbiamo ripetutamente espresso questa convinzione prima della Rivoluzione d’Ottobre, subito dopo di essa e nel momento in cui abbiamo firmato il trattato di pace di Brest-Litovsk. E, in generale, questo era corretto». (Lenin)

Passiamo ora a dimostrare che una società socialista o comunista non esiste né mai è esistita in alcuna parte del mondo, nella sua forma moderna, come conseguenza del superamento della società capitalista, mentre ben sappiamo dell’esistenza “comunismo primitivo” vissuto dall’umanità agli albori della sua storia.

«Nessuno, credo, studiando la questione del sistema economico della Russia, ha negato il suo carattere transitorio. Né, credo, alcun comunista ha negato che il termine Repubblica Socialista Sovietica implichi la determinazione del potere sovietico a realizzare la transizione al socialismo, e non che l’attuale sistema economico sia riconosciuto come un ordinamento socialista.»

Queste sono le parole di Lenin all’epoca in cui l’URSS era effettivamente una dittatura del proletariato, l’unica forma di Stato in grado di trasformare la società in socialista e estinguersi nella transizione al comunismo. Tuttavia, dopo che lo Stato proletario era diventato uno Stato capitalista classico, abbandonando qualsiasi politica classista e internazionalista, quando quindi era diventato uno Stato non più in grado di cambiare la società in modo rivoluzionario, fu allora che i suoi leader osarono definirlo socialista. Nel 1938 Stalin disse: «L’URSS ha già eliminato il capitalismo e ha instaurato un sistema socialista», un anno prima di lanciarsi in una guerra imperialista in cui non possiamo in alcun modo notare  una differenza tra il significato delle azioni dell’URSS e dei suoi alleati e quello dei suoi avversari, per quanto riguarda la causa del movimento proletario. Tutti hanno agito secondo le regole di uno Stato Capitalista a tutti gli effetti.

Se vogliamo fare un parallelo con le scienze naturali, dovremmo vedere il blocco “capitalista/occidentale” e il blocco “socialista/orientale” non come due regni della vita diversi, ma come due sottospecie della stessa identica specie: il capitalismo. Come dimostreremo, non erano in alcun modo drasticamente diversi, non solo perché il capitalismo di stato era ben presente anche nelle economie di occidente, poiché entrambe le strutture economiche, statalista e liberale, condividevano le caratteristiche essenziali del capitalismo, già definite nell’analisi epocale di Marx. 

Due tipologie di forme economiche che possono incrociarsi e convivere, due sistemi apparentemente opposti inseriti nel medesimo sistema mercantile. Nonostante gli embarghi, i trattati e le alleanze volti a isolare in una certa misura le due parti del mondo, l’economia capitalista ha la caratteristica di essere così interconnessa a livello globale da poter superare qualsiasi barriera. E non è che questi scambi fossero esclusivamente nascosti o clandestini, al contrario, facevano parte del piano. I cosiddetti paesi socialisti producono beni che debbono essere scambiati come merci con il blocco opposto, questo è un fatto innegabile. E come merci, questi beni, che racchiudono in sé il surplus di lavoro dei lavoratori, cristallizzato in forma materiale, vengono scambiati con la merce universale: il denaro, una forma decisamente incompatibile con la società comunista. Ancor più, questi blocchi erano molto fluidi, come dimostrato nella Seconda Guerra Mondiale e la successiva Guerra “Fredda”, dove l’Unione Sovietica e i suoi Stati satellite cambiavano alleati in base ai loro mutevoli interessi che non coincidevano affatto con quelli del proletariato. 

Sorge tuttavia una domanda: come poteva esistere il capitalismo senza capitalisti? Ammettendo per il momento che effettivamente non ci fossero capitalisti, cosa che non è del tutto vera, risponderemo a questa domanda. È vero che nella sua esposizione economica Marx parla generalmente della classe capitalista composta da singoli capitalisti. Questo semplicemente perché quella era la forma generale che il capitalismo assumeva ai suoi tempi ed era quindi la premessa più adatta per un’analisi dei meccanismi delle relazioni sociali capitalistiche. Ma egli non mancò di menzionare la nozione – di incredibile significato storico per il nostro compito – che nella misura in cui lo Stato impiega manodopera salariata, agisce esso stesso come un capitalista, poiché anche il singolo capitalista è semplicemente la personificazione del suo capitale impersonale. L’idea che non sia necessario che esistano capitalisti individuali affinché esista la produzione capitalistica e il lavoro salariato e, affinché si riproducano le medesime relazioni sociali, è quindi presente fin dall’inizio nella nostra concezione fondamentale dell’economia politica, ed è la chiave per chiarire la questione dei presunti socialismi realmente esistenti. Il fatto che lo Stato sia l’unico datore di lavoro, cioè l’unico capitalista, anziché uno dei tanti, in collaborazione con attori privati, è solo una questione di differenze quantitative, non qualitative. In entrambi i casi, i lavoratori si affermano come classe vendendo la loro forza lavoro al Capitale, quindi in entrambi i casi i rapporti sociali sono di natura capitalistica. Il fatto che un’economia più centralizzata sarebbe più facile da trasformare in un’economia comunista nel contesto della conquista del potere da parte della classe operaia, non rende quell’economia più comunista. 

La scienza economica borghese si occupa solo di numeri, statistiche e grafici senza vita nella sua analisi, rimanendo incapace di svelare il carattere dei rapporti sociali presupposti dal Capitale, motivo per cui può tracciare arbitrariamente linee di demarcazione per separare “tipi di economie” apparentemente diversi, con criteri del tutto incoerenti. La stessa valutazione è stata infatti utilizzata dagli economisti sovietici che hanno affermato che la maggiore crescita industriale dell’Unione Sovietica e dei suoi Stati satellite era dovuta ai miracoli del socialismo, facendosi beffe dell’intera economia politica marxista. Tuttavia, possiamo effettivamente utilizzare i dati forniti da questi economisti borghesi proprio per smontare le loro conclusioni e dimostrare la nostra visione marxista del mondo. Marx descrisse la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto nel capitalismo, e questa è la chiave semplice per comprendere la differenza nella velocità di crescita delle diverse economie nazionali. Il tasso di profitto dell’Inghilterra era già in calo ai tempi di Marx, mentre in Russia ci vollero ancora decenni prima che l’economia capitalista fosse adeguatamente consolidata. Non c’è quindi da stupirsi che nella seconda metà del XX secolo i capitalismi più giovani del mondo orientale crescessero a un ritmo più rapido rispetto a quelli occidentali, e questo non ha nulla a che vedere con il socialismo. Ha solo a che fare con gli stessi meccanismi che hanno fatto sì che la Germania e il Giappone superassero l’Inghilterra in termini di tasso di sviluppo all’inizio del 1900, e nessuno definirebbe le loro economie socialiste.

Se prima abbiamo ammesso, per chiarezza espositiva, che i capitalisti fossero stati effettivamente scomparsi nei paesi «socialisti», ora torniamo su questo punto. Lenin ha chiaramente presentato la situazione nelle sue opere successive alla Rivoluzione d’Ottobre, affermando che se fu relativamente facile sbarazzarsi dei grandi capitalisti, la sfida molto più difficile, per tutta la durata del periodo della dittatura del proletariato, era eliminare la piccola produzione e i suoi esponenti, i piccoli borghesi, i piccoli capitalisti, piccoli contadini. Finché questi esistono, non si può certo parlare di abolizione delle classi.

«Socialismo significa abolizione delle classi. La dittatura del proletariato ha fatto tutto il possibile per abolire le classi. Ma le classi non possono essere abolite in un colpo solo. E le classi rimangono e rimarranno nell’epoca della dittatura del proletariato. La dittatura diventerà superflua quando le classi scompariranno. Senza la dittatura del proletariato non scompariranno”. (Lenin)

Stalin in seguito impiegò esattamente lo stesso metodo dei socialisti-rivoluzionari che egli stesso aveva criticato in precedenza!   Questi piccoli capitalisti continuarono ad esistere per tutta la durata dell’Unione Sovietica, molto tempo dopo che la dittatura del proletariato aveva comunque cessato di esistere e aveva assunto la forma di uno Stato capitalista classico. Lo stesso si può dire di tutti gli altri paesi “socialisti”, con la differenza che essi non avevano conosciuto la dittatura del proletariato. Per tutti questi paesi, la ragione che ha reso notevole il loro tasso di sviluppo è la stessa che ha mantenuto la produzione su piccola scala ancora così diffusa, cioè il loro relativo sottosviluppo. Alcuni settori, in particolare alcuni rami della produzione alimentare, erano ancora dominati dai piccoli capitalisti, dai contadini che erano in grado di produrre un surplus da vendere poi come merce. Infatti, come descritto da Marx nel Capitale Volume 2, quelle industrie in cui le merci risultanti sono più deperibili e possono resistere meno sotto forma di scorte, sono generalmente meno adatte all’economia capitalista moderna, il che rende più difficile toglierle dalle mani della piccola borghesia.  Naturalmente, il capitalismo trova un modo, e da allora ne ha trovati molti, per incorporarle nel suo circuito. Dopo tutto, è il capitalismo stesso il più grande nemico della piccola borghesia, poiché concentra continuamente il capitale in mani relativamente sempre meno numerose.

Per tornare a un ultimo punto, abbiamo detto che, a differenza dell’Unione Sovietica, il resto del blocco “socialista” non ha nemmeno vissuto la dittatura del proletariato, una fase necessaria per la transizione dalla società di classe al socialismo e al comunismo. La dittatura del proletariato può essere instaurata solo quando la guerra civile dei lavoratori contro la classe capitalista nazionale, se la rivoluzione ha successo, impone il proprio Stato proletario. Mentre la Russia ha effettivamente conosciuto questo processo ed ha fatto la sua rivoluzione nel 1917, paralizzata poi nell’espandersi a livello internazionale, dove sono le rivoluzioni comuniste degli altri presunti paesi socialisti? Non le cosiddette “rivoluzioni” antifasciste, democratiche o popolari, né la semplice istituzione di un governo fantoccio “comunista”, ma rivoluzioni esplicitamente comuniste, con il chiaro obiettivo di distruggere le forme sociali esistenti. La risposta è che non ce ne sono state, e senza una vera rivoluzione comunista che assicuri la conquista del potere da parte del proletariato, la discussione sul fatto che un paese o una regione siano mai stati socialisti o tendessero al socialismo, è del tutto inutile. Tutto ciò che è realmente accaduto nei paesi “socialisti”, dopo la vittoria sulla Germania e la divisione in blocchi sancita dagli accordi di Yalta, è stata un’esportazione di bandiere e striscioni rossi, di inni sentimentali, di burocratismo fossilizzato, di tattiche opportunistiche, insomma, di tutto tranne che di rivoluzione. Non può esserci trasformazione comunista della società senza una guerra aperta dichiarata dal proletariato alla borghesia. Non può esserci comunismo senza l’abolizione delle classi, della proprietà privata, della forma merce e dello Stato stesso. Le affermazioni di Stalin di aver raggiunto il socialismo nella sua essenza o la promessa di Ceaușescu di realizzare un’economia socialista “multilaterale” non sono altro che la più infame e disgustosa blasfemia nei confronti di milioni di lavoratori che hanno combattuto per nientemeno che la totale distruzione della società come la conosciamo oggi e per la sua sostituzione con una vera società senza classi. Non versiamo nemmeno una lacrima ascoltando i loro inni patriottici che celebrano le grandi conquiste del “socialismo”. Continuiamo a percorrere la stessa strada di sempre, pienamente consapevoli dell’enorme compito che ci attende.