Partito Comunista Internazionale

Il temporaneo ritirarsi degli Stati Uniti dal Medio Oriente

Categorie: Imperialism, Iraq, Middle East and North Africa, USA

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Nell’insieme del quadro mediorientale molte spiegazioni degli assetti attuali vengono dal parziale e probabilmente temporaneo ritiro degli Stati Uniti dalla regione, fatto che ha avuto già effetti di rilievo.


La cogestione irano-statunitense dell’Iraq

In Iraq le forze statunitensi si sono concentrate in due basi principali dopo una riduzione degli effettivi.

Nell’attacco con droni che agli inizi di gennaio aveva provocato la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, il capo della milizia Qods dei pasdaran, gli Usa non puntavano alla guerra con l’Iran e non ci siamo sbagliati in questa lettura e previsione dei fatti, mentre gran parte dell’informazione parlava di guerra inevitabile. In realtà si è avuto soltanto un attacco missilistico dimostrativo iraniano, concordato col nemico, contro due basi Usa in Iraq.

L’eliminazione di Soleimani è stato un avvertimento: l’Iran non si illuda di trarre soverchio vantaggio dal parziale ritiro statunitense, dacché la sua potenza militare, integra e ben oliata, può colpirvi in ogni momento, da ogni parte e su ogni obiettivo. Si è ottenuto con un minimo dispendio di energie la dissuasione alle mire regionali dell’Iran. Ma si pensa anche agli equilibri interni del regime di Teheran.

Per altro il regime iraniano continua a utilizzare l’eliminazione di Soleimani a scopi propagandistici interni: per suscitare la percezione di accerchiamento e compattare il fronte interno i media iraniani denunciano complotti orditi dagli Stati Uniti. A luglio sono stati giustiziati due iraniani con l’accusa di spionaggio a favore della Cia e del Mossad.

Questa tendenza, non contingente, della politica di Washington risponde non certo ai tratti spettacolari del “capo” della Casa Bianca ma alla necessità di fare i conti con la spartizione della rendita petrolifera.

Per altro, dietro la parvenza dello scontro a oltranza fra Iran e Stati Uniti, non mancano gli scambi sottobanco. Così si spiega la brutale cogestione congiunta dell’Iraq a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra del Golfo. La designazione del nuovo primo ministro iracheno Mustafa al‑Kadhimi il 7 maggio scorso è un successo per la politica statunitense nell’area. Vecchio oppositore del regime di Saddam Hussein, è stato allevato dall’establishment atlantico. A partire dal 2016 è stato a capo dei servizi segreti iracheni. Dopo il suo insediamento al‑Kadhimi ha fatto passi per stringere migliori relazioni con l’Arabia Saudita e il ministro delle finanze iracheno Ali Allawi ha già raggiunto un accordo per la fornitura di energia elettrica dal potente vicino.

Allo stesso tempo gli Usa hanno offerto qualcosa in cambio all’Iran: le sanzioni economiche sono state attenuate, con la motivazione ufficiale dell’emergenza del Covid‑19, e un tribunale lussemburghese ha sbloccato i conti iraniani congelati in seguito alle sanzioni imposte dal 2018.

Ma qualunque politica del governo iracheno non può liberare il paese dall’influenza iraniana. Ci sono in ballo grandi interessi economici e un interscambio commerciale notevole: nel primo trimestre del 2020 l’Iraq ha importato dal paese vicino per un valore 1,45 miliardi di dollari. Inoltre nella torrida estate in corso l’Iraq sta soffrendo una carenza di energia elettrica a causa del calo della produzione per mille megawatt rispetto all’anno scorso dovuto alla carente manutenzione di alcune centrali elettriche. Ecco allora che il premier iracheno è volato a Teheran a fine luglio dove ha firmato due importanti contratti nel campo energetico: l’Iran si occuperà della riparazione della rete di distribuzione elettrica delle città sante sciite di Najaf e Karbala e di una cospicua fornitura di trasformatori.

Intanto il malcontento continua a serpeggiare nel proletariato e negli strati semiproletari della società irachena. Le manifestazioni di protesta, dopo una parziale pausa dovuta al Covid‑19, hanno riconquistato il centro urbano delle principali città. Domenica 26 luglio a Baghdad le forze di sicurezza sono tornate a sparare e a uccidere i manifestanti, due o tre a seconda delle fonti. E dire che poco tempo prima al‑Kadhami, per stornare dalle forze di sicurezza governative la responsabilità nelle stragi (i morti sono circa 600 dal primo ottobre del 2019, momento di esordio delle proteste di piazza) aveva affermato che erano state opera delle milizie iraniane e aveva minacciato per questo di assaltare la sede delle milizie sciite filoiraniane Kataib Hezbollah. Evidentemente si trattava di un cinico diversivo per la piazza, senza dare neanche troppo fastidio all’Iran. D’altronde dei massacri sono stati responsabili tanto l’apparato di sicurezza iracheno quanto le milizie filoiraniane e le accuse reciproche di avere versato il sangue dei proletari iracheni non è reputato un motivo di ignominia da nessuna delle delinquenziali fazioni borghesi coinvolte.


Parziale ripiegamento

La persistente contesa fra gli Stati Uniti e gli altri maggiori paesi petroliferi, ossia la Russia e l’Arabia Saudita, ha imposto per ora una politica volta a eludere urti eccessivi suscettibili di sbocchi militari. Certo questo non ha escluso le proxy war con l’impegno diretto e indiretto in esse delle potenze produttrici di greggio per la spartizione della rendita. Ma se ogni guerra, in qualsiasi parte del mondo si svolga, ridefinisce in qualche misura o ribadisce la gerarchia fra gli Stati, l’ultimo decennio ha segnato l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente, mentre è assai aumentata quella della Russia. A congiurare alla definizione di nuovi equilibri ha contribuito il palesarsi dei persistenti elementi di ambiguità che caratterizzano il legame fra la Turchia e la Nato.

La cosiddetta guerra dei prezzi del petrolio fra Russia e Arabia Saudita che ha caratterizzato i primi mesi di quest’anno sembra ormai una cosa lontana anche grazie al crollo della domanda dovuta al Covid‑19. Tutti i grandi produttori hanno rinunciato a una parte della produzione. Quella dell’Arabia Saudita è di 7,5 milioni di barili al giorno, 4,8 in meno rispetto alla produzione dell’ultimo anno e al minimo degli ultimi 20 anni. Così Riad per fare fronte al calo di introiti ha deciso di aumentare l’Iva dal 5 al 15%. Un fatto che potrebbe avere serie ripercussioni interne.

Le ragioni del parziale ripiegamento degli Stati Uniti dallo scenario mediorientale sono legate anche all’incedere del ciclo economico, con la cronicizzazione degli effetti della crisi del 2008. La produzione manifatturiera degli Stati Uniti è ancora sensibilmente al di sotto del picco massimo raggiunto nel 2007. Da allora il capitale statunitense ha cercato una compensazione alla stagnazione nella produzione petrolifera interna, dallo sfruttamento del petrolio e del gas dagli scisti bituminosi, che ha contribuito a un aumento della produzione di quattro milioni di barili giornalieri negli ultimi quattro anni. Ma, nel momento in cui si sviluppava la produzione interna, gli Stati Uniti, in un contesto di sostanziale stagnazione della domanda mondiale, dovevano cercare di limitare la produzione di paesi che sono stati messi ai margini del mercato da guerre, come nel caso dell’Iraq e della Libia, o dell’Iran, che sconta una nuova fase di isolamento internazionale, mitigato in parte dalle relazioni politiche economiche con la Russia e la Cina. Ma anche questo non è bastato a tenere a galla l’economia statunitense.

Intanto Teheran, in seguito alla rottura unilaterale del patto sul nucleare da parte di Trump e all’atteggiamento di acquiescente assoggettamento dei paesi dell’Unione Europea alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, appare sempre più incline a sviluppare rapporti con la Cina, che già da alcuni anni è il primo partner commerciale dell’Iran con un volume di interscambio che si attesta sui 52 miliardi di dollari. Ora si prospetta un accordo di partenariato strategico per i prossimi 25 anni. Il documento è circolato lo scorso mese e, pur senza una sanzione ufficiale, fornisce un quadro significativo dello stato di avanzamento delle relazioni bilaterali fra Cina e Iran. I settori maggiormente interessati dalla cooperazione saranno da una parte l’energetico e il petrolchimico, con la Cina che diverrebbe il principale acquirente del petrolio iraniano, e dall’altra le infrastrutture che vedrà l’Iran prendere parte ai progetti cinesi nel contesto della Via della Seta.

L’accordo prevede anche una collaborazione militare, anche se almeno per ora non si parla di basi cinesi lungo le coste iraniane del Golfo Persico e dell’Oman. Probabilmente Pechino non vuole turbare le relazioni economiche con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, nemici giurati dell’Iran ma ottimi partner commerciali della Cina, che da essi acquista petrolio.

L’influenza sul Medio Oriente della Cina, primo importatore del mondo di petrolio, non potrà che continuare ad accrescersi. Nello stesso tempo l’Iran guarda anche a Mosca, tanto che alcuni partigiani dell’atlantismo europeo, preoccupati dal declino dell’influenza statunitense della regione, sono convinti della nascita di un’alleanza anche militare integrata fra Iran, Cina e Russia, volta a ridisegnare gli assetti politici del Medio Oriente. Per ora questa possibilità non sembra così vicina, più un bisogno della propaganda. Come la Cina anche la Russia si propone di mantenere buone relazioni anche con le petromonarchie del Golfo, arcirivali di Teheran.

La partita diplomatica e politica del Medio Oriente per ora si combatte più sul mantenimento di precari equilibri che non sulla preparazione dello scontro armato aperto fra fronti imperialisti rivali.