Partito Comunista Internazionale

Tra pace e guerra

Categorie: Capitalist Wars, Italy

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Quando scoppiò la guerra con la Turchia, il Partito Socialista Italiano, passato il primo momento di sorpresa,
ritrovò una certa unità di coscienza e si schierò decisamente contro l’impresa di Tripoli.
La propaganda contro la guerra fu condotta con sufficiente coscienza e impostata sulle sue vere basi di classe
con sufficiente accordo tanto che riescì a rompere il cerchio di ostilità che aveva circondato i turchi d’Italia.
Meno le oziose divagazioni retoriche sulle “tradizioni nazionali” che avrebbero dovuto rendere la borghesia
italiana avversa all’imperialismo per rispetto della indipendenza altrui, e qualche altro ingenuo sofisma antimarxista di questo genere, la campagna antitripolina fu svolta con serietà ed energia.
Lo stesso fatto della decisa alleanza dei partiti borghesi a favore della “bella guerra” ci aiutò a dimostrare al
proletariato che esso doveva essere avverso.
La troppa sfacciataggine dei nazionalisti nella menzogna ci consentì di dare risalto più vivo alla verità.
Gli avvenimenti stessi sorpassarono le nostre previsioni pessimistiche sul secondo tentativo coloniale della
grande Italia. Ma la pace, confessiamolo, ci ha scombussolato un pochino.
Perché non è abbastanza diffusa nel proletariato italiano la propaganda anti-nazionalista che è pure così
semplice, così chiara, così poco teorica che è una vera colpa non averla abbastanza volgarizzata.
Una delle cause dell’esame è forse questa: noi credevamo che quella borghesia italiana che aveva fatta (?)
l’Italia avesse dimenticato nella sua degenerazione bottegaia il sentimento patriottico, e che non sarebbe stata
capace – specialmente dopo Lissa, Custoza e Adua – di dare vita ad un movimento nazionalista. Le associazioni
nazionalistiche come la “Dante Alighieri”, la Lega Navale, ecc., intristivano, le tirate patriottiche erano relegate dai
borghesi stessi fra la retorica di bassa lega, la “patria” era fuori di moda nelle conventicole intellettuali della buona
società. Invece bisognava ricordare gli insegnamenti della storia.
Il nobile sentimento patriottico è la via di cui si è servita la borghesia democratica per ottenere l’aiuto dei
proletari, dei nulla-tenenti, dei senza-patria, nel rovesciare le aristocrazie feudali.
Ma è anche un’arma di cui la stessa borghesia si serve per uno scopo che storicamente segue il primo ossia per
impedire la vera emancipazione di classe dei lavoratori, quando questi si accorgono di essersi sacrificati nel solo
interesse di una forma di sfruttamento che ne sostituisce un’altra.
La borghesia è patriota per natura nella fase eroica della sua origine rivoluzionaria. Ed è patriota per calcolo
nell’utilitarismo volgare della lotta per la sua conservazione, contro il proletariato.
In questa seconda fase la borghesia sfrutta abilmente le tradizioni della prima, per adescare il proletariato ad
una tregua nella lotta di classe.
Fa veramente male vedere dei socialisti cadere nel tranello. Sentire dei socialisti intellettuali andare a caccia
del concetto marxista della nazione!.
Di fronte alla pace che i nazionalisti hanno definita vergognosa molti socialisti hanno esitato. Poi hanno riprese
le staffe riconoscendo che non toccava a noi piangere sul fallimento della bella gesta imperialistica, e che una pace gloriosa dopo una guerra fortunata avrebbe assestato un colpo terribile al movimento operaio.
La nazione, nella realtà, è composta nella grande maggioranza dai proletari. Eppure l’interesse di essa (non
l’interesse dei nazionalisti, ma l’interesse vero, reale della nazione) cozza con le aspirazioni del proletariato, non
confondendo in questo nome qualche gretto miglioramento di categoria.
E’ una contraddizione. Ma non è nostra, bensì di un assetto sociale in decadenza che ne presenta ben altre: il
capitalismo.
Ora i socialisti battono molto sul fatto che la borghesia deve pagare le spese della guerra. Ecco un’altra strada
pericolosa. Supponiamo pure che si possa riuscire ad ottenere qualche legge che aggravi un poco di più le classi
abbienti nel sopperire alle spese di guerra. Sarà un magro risultato.
Ma avremo fatto un gran male, generando un equivoco nella mente dei lavoratori. In realtà le spese della
guerra le ha pagate e le pagherà il proletariato, che non è riuscito ad evitarla.
Che cosa è la borghesia se non una minoranza improduttiva? E con che cosa “pagherà le spese” se non col
ricavato dello sfruttamento sulla massa che produce? Sfruttamento che la rifioritura nazionalista le avrebbe
permesso anche di intensificare, se la guerra fosse riuscita secondo i suoi calcoli.
Ora una campagna tendente ad ottenere che le spese di guerra siano prelevate dalle rendite dei capitalisti, anche
ammettendo che nei risultati sposti di alcune decine di milioni il sacrificio proletario, avrà per conseguenza di
comprendere quei sani concetti di antagonismo di classe, a tutto danno delle conquiste avvenire.
Bisogna invece svolgere un’azione vivissima di propaganda, impostandola sul disagio economico del
proletariato in conseguenza della guerra, per ottenere che “un’altra volta” esso sappia insorgere alla prima
proclamazione di guerra.
E battere in breccia il patriottismo vero è falso, affarista o romantico, sia che parli in nome delle forche di
Tripoli che di quelle di Belfiore.