Crolla il prezzo del petrolio
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Nella generale deflazione la materia stessa si ribella alla sua forma di merce.
Agli speculatori importa prevedere il prezzo del petrolio a tre o a sei mesi, per trarre profitto dall’oscillazione delle quotazioni: si compra, con denaro spesso a credito e senza copertura, una fornitura di petrolio a un certo prezzo scommettendo che al momento della consegna la quotazione sarà aumentata. La differenza fra il prezzo d’acquisto e quello al quale il petrolio può essere rivenduto si trasforma in una rendita finanziaria.
Marx già nel IV capitolo del Primo Volume del “Capitale” aveva spiegato che il sogno della borghesia è sempre stato passare dal ciclo D‑M‑D’ al D‑D’ evitando la produzione di merci. Nel caso dei futures la merce non cambia di valore, come avviene in un processo produttivo con l’aggiunta del plusvalore a macchinari, semilavorati e materie prime. Qui solo si scommette, in quelle sale bingo che sono i mercati finanziari dove ci si scambia futures e derivati.
Oggi, però, le previsioni del prezzo del barile dei futures già contrattati a tre o a cinque mesi sono due volte o due volte e mezzo superiori alle quotazioni odierne. Perché i signori dell’alta finanza hanno fatto male i loro conti? Perché non hanno previsto l’imponderabile manifestatosi sotto la forma del coronavirus?
Il capitale non può sopravvivere se non in un processo espansivo senza arresti. Ma il limite all’accumulazione è nel capitale stesso. Il progresso della produzione senza intoppi, senza crisi cicliche è quindi impossibile. Per la borghesia è altrettanto impossibile programmare a lungo termine. Già in questo la implicita ammissione che il futuro non le appartiene.
L’economista per eccellenza della crescita e dell’intervento, John Mainard Keynes arrivò ad ironizzare, contro le tesi del liberismo: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Loro,cinici e disperati borghesi, che inseguono l’attimo, saranno tutti morti! La specie resta, e noi comunisti marxisti, ben vivi e sani da due secoli, valutiamo i processi economici e sociali nel loro lungo divenire storico, certi della vendetta che la nostra teoria ci regalerà sulle dottrinette della loro morta scienza economica.
In particolare, quindi, la classe dominante, anche quella di una potenza economica imperialistica, non riesce ad iscrivere utilmente la propria politica energetica in determinate linee guida.
Il meccanismo economico della rendita, e in particolare quello della rendita differenziale, descritto già da David Ricardo a cavallo fra ‘700 e ‘800, fu fatto proprio da Marx inserendolo nella sua costruzione teorica, assai più solida e organica.
Quando si sfrutta una risorsa mineraria come il petrolio ci si imbatte in una forma di rendita del tutto affine a quella agraria. Un giacimento può avere un petrolio di migliore qualità rispetto a un altro, oppure può essere estratto da pozzi meno profondi, utilizzando meno forza lavoro e una minore dotazione di mezzi tecnici. Il giacimento più a portata delle trivelle offrirà un guadagno aggiuntivo, una rendita differenziale.
Ma sui mercati internazionali il prezzo delle varie qualità di petrolio, le più note il Brent e il Wti (Western Texas Intermediate), viene determinato anche da altri fattori oltre il costo di produzione. Sullo sfondo di tutte le tensioni che si addensano sui mercati delle materie prime, una sua importanza la riveste la “liquidità a disposizione degli operatori economici”, leggi: capitali in eccesso in cerca di una qualche valorizzazione speculativa.
Ma l’elemento che più influisce sulle quotazioni resta il meccanismo della rendita differenziale. Quando la produzione manifatturiera cresce, di conseguenza si alza la domanda di petrolio. Cresce allora anche il suo prezzo, perché può verificarsi una temporanea insufficienza in termini di offerta, ma principalmente perché l’espansione della base produttiva impone lo sfruttamento dei giacimenti peggiori, che richiedono costi più alti.
Questo è il caso del cosiddetto shale oil, il petrolio da scisti bituminosi estratto principalmente negli Stati Uniti e in Canada, che richiede costi di sfruttamento assai alti in rapporto a quelli dei paesi del Golfo Persico. In Iraq e in Arabia Saudita i costi di estrazione sono generalmente al di sotto di 3 dollari al barile, se a questi si aggiungono i costi generali e di trasporto si arriva a 9 dollari. Invece negli Stati Uniti aprire allo sfruttamento un nuovo giacimento di shale oil diventa redditizio con un prezzo di mercato al di sopra di 48‑52 dollari; se la quotazione scende al di sotto di 27 dollari non conviene sfruttare neanche i pozzi esistenti.
Se un barile di greggio prodotto in Arabia Saudita all’inizio di gennaio di quest’anno poteva essere venduto a 60 dollari, a fronte di una spesa di 9 dollari per produrlo, l’Aramco, la compagnia petrolifera di proprietà dello Stato saudita, incassava oltre 51 dollari di rendita, 5 volte l’investimento iniziale.
Questo sortilegio si realizza grazie al fatto che lo Stato saudita, proprietario monopolista di quei pozzi migliori, si appropria del valore del loro maggior prodotto, ottenuto con lo stesso investimento di capitale, rispetto ai pozzi peggiori. La teoria marxista individua tre classi sulla base dei rapporti di produzione: i proletari i quali ricevono un salario, i capitalisti che ricevono un profitto e i proprietari fondiari che ricevono una rendita. La tendenza storica è verso una confluenza organica fra rendita, interesse e profitto nei grandi gruppi finanziari che sono allo stesso tempo banche industrie e proprietari fondiari.
Nella industria del petrolio profitto e rendita hanno trovato un accordo per accumulare ricchezze immense e un gran peso nella economia e politica internazionale. I compagni si rileggeranno il nostro dettagliato studio “Il petrolio, i monopoli, l’imperialismo” su questo giornale del 2013.
Il capitalismo già dagli anni ’70 del secolo scorso è entrato in una crisi cronica, in particolare nell’industria, a causa dello scarso saggio del profitto dovuto all’alta composizione organica raggiunta nel capitalismo maturo. Masse immense di capitali si sono allora riversate sull’industria petrolifera, grazie anche alle forti tensioni successive al primo shock petrolifero del 1973.
A partire da allora l’interminabile serie di guerre che hanno martoriato il Medio Oriente si spiegano essenzialmente con la contesa che ha visto protagonisti le maggiori potenze imperialiste e i paesi produttori, interessati tutti a quote della rendita petrolifera. Una conflittualità permanente, che sfugge a ogni tentativo di compromesso, conferma l’impossibilità di sedare l’irrefrenabile cupidigia che caratterizza ogni fazione delle classi dominanti.
«Le uniche cose che l’economia politica mette in movimento sono la cupidigia e la guerra fra cupidi, la concorrenza» scriveva Marx nel manoscritto del 1844 riguardante il lavoro alienato. Da fugare nel marxismo ogni connotazione moralistica: il vero motore di questa cupidigia non è altro che l’esigenza di valorizzazione del capitale, mentre i comportamenti umani non fanno che assoggettarsi a questo imperativo.
Già nell’estate del 2019 alcune tensioni sui prezzi del petrolio facevano prevedere che avrebbero potuto mettere a repentaglio l’industria dello shale oil, allora fiorente negli Stati Uniti e in Canada. In agosto si cominciò a parlare di un possibile scoppio della bolla. Negli Stati Uniti l’industria estrattiva ha permesso di compensare la stagnazione del settore manifatturiero che negli ultimi 12 anni non è ancora riuscito a recuperare il massimo produttivo del 2007. Se la manifattura statunitense del 2007 viene posta all’indice 100, nel 2019 si è ancora a quota 96,1, mentre per l’industria in generale, comprendendo anche quella estrattiva, si arriva a quota 104,8. I 8,7 punti percentuali di differenza sono dovuti quasi esclusivamente all’aumentata produzione di petrolio da scisti.
Il reale ammontare della produzione petrolifera dei vari paesi si può conoscere soltanto in maniera approssimativa, parte sfugge alle cifre ufficiali sia per aggirare gli accordi di cartello come quelli dell’Opec, sia per nascondere transazioni sui mercati cosiddetti spot, nei quali lo scambio avviene col pagamento immediato del controvalore.
Si può dare quindi un certo credito a quanto affermato dall’ex patron dell’Eni e attuale vicepresidente della Banca Rothschild Paolo Scaroni il quale sul “Sole 24 Ore” di domenica 29 marzo affermava che la guerra dei prezzi del petrolio è stata iniziata dagli Stati Uniti, i quali negli ultimi anni hanno incrementato la produzione di 4 milioni di barili al giorno, divenendo i primi produttori al mondo.
Da questi dati possiamo trarre tre considerazioni: la prima è che, poiché la produzione di petrolio mondiale negli ultimi quattro anni è rimasta stazionaria sui 100 milioni di barili giornalieri, i quattro milioni di barili prodotti in più dagli Stati Uniti hanno sottratto fette di mercato ad altri paesi; la seconda, che questo spiega come mai Trump ha voluto mandare all’aria l’accordo sul nucleare iraniano imponendo sanzioni economiche che hanno ridotto drasticamente le esportazioni energetiche dell’Iran; la terza, che se la produzione mondiale di greggio è stagnante da quattro anni questo significa che anche la produzione mondiale di manufatti industriali ha segnato il passo, in linea con il generale ribasso dei prezzi di tutte le materie prime.
La controprova della crisi alle porte si era avuta già il 14 settembre 2019 quando l’attacco in territorio saudita compiuto da droni a disposizione dei ribelli yemeniti Huthi, grazie al sostegno militare dell’Iran, aveva colpito i due impianti di desolforazione dell’Aramco di Abqaiq e di Khurais. Il petrolio saudita è ad alto tenore di zolfo, pertanto senza questo trattamento non può essere imbarcato sulle petroliere o immesso negli oleodotti. In quella occasione la capacità di esportazione di greggio saudita venne ridotta del 60%, facendo mancare sul mercato il 5% della produzione mondiale. Mentre i nababbi sauditi si affrettavano a reperire i pezzi di ricambio promettendo di pagarli a peso d’oro pur di rimettere in funzione gli impianti, ci si aspettava un balzo repentino della quotazione del petrolio e che si sarebbe mantenuta fino a quando gli impianti dell’Aramco non avessero ripreso a marciare a pieno regime. Ma non fu così: dopo un rialzo di cinque dollari in pochi giorni il prezzo tornò a quello di partenza. Fu già allora un segno che la crisi bussava alle porte e che non avrebbe tardato a manifestarsi, anche senza il passaggio del “cigno nero” del virus letale.
A fine marzo, dopo oltre sei mesi e col coronavirus, la produzione mondiale di petrolio era già scesa del 29%, soltanto a 71 milioni di barili al giorno. Un calo simile della produzione non si era mai verificato, nemmeno durante la crisi del 1929. E nelle prossime settimane l’estrazione potrebbe scendere ulteriormente.
Fra fine marzo e inizio di aprile il prezzo del greggio aveva raggiunto il minimo degli ultimi 18 anni. Il Brent era sceso sotto i 25 dollari, il Wti sotto i 20, troppo in basso per consentire la coltivazione dello shale oil americano.
Ma questo era soltanto l’inizio. Lunedì 20 aprile in una seduta alquanto agitata del Nymex di New York il future sul Wti in consegna a maggio è stato quotato -37,63. Il prezzo negativo del greggio ha dimostrato a quanto può arrivare l’effetto deflattivo della crisi del capitalismo, fenomeno che si era già verificato durante la Grande Depressione, nel 1931.
Vi ha influito in parte la speculazione dei fondi di investimento che operano nel settore dei future, ma il crollo delle quotazioni ha la radice nell’economia reale. Il drastico calo della domanda fa scendere i prezzi, mentre solo una agognata ripresa dei consumi una volta che venga rimossa la quarantena consentirebbe una loro risalita. Questa aspettativa si è tradotta in una quotazione negativa dei future in scadenza. Se la settimana che si è conclusa il 24 aprile segnava una risalita dei prezzi del petrolio (Brent a 21,44 $ e Wti a 16,94 $), le previsioni per le prossime settimane restano fosche, tanto che la giapponese Mizuho Bank non esclude un prezzo attorno ai -100$.
La causa determinante della caduta della quotazione del prezzo è la sovrapproduzione che ha raggiunto un livello tale da riempire gli enormi serbatoi in tutto il mondo e le gigantesche navi petroliere, i cui noli sono in costante ascesa. I produttori devono rassegnarsi a pagare chi è disposto a liberarli delle eccedenze.
È evidente che la vita fisica viene a collidere con i rapporti capitalistici di produzione: il fiume in piena del petrolio estratto, che nessuno può arrestare né ricacciare sotto terra, straripa ribelle alla forma di merce che gli è imposta, nello sgomento degli infernali apprendisti stregoni che pretendono di governarlo.
Gli Stati pagano le imprese per non produrre: una nuova forma di intervento in negativo, un incentivo alla distruzione di capitale. Chissà cosa ne penserebbe Lord Keynes!
Il prezzo rischia comunque di assestarsi su un livello tale da mandare in rovina l’economia di mezzo mondo. Se per i maggiori produttori, Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, la crisi verrebbe attutita per un certo tempo grazie alle cospicue riserve valutarie di cui i primi due dispongono, per il terzo giocherebbe sempre la possibilità di riversare dollari sul mercato mondiale. Le cose potrebbero mettersi peggio per l’Algeria, l’Iraq, l’Iran, l’Angola, la Nigeria, il Venezuela, le cui esportazioni sono costituite in maniera preponderante dal greggio. Basti pensare che la quotazione del Merey, il petrolio venezuelano, era a metà aprile al di sotto dei 14 dollari al barile.
Agli inizi di aprile i principali paesi produttori hanno raggiunto un accordo in extremis per tagliare in modo concordato la produzione e tentare di arrestare il calo delle quotazioni. L’intesa ha riguardato i paesi dell’Opec, cui si è aggiunta la Russia, che hanno concordato un taglio alla produzione di 9,7 milioni di barili al giorno.
Trump ha colto l’occasione per parlare di un taglio della produzione mondiale di 20 milioni di barili aggiungendo a quelli della “Opec+” anche la riduzione delle produzioni di altri paesi fra cui gli stessi Stati Uniti. Si tratta di una cifra iperbolica, come è nello stile del presidente statunitense le cui dichiarazioni altisonanti e i numeri a caso hanno lo scopo di sviare l’attenzione dai veri temi della crisi nazionale.
L’accordo fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita prevede una riduzione dell’estrazione saudita in cambio dell’impegno statunitense a ridimensionare la produzione dello shale oil. Non è un caso se la Exxon Mobil ha tagliato del 30% gli investimenti. Ma si tratta di una scelta obbligata: già all’inizio di aprile si è contata la prima vittima eccellente, la Whiting Petroleum, una delle principali compagnie operanti nello shale oil del Colorado, che è fallita.
Intanto la più grande riduzione dell’offerta petrolifera della storia non sembra avere conseguito l’obiettivo di sostenere i prezzi e non dovrebbe sorprendere un’ulteriore discesa. Dopo la diminuzione della domanda di petrolio di 29 milioni di barili a marzo, ad aprile si prevede un andamento non molto migliore; ci si attende una ripresa a giugno, se saranno allentate le misure di chiusura adottate in 187 paesi.
Ma se le prospettive ottimistiche delineate dall’Opec parlano di un calo della domanda annuale di greggio di 6,85 milioni di barili al giorno, abbiamo la certificazione definitiva di una recessione economica di dimensione planetaria, che potrebbe evolvere in una nuova gravissima depressione. La rovina della rendita petrolifera, e di tutte le altre rendite e profitti, prelude a sconvolgimenti sociali di grande portata.