Partito Comunista Internazionale

Annaspa anche a Cuba il capitale: Che si vuole ‘di Stato’ ma capitalismo era e rimane

Categorie: Cuba, State Capitalism

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L’Assemblea Nazionale di Cuba a luglio ha approvato all’unanimità la bozza preliminare della nuova Costituzione. Il disegno di legge sarà poi sottoposto a consultazione popolare.

In essa sono sanciti il rispetto della proprietà privata, il diritto di ereditare terreni e la tutela degli investimenti stranieri. Si osserva inoltre che nel testo solenne non appare più la parola comunismo.

Insomma, il Partito “Comunista” di Cuba sta cercando, come si dice, di svignarsela alla chetichella.

Ma riguardo il comunismo il cambiamento e la riforma sono solo sulla carta, perché la rivoluzione cubana non è mai stata della classe operaia né socialista. Nemmeno ha mai fatto parte delle sue strategie geopolitiche la chiusura agli investimenti internazionali, che ha solo subìta per il blocco economico mantenuto dagli Stati Uniti.

Solo l’esportazione dei suoi servizi sanitari e scolastici è stata recentemente colpita dalla crisi di uno dei suoi principali clienti, il governo venezuelano, così come fu per la crisi dell’URSS negli anni ‘80.

Il governo cubano con questa riforma della costituzione cerca di adattarsi alla nuova situazione, favorendo la raccolta di capitali e l’accesso ai mercati mondiali.

Come è tipico dei partiti che dirigono molti piccoli e grandissimi Stati che trovano utile ammantarsi della falsa bandiera del comunismo, ancora più falsa di quella pure falsa della democrazia degli altri, in una estrema invereconda difensiva di questa loro bardatura ideologica e propagandistica, arrivano a dichiarare che starebbero attuando solo “una riforma nel quadro dei principi del socialismo consolidato”, come si è espresso Homero Acosta, segretario del Consiglio di Stato, nel mostrare ai deputati i cambiamenti verso quello che diverrebbe “uno Stato di diritto socialista”.

Tutto si riduce infatti al riconoscimento formale della “esistenza oggettiva delle leggi del mercato” a Cuba. Leggi del mercato che, riconosciute o meno, hanno sempre regolato l’economia cubana: il capitalismo di Stato implica le “leggi del mercato”. Il calmiere amministrativo di alcuni prezzi, comune a tutti i tipi di capitalismo, non infrange né le leggi del capitalismo né quelle del mercato.

Lo Stato del capitale a Cuba ha bisogno di aumentare le entrate fiscali tassando gli imprenditori privati e cercando di aumentare la penetrazione degli investimenti stranieri. Solo per le necessità della crisi deve rinunciare alla sovvenzione dei prezzi di prodotti e servizi, eliminare la Tessera di Razionamento ed accettare solo la moneta convertibile, cioè la sua svalutazione.

Ogni ora emergono attività mercantili private, che sempre sono esistite, seppure nascoste, nell’economia cubana. Solo a questo si riduce ciò che gli opportunisti cubani definiscono “un passo verso un nuovo tipo di socialismo, più funzionale”.

Come in tutto il mondo, capitalista o “socialista”, ciò che non è più “funzionale” sono le grandi imprese, sia private sia di proprietà statale, in via di fallimento da decenni, “elefanti bianchi” tecnologicamente arretrati e vittime della concorrenza sui mercati internazionali.

Gli opportunisti di “sinistra” vedranno in questi passaggi un “ritorno del capitalismo” a Cuba. La verità è che il capitalismo non ha mai lasciato Cuba; parte dell’accumulazione del capitale era centralizzata nello Stato e nient’altro. Nulla a che fare con quel socialismo tanto propagandato da Cuba nel mondo.

Oggi il governo borghese cubano cerca solamente di adattare il suo capitalismo e le sue politiche economiche agli effetti della crisi mondiale del capitalismo.

Con salari equivalenti a 20 dollari al mese e pensioni a 10, tornerà, forse presto, ad imporsi la lotta rivendicativa operaia, che si trasformerà poi in lotta politica rivoluzionaria.