Partito Comunista Internazionale

La Tattica della Internazionale Comunista (pt. 4)

Categorie: Party Doctrine, Party History, PCd'I, Third International

Articolo genitore: La Tattica della Internazionale Comunista

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Nei precedenti articoli ci siamo prefissi uno scopo espositivo, tratteggiando lo stato della questione del “fronte unico” nei documenti ufficiali della Internazionale Comunista e nelle enunciazioni di taluni partiti e compagni comunisti su cui molto si discute attualmente. Abbiamo contemporaneamente cercato di immedesimare i nostri lettori nel metodo che nel dibattere tali questioni deve essere adottato se si vuole essere all’altezza dell’esperienza teorica e tattica dell’I.C. e sollevarsi per sempre dalle pigrizie mentali del semplicismo e della sterilità pratica di una azione guidata dalle fobie di preconcetti formali. E attraverso tale esposizione abbiamo voluto rivendicare il diritto di quei nostri compagni a sviluppare i loro piani tattici perché siamo giudicati su ben altro tono di quello spregevole degli opportunisti che vanamente attendono un ripiegamento dei comunisti dal contenuto fermamente e saldamente rivoluzionario del loro pensiero e della loro azione.

Diremo ora brevemente il nostro pensiero, a titolo un po’ più che personale, poiché ci riferiamo alle discussioni esaurienti fatte in materia dal Comitato Esecutivo del nostro partito nel fornire il mandato per i compagni che lo rappresenteranno alla imminente riunione di Mosca. Non essendo un mistero per nessuno che la tesi che i comunisti italiani difenderanno sarà alquanto diversa, e se si vuole servirsi della vecchia dizione più “di sinistra” di quella ad esempio affacciata da Radek e sostenuta dai compagni di Germania, facciamo riflettere ai compagni tutti e specialmente ai più giovani e genericamente “estremisti”, quanto maggior peso avrà il contributo del nostro partito nella discussione di così arduo problema, se dimostreremo che una nostra divergenza non nasce da speciali incomprensioni, ma da un esame della questione condotto con perfetta coscienza dei termini di essa e tenendo conto di tutti gli elementi da cui scaturisce il pensiero di altri compagni senza trincerarci in assurde negazioni di certe conclusioni, che non riuscirebbero a convincere nessuno. E riaffermiamo dinanzi a chiunque quello che è un dato di fatto incontrovertibile: che cioè non esiste nemmeno lontanamente il pericolo che la Internazionale Comunista abbandoni anche per poco quella piattaforma del marxismo rivoluzionario dalla quale ha lanciato alle masse del proletariato mondiale il suo grido di guerra contro il regime capitalista e tutti indistintamente i suoi fautori e complici.

Richiamiamo i compagni a quella visione della situazione presente che ci ha tutti indiscutibilmente concordi che si compendia nella diagnosi della offensiva borghese come risultato della presente fase di crisi del capitalismo. Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica dell’unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro Partito con la campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici, si accompagna alla più efficace conquista delle masse, al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano nel confermare che nessun inciampo o contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche concrete e contingenti, e come forma di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo dell’azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e delle campagne contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte.

In una tattica così delineata, a parte le varianti di applicazione che si possono pensare come dipendenti dalla varia situazione nei diversi paesi dei partiti e organi sindacali proletari, nulla si incontra che comprometta le due condizioni fondamentali e parallele del processo rivoluzionario, ossia l’esistenza e il rafforzamento da una parte di un saldo partito politico di classe fondato su una chiara coscienza della via della rivoluzione, e dall’altra parte il sempre maggiore concorso delle grandi masse, sospinte in modo istintivo all’azione dalla situazione economica, nella lotta contro il capitalismo cui il partito fornisce una guida e uno Stato Maggiore.

Quando si voglia invece esaminare la portata agli effetti dei nostri comuni scopi, affrettare e facilitare la vittoria del proletariato nella lotta per abbattere il potere borghese e istituire la dittatura, di altre linee di tattica come quella proposta dal Partito comunista in Germania e prospettata negli articoli di Carlo Radek, nelle quali viene ad interferire un impiego per l’azione del proletariato nel meccanismo politico dello Stato democratico, si deve constatare che i caratteri del problema, e quindi le conclusioni a cui si deve giungere, mutano radicalmente.

Il quadro che ci presenta Radek è impostato su analogie evidenti con quello della situazione di offensiva capitalistica da cui siamo partiti per precisare la nostra tattica del fronte unico sindacale. Abbiamo il proletariato che vede intensificare al massimo il suo sfruttamento da parte del padronato per effetto dell’influenza irresistibile della situazione generale sulla azione e la pressione di questo. Noi comunisti, e i compagni che sono con noi, sappiamo benissimo che una via d’uscita definitiva non può trovarsi che nel violento abbattimento del potere borghese, ma le masse, per il loro limitato grado di coscienza politica e per il loro stato d’animo influenzato ancora dai capi socialdemocratici, non vedono questo come sbocco immediato e non si lanciano su tale via rivoluzionaria anche se il Partito comunista voglia darne loro l’esempio. Le masse sentono e credono che una data azione dei poteri statali possa risolvere l’impellente problema economico, e quindi desiderano un governo il quale, ad esempio in Germania, decida che il peso del pagamento delle riparazioni debba gravare sulla classe dei grandi industriali e proprietari, oppure attendono dallo Stato una legge sulle ore di lavoro, sulla disoccupazione, sul controllo operaio. Come per il caso delle rivendicazioni da ottenere con l’azione sindacale, il Partito comunista dovrebbe sposare questa attitudine e spinta iniziale delle masse, unirsi alle altre forze che si propongono o dicono di proporsi quel programma di benefici per mezzo della pacifica conquista del governo parlamentare, mettere in moto il proletariato sulla via di questo esperimento per approfittare dell’immancabile fallimento di questo allo scopo di provocare la lotta del proletariato sul terreno del rovesciamento del potere borghese e della conquista della dittatura.

Noi crediamo che un simile piano si basi su una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. È indubitato che il Partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i momenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito.

Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo una lunga e dolorosa esperienza insegna, il partito come organismo e il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili, ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti.

Se un giorno, dopo un più o meno lungo periodo di avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile se non si viene a cozzare contro la macchina stessa dell’apparato statale borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa gravemente l’organizzazione del Partito Comunista e dei movimenti che lo fiancheggiano (come l’inquadramento sindacale e quello militare), il proletariato si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della sua lotta, del contributo indispensabile di quella minoranza che possiede la chiara visione dei compiti da affrontare e che, per averla da lungo tempo posseduta e tenuta di vista, si è dato tutto un allenamento e un armamento nel senso largo della parola, indispensabile per la vittoria della grande massa.

Noi pensiamo che questo avverrebbe, dimostrandosi la sterilità di ogni piano tattico come quelli che stiamo esaminando, se il Partito comunista assumesse prevalentemente e clamorosamente atteggiamenti politici tali da annullare od inficiare il suo carattere intangibile di Partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici.

Ci sembra di poter dimostrare con elementi di ordine critico e di ordine pratico che questa tesi non ha nulla di astratto e non deriva dal desiderio di tracciare in questo argomento tanto complesso degli schemi arbitrari, ma risponde ad una valutazione concreta ed esauriente dell’argomento.

L’attitudine e l’attività di opposizione politica del Partito comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario.

Infatti attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dell’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese.

Metodo questo che è teorico per quel tanto che la coscienza teorica è indispensabile sia posseduta da una minoranza dirigente ed è organizzativo nella misura in cui la maggior parte del proletariato non è matura per una lotta rivoluzionaria si provveda alla costituzione e all’istruzione dei quadri dell’esercito rivoluzionario.

Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione dell’Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici con il criterio con il quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì con il criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista e anarchico), pur ponendosi fuori dei limiti della legalità, rifiutino di accettare il concetto dell’organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura.

Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali.

Gli sviluppi della nostra organizzazione li rimandiamo al prossimo articolo.

Non vogliamo però tacere che se la collaborazione parlamentare e governativa sono escluse completamente dal momento che si adotta una tale piattaforma, non si rinunzia però, come mostreremo, ad una utilizzazione molto migliore e meno arrischiata di quelle rivendicazioni che le masse sono portate a portare come richieste al potere dello Stato o ad altri partiti, in quanto si possono indipendentemente sostenere come risultati da raggiungere attraverso l’azione diretta, la pressione dall’esterno e la critica stessa della politica del Governo e di tutti gli altri partiti, attraverso l’esperimento di essa.

AMADEO BORDIGA