I cinici calcoli delle borghesie mondiali e il massacro dei palestinesi
Categorie: Capitalist Wars, Israel, Palestine
Questo articolo è stato pubblicato in:
Traduzioni disponibili:
Nei paesi occidentali, quelli cioè legati da un vincolo di alleanza con gli Stati Uniti, la causa palestinese riscuote simpatie fra la popolazione e si registrano partecipate manifestazioni a suo sostegno, in alcuni casi con grandi masse. Ciò a cominciare dagli stessi Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia.
La condizione del popolo palestinese è identificata come un caso esemplare di oppressione e ingiustizia, ragion per cui battersi contro di esse è visto come un modo per combattere ogni ingiustizia e oppressione politica, secondo il motto “la Palestina è il mondo”.
Questa convinzione si alimenta di sentimenti, indignazione, compassione, solidarietà, che scaturiscono dagli orrori di una guerra che, come la generalità dei conflitti nel tardo capitalismo, miete terribili massacri fra la popolazione civile, e che ha un carattere nettamente asimmetrico quanto ai rapporti di forza fra le parti in conflitto.
Si tratta tuttavia di una pericolosa semplificazione.
Il carattere asimmetrico di una guerra non definisce la sua natura. A Gaza, con l’esercito dello Stato borghese d’Israele non si scontrano masse proletarie e diseredati in rivolta ma milizie armate di partiti borghesi, con a capo Hamas, sostenute da potenze imperialiste regionali e mondiali.
I proletari palestinesi sono solo la carne da cannone secondo i cinici calcoli di queste borghesie, fra cui naturalmente quella palestinese.
Il massacro del 7 ottobre perpetrato fra la popolazione civile israeliana, in kibbutz notoriamente di orientamento pacifista, e che ha colpito anche numerosi proletari immigrati, è stato un cinico calcolo. Chi lo ha ideato, organizzato e attuato sapeva che avrebbe determinato il sicuro massacro di migliaia di palestinesi. Si è scelto di metterlo in atto per colpire i piani di Israele e dei suoi alleati, per gli interessi di un altro gruppo di Stati imperialisti, capeggiato dall’Iran.
Gli interessi della classe operaia palestinese, oppressa due volte, sul piano nazionale e su quello di classe, stanno da tutt’altra parte rispetto alla politica di Hamas e dei suoi finanziatori, fiancheggiatori e alleati.
Settant’anni di conflitto israelo-palestinese – generato e aggravato dalle manovre delle potenze borghesi regionali e mondiali – dimostrano che è insolubile nel quadro dell’imperialismo.
Il capitalismo mondiale sta marciando verso quella che è al contempo la sua salvezza e la rovina dell’umanità: il terzo conflitto mondiale. Causa di questo precipizio nell’abisso è la crisi economica di sovrapproduzione. Perciò, quand’anche gli Stati capitalisti giungessero alla soluzione di “due popoli, due Stati” in Palestina, essa sarebbe solo un punto di passaggio verso un livello superiore, più grave, dello scontro già in atto. Cioè con un numero di vittime, principalmente proletarie, ancora superiore, da entrambe le parti del fronte.
Schierarsi al fianco della cosiddetta “resistenza palestinese”, cioè per la costituzione di uno Stato palestinese nel quadro del capitalismo, significa incamminarsi lungo la strada che conduce, non alla sconfitta delle oppressioni e delle ingiustizie sociali e politiche, ma allo schieramento dei proletari nella nuova guerra mondiale che va maturando.
Che le buone intenzioni delle masse che nel mondo si mobilitano in reazione ai massacri a Gaza vengano utilizzate per finalità belliche lo dimostra il fatto che tali mobilitazioni sono dirette da organizzazioni che, al di là della invocazione di un “cessate il fuoco”, si schierano al fianco dei partiti borghesi palestinesi nel conflitto in corso da 70 anni.
In essi non vi è alcuna critica ai partiti nazionalisti palestinesi, né ai regimi imperialisti che li sostengono, né alcun appello rivolto ai lavoratori d’Israele, né alcuna solidarietà che scaturisca dal massacro di proletari israeliani compiuto dalle milizie dei partiti borghesi di Gaza.
La legge etica che sembra scaturire dalla politica di questi movimenti filo-palestinesi è che si tratterebbe di stare al fianco di chi subisce il massacro maggiore, giustificando il massacro minore di civili. Il problema è che non è l’asimmetria del numero delle vittime a spiegare la natura del conflitto. Tale asimmetria è un dato ben suscettibile di cambiare, nello sviluppo di un conflitto che è di natura borghese, che implicherà il coinvolgimento sempre più esteso di altri Stati capitalistici.
Misconoscendo la natura borghese del conflitto israelo-palestinese, nascondendola dietro la asimmetria delle forze i movimenti filo-palestinesi ambiscono ad arruolare sul piano internazionale masse sempre più estese in una guerra che non è sociale, fra le classi, ma fra Stati della stessa classe, quella capitalista.
In quest’opera, ogni distinzione fra oppressi e oppressori, inclusa le vessazioni sulle donne nei regimi islamici, scompare dietro la contrapposizione fra Stati: ciò implica la cessazione della lotta contro lo sfruttamento e il dominio di classe internamente a quei paesi che si suppone sostengano la “causa palestinese”. Si dichiara di volersi battere contro sfruttamento, ingiustizia e oppressione, invece si accantona ogni lotta in tal senso in favore di un conflitto fra Stati capitalisti, giustificato come reazione contro l’oppressione nazionale del popolo palestinese.
In tutta l’area arabo-mediorientale, la questione palestinese – la lotta contro il satana Israele-USA – è agitata per sviare le masse proletarie dalla lotta per i loro obiettivi e contro i rispettivi regimi borghesi. Turchia e Iran sono l’esempio più eclatante di questa strategia della borghesia per coinvolgere i propri proletari nella propaganda di guerra e per soffocarne le aspirazioni di classe.
Nei paesi occidentali centro delle mobilitazioni per un “cessate il fuoco” e a sostegno della “causa palestinese” sono le università. Gli studenti sono lo strato sociale più facile a entrare in movimento, ancor più della stessa piccola borghesia, in quanto sono concentrati negli istituti e per essi interrompere per un periodo le attività di studio non è lo stesso che fermare le attività imprenditoriali. A maggior ragione sono distanti dalla condizione dei lavoratori, in quanto non sono sottoposti al dispotismo aziendale, non hanno un salario cui rinunciare. Tant’è che è senz’altro erroneo parlare di “sciopero” degli studenti.
Queste caratteristiche, unite alla natura interclassista del loro strato sociale e a quella transitoria della loro condizione individuale, proiettata, per la maggior parte di loro, verso una collocazione sociale più elevata di quella del proletariato, fanno di quello studentesco un movimento piccolo-borghese, a cui la borghesia attinge per rinnovare il suo personale politico.
Non avendo una collocazione e una funzione sociale che conferisca loro una forza, com’è invece per la classe lavoratrice, il movimento studentesco si caratterizza tipicamente per impotenza e, di conseguenza, per scompostezza, sonorità, falso radicalismo. I proletari hanno ben maggiori vincoli da rompere per mettersi in movimento, ma, quando finalmente vi riescono, prendono consapevolezza della loro forza sociale e, quindi, politica.
In quanto piccolo-borghese, il movimento studentesco, è destinato a ondeggiare fra borghesia e proletariato, accodandosi al più forte. Più della classe lavoratrice è permeabile all’ideologia borghese, della cultura impartita negli istituti. È perciò fonte prolifica di rinnovamento dei partiti opportunisti, che in esso trovano un ambiente propizio per rimpolpare i loro ranghi, tutti interessati a ripetere pappagallescamente il motto “operai e studenti uniti nella lotta”, che significa operai accodati al movimentismo piccolo-borghese.
Le mobilitazioni in corso nelle università statunitensi naturalmente si richiamano idealmente a quelle negli anni ‘60 e ‘70 contro la guerra in Vietnam. Ma le differenze sono notevoli. Allora lo Stato borghese statunitense era coinvolto direttamente nel conflitto e vi mandava a morire decine di migliaia di giovani, con la coscrizione obbligatoria. All’apice del benessere acquisito durante la ricostruzione mondiale post-bellica e in virtù dell’acquisita posizione dominante nel concerto delle potenze imperialistiche, i giovani americani non volevano andare a morire in una guerra lontanissima dai confini nazionali. Una parte della stessa borghesia nazionale considerava erronea la scelta di impegnarsi in quel conflitto. Le masse in movimento furono assai superiori, dentro e fuori le università.
Oggi la situazione è ben diversa. La società capitalistica ha bruciato da decenni le illusioni di crescente benessere ed è avvolta in un cupo clima regressivo, di assenza di prospettive. La piccola borghesia sempre più si assottiglia e decade. La sua disperazione, tipica frutto della sua impotenza, si manifesta in inconsulti e reazionari movimenti. Il mondo studentesco non fa eccezione e il suo movimento tende ad abbracciare falsi radicalismi, da quelli identitari fino a essere fatalmente attratto da soluzioni fintamente rivoluzionarie, che mistificano e sostituiscono la rivoluzione sociale con la guerra borghese.
Il Partito ai giovani, studenti e operai indica la strada del movimento operaio e comunista. Della rivoluzione sociale contro la guerra fra Stati capitalisti.
La fine della doppia oppressione, nazionale e di classe, dei proletari e dei diseredati palestinesi, come di tutte le altre minoranze nazionali, come i curdi, potrà aversi solo con la rivoluzione comunista internazionale. Le indicazioni politiche che si pongono sul sentiero che conduce a questo obiettivo storico sono opposte a quelle agitate dai movimenti filo-palestinesi: in ogni paese lotta contro la propria borghesia, anche a Gaza e in Cisgiordania, nessuna solidarietà tra le classi in nome della guerra; appello ai proletari d’Israele affinché facciano altrettanto nei confronti del loro Stato borghese, affinché sabotino la guerra e si affratellino ai proletari palestinesi.