Partito Comunista Internazionale

La Tattica della Internazionale Comunista (pt. 5)

Categorie: Party Doctrine, Party History, PCd'I, Third International

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Vogliamo concludere queste nostre note, stese durante la discussione del problema che ci occupa e tenendo via via conto degli elementi che sopravvenivano, con il prospettare gli argomenti che sorreggono la posizione assunta dal Comitato Esecutivo del nostro Partito, secondo il quale l’unità di azione del proletariato deve essere perseguita e realizzata sulla base della politica di opposizione allo Stato borghese e ai partiti legalitari che il Partito comunista deve incessantemente svolgere. Le ripetizioni di alcuni punti essenziali, se non hanno giovato all’ordine dell’esposizione, non potranno certo nuocere allo scopo che esso si propone, di richiamare al massimo l’attenzione dei compagni sui termini delicati e complessi del problema che si discute.

Con una distinzione sufficientemente utile si vuole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il Partito comunista.

Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta, una condizione soggettiva è l’esistenza in una minoranza sempre più estesa di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e dirigere le ulteriori fasi della lotta. Ammettiamo che sarebbe antimarxista non solo il pretendere che tutti i lavoratori partecipanti alla lotta avessero una chiara coscienza del suo sviluppo ed un orientamento volitivo verso i suoi fini, ma altresì il ricercare un tale “stato di perfezione” in ciascun militante del Partito comunista singolarmente preso, mentre quelle condizioni soggettive dell’azione rivoluzionaria risiedono nella formazione di un organo collettivo, quale il partito, che è al tempo stesso una scuola, (nel senso di una tendenza teorica) ed un esercito con adatta gerarchia e adeguato allenamento di esercitazione.

Ma crediamo che si ricadrebbe in un soggettivismo non meno antimarxista, perché volontaristico nel senso borghese, qualora si condensassero le condizioni soggettive nella illuminata volontà di un gruppo di capi che potrebbero impiegare sulle più complicate vie tattiche il materiale costituito dalle forze del Partito e da quelle che esso più direttamente inquadra, prescindendo dalle influenze che ha su queste forze lo svolgimento stesso dell’azione e il metodo scelto per condurla innanzi.

Perché il Partito non è il “soggetto” invariabile e incorruttibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dall’altra – mentre si svolgono le ostilità.

Una ottima utilizzazione delle condizioni oggettive rivoluzionarie, senza alcun pericolo di menomare quelle soggettive, anzi con la certezza di svilupparle brillantemente, è data dalla partecipazione e dal suscitamento  delle azioni di masse per le rivendicazioni economiche difensive che solleva nell’attuale momento della crisi capitalistica l’offensiva padronale, come già abbiamo detto. Per tal modo spingendo le masse a seguire impulsi che esse già chiaramente e potentemente sentono, le conduciamo sulla via rivoluzionaria da noi tracciata, sicuri che lungo questa le condizioni soggettive a noi contrarie saranno superate e le masse si troveranno dinanzi alla necessità della lotta per la rivoluzione integrale per la quale il nostro partito darà loro una attrezzatura teorica e tecnica che la lotta avrà migliorata e potenziata. La indipendente posizione politica del nostro partito gli avrà permesso di svolgere nel corso dell’azione la preparazione rivoluzionaria ideale e materiale che è mancata in altre situazioni, che pure spingevano le masse alla lotta, perché tra gli altri motivi si verificava l’assenza di una minoranza differenziata in quanto a coscienza rivoluzionaria e a preparazione alle decisive forme di lotta.

La difensiva borghese si prefigge di contrapporre alla rivoluzione proletaria delle controcondizioni soggettive, di compensare la pressione rivoluzionaria oggettiva nascente dalle asprezze e dalle strette della crisi mondiale con le risorse di un monopolio politico e ideologico dell’attività del proletariato, per il quale la classe dominante tenta di mobilitare la gerarchia dei capi proletari.

Una vasta parte del proletariato, attraverso le organizzazioni dei partiti socialdemocratici, è inceppata dalla ideologia borghese e dalla mancanza di una ideologia rivoluzionaria, e qui più che alla concezione ideologica nel senso individuale bisogna pensare alla attitudine a muoversi collettivamente con un indirizzo sicuro ed una organizzazione di lotta nel campo politico. La borghesia ed i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi di mezzi violenti, e che le armi di esso si trovano nel pacifico impiego dell’apparecchio democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali. Queste illusioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparecchio legale e statale borghese con i mezzi della guerra rivoluzionaria, né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e la inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi, e prepararlo alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del partito comunista.

Illusorio è perseguire tal fine con la preparazione della ideologia e della esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario, indispensabile è garantirlo con la formazione e il consolidamento di un organismo collettivo la cui opera ed attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio la immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche e socialdemocratiche sia seguita da una utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionaria. Non possiamo vincere in questa senza la maggioranza del proletariato, ossia mentre la maggioranza del proletariato si trova ancora sulla piattaforma politica della legalità e della socialdemocrazia, ha detto il Terzo Congresso, ed ha avuto ragione, ma appunto per questo dobbiamo preoccuparci di adoperare tale tattica in modo che nei movimenti delle grandi masse che le oggettive condizioni economiche suscitano vada progressivamente crescendo l’effettivo di quella minoranza che, avendo a nucleo il Partito comunista, ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria.

Nulla si oppone dal punto di vista critico e da quello delle reali esperienze pratiche che possediamo ad un passaggio dall’azione del fronte delle grandi masse per rivendicazioni che il capitalismo non può né vuole concedere e contro le quali adopera la reazione aperta di forze regolari e irregolari, all’azione per l’emancipazione integrale dei lavoratori, perché come questa, così quelle sono divenute impossibili senza l’abbattimento della macchina borghese di dominio politico-militare, contro la quale i lavoratori sono condotti, mentre già per la lotta contro di essa si era organizzato il Partito comunista, inquadrante una parte delle masse, che non hanno mai nel corso della lotta nascosto che si doveva lottare contro le forze di tal natura, e hanno presa su di sé la prima fase della battaglia nei suoi aspetti di azione diretta di guerriglia di classe, di cospirazione rivoluzionaria.

Tutto invece ci conduce a condannare come cosa affatto diversa e di effetto contrario il tentativo di un passaggio del fronte delle grandi masse da una azione che, se pure ha per obiettivo rivendicazioni immediate e accessibili alla massa, si svolge sulla piattaforma politica della democrazia legale, ad una azione antilegalitaria e per la dittatura proletaria. Qui non si tratta più di mutamenti di obiettivi, ma di mutamenti del piano di azione, dei suoi schieramenti, dei suoi metodi, e la conversione tattica è possibile, a nostro credere, solo nei piani di condottieri che abbiano dimenticato l’equilibrio della dialettica marxista e immaginino di operare con un esercito giunto al perfetto automatismo delle armate inquadrate e allenate da tempo anziché con le tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate.

La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per constatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventare l’ultimo e decisivo ostacolo, nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione. Il partito è necessario alla vittoria rivoluzionaria in quanto è necessario che molto prima una minoranza del proletariato cominci a gridare incessantemente al rimanente che occorre armarsi per l’urto supremo, armandosi essa stessa ed istruendosi alla lotta che sarà inevitabile. Appunto perciò il Partito per assolvere il suo compito specifico non deve solo predicare a dimostrare con ragionamenti che la via pacifica e legale è una via insidiosa, ma deve “trattenere” la parte più avanzata del proletariato dall’addormentarsi nell’illusione democratica ed inquadrarla in formazioni che da una parte cominciano a prepararsi alle esigenze tecniche della lotta col fronteggiare le azioni sporadiche della reazione borghese, dall’altra abituano se stesse e una larga parte circostante delle masse alle esigenze ideologiche e politiche della azione decisiva con la loro critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno del sindacato.

L’esperimento socialdemocratico in certe situazioni deve verificarsi ed essere utilizzato dai comunisti, ma non si può pensare questa “utilizzazione” come un fatto subitaneo da avvenire alla fine dell’esperimento, bensì come il risultato di una incessante critica che il Partito Comunista avrà svolto e per la quale è indispensabile una precisa separazione di responsabilità.

Di qui il nostro concetto che il Partito comunista non può abbandonare mai la sua attitudine di opposizione politica allo Stato e agli altri partiti, considerata come un elemento della sua opera di costruzione delle condizioni soggettive della rivoluzione, che è la stessa ragione d’essere.

Un partito comunista confuso con i partiti della socialdemocrazia pacifista e legalitaria in una campagna politica parlamentare o governativa non assolve più il compito del Partito comunista. Allo sbocco di una tale parentesi le condizioni oggettive porranno il dilemma fatale della guerra rivoluzionaria, l’imperativo di assalire e distruggere la macchina dello Stato capitalistico; il proletariato sarà soggettivamente deluso di ogni speranza dei metodi incruenti e legali, ma mancherà l’elemento di sintesi delle condizioni oggettive e soggettive che è la preparazione indipendente del Partito comunista e della minoranza che esso ha saputo da lunga mano stringere intorno a sé. Si produrrà una situazione non dissimile affatto da quella che il Partito socialista italiano quando comprendeva opposte tendenze ha più volte attraversato; le masse deluse dei metodi riformisti e del loro fallimento aspettano una parola d’ordine che non viene perché gli elementi estremi non hanno una organizzazione indipendente, non sanno le loro forze, dividono la responsabilità dei riformisti dinanzi alla sfiducia generale e nessuno ha pensato a tracciare i lineamenti di una organizzazione che possa funzionare, lottare, guerreggiare, quando l’urto della guerra civile si delinea implacabile.

Per tutte queste ragioni il nostro Partito sostiene che non è da parlare di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono “proletari”, né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto.

Ad esempio tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico, da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità con l’inganno volgare dei programmi “concreti” di politica statale del Partito socialista e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo “operaio”, anziché di quello che sognano di costituire con i partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta.

Tra il sostenere un provvedimento (che si potrebbe per parodiare vecchi dibattiti chiamare “riforma”) dall’interno o dall’esterno dello Stato vi è una formidabile differenza stabilita dall’evolversi delle situazioni; che con l’azione diretta delle masse dall’esterno, qualora lo Stato non possa e non voglia cedere, si giungerà alla lotta per rovesciarlo; qualora ceda anche in parte si sarà valorizzato ed esercitato il metodo dell’azione antilegalitaria; mentre col metodo della conquista dall’interno, se anche esso fallisce, giusta il piano che viene oggi sostenuto, non è più possibile contare sulle forze capaci di assalire la macchina statale, per aver interrotto il loro processo di aggregazione intorno ad un nucleo indipendente.

L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali d’ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di questa agitazione spetta al Partito comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo la inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante e sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione con la direttiva e con i metodi comunisti, sostenuti al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno.

AMADEO BORDIGA