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Perché anche negli USA non chiediamo la nazionalizzazione delle ferrovie

Categorie: Nationalizations, RWU, Union Question

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Il 5 ottobre 2022, il sindacato Railroad Workers United (RWU) ha adottato una risoluzione che chiede la proprietà pubblica delle infrastrutture ferroviarie. Nel frattempo, anche la United Electrical, Radio and Machine Workers of America (UE) ha lanciato un chiaro appello alla proprietà pubblica delle ferrovie.

Il giudizio dei comunisti sulle nazionalizzazioni è sempre chiaro e coerente. Già Marx ed Engels scrissero molto per contestare il mito del socialismo di Stato di Lassalle, contro il quale siamo a batterci ancora oggi. È infatti possibile scorgere dei temi ricorrenti nelle varie deviazioni ideologiche che impediscono al proletariato di riconoscere i suoi obiettivi storici.

Tale posizione è ben illustrata nell’Anti-Dühring di Engels, del 1878, che abbiamo citato anche in “Programma Comunista” del 1962 n.13: «Ma né la trasformazione in società anonime, né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forme produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l’organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti» (Terza sezione, Socialismo, Elementi teorici).

Consideriamo come si è svolta questa trasformazione nelle ferrovie degli Stati Uniti.

Come si legge nella dichiarazione della RWU, il governo statunitense nazionalizzò di fatto le infrastrutture ferroviarie private degli Stati Uniti per 26 mesi durante la prima guerra mondiale, a causa dell’incapacità di movimentare efficacemente le merci all’interno del Paese.

Il nostro Bucharin in quel periodo si trovava a New York, il che gli permise di comprendere meglio le circostanze. Il 16 febbraio 1917 scrisse: «Più forte è la posizione del capitale americano, più forti sono i suoi appetiti. Per soddisfare questi appetiti sono indispensabili forti strumenti di battaglia: esercito, flotta aerea e marina, fortificazioni militari. È così iniziato il periodo dei cosiddetti preparativi. Con un frastuono infernale, al rullo dei tamburi e al canto di inni patriottici hanno messo in moto, a tutto gas, una pompa che succhia denaro al popolo per il militarismo […] La vita economica si conforma a quella di una caserma. Sono elaborati piani per trasferire allo Stato le ferrovie, il telefono e il telegrafo. Inoltre viene creata una serie di istituzioni per elaborare piani per trasferire o subordinare allo Stato importanti settori della finanza e della produzione. È già stata creata un’organizzazione centrale che si occuperà delle materie prime (di cui si occuperà il banchiere), della manodopera (sarà assegnata a Gompers?), della cura e della riparazione della carne da cannone, ecc. ecc. […] Naturalmente, nel frattempo, non dimenticano i “compagni di lavoro”. Un attacco contro il diritto di sciopero viene sferrato su tutto il fronte. Il governo federale si scaglia contro i lavoratori delle ferrovie. In tutta una serie di parlamenti federali sono introdotte, una dopo l’altra, proposte di legge contro il diritto dei lavoratori a difendere i propri interessi con lo sciopero».

In effetti, gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania il 6 aprile 1917, mandando a morte 116.700 proletari in nome dell’imperialismo. Questo la RWU non crede di doverlo ricordare. Mentre fornisce un resoconto nostalgico della nazionalizzazione delle ferrovie da parte di Wilson, si scorda che si trattava di una guerra per l’imperialismo.

Sulla rivista “Comunismo” n.80 è stata pubblicata la parte XVIII del nostro testo “Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America”. Il testo spiega bene questi sentimenti nostalgici. «Nell’estate del 1917 emerse un nuovo approccio alla cooperazione tra sindacati e governo. Questa iniziativa, che era in diretta opposizione alle organizzazioni socialiste e di estrema sinistra, si basava su una serie di accordi che regolavano le condizioni di lavoro e la presenza stessa dei sindacati all’interno delle industrie che operavano con contratti governativi. Il governo si trovò di fronte a una sfida importante. I sindacati chiedevano che le loro condizioni salariali e normative, così come il “closed shop”, fossero rispettate in tutti i contratti. Questo nonostante l’enorme richiesta di manodopera e l’urgenza della produzione. Il governo si trovò ad affrontare tre problemi principali: la crescente combattività dei lavoratori, l’insistenza dei sindacati sul “closed shop” e la riluttanza dei datori di lavoro ad accettare aumenti salariali. Dopo tutto, i profitti delle industrie belliche erano garantiti dallo Stato. In questo contesto, era responsabilità del governo compensare qualsiasi costo aggiuntivo derivante dagli aumenti salariali».

I ferrovieri americani furono ingannati dai loro capi sindacali corrotti, i quali facero credere loro che avrebbero tratto benefici dalla proprietà statale. In realtà tutte le sovvenzioni ricevute erano il prezzo calcolato che la borghesia americana era disposta a pagare per mantenere indisturbati i suoi piani di guerra imperialista.

L’AFL e i meschini partiti opportunisti americani dimostrarono un entusiasmo simile quando Roosevelt illustrò le sue riforme, che consistevano essenzialmente nello sviluppo del National Recovery Act (NRA) e nella svalutazione della moneta. Un gruppo di nostri compagni di New York capì cosa stava succedendo: «Il fallimento della Conferenza di Londra, dove l’imperialismo statunitense era intervenuto con la prospettiva di rubare ai suoi contendenti, ha rivelato concessioni sul piano di espansione industriale-finanziaria. Queste concessioni sono state fatte attraverso l’uso di tutte le pressioni, dall’intrigo diplomatico alla minaccia aperta e diretta. Questo, a sua volta, determinò in una certa misura il nuovo orientamento espresso dalla NRA, un’agenzia parallela dello Stato capitalista per uno sfruttamento più razionale delle masse lavoratrici. Questo piano fu stabilito sulla base dei rapporti di forza esistenti sul piano mondiale delle forze conflittuali e antagoniste dei diversi imperialismi. Questi rapporti di forza si sono manifestati attraverso crisi senza precedenti, fallimenti industriali, finanziari e commerciali. È quindi inevitabile che questo piano poggi sulla prospettiva di una nuova conflagrazione per la conquista di nuovi mercati» (“Prometeo”, n.94 del 15 ottobre 1933).

Il presidente Roosevelt affrontò di petto questa sfida epocale, facendo propria la lezione di Wilson sulla necessità di “cooperare”. Incoraggiò ogni industria a formare una federazione e a sottoporre all’approvazione del presidente un “codice di concorrenza leale”. «Questo codice avrebbe vincolato ogni datore di lavoro a non licenziare nessuno, a concedere un salario minimo e un massimo di 40 ore settimanali, e a riconoscere il diritto dei lavoratori di organizzarsi per stipulare contratti di lavoro. Il presidente aveva la possibilità di modificare ogni codice prima di approvarlo. Una volta approvato, ogni codice acquisiva forza di legge […] Tutti o la maggior parte dei datori di lavoro avevano firmato, ma violavano sfacciatamente il codice “nello spirito e nella lettera”. Il governo non aveva né la capacità né la volontà di prendere provvedimenti seri contro i trasgressori […] Nonostante la pressione delle masse e la diffusione spontanea degli scioperi, i “piecards” [operai specializzati] dell’AFL erano stati i più accesi sostenitori della manovra presidenziale» (“Prometeo”, n.101 del 25 marzo 1934).

Questo ha fatto tramontare il movimento operaio negli Stati Uniti. «È chiaro che la nuova politica economica di Roosevelt era stata concepita per fornire una soluzione temporanea fino allo scoppio del conflitto mondiale» (“Prometeo”, n.105, 17 giugno 1934).

Infatti fu durante la Seconda guerra mondiale che Roosevelt, insieme al Comandante in capo dell’esercito e della marina, decise di nazionalizzare nuovamente le ferrovie. L’ordine esecutivo 9412 del 27 dicembre 1943 chiarisce le vere ragioni: «Il funzionamento continuo di alcuni sistemi di trasporto è minacciato da scioperi indetti a partire dal 30 dicembre 1943». A quanto pare i lavoratori delle ferrovie scioperavano a causa di una disputa salariale. La lezione del presidente Wilson venne applicata: sarà lo Stato a «impegnarsi in attività concertate ai fini della contrattazione collettiva o per il mutuo aiuto e la protezione». La buona volontà del presidente Roosevelt fu tale da «riconoscere il diritto dei lavoratori di continuare a far parte dell’organizzazione sindacale, di contrattare collettivamente attraverso i loro rappresentanti di loro scelta con i rappresentanti delle compagnie». Naturalmente, lo Stato avrebbe pagato il prezzo «a condizione che tali attività concertative non interferissero con l’attività dei vettori». In questo modo, i lavoratori delle ferrovie furono accontentati, poiché la loro richiesta durante la Seconda guerra imperialista era di natura economica. I lavoratori non beneficiarono della nazionalizzazione, ma piuttosto della ragion di Stato.

Dopo la guerra siamo stati altrettanto chiari: «L’analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese è incompleta senza riconoscere che l’intervento e il controllo dello Stato nell’economia non è una deviazione dalle leggi fondamentali dell’economia capitalista. È infatti il risultato naturale e inevitabile di tutto il suo sviluppo storico. Questo intervento può arrivare fino all’eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione. Non eliminerà il fatto fondamentale del sistema di produzione capitalista: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l’appropriazione del plusvalore. L’economia capitalista nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale si è orientata verso forme generalizzate di intervento e controllo statale. L’esperimento totalitario nazifascista ha svolto la funzione di permettere e favorire l’accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della tendenza al ribasso del tasso di profitto, una fase caratterizzata dal susseguirsi di violente crisi economiche e quindi dalla ricorrente minaccia di crisi sociali altrettanto violente. L’esperimento americano del New Deal ebbe un effetto simile […]

«È chiaro che nella fase monopolistica, centralizzatrice e totalitaria del capitalismo, la politica statale delle nazionalizzazioni è l’ultima arma utilizzata per difendere il profitto e sfruttare i lavoratori nel modo più brutale […]

«La nazionalizzazione non sopprime il mercato o lo sfruttamento del lavoro. Si limita a regolare l’economia secondo le forze del mercato. Alle industrie nazionalizzate viene garantito il monopolio all’interno dei propri confini, ma questo non influisce sul mercato nel suo complesso. Inoltre, la nazionalizzazione non impedisce la realizzazione e l’appropriazione del plusvalore. Anzi, spesso contribuisce a salvare le unità economiche in deficit. La nazionalizzazione garantisce in ogni caso il profitto capitalistico. A livello di relazioni inter-imperialiste, le nazionalizzazioni sono l’espressione più evidente e scoperta della tensione di tutte le forze economiche nazionali. […] Infine, nel gioco delle lotte di classe, le nazionalizzazioni rappresentano il metodo più raffinato per immobilizzare le energie attive del proletariato e irreggimentare i suoi compagni» (“Prometeo”, Serie I n.4, dicembre 1946).

Le rivendicazioni degli opportunisti dei partiti di massa sulle “nazionalizzazioni” sono state una battaglia costante sulla nostra stampa. Questi cosiddetti “comunisti” hanno fatto credere che l’Europa stesse così marciando verso il socialismo. Eppure, questo opportunismo è sopravvissuto alla caduta dei grandi partiti opportunisti. L’appello alla nazionalizzazione è stato un argomento ricorrente, soprattutto quando il modo di produzione capitalista inizia ad affrontare le sfide, sollevando preoccupazioni sul potenziale di instabilità economica e di conflitto.

A questa parola d’ordine social-imperialista si contrapporrà la tattica sindacale del Partito su obiettivi realmente di classe. L’obiettivo è portare i lavoratori americani, come in tutto il mondo, sul terreno delle rivendicazioni generali, e quindi politiche.

Ci auguriamo che la riaffermazione della direzione di classe e comunista permetta al proletariato americano di ritrovare coraggio, senso di sicurezza, orgoglio e spirito di indipendenza, di cui ha bisogno più del pane.