Partito Comunista Internazionale

Teoria del materialismo storico

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Questa puntata e le altre che seguiranno sul materialismo storico nei prossimi numeri di Prometeo potrebbero a maggior diritto portar la firma del comp. Bucharin anziché la mia: ciò mi preme di dichiarare subito perché nessuno possa accusarmi di voler parere bello delle penne del pavone e più ancora per dovere di sincerità verso i nostri lettori proletarii. Dirò di più: avevo intenzione di scrivere alcuni articoli su questo interessantissimo argomento e già ne avevo in mente la trama, quando mi occorse di leggere il libro di Bucharin Teoria del materialismo storico edito in russo a Mosca pei tipi della libreria di Stato e credo già tradotto in tedesco dalla comp. Rubines. La perfetta coincidenza di vedute e soprattutto l’ordine e la sistematicità seguita dal Bucharin nella sua trattazione mi hanno indotto a soffermarmi egualmente sull’argomento, ma attenendomi, specialmente per ciò che riguarda l’ordine dell’esposizione, un po’ più fedelmente di quel che forse non avrei fatto, al modello che già esiste.

INTRODUZIONE

Gli scienziati borghesi quando si soffermano su qualche argomento di loro competenza, parlano con fare grave e misurato e direi quasi ieratico, come se la scienza fosse alcunché di nato non sulla terra, ma di disceso dal cielo: invece ogni scienza nasce dalle necessità della società e delle sue classi. Nessuno fa il conto delle mosche che si posano in ogni ora sul davanzale della sua finestra o delle foglie che cadono in autunno, ma c’è qualcuno invece che si preoccupa di contare il bestiame e di osservar le leggi della sua prolificazione, come di osservare la natura degli atomi delle materie e dei prodotti di cui ci serviamo, e più ancora della società in cui viviamo.

La classe operaia, ad ogni passo della sua lotta, si trova di fronte alla necessità della conoscenza delle scienze sociali: proprio per sviluppare la sua lotta contro le altre classi, essa deve sapere come queste classi si comportano, quali le loro condizioni e il loro sviluppo. Questo, in una prima fase, dopo la presa di possesso del potere, dovrà lottare contro il regime capitalistico degli altri paesi e con i resti della controrivoluzione; risolvere difficilissimi problemi circa la organizzazione della produzione e della distribuzione. Precisare i suoi fini immediati e remoti, come trarre massimo profitto dall’ingegno, come far sorgere dagli operai amministratori pratici nei vari rami dell’azienda statale, come avvicinarsi a larghi e spesso incoscienti strati della propria classe; tutti questi compiti richiedono la conoscenza della società, delle sue classi, delle sue particolarità, della sua condotta in questo o in quel caso, richiedono la conoscenza di relazioni economiche e psicologiche dei differenti gruppi della società; richiedono in una parola la conoscenza delle scienze sociali.

La classe operaia ha la sua scienza sociale, la sua filosofia della storia, la quale discende soprattutto da Carlo Marx.

Anche la borghesia ha creato le scienze necessarie alla sua pratica e nella sua qualità di classe dominante essa deve risolvere una grande quantità di questioni: come appoggiare il capitalismo, come assicurare il cosiddetto normale sviluppo della società capitalistica, cioè la regolare esazione del sopralavoro della classe operaia, come organizzare per questo scopo le sue istituzioni padronali preparando i quadri dei suoi impiegati, preti, poliziotti, scienziati, come trattare la politica con gli altri paesi, come liquidare i disaccordi nel seno della sua classe, come organizzare l’insegnamento perché il proletariato non sia selvaggio, non guasti le macchine e nello stesso tempo non sia disobbediente ai suoi illuminati guidatori. Per trovare la giusta strada, per orientarsi nella risoluzione pratica di questi problemi, per ciò e non per altro occorrono alla borghesia le scienze e non è a caso che i primi economisti siano stati grossi mercanti e attivi uomini di governo e che il grande teorico borghese Ricardo sia stato un abile banchiere.

Gli scienziati borghesi insistono sempre nell’affermare di essere i rappresentanti della cosiddetta «scienza pura», che tutte le passioni della terra, le lotte degli interessi, i desideri di guadagno e le altri miserabili cose di questo globo terracqueo nulla hanno di comune con la scienza; essi considerano lo scienziato come un dio che siede sull’alto della montagna, osservando impassibile questa nostra vita dalle mille svariate esigenze: la «sporca pratica» – essi dicono – non ha effetto alcuno sulla «pura» teoria.

Noi invece affermiamo il contrario: noi pensiamo che la scienza stessa nasca da esigenze pratiche e che risenta perciò del carattere della classe che le ha dato origine.

Ogni classe ha la sua pratica, i suoi problemi, i suoi interessi, il suo sguardo alle cose: la borghesia si occupa di distruggere l’organizzazione capitalistica e di assicurarsi il suo dominio su nuove basi. Non è dunque difficile capire che la pratica borghese ha esigenze diverse dalla pratica operaia; che la borghesia ha un suo sguardo alle cose la classe operaia un suo altro diverso, che la borghesia ha una sua scienza ed il proletariato naturalmente un’altra sua scienza. Non esiste dunque una scienza, ma la scienza borghese, per cui si dimostra che il plus valore non ha origine dal sopralavoro, e la scienza proletaria, che ha il suo nucleo fondamentale nella teoria del materialismo storico.

Premesso il carattere classista della scienza si presenta il problema se la scienza borghese sia superiore a quella proletaria, o quale delle due sia la vera; per noi la risposta è agevole, come agevole altresì sono le dimostrazioni delle nostre affermazioni. Osservando le condizioni della borghesia abbiamo notato che questa è interessata a conservare il regime capitalistico, e che, nonostante che tutto sia mutevole sotto il sole – vi era il regime degli schiavi, quello feudale, vi è il capitalismo, altri ne succederanno – non vuol confessare né comprendere che da una forma sociale si passa all’altra, crede nella eternità del suo regime e non è capace di osservare i fenomeni di sviluppo della società stessa, che continuamente si trasforma. Durante la guerra mondiale ad es., quale scienziato borghese ne aveva previste le conseguenze? Ciascuno si affannava a prevedere e a dimostrare la vittoria delle armi del proprio capitalismo e nessuno di essi aveva saputo prevedere la rivoluzione russa, inizio di quella mondiale: l’avevano prevista invece i comunisti e più specialmente i bolscevichi, perché i rappresentanti della scienza proletaria, che non sono interessati a mantenere in vita il vecchio, necessariamente devono essere molto più perspicaci. La scienza proletaria è dunque superiore a quella borghese perché esamina i fenomeni senza la passione offuscante dell’interesse immediato da tener vivo ed è la sola vera, perché essa soltanto sa prevedere e spaziar lo sguardo al di là dei meschini bisogni immediati.

La società umana è alcunché di molto complicato, e complesse sono anche le sue attività e le sue energie: esistono le molte questioni inerenti alla organizzazione governativa, alla religione, all’arte, alla filosofia, alle scienze esatte, alle relazioni famigliari etc., il tutto complicantesi con mille interferenze, onde dal torrente tumultuoso del vivere sociale, ponendo gli opportuni limiti, scaturiscono le varie divisioni della scienza: una studia il governo della vita economica, l’altra il diritto, l’altra la morale etc. Ognuna di queste divisioni si suddivide in due altre, delle quali una analizza l’oggetto in sé e l’altra il suo sviluppo nel tempo e nello spazio ed è la scienza storica: così ad es. la teorica del diritto esamina come sorge, come si modifica, da che dipendono le sue forme, mentre la storia del diritto si occupa di quando questo sorse, delle sue fasi successive, dello sviluppo in un tal luogo o in una tale epoca. Esistono poi due scienze che non considerano partitamente gli aspetti della vita della società, ma che la considerano nel suo insieme, nella sua complessità: la storia guarda e descrive come è passato nei secoli il torrente della vita; la sociologia le forme della vita sociale, il loro sviluppo, il loro fine, il cangiamento di esse. Donde si vede in quale rapporto stanno tra loro storia e sociologia: questa chiarisce le leggi dello sviluppo umano, dimostra ad es. che le forme dello stato dipendono da cause economiche e lo storico deve in qualsiasi epoca trovar questo vincolo e mostrare come si manifesta in concreto; la storia a sua volta arreca il materiale per le indagini sociologiche.

Il proletariato ha la sua sociologia, conosciuta sotto il nome di teoria del materialismo storico, o anche di metodo di materialismo della storia, o più semplicemente di materialismo economico. Tale geniale teoria, elaborata in prima da Marx e da Engels si manifesta come un acutissimo strumento del pensiero e della sapienza umana.

Mercè sua il proletariato si liberò da tutte le illusioni e gl’imbrogli che gli sbarravano il cammino e gli rendevano difficoltissima la sua lotta di classe; mercé sua i comunisti possono predicare la guerra civile e la rivoluzione, la dittatura proletaria e le forme future della economia sociale, la condotta delle diverse classi, partiti, gruppi, nella grandissima rivoluzione, dalla quale il mondo uscirà rinnovellato.

Alla esposizione e alla interpretazione dei varii fenomeni, delle forme e degli istituti sociali, dal nostro punto di vista classista, che abbiamo dimostrato essere il migliore e l’unico vero, e facendo tesoro delle esperienze specie dell’ultimo decennio, dedicheremo le puntate seguenti. Per dare al lettore un cenno dello schema della trattazione, del suo ordine e della sua importanza accenneremo brevemente alle cose che seguiranno, e che prenderanno all’incirca altre quattro o cinque o più ampie puntate. Saranno dunque argomento di queste brevi note sul materialismo storico l’etiologia e la teleologia (origine e scopo) delle scienze sociali, la vexata quaestio del determinismo e del libero arbitrio, la dialettica del materialismo, il complesso logico e reale della società, l’equilibrio tra società e natura e fra i varii elementi sociali, la distruzione e la ricostruzione dell’equilibrio sociale, lo sviluppo della lotta di classe fino alla futura società senza classi. Il tutto – è superfluo aggiungerlo – dal nostro punto di vista strettamente marxista, sperando così di far cosa grata ed utile ai nostri lettori proletari, dei quali, molti purtroppo, in diversi problemi essenziali hanno ancora le imprecise vedute delle quali la scienza borghese con larghezza di mezzi cerca d’imbottire tutti i cranii.

Della causalità e della teleologia nelle scienze

Se noi esaminassimo, ma con un sol guardo d’insieme, le apparenze e i fenomeni naturali e della vita comune, vedremmo che queste apparenze non presenterebbero alcun senso per noi, né da esse si potrebbero trarre elementi di giudizio, né alcuna cosa capirne o alcunchè dedurne per previsioni o leggi da stabilire. Ma se al contrario su tali apparenze portassimo la nostra indagine con sguardo fisso e ripetutamente vedremmo la regolarità di tutte le cose che ci circondano. La notte succede al giorno e viceversa sempre, le stagioni si alternano l’una all’altra periodicamente, le foglie crescono in primavera, in autunno volan via lievi come uccelletti, i funghi crescono dopo la pioggia, gli uomini raccolgono le messi se prima le hanno seminate etc.; al contrario osserviamo che mai la spiga germoglia dalla pietra o gli uccelli vivono negli abissi marini. Così in natura dai più giganteschi corpi celesti alle spore invisibili esiste una regolarità, una legge costante di vita e di sviluppo: così nella società possiamo ricercare e stabilire le norme costanti che ne regolano l’esistenza e il progresso. Per es., dovunque si sviluppa il capitalismo sorge e si estende la classe operaia, si propaga il movimento socialista, si fa strada la teoria marxista; insieme con lo sviluppo della produzione aumenta la cultura, diminuisce il numero degli analfabeti; nella società capitalistica ad intervalli determinati sorgono delle crisi che si alternano con l’ascensione industriale quasi come il giorno con la notte; quando si fa qualche grande invenzione si produce un radicale mutamento nella tecnica, del quale risente tutta la vita sociale. Muovendo dai varii dati è possibile stabilire con esattezza l’aumento della popolazione, la quantità di un dato genere prodotto o consumato in una regione, la frequenza dei delitti, tanto che possiamo muovere alla ricerca di una causa nuova perturbatrice quando le nostre previsioni escono dai limiti loro assegnati.

Esiste dunque una regolarità entro cui tutto vive e si muove. Che cosa è questa regolarità? Ecco uno dei primi quesiti che la scienza deve risolvere.

Quando noi abbiamo dinanzi un meccanismo d’orologio ed osserviamo come magnificamente sono aggiustate le piccole ruote, sì che ogni dentino ingrani precisamente con l’altro, noi comprendiamo il perché della cosa. L’orologio è stato costruito con uno scopo determinato, ed ogni piccola vite sta a quel tal posto proprio perché possa raggiungersi il suo determinato scopo. E così avviene anche che gli astri si muovono rigorosamente, placidamente, diremmo quasi, per le loro vie; la natura saviamente conserva le particolari e sviluppate forme della vita. Basta osservare p. es. l’occhio di un qualche animale per vedere come esso sia costruito conformemente al suo scopo: la talpa che vive sottoterra ha gli occhi piccoli, ciechi, ma ha un ottimo udito; i pesci che vivono a grandi profondità hanno una pressione interna fortissima, per cui venendo a galla si gonfiano e crepano. Nella società umana lo scopo cui tendono tutte le leggi e i fenomeni sociali è il comunismo.

Ora posto che nella natura e nella società tutto ha il suo scopo, che non sempre è chiaro per noi, potremmo esaminare le varie questioni dal punto di vista di questo scopo. Ma in natura e nella società anche tutto ha una causa: il genere umano va verso il comunismo, perché nella società capitalistica si sviluppa il proletariato, le cui funzioni di vita non si possono esplicare entro i confini di questa società; la talpa ha un buon udito ed una meschinissima vista perché in migliaia di anni hanno influito su questi animali le condizioni dell’ambiente in cui vivevano e i conseguenti adattamenti si son trasmessi per eredità; il giorno sostituisce la notte e viceversa, perché la terra girando attorno al suo asse offre al sole ora l’uno emisfero e ora l’altro. Si può dunque, posto che ogni cosa ha la sua causa, esaminare ciascuna questione dal punto di vista della sua causalità. Sorge però dal duplice aspetto della causalità e della teleologia delle cose e dei fenomeni il quesito se le varie questioni debbansi risolvere ponendo mente all’uno o all’altro degli aspetti: tal quesito a noi importa subito di risolvere.

Se noi consideriamo la teleologia come un principio universale, cioè come una maniera di vedere che tutto nel mondo è sottomesso ad uno scopo determinato, allora non è difficile capire l’assurdità di tale teleologia. Infatti la concezione dello scopo presuppone la concezione di colui il quale assegna ad ogni cosa il suo scopo; lo scopo senza un essere che pone lo scopo medesimo è inconcepibile.

Le pietre o gli astri o le infinite altre cose esistenti in natura non pongono nessuno scopo a sé o agli altri. L’assegnazione dello scopo alle cose è soltanto degli esseri viventi, i quali hanno un desiderio da raggiungere. Solo un selvaggio può concepire le pietre o gli astri come persequenti uno scopo, in quanto che il selvaggio anima la natura, anima le pietre, in lui domina la teleologia e le pietre funzionano come esseri coscienti. I difensori della teleologia si somigliano come due gocce d’acqua a quel selvaggio perché pensano che tutto il mondo ha il suo scopo, posto da un qualche sconosciuto.

Non è difficile analizzare la radice della disputa fra i partigiani della teleologia e quelli della causalità. Dal tempo in cui la società si divise in gruppi, dei quali uno comanda, dirige, domina e gli altri eseguono sottomettendosi, gli uomini hanno cominciato ad analizzare il mondo in questa guisa. Come sulla terra vi sono i sovrani, i comandanti, i giudici, che dettano la legge giudicano, puniscono, così per tutto il mondo v’è lo zar dei cieli, i giudici, i comandamenti, l’esercito celeste: tutto il mondo si analizza come il prodotto della volontà creatrice, la quale come ad essa consente il suo rango si occupa di prescrivere il suo scopo al mondo. Con la diffusione specie dell’autorità imperiale dell’antica Roma la giurisprudenza è divenuta la teleologia terrestre: la legge ha cominciato a designare la norma che promana dall’imperatore celeste in dogmi religiosi e dal dio terrestre in tavole di diritto. La regolarità della natura è apparsa come il sistema della legislazione divina. Keplero infatti diceva che il mondo fisico ha le sue pandette – e la società capitalistica ha trovato la sua giustificazione teorica nel diritto divino.

Queste opinioni le troviamo presso gli economisti francesi della rivoluzione che dettero il primo maestrevole bozzetto dell’odierna società, in cui la regolarità delle leggi naturali si frammischia con le leggi governative e con i decreti della potenza celeste. Così Francois Kene scrive che «le leggi comuni fondamentali sono le leggi dell’ordine naturale più vantaggioso per gli uomini. Queste leggi sono date dal creatore della natura una volta per sempre; l’esecuzione poi di queste leggi dev’essere appoggiata dalle autorità titolari». Ora non è difficile scorgere come le leggi dell’autorità tutelare (leggi: poliziotto borghese) si appoggiano destramente sull’esempio modello dell’autorità celeste, la quale invece a sua volta venne inventata a somiglianza degli ordinamenti terrestri. Né mancano moltissimi altri esempi, tutti dimostranti un’unica cosa: che il punto di vista teleologico si appoggia sulla religione, su questa rozza e barbara traslazione dei rapporti terrestri di schiavitù da una parte e dominio dall’altra a rapporti universali e immanenti.

Uno scienziato borghese, l’economista Böhm-Bawerk ha scritto: «Immaginiamo che io abbia esposto per spiegare l’origine e l’essenza del mondo una teoria secondo la quale tutto sia composto da una quantità di piccolissimi gnomi, il movimento dei quali produca tutti i fenomeni, e che questi gnomi siano invisibili, non abbiano odori, non si possano afferrare per la coda. Provate a confutare questa teoria!». Confutarla non la si può perché si nasconde dietro l’inafferrabilità della coda degli invisibili diavoletti; ognuno però ne vede la assurdità, in quanto non esiste nessuna sia pur minima conferma dell’esistenza di questi ipotetici gnomi. Presso a poco tutte le sciocchezze religiose si nascondono dietro l’invisibilità di misteriose potenze o l’incapacità del nostro intelletto.

V’è poi una teleologia immanente, che respinge a parole l’idea di misteriose potenze e dipinge lo scopo come alcunchè di appartenente al processo dello sviluppo. Chiarisco questo esempio: se osserviamo una qualsiasi specie di animali o la società stessa e ci soffermiamo a riguardarne i progressi, sembrerà che il graduale perfezionamento avvicini sempre più la società stessa o quella tal specie di animali al loro scopo, che qui si presenta come processo di sviluppo e non come alcunchè di anticipatamente prescritto dalla divina provvidenza, a simiglianza della rosa che rompe il calice e spande al vento il suo profumo in virtù del soggetto stesso. Questa teoria della teleologia immanente è anche da respingersi perché trattasi di una mascherata e raffinanta assurdità teleologica.

Anzitutto ci dobbiamo opporre contro la stessa concezione dello scopo non «posto» da alcuni, chè sarebbe lo stesso che parlare di pensiero senza l’essere pensante o di vento in una ambiente privo di aria. In realtà quando si parla di scopo «interno immanente» si sottintende con molto garbo l’esistenza di un’invisibile interna potenza, che pone lo scopo; e se tale interno demone non somiglia al vecchio Dio con il triangolo in testa e la barba, è tuttavia un presupposto di divinità più abilmente mascherata. Ci troviamo in tal caso avanti alla stessa teorica teleologica più sopra analizzata, la quale conduce direttamente ai problemi teleologici. Ma per stare più strettamente alla teoria della teleologia immanente, diremo che anzitutto è necessario analizzare l’idea di progresso sociale e di perfezionamento sulla quale si appoggiano di più i sostenitori di tale teorica.

Vede ciascuno che il respingerla è un po’ più difficile, poiché qui il divino appare annidato in trincea; tuttavia si può senza eccessivi ostacoli esaminare tutto il processo di sviluppo nel suo insieme. Si compie tal processo di perfezionamento in tutte le forme? No. Le specie fossili di animali e piante di altre epoche più non esistono; anche razze umane (Incas, Azteki) sono scomparse o vanno scomparendo (Boscimani). Che cosa resta di molte antiche civiltà? Forse di alcune neppure il ricordo. Ed alllora in che consiste il progresso se delle infinite entità esistenti, moltissime scompaiono e periscono e solo talune seguono una linea di costante sviluppo, se su mille combinazioni solo pochissime si presentano come favorevoli alla tesi dello sviluppo? Se si bada alle sole condizioni favorevoli allora sì che ci parrà che tutto nel mondo (oh come miracolosamente creato) procede conforme al suo intimo scopo di progresso; ma se i signori della teleologia immanente vorranno guardare il rovescio della medaglia, vedranno gli infiniti casi d’involuzione, di regresso e di distruzione per cui l’interno scopo delle cose è assolutamente privo di ogni efficacia. Appaiono perciò esistenti buoni e cattivi risultati, il che toglie al quadro ogni divino riflesso e al punto di vista teleologico ogni efficacia. Un sostenitore del quale, prima marxista e poi predicatore di progroms presso Wrangel, il prete Sergio Bulgakoff scrive nei «Problemi dell’idealismo»: «Di pari passo con la concezione dello sviluppo non conforme allo scopo, sorge la concezione dell’evoluzione teleologica, nella quale causa e progressiva scoperta dello scopo coincidono fino a identificarsi, come nei sistemi metafisici». Donde vediamo chiaramente la preoccupazione psicologica di concezione del mondo: l’anima del non tranquillo borghese che sente precario il suo stato cerca una consolazione negando lo sviluppo che non conduce a nessuno «scopo salutare». Qui crediamo opportuno far notare che se in Marx od Engels s’incontra talora qualche frase che appare quasi conforme al punto di vista teleologico ciò avviene per un certo uso figurato del linguaggio, e che quando Marx afferma che il concentramento dei muscoli costituisce il valore, solo degli avversari della classe operaia come P. Struve possono brigare su questa espressione e ricercare nel valore i muscoli.

Inoltre quando noi parliamo dell’assurdità completa del punto di vista teleologico intendiamo riferirci soltanto per ora ai problemi della natura in genere e non ancora a quelli dell’umana società. La pietra non ammette lo scopo, ma l’uomo sì, e perciò si distingue da tutto il resto. Marx scriveva di questa distinzione così: «Un ragno fa un’operazione molto simile a quella del tessitore, e l’ape con le sue costruzioni in cera può fare arrossire di vergogna un architetto. Ma ciò che distingue anticipatamente il peggiore architetto dalla migliore ape è il fatto che quello ha nella sua mente la costruzione prima d’incominciare a costruirla; alla fine del processo del lavoro si presenta un risultato il quale già esisteva idealmente nel principio, come immaginazione di colui che l’ha prodotto. Il quale non solo vuole il cambiamento delle forme della natura, ma egli stesso lo mette in opera conseguendo quello scopo che lui solo s’è prefisso, e determina la sua pratica conformemente alla legge dello scopo al quale egli deve sottomettere la sua volontà. Questa sottomissione non è un atto separato, poiché oltre allo sforzo degli organi materiali si richiede tutto il lavoro della volontà conformemente allo scopo, sotto forma di attenzione». Qui Marx ci dimostra un’acuta differenza tra l’uomo e il resto della natura, differenza certamente giusta, perché nessuno disconosce all’uomo la facoltà di assegnare lo scopo alle cose. Ma vediamo a quali risultati giungono da ciò i partigiani del punto di vista teleologico nel campo delle scienze sociali e se noi possiamo seguirli nelle loro deduzioni.

Un nostro nemico e fra i più conosciuti, lo scienziato tedesco Rodolfo Stammler nel suo libro contro il marxismo, «Economia e diritto dal punto di vista della comprensione materialistica della storia», scrive: «In che consiste la materia delle scienze sociali? I fenomeni sociali hanno caratteri del tutto diversi dagli altri fenomeni, per cui occorrono scienze speciali e questi caratteri speciali consistono nel fatto che i fenomeni si regolano mediante le norme del diritto, senza il quale la società non esisterebbe. Ma se il carattere dei fenomeni sociali consiste appunto in ciò che essi si regolano, è assolutamente chiaro che la legittimità della vita sociale è la legittimità dello scopo».

Ma chi è che «regola» e che cosa significa «regolare»? Regolano gli uomini stabilendo determinate norme per determinati fini che essi stessi si prefiggono. Da questo fatto deriva, per Stammler, la colossale differenza tra natura e società, fra progresso naturale e progresso sociale, (si ricordi sempre che Stammler considera la società come l’opposto della natura) e per conseguenza fra scienze naturali e scienze sociali. Le scienze sociali ammettono lo scopo, le scienze naturali riguardano invece tutto dal punto di vista di causa ed effetto. Ma è giusta una tal distinzione, è giusto che vi siano due specie di scienze delle quali una dista dall’altra come il cielo dalla terra? No, non è giusto, ed eccone il perché. Supponiamo per un momento che in effetti la principale caratteristica della società consista in ciò che gli uomini regolano questi rapporti nel tempo e nello spazio in modo che possono coesistere con altri rapporti del tutto diversi, anzi opposti. Esempio: la repubblica borghese tedesca del 1919-20 regola i rapporti sociali in modo da fucilare gli operai; la repubblica soviettista li regola in modo da fucilare i capitalisti e i controrivoluzionari: la regolazione borghese pone il suo scopo nel mantenere ed accrescere il dominio del capitale; i decreti dello stato proletario pongono il loro scopo nel distruggere il potere del capitale ed innalzare quello del lavoro. Ora quando noi vogliamo scientificamente spiegarci questi fenomeni, non possiamo certo accontentarci del fatto che gli scopi sono differenti, potendosi ciascuno domandare il perché gli uomini fissano nell’un caso uno scopo e nell’altro uno diverso. Ed a noi questo perché appare molto chiaro: la borghesia fissa alle sue leggi quello scopo che le sue condizioni di vita necessariamente le fanno desiderare; egualmente per il proletariato lo scopo è quello determinato dalle sue necessità vitali. Insomma sempre che noi vogliamo scientificamente spiegarci i fenomeni sociali cominceremo col domandarci il perché di essi, la loro causa cioè, la quale è anche la causa degli scopi che gli uomini si prefiggono; per cui, se anche tutto avvenisse nella società perché gli uomini scientemente regolano i loro rapporti, per la spiegazione di questi e di ogni altra cosa non è necessaria la teleologia, bensì l’indagine delle cause e la conoscenza delle leggi della causalità. Donde possiamo anche concludere che non vi è alcuna differenza tra scienze naturali e scienze sociali.

Infatti se ben si riflette appare anche manifesto come diversamente non potrebbe essere, in quanto l’uomo stesso e la società umana sono parte della natura, come parte del mondo vivente è la vita umana: chi nega ciò sconosce gli stessi principii della scienza contemporanea. Noi vediamo in questo modo l’intera falsità del punto di vista teleologico. La teoria di Stammler è un riflesso delle ideologie capitalistiche e piccolo borghesi, le quali eternizzano ciò che invece è contingente, come il potere e il diritto che sono prodotto di società classiste, le cui parti si trovano spesso in acerbissimo conflitto. È fuori dubbio che in una tale società sono essenziali le norme del diritto e l’organizzazione statale del potere di classe, ma in altra società senza classi il quadro muterebbe completamente ed allora è impossibile prendere i rapporti storici variabili (potere, diritto etc.) per proprietà sociali costanti. D’altra parte Stammler perde di vista qualche circostanza: spesso avviene che le leggi del potere statale, con le quali la classe dominante desiderava raggiungere qualche risultato, nei fatti portano, o per necessità di cose o per altre ragioni a risultati completamente diversi dal loro scopo. Un ottimo esempio ne è la guerra mondiale: infatti nella preparazione che le borghesie dei diversi paesi facevano di essa si ripromettevano certi determinati fini, al posto dei quali si è invece avuto su larga parte del mondo la rivoluzione proletaria contro il capitale. Come spiegare ciò dal pietoso punto di vista teleologico di Stammler? In un modo molto semplice: riconoscendo che tutte le sue teoriche costruzioni ordinarie e straordinarie sono completamente campate in aria.

Concludendo su questo argomento possiamo affermare che sempre che vogliamo spiegarci sia i fenomeni naturali che quelli sociali è necessaria l’indagine delle cause di essi. Tutti i tentativi di spiegazione teleologica ci si presentano come riflessi di fede religiosa e assolutamente non spiegano nulla. Così alla domanda circa la legittimità dei fenomeni naturali e sociali noi rispondiamo che e nella natura e nella società esiste soltanto oggettivamente la legittimità causale dei fenomeni stessi.

E che cosa è questa legge causale? Essa è la necessaria connessione del fenomeno, la quale dappertutto e sempre deve potersi osservare; p. es. se la temperatura di un corpo si eleva questo aumenta di volume, se un corpo viene abbandonato a sé stesso questo cade secondo la verticale, se un animale vien messo sotto una campana pneumatica senz’aria questo muore etc. Ciascuna legge causale si esprime nella formula: se si manifesta un fenomeno necessariamente a questo ne corrisponderà un altro. Spiegare un fenomeno vuol dire trovare quell’altro dal quale questo dipende, cioè la connessione causale del fenomeno stesso, finchè questa relazione non è trovata, il fenomeno non è spiegato, e soltanto quando questa relazione ci si presenta costantemente verificabile, soltanto allora ne abbiamo la spiegazione scientifica o causale. Tale spiegazione, che si presenta sempre nella scienza in rapporto a fenomeni della natura o della società, esclude ogni traccia di divinità, ogni forza soprannaturale d’attrazione ed ogni simile anticaglia di tempi andati, aprendo la via alla spiegazione del come l’uomo si rese padrone delle cose e con le forze della natura e con le sue sue proprie forze sociali.

UGO GIRONE