Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi
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I tumulti che in ottobre hanno agitato la Nigeria, sfociati in molte città del paese in massacri compiuti dalle forze di polizia e in sabotaggi e saccheggi da parte delle masse diseredate, erano incominciati a principio del mese scorso con una protesta contro le violenze di un reparto speciale “anti-rapina” delle forze di sicurezza. Per lunghi anni il Sars, questo il suo nome, si era reso responsabile di violenze e omicidi ai danni degli strati subalterni della popolazione e da tempo si era sviluppato un movimento di protesta, giunto infine a costringere il governo a sciogliere il Sars.
Tuttavia nei giorni successivi già si è scoperto che il provvedimento si limitava a cambiare il nome del reparto. Le piazze sono allora tornate a riempirsi di una massa crescente di proletari, già esasperati dalla miseria e dalla disoccupazione.
Come si è ripetuto centinaia di volte nei paesi economicamente alla periferia del capitalismo, nei quali l’età media della popolazione è notevolmente bassa, folle di giovani, condannati a una condizione di oppressione ed emarginazione, sono scesi in strada per esprimere la loro rabbia e si sono scontrati con la spietata repressione poliziesca lasciandoci molte decine di morti.
Le radici del malcontento della gioventù proletaria della Nigeria sono tutte nel bilancio fallimentare di questo paese che 60 anni fa riusciva a liberarsi dal giogo della dominazione coloniale britannica.
Prima dell’indipendenza l’agricoltura costituiva la parte più rilevante dell’economia. Il dominio coloniale aveva imposto culture destinate al mercato mondiale, come cacao, olio di palma, arachidi, che costituivano il 70% delle esportazioni, cui si aggiungevano cotone e gomma arabica. Tuttavia questo non avevano soppiantato le colture di sussistenza, che secondo alcune fonti (da verificare) riuscivano a fare fronte al 95% dei bisogni alimentari interni.
In 60 anni di indipendenza politica lo squilibrio economico e sociale del paese non ha fatto che amplificarsi. Mentre la popolazione si è moltiplicata per quattro, raggiungendo circa 200 milioni di abitanti, il 60% della popolazione attiva è ancora addetta all’agricoltura e nelle campagne è predominante l’inefficiente piccola azienda contadina di sussistenza. L’inefficienza dell’agricoltura fa sì che il contributo dall’agricoltura al reddito nazionale non superi il 40% del Prodotto Interno Lordo. Nonostante le decine di milioni di braccia impegnate nel lavoro nei campi, per fare fronte al suo fabbisogno interno la Nigeria deve importare annualmente 3 miliardi di dollari in generi alimentari di base.
Il governo ha ripetutamente tentato di stimolare la produzione locale, ma senza successo. A tal fine ha cercato a più riprese di chiudere il confine col vicino Benin dal quale affluiscono prodotti alimentari a buon mercato, in prevalenza riso, comunque introdotti in Nigeria grazie al prosperare del contrabbando. Un altro degli aspetti delle “distorsioni” dell’economia del paese – da noi considerate come l’inevitabile portato dell’anarchia capitalistica che orienta la produzione secondo le opportunità di valorizzazione dei capitali, a prescindere dai bisogni umani – è la convulsa storia dell’industria nigeriana.
Con l’indipendenza la borghesia locale si riprometteva di impiantare una manifatturiera nazionale che avrebbe potuto sostituire molti generi d’importazione. Ma il proposito ha dovuto fare i conti con lo sviluppo dell’estrazione del petrolio che, con la promessa di pingui rendite, ha convogliato nel settore minerario il grosso degli investimenti. La carenza di investimenti ha fatto ristagnare l’industria, le cui esportazioni si sono ridotte oggi a un terzo del massimo raggiunto prima della crisi del 2008.
In questa economia depressa, tanto dell’agricoltura quanto della manifattura, l’unico settore relativamente prospero è il petrolifero. La Nigeria, con una produzione giornaliera di poco più di due milioni di barili al giorno, ne è il primo produttore africano. Ma anche in questo settore non tutto va bene: la produzione giornaliera odierna è di almeno 300.000 barili al giorno inferiore rispetto al massimo raggiunto nel primo decennio di questo secolo, quando la popolazione del paese contava 50 milioni di abitanti in meno. In un simile contesto è sempre più difficile per la classe dominante nigeriana fronteggiare le esplosioni del malcontento di un giovane proletariato che, forte del numero e della sua concentrazione, imboccherà risoluto la via della sua guerra sociale. Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi