Partito Comunista Internazionale

Le manifestazioni in Francia contro il precariato e il sabotaggio della Cgt

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Da decenni a questa parte, e in particolare dopo la legge delle 35 ore del 1998-2000, anche in Francia la questione del diritto del lavoro viene regolarmente imposta dai diversi governi borghesi di destra e di sinistra: numerose sforbiciate hanno da allora largamente intaccato i diritti e le protezioni dei lavoratori, in un contesto di crisi economica mondiale. Le istituzioni finanziarie internazionali e i governi nazionali esigono delle “riforme strutturali” al fine di aumentare il tasso del profitto del capitalismo, che tende ineluttabilmente a diminuire. Le misure sono state progettate in stretta collaborazione con Berlino e, in particolare con Peter Hartz, il burocrate sindacale socialdemocratico autore delle leggi imposte in Germania dieci anni fa per ridurre i salari e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Si tratta in sostanza di attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati facilitando i licenziamenti, aumentando la “flessibilità” del mercato del lavoro, abbandonando gli accordi nazionali di categoria per sostituirli con accordi aziendali, diminuendo le tutele legali e la spesa per le imprese e per lo Stato in materia di protezione sociale (salute, famiglia, pensioni). Come negli anni 1930, la crisi dell’economia capitalistica mondiale, che niente può fermare, spinge le classi dominanti in Francia e di tutto il mondo sia alla guerra e al militarismo sia a sempre nuovi attacchi alla classe salariata, produttrice di ogni ricchezza.

In questo contesto arriva il progetto di legge El Khomri il cui scopo è dare nuove libertà alle imprese. Presentato a nome del governo socialista Hollande-Valls, fa seguito ad un rapporto redatto nel gennaio 2016 da una commissione che raccomandava un rimaneggiamento delle leggi per rendere più dinamico il mercato del lavoro.

Mentre un’ondata di proteste si sviluppava in Belgio, scioperi più o meno partecipati si hanno in Francia, nelle raffinerie di petrolio, nei porti, nell’aviazione civile, nelle ferrovie, nell’energia, nei trasporti e nelle costruzioni, sotto la guida il più delle volte dei sindacati Cgt, FO e l’unione Sindacale Solidale, senza però provocare una vera paralisi dell’economia.

La Cgt, descritta come l’organizzazione più combattiva e alla testa dei movimenti, in realtà gioca un ruolo funesto di pompiere della lotta di classe per evitare l’azione generale della classe salariata, l’unificazione radicale delle sue lotte.

Dalle ultime elezioni di categoria, del marzo 2013 (con una partecipazione molto bassa: hanno votato soltanto in 5.460.000), la Cgt ha avuto il 26,7% dei voti, risultando il primo sindacato in Francia; la Cfdt ha raccolto il 26,0%, FO il 15,9%, Cfe-Cgc il 9,4%, la Cftc il 9,3%, l’Unsa il 4,2%, e Sud 3,4%. Ma la Cgt vede il suo seguito diminuire continuamente (ora ha 676.000 iscritti) e rischia di essere superata dalla Cfdt all’inizio del 2017.

Philippe Martinez, il nuovo capo della Cgt, dopo la sua elezione nel febbraio 2015, per rinsaldare l’organizzazione in crisi da parecchi anni ha indetto alcune mobilitazioni nazionali, che si sono rivelate il più delle volte assai poco partecipate. In occasione del 51° congresso, il 19 aprile 2016, ha rinnegato la politica di riconciliazione con la Cfdt, portata avanti dal vecchio dirigente Bernard Thibault, ponendo fine alla strategia del “sindacalismo riunificato”.

Oggi asseconda il movimento contro la legge El Khomri già avviato dalla mobilitazione dei giovani. Ma il contenuto degli appelli della Cgt è per una ambigua “generalizzazione” dello sciopero, non lo sciopero generale, vale a dire l’unificazione delle lotte operaie in un unico potente movimento, al quale di fatto si oppone.

Ricordiamo brevemente i fatti. Il progetto El Khomri è annunciato il 17 febbraio 2016. Dieci sindacati (Cfdt, Cfe-Cgc, FO, Fsu, Sud, Unsa, Unl, Fidl) si riuniscono il 23 febbraio per chiedere il ritiro delle indennità forfettizzate in caso di licenziamento. La Cgt, la Fsu e il Sud si dichiarano favorevoli ad organizzare delle manifestazioni. All’interno del Partito Socialista il testo sarà criticato da una fronda che ne denuncia la “deriva liberale”.

Il 3 marzo, cinque centrali sindacali cosiddette “riformiste” (Cfdt, Cfe-Cgc, Cftc, Unsa) firmano un testo comune in cui chiedono che il progetto di legge sia modificato, mentre i sindacati cosiddetti “contestatori” (Cgt, FO, Fsu) rifiutano di firmare e ne chiedono il ritiro.

La Unione Studentesca e la Unione Nazionale Liceale si accodano ai sindacati contestatori, mentre la Fage degli studenti a quelli cosiddetti riformisti. Torna ad aleggiare lo spettro delle manifestazioni dei giovani del 1994 contro il contratto di inserimento professionale e di quelle del 2006 contro il contratto di prima assunzione CPE.

Il giorno in cui il progetto è presentato al Consiglio dei ministri, il 9 marzo, i sindacati Cgt, FO e Solidali e le organizzazioni studentesche (Unef, Unl, Fidl) organizzano numerosi cortei locali, con un numero di manifestanti fra i 224.000, secondo la polizia, e 500.000, secondo i sindacati, assai ridotto a paragone con le grandi manifestazioni del 2006 che avevano portato 2 milioni in strada costringendo a ritirare il Cpe.

Il 14 marzo, dopo aver incontrato i sindacati, il governo annuncia di aver modificato il testo, ottenendo l’apprezzamento della Cfdt mentre la Cgt, il FO e l’Unef ne continuano a chiedere il ritiro.

Altre tre giornate di manifestazioni sono promosse il 17 e il 24 marzo dalle organizzazioni studentesche, con una partecipazione, a seconda delle fonti, fra i 69.000 e i 150.000 manifestanti, e il 31 marzo anche dai sindacati Cgt, FO, Sud, Fsu. Quest’ultima vede una partecipazione in crescita, licei e università bloccati, scontri tra giovani e forze di polizia a Parigi, Nantes, Tolosa, Grenoble e Rennes.

Nella capitale molti manifestanti, soprattutto giovani, si ritrovano in Place de la République e da qui nasce il movimento “Nuit debout” (Notte in piedi) che si presenta come cittadino e pacifista, ispirato agli “indignati” spagnoli e del movimento statunitense “Occupy Wall Street”.

Altre due giornate di manifestazioni si svolgono il 28 aprile, con 209 cortei che contano tra 170.000 manifestanti, secondo la polizia, e 500.000 secondo la Cgt, e il 1° Maggio, nella quale la polizia spezza il corteo separandolo dai giovani, nella “indifferenza” del servizio d’ordine della Cgt.

Il 10 maggio Manuel Valls decide di ricorrere all’articolo 49 comma 3 della Costituzione che permette di fare adottare il testo senza passare per il voto in parlamento. Il 12 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, la mozione di censura presentata all’Assemblea Nazionale riceve il voto favorevole di uno schieramento eterogeneo (destra, repubblicani, UDI, Fronte di sinistra) ma non della frangia dissidente del Partito Socialista, non raggiungendo così la quota richiesta di 288 voti. Pertanto la mozione viene respinta ed il progetto di legge è adottato in prima lettura. Il testo deve ora essere riesaminato dal Senato.

Il 12 maggio i portuali, i lavoratori del settore petrolifero e i ferrovieri scendono in lotta a Le Havre, uno dei centri nevralgici dell’economia francese, inaugurando il movimento di sciopero vero e proprio.

Nella settimana dal 16 al 22 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, scendono in lotta in tutta la Francia camionisti, ferrovieri, i dipendenti delle raffinerie, degli aeroporti e dei porti. Ma il movimento, inquadrato dalla Cgt, nei trasporti non provoca alcuna paralisi.

Migliore la situazione nelle raffinerie, dove gli scioperi determinano dal 23 maggio un’interruzione parziale della distribuzione di carburante. Lo stesso giorno la polizia interviene con la forza per sbloccare il deposito di Fos sur Mer. Il giorno dopo, in risposta, tutte le otto raffinerie francesi sono bloccate dagli scioperi. Il 25 maggio l’accesso al deposito di Douchy les Mines nel Nord, bloccato da giovedì 19 maggio da circa 80 sindacalisti, per la maggior parte della Cgt ma anche alcuni della Sud, è sgomberato dalle forze dell’ordine.

Il 26 maggio è proclamata una ”giornata nazionale” di scioperi dalla Cgt-FO. A Parigi, la prefettura conta da 18.000 a 19.000 manifestanti, 100.000 secondo i sindacati. La penuria di carburante riguarda ormai oltre il 20% delle stazioni di servizio mentre le centrali nucleari riducono la produzione di energia elettrica: 5 reattori nucleari, su un totale di 58, sono stati fermati il 25 e il 26 maggio. Se non è la prima volta che scioperi nelle centrali provocano cali di produzione, è raro che ciò accada nel quadro di un movimento sociale non legato alla situazione nella categoria.

Lo stesso giorno il sindacato dei tipografi della Cgt impedisce la pubblicazione delle testate della stampa nazionale che si sono rifiutate di pubblicare un intervento di Philippe Martinez.

Il 28 maggio alle manifestazioni partecipano tra 150.000 e 300.000; proseguono i blocchi nei depositi di combustibili e nelle centrali nucleari. In particolare a Le Havre scendono in piazza 10.000 portuali.

La sera del 31 maggio, a dieci giorni dal campionato di calcio europeo, incomincia uno sciopero ad oltranza nelle ferrovie proclamato dai tre sindacati principali (Cgt, Unsa, Sud-Rail). La Cfdt, quarta forza sindacale nei ferrovieri, non si è associata né ai precedenti né a questo sciopero.

Nei ferrovieri gioca anche il negoziato, in fase finale, sul progetto di riforma dello Statuto dei ferrovieri, in particolare sull’orario di lavoro (più flessibilità in vista dell’apertura alla concorrenza a partire dal 2020). L’Unsa, la seconda forza sindacale nella Sncf, si oppone soltanto al progetto di riforma dello Statuto di categoria e non chiede il ritiro della riforma del lavoro, come invece fanno Cgt e Sud-Rail. La Cgt ha solide roccaforti tra i macchinisti e i controllori. Tuttavia lo sciopero sembra aver avuto un seguito limitato. Secondo il ministro hanno circolato il 60% dei treni dell’alta velocità, il 50% dei treni dell’Ile-de-France e il 45% degli intercity. Anche alla Ratp (trasporti parigini) è proclamato uno sciopero, ma non ha molto seguito; la Cgt invece proclama lo sciopero illimitato.

La sera di lunedì 31, in occasione di un incontro-dibattito con il capo della Cfdt, Philippe Martinez afferma di essere “pronto a ridiscutere” con il governo senza esigere il ritiro del testo. Solo elenca quattro punti di disaccordo: l’inversione della gerarchia dei contratti con la preminenza di quelli aziendali sull’organizzazione del lavoro; la definizione dei licenziamenti economici; l’indizione di un referendum in caso di un accordo di minoranza; la riforma della medicina del lavoro.

Il 31 maggio è stata una giornata di lotta anche in Belgio, stabilita da tempo, con manifestazioni e scioperi nei servizi, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nella posta. Altre azioni, manifestazioni e scioperi generali sono già stati pianificati per il 24 giugno ed il 7 ottobre. È evidente che lo stato di emergenza introdotto l’anno scorso in Francia e in Belgio dopo gli attentati di Parigi, non riguardava soltanto le reti terroristiche islamiche, ma era anche in previsione dell’opposizione sociale che già si andava sviluppando.

Ovunque in Europa i lavoratori, che hanno seguito attentamente le lotte in Francia, in Belgio, in Grecia, devono respingere ogni tentativo di dividerli secondo i confini nazionali per cercare di unire il loro movimento dentro e fuori i loro paesi. Ma per raggiungere questo obiettivo non li aiuterà nessuna delle attuali centrali sindacali! Ben al contrario.