Partito Comunista Internazionale

Il 3° Congresso dell’Internazionale Comunista Pt.1

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Invece di presentare ai nostri lettori una serie di documenti che mal si connettono fra di loro, preferiamo trarre dal materiale esistente presso l’Esecutivo del Partito sui lavori del III Congresso, e costituenti perciò una fonte attendibile, un’esposizione logica ed organica delle discussioni svoltesi sui diversi argomenti della grande assiste mondiale del proletariato rivoluzionario.

L’inaugurazione del Congresso.

Nella vasta sala dell’ex-teatro della Corte Imperiale, il 22 giugno si è svolta a Mosca la solenne cerimonia inaugurale del III Congresso dell’Internazionale Comunista.

Settecento delegati rappresentano il proletariato rivoluzionario di 48 nazioni.

L’ufficio di presidenza è costituito da Zinoviev (Russia), Koenen (Germania), Loriot (Francia), Kolarov (Bulgaria), e Gennari (Italia). Nuova lega sono eletti presidenti onorari Lenin e Trotzki, nonché Muna (Cecoslovacchia), Brandler (Germania) e Inkpin (Inghilterra), tutti e tre detenuti.

Zinoviev pronuncia il discorso di inaugurazione. Egli ricorda i compagni caduti nell’ultimo anno di lotta per la rivoluzione comunista e le migliaia di carcerati dal potere borghese in tutto il mondo capitalista. Espone quindi la situazione del movimento comunista internazionale, rilevando le ragioni della crescente diffusione della dottrina comunista. Esamina la situazione dei partiti comunisti in tutti i paesi, soffermandosi sull’atteggiamento assunto dall’Internazionale comunista di fronte all’Internazionale di Amsterdam. Rileva i compiti dell’attuale Congresso, compiti che si possono sintetizzare in una decisa riaffermazione della lotta contro il centrismo e semi-centrismo e nel fissare le norme fondamentali per l’attività futura dell’Internazionale comunista, norme che devono avere in sé una certa elasticità affinché ne sia possibile l’applicazione qualunque sia la caratteristica del periodo cui andiamo incontro, sia essa quella di un rapido sviluppo del processo rivoluzionario o di un suo temporaneo rallentamento. L’oratore termina il suo discorso esponendo la situazione della Russia soviettista.

In seguito parlano: Kamenev, presidente del Soviet di Mosca, Vaillant-Coutourier (francese), Froehlich (tedesco), Kolarov (bulgaro), Montagnana (per la gioventù Comunista) e Gennari.

La situazione mondiale ed i compiti dell’Internazionale Comunista

La relazione di Trotzki

Il relatore inizia la sua esposizione, rilevando come la situazione odierna manifesti un evidente cambiamento nel rapporto delle forze politiche. La borghesia si sente oggi più forte di un anno fa, almeno del 1919 e ciò nonostante essa stessa riconosca che i comunisti da piccoli gruppi isolati sono divenuti un grande movimento di masse.

Di fronte a questa realtà dobbiamo sapere se si tratta di un cambiamento radicale o soltanto superficiale.

L’oratore ricorda lo sviluppo assunto dal movimento rivoluzionario dal 1917 ad oggi, e dopo aver passato in rassegna gli avvenimenti più salienti di tale periodo, rileva come quest’ultimo anno di lotta sia stato caratterizzato da una serie di sconfitte della classe operaia.

I riformisti gli opportunisti ravvisano in ciò il fallimento dei comunisti.

Il problema che si pone all’Internazionale comunista ed a tutta la classe operaia, è di sapere in qual misura le nuove relazioni politiche corrispondano al reale rapporto delle forze. Ci sono ragioni tali da farci prevedere che al periodo di convulsione politica e di aspra lotta di classe succeda un’epoca prolungata di restaurazione e di crescenza del capitalismo? Da ciò non consegue la necessità di rivedere il programma e la tattica dell’Internazionale comunista?

Per risolvere il problema propostosi, il relatore sottopone ad una minuta analisi prima la situazione economica mondiale nel suo complesso, poi quella dei singoli Stati capitalisticamente più importanti (Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone).

Per la Russia (dovendo su di ciò presentarsi da Lenin speciale rapporto), egli si limita ad alcune osservazioni circa le cause dell’attuale situazione economica per confutare le false affermazioni in proposito di uomini di Stato ed economisti borghesi.

Da un raffronto poi con la situazione degli anni precedenti, risulta che lo sviluppo e l’animazione verificatasi nelle industrie dopo la primavera del 1919 e nel 1920 non fu che un’apparenza ingannatrice di prosperità economica. Speciali circostanze determinarono una tale situazione, che costituisce una continuazione dell’apparente prosperità creata dalla guerra e non già l’inizio della restaurazione capitalistica. Lo stato reale delle industrie dimostra la verità di tale conclusione.

Le conseguenze di tale apparente prosperità furono diverse nel campo dell’economia e della politica. Nel primo essa non arrestò il processo di disgregazione dell’economia capitalistica, nel secondo determinò la salute provvisoria degli Stati capitalistici.

Ne risulterà da ciò un’epoca nuova per il capitalismo? No, l’epoca attuale non può essere considerata come quella di uno sviluppo organico del capitalismo. Infatti se noi, lungi dal fermare la nostra attenzione alle crisi ed agli sviluppi, ai flussi ed ai riflussi dell’attività industriale, che costituiscono i fenomeni accessori del processo economico, spingiamo invece il nostro esame fino all’essenza stessa di detto processo, essenza che ci è data dallo sviluppo della curva dell’economia capitalistica, allora vediamo che mentre detta curva sale per tutto il mezzo secolo precedente la guerra, essa discende nel periodo successivo. Tale constatazione ci indica che prima della guerra eravamo in un periodo di vero e proprio sviluppo organico del capitalismo, dopo invece si esplica un processo opposto.

Ma una domanda può ancora sorgere: la crisi attuale non può essere seguita da un nuovo periodo di prosperità industriale, e con ciò la rivoluzione non sarà allontanata di parecchi anni? L’esperienza del passato ci insegna che non si deve assolutamente considerare questo legame fra i periodi di crisi e di sviluppo e la rivoluzione.

Ed allora è permesso di considerare come impossibile la restaurazione dell’equilibrio capitalistico? In teoria la cosa è possibile. Ma per noi non si tratta di ciò che si può teoricamente affermare, ma di ciò che è praticamente possibile. Le condizioni reali in pratica rendono impossibile ogni restaurazione dell’equilibrio capitalistico.

Coloro che prescindono da queste condizioni reali sono proprio gli opportunisti, i quali preferiscono riportarsi alla restaurazione automatica dello sviluppo capitalistico, astraendo dall’esasperazione degli antagonismi sociali che si produce a fianco della crisi industriale. Per essi non si tratta di due classi in lotta, ma di un processo meccanico che si compie al di fuori dalla volontà delle masse e di ogni dipendenza dal rapporto politico fra queste classi.

Il relatore, dopo aver osservato come accanto alla diminuzione della produzione, la differenziazione e la lotta di classe progrediscono passi di gigante, esamina i mutamenti avvenuti in seno alla classe lavoratrice ed alla borghesia. La prima è rafforzata dai nuovi strati di lavoratori chiamati dalla guerra alle lotte politiche, la seconda invece, alla cui avanguardia trovasi la borghesia sindacata, tende ad essere abbandonata dalla piccola borghesia, il cui impoverimento e la cui degradazione sociale, finiscono col porla contro la borghesia sindacata, e se nel momento della lotta decisiva non sarà trascinata dal proletariato, per lo meno sarà resa neutrale.

Quanto poi al ristabilimento dell’equilibrio internazionale, l’oratore osserva che è anch’esso, al pari dell’equilibrio sociale, si è reso impossibile. Se lo scopo della guerra era quello di sostituire uno Stato universale ad un gran numero di Stati nazionali, dobbiamo dire che lo scopo è fallito. I risultati sono del tutto opposti, da ciò una serie di crisi politiche internazionali. Cause di nuove guerre sono evidenti; il conflitto fra l’Inghilterra gli Stati Uniti si può prevedere con la massima esattezza.

Concludendo l’oratore rileva che il proletariato si trova di fronte ad un antagonismo sociale crescente da una parte ed a un conflitto imperialista dall’altra. La caduta delle forze produttrici in Europa, il movimento operaio in Oriente, la esasperazione degli antagonismi sociali in America sono indici del permanere della situazione rivoluzionaria e quindi della rettitudine della nostra posizione di principio e del nostro metodo di lotta. Il compito di questo Congresso è di analizzare accuratamente le questioni tattiche per adattarle alle esigenze particolari di ogni paese. Il nostro scopo è di formare nell’Internazionale Comunista dei partiti d’azione, capaci di trionfare di tutti gli ostacoli sulla via della dittatura e della rivoluzione sociale.

La discussione

Primo oratore è il compagno Brandt, rappresentante del Partito Comunista di Polonia, il quale pone in evidenza l’importanza della Conferenza finanziaria di Bruxelles. In essa si è esaminata la questione dei cambi, ma poiché il problema finanziario non è che un sintomo della profonda malattia della società capitalistica, i termini della questione si sono mano mano allargati fino a giungere a stabilire l’abolizione delle riforme economiche. Da ciò risulta che per i capitalisti non basta più gettare gli operai sul lastrico, essi si vedono obbligati ad intensificare lo sfruttamento nella fabbrica e perciò ad attentare alle organizzazioni operaie. È l’offensiva inevitabile del capitale contro il lavoro. Qui sta la radice della crisi sociale.

In questi ultimi tre anni, nei momenti più difficili i socialdemocratici hanno sempre aiutato la borghesia, il cui compito non è più quello di sedurre gli operai, ma di reprimerli e di opprimerli. I socialtraditori sono necessariamente obbligati ad aiutarla in questo compito. Solo i comunisti sono oggi i veri difensori dell’esistenza stessa della classe operaia. Per tal motivo ci felicitiamo che il rapporto economico sia stato fatto dal capo dell’esercito rosso, da Trotzki. Ciò dimostra che l’Internazionale Comunista combatterà non con la statistica e le cifre ma con la spada.

Segue il compagno Schwab, del Partito Comunista operaio di Germania, il quale pone in rilievo due considerazioni non sufficientemente spiegate nelle tesi. La prima è che il capitalismo moderno non si basa sulla produzione, ma sul profitto, perciò la sua ricostruzione è possibile tanto in periodo di crisi quanto di attività industriale, purché conservi il profitto. La seconda, che si è trascurata la differenza essenziale esistente fra la disoccupazione del passato e quella d’oggi. Per il passato i disoccupati costituivano una riserva industriale, oggi essi sono condannate ad un completo deperimento.

Reichenbach, rappresentante dello stesso partito, compie un’analisi della crisi attuale e rileva che il capitalismo ha preso forme nuove ed usa metodi interamente nuovi. Premesso che per noi comunisti è assiomatico il crollo del regime capitalistico, si tratta di vedere come potremo accelerare questo processo, quali nuove forme e metodi d’organizzazione del proletariato rivoluzionario dobbiamo opporre alle nuove forme organiche del capitale. E gli afferma che l’I.C. non deve soltanto indicare una linea di condotta proletariato, ma deve effettivamente guidarlo nella sua lotta rivoluzionaria. Terminando pone in risalto la funzione del capitalismo nella restaurazione dell’industria russa e dei pericoli che ne derivano.

Ha quindi la parola a Pogani, ungherese.

L’oratore incomincia col rilevare esservi alcune contraddizioni e lacune nelle tesi presentate. Mentre in un primo momento in esse si constata che il proletariato occidentale non ha potuto conquistare il potere politico in causa dello sviluppo economico del dopo guerra, più tardi si afferma che un futuro eventuale periodo di prosperità non sarebbe capace di trattenere il movimento rivoluzionario. Trotzki ha citato un esempio tratto dalla storia del movimento operaio russo, per dimostrare che il proletariato sconfitto nel 1905, ha ripreso le sue forze in un periodo di sviluppo economico. Dal movimento operaio ungherese si può avere un altro esempio che dimostra tutto il contrario. Ma questi esempi non hanno valore che per quel dato tempo. Il proletariato russo è stato sconfitto nel 1905, quello ungherese nel 1919, ma il proletariato occidentale non è stato ancora sconfitto. Le sue organizzazioni non sono distrutte. Esse si sono fortificate ed accresciute durante il periodo di sviluppo economico. L’attuale crisi non ci porterà di certo la calma. La borghesia farà di tutto per schiacciare il proletariato. Il proletariato non si arrenderà, non fosse altro che per questa ragione, che oggi il movimento rivoluzionario è ovunque diretto da Partiti Comunisti. Perciò mi sembra che le tesi si fondino troppo sulla futura guerra e non sulla crisi economica attuale. Sarebbe stato necessario trattare un po’ più seriamente e largamente la questione della guerra civile.

L’oratore si sofferma quindi sullo sciopero dei minatori in Inghilterra e sull’azione di marzo in Germania che non sono altro che un atto di difesa contro il tentativo borghese di abbassare i salari. Analizzando la situazione economica mondiale, bisogna prendere in considerazione le tre seguenti particolarità: 1) l’offensiva economica della borghesia su tutto il fronte; 2) la difesa del proletariato contro quest’attacco, da cui fatalmente ne segue una lotta politica; 3) l’impiego del potere governativo riorganizzato durante la guerra contro il proletariato. Ne risulta chiaramente che in tutti gli Stati si produrrà un’epoca di guerra civile. Non si ha dunque il diritto di parlare di guerra mondiale o di sviluppo mondiale, ma al contrario di guerra civile e di crisi. In tal senso l’oratore presenta un emendamento.

Segue Talheimer (Germania), il quale rileva che dalle tesi si scorge che un certo equilibrio si è stabilito in modo che la crisi del capitalismo passerà più tranquillamente. Bisogna notare che questo equilibrio è molto instabile ed il minimo incidente basta a romperlo. Trotzki ha osservato la tensione esistente fra Inghilterra e America e prevede una prossima guerra. Una simile tensione la si può constatare tra Francia e Germania, altro fattore capace di turbare l’equilibrio. L’oratore rileva che il quadro dell’esasperazione degli antagonismi sociali non ha avuto sufficiente rilievo. Ritiene necessarie alcune correzioni alle tesi.

Ha la parola a Bell (Inghilterra). Egli dice che il dibattito sulle tesi di Trotzki deve raggrupparsi su due questioni: 1) la stabilità del regime capitalistico; 2) la tattica del proletariato rivoluzionario di fronte a questa stabilità. L’oratore richiama l’attenzione sulle influenze generali del momento. La guerra ha creato nel mondo capitalista dei nuovi raggruppamenti non solo economici, ma anche politici. Noi dobbiamo osservare attentamente le cause della stabilizzazione del capitalismo dopo la guerra. Queste cause sono: una colossale importazione di capitale americano in Europa, 11 miliardi ripartiti fra i grandi Stati occidentali e 4 fra i piccoli Stati Balcanici; la concentrazione dell’industria tedesca (imprese Stinnes); il buon mercato del credito inglese accordato ai piccoli paesi. Le riparazioni hanno anch’esse avuto una funzione considerevole. Bell dichiara che la stabilità capitalistica che si può notare oggi è soltanto temporanea.

Segue la Zetkin, la quale si dichiara d’accordo con le grandi linee dell’evoluzione capitalistica tracciate da Trotzki. Insiste sull’affermazione di Talheimer per quanto riguarda il conflitto franco-tedesco.

Afferma che non si deve contare su di uno sviluppo automatico del regime capitalistico. Al contrario si devono accelerare gli avvenimenti con delle manifestazioni attive del proletariato rivoluzionario. L’esempio dell’Austria dimostra che è l’impoverimento e l’asservimento delle masse non sopprimono la loro passività. I partiti comunisti devono vincere questa passività delle masse per trascinarle alla conquista del potere politico.

Prenda la parola Roy, delegato indiano.

Egli ritiene eccessiva la previsione di un conflitto armato anglo-americano. Vi sono altrettante ragioni per ritenere che l’Inghilterra e l’America si mettano d’accordo per la divisione del dominio mondiale. Nel caso ciò avvenisse noi dobbiamo impiegare tutte le nostre forze per impedire il ristabilirsi dell’equilibrio economico del capitale. I sintomi di tale accordo esistono già. Bisogna insistere sulla situazione coloniale. Le colonie che prima erano delle grandi sorgenti di materie prime, ora sono divenute delle creatrici di prodotti industriali, con un grande esercito proletario e gli antagonismi sociali che ne derivano. D’altra parte questa crescenza industriale permette al capitale inglese di esportare il suo di più nelle colonie e di farne dei punti d’appoggio per assicurare il suo dominio mondiale. Perciò è necessario indicare nelle tesi l’importanza economica delle colonie e della politica coloniale e studiarne accuratamente le questioni tattiche.

Infine la parola è data a Koenen del Partito Comunista Unificato di Germania.

L’oratore dice che dopo aver parlato dei rapporti fra Inghilterra ed America, tra Francia e Germania, non si è accennato all’Alta Slesia, alla Ruhr, all’Asia Minore.

Rileva che le tesi non esprimono chiaramente l’idea del fallimento del moderno Stato capitalistico, di cui spera venga data una più netta definizione.

La discussione è terminata e la parola è data a Trotzki per la chiusura.

La replica di Trotzki

Il relatore ribatte tutte le critiche e le obiezioni sollevate dai diversi oratori.

Egli incomincia col contestare l’affermazione di Brandt che la borghesia si deve combattere non con la statistica, ma con la spada. Questa è una concezione romantica della guerra. La statistica è indispensabile e la spada non ne è che l’accessorio.

Quanto poi all’affermazione di Reichenbach che noi non dobbiamo soltanto indicare al proletariato occidentale una linea di condotta, ma anche guidarlo, non la comprendiamo nel senso che dobbiamo indicare al proletariato il mezzo di realizzare le sue intenzioni con la forza, dobbiamo dimostrargli che egli deve agire e nello stesso tempo dobbiamo essere alla testa di questa azione. Reichenbach esagera l’importanza dell’elemento soggettivo ed in ciò è simile ai nostri socialisti rivoluzionari che rigettano il marxismo come un’inutilità, basandosi soltanto sull’educazione e sulla maturità della volontà rivoluzionaria delle masse. Questo è l’errore di un metodo puramente soggettivo. Al contrario, i Kautskiani cadono nell’eccesso opposto. Essi considerano l’evoluzione come un processo automatico, non tengono conto che della volontà della classe avversaria e lasciano da parte l’atteggiamento della classe operaia. Questa separazione dell’elemento soggettivo ed oggettivo costituisce dell’avventurismo rivoluzionario. Noi uniamo logicamente e praticamente questi due elementi. Le condizioni economiche obbiettive sono le condizioni reali che con l’aiuto della statistica noi vogliamo mostrare per indicare la via alla classe operaia. In quanto all’affermazione che le relazioni economiche degli Stati capitalisti con la Russia soviettista possono consolidare il capitalismo occidentale, Trotzki pensa che per il momento questo pericolo non esiste.

Egli confuta quindi l’affermazione di Schwab secondo il quale il fatto della curva discendente del regime capitalista non è chiaramente indicato nella tesi. L’equilibrio economico, dice Trotzki, non è una concezione meccanica astratta, esso è un dato sottoposto a tutte le variazioni delle circostanze e delle influenze sociali. Dopo la guerra, grazie all’emissione di carta moneta e ad altre misure straordinarie, la borghesia è riuscita a mantenersi al potere. Ma la distruzione della ricchezza economica non è cessata. Questo il circolo vizioso nel quale si aggira dominio capitalista. Questo il senso delle tesi.

Rispondendo a Pogani, il quale trova nelle tesi una contraddizione per il fatto che in un certo punto è detto che lo sviluppo industriale ha indebolito il movimento rivoluzionario ed in un altro che lo sviluppo prossimo sarà incapace di trattenerlo, Trotzki dice che lo sviluppo nel passato e quello eventuale nell’avvenire hanno un diverso significato storico, ed è di questo che bisogna tener conto. L’esasperazione della crisi ha condotto i capitalisti ad attaccare proletariato. Quest’ultimo si trova oggi in stato di difesa. Il nostro compito consiste nell’approfondire questo stato e nell’allargarlo politicamente fino al punto in cui potrà condurre alla presa del potere.

Ma se si verifica un miglioramento? In un suo opuscolo Varga ha già notato i sintomi di questo prossimo miglioramento. È vero che ciò non avverrà tanto presto, ma se avviene noi non possiamo né allontanarlo, né avvicinarlo. In tal caso quale sarà la nostra tattica? Questo è il soggetto trattato nelle tesi. La differenza fra la prosperità industriale del dopo guerra e le circostanze attuali consiste in ciò, che dopo la guerra gli operai erano pieni d’illusioni, senza un orientamento netto e preciso, essi erano poco coscienti. La borghesia con pochi sacrifici, ha creato per sé un certo equilibrio. Oggi la miseria è di molto aumentata, i partiti comunisti si sono affermati, inoltre nello stesso momento di prosperità, il proletariato si ricorderà delle sofferenze subite e dei sacrifici sopportati.

Quanto al conflitto anglo-americano, bisogna notare che esso non è citato nelle tesi come qualche cosa d’inevitabile e che deve verificarsi a data fissa, ma come illustrazione dell’attuale situazione Internazionale.

Rispondendo a Talheimer ed a Bell, il relatore analizza il contenuto del concetto di equilibrio e di stabilità e conclude che non è né la prosperità né l’impoverimento progressivo, ma l’assenza di equilibrio e di stabilità che costituiscono il fattore di un più profondo spirito rivoluzionario.

La rivoluzione, continua Trotzki, si sviluppa per tre vie: la prima è quella dell’equilibrio sociale in Europa, soprattutto in Inghilterra per la posizione da essa occupata nel mondo; la seconda è data dallo sviluppo febbrile dell’America, sviluppo immenso delle sue industrie che sarà accompagnato da un enorme crisi economica e dalla rivoluzione; la terza dalle colonie, che durante la guerra hanno raggiunto uno sviluppo considerevole ed hanno assunto dell’influenza sui mercati. Le Indie hanno un proletariato arretrato, ma rivoluzionario. In questo paese in cui la classe contadina sta sotto il giogo feudale, la sola speranza delle masse contadine sta nel giovane proletariato indigeno. Il movimento si svolge parallelamente su queste tre vie, con reciproca influenza dell’una sull’altra.

Dopo breve scambio di idee circa la redazione e l’inserzione degli emendamenti proposti da Pogani e la compilazione di un manifesto sulla situazione economica mondiale e la tattica che ne risulta, le tesi vengono approvate e la discussione è chiusa.