Francia, 5 dicembre
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Per l’abolizione del capitale e del salariato
Per la dittatura del proletariato
Il 5 dicembre si sono svolte diverse manifestazioni in Francia, le principali a Parigi e a Marsiglia. All’origine si trattava di due manifestazioni diverse, poi confluite: l’una, indetta da un “comitato per la difesa delle libertà”, contro la legge “sécurité globale”, che mira, in nome della sicurezza delle forze dell’ordine, a vietare il filmare o fotografare la polizia in azione; l’altra, che da dieci anni si svolge ogni anno in questa stagione, promossa dai comitati disoccupati e precari della CGT, diretta contro la disoccupazione e la precarietà.
Ambedue le manifestazioni sono finite con violenti scontri con la polizia. A Parigi nella folla c’erano anche i “gilets jaunes”. I “black blocs” hanno dato fuoco alle auto e alle banche.
I compagni partito hanno diffuso il seguente volantino.
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Crisi e disoccupazione sono elementi costanti nella storia del capitalismo. Le crisi sono endemiche, malgrado e a causa dell’immenso sviluppo delle forze produttive.
La pandemia, il Covid che investe il pianeta è un prodotto del capitalismo, del suo sviluppo urbano e produttivo.
Se questa crisi colpisce la piccola borghesia e i piccoli datori di lavoro, le piccole imprese, il piccolo commercio, il turismo, che rappresenta il 10% del PIL mondiale, colpisce ancora più duramente tutta una parte del proletariato, soprattutto i tanti precari che perdono il lavoro.
La disoccupazione è in aumento nei paesi industrializzati, e aumenterà ancora, perché il capitale non riesce più a valorizzarsi sul mercato, né può farlo con altri mezzi, come la speculazione in cui la somma dei benefici e delle perdite si annullano a vicenda.
La crisi non è dovuta a capi “incompetenti” o politici “corrotti”, come dicono sindacati e partiti, di destra e di sinistra. Ignoranti e ladri sono sempre esistiti, e i delinquenti sono sempre stati utili alla società capitalista – il crimine può essere produttivo per il capitale.
Sacrificano i lavoratori in nome della loro economia nazionale, per difendere i loro mercati e la loro produzione, dicono che è importante sviluppare l’industria attraverso l’innovazione tecnologica, accettare sacrifici per salvare posti di lavoro, ecc. Molti lavoratori hanno accettato tutto, per anni, compresi i tagli salariali, solo per vedere la chiusura della loro attività e ritrovarsi disoccupati.
Ma l’unica verità è che troppe merci stanno invadendo un mercato che non riesce ad assorbirle; la produttività cresce, ma con essa aumenta la disoccupazione. I proletari hanno sempre vissuto in una condizione più o meno precaria a seconda della situazione economica. Questa precarietà è – e sarà sempre – la condizione di milioni di esseri umani. Oggi, con la crescente automazione, con una maggiore forza lavoro disponibile, l’occupazione diventa un miraggio e una parte crescente della popolazione diventa superflua per il capitale.
I prezzi delle merci, compreso quello della forza lavoro, crollano in un mercato divenuto internazionale e senza confini, il salario di un operaio francese non riesce a competere con quello di un polacco o di un africano. La concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi provoca lo spostamento di interi settori produttivi da un continente all’altro e diventa il seme di una guerra tra poveri.
I capitalisti mantengono questa concorrenza. La disoccupazione è un’arma nelle mani dei padroni e del loro Stato per dividere e fomentare la concorrenza tra i lavoratori. Nel nostro linguaggio chiamiamo i disoccupati Esercito Industriale di Riserva, da cui attinge la borghesia secondo le sue necessità e che può utilizzare per spezzare l’unità dei lavoratori. Questo esercito di riserva può però disertare e contribuire a dare forza alla lotta del proletariato! L’unione di classe è uno strumento per cambiare il ruolo dei disoccupati, da massa amorfa e passiva a esercito di proletari combattivi e organizzati.
I modelli sindacali di organizzazione per categoria devono essere superati in quanto la tendenza generale è quella di un aumento della precarietà proletaria esacerbata dalla concorrenza capitalista. Il localismo delle lotte è imposto dalle dirigenze sindacali, mentre nella società regna flessibilità, precarietà e disoccupazione. Voler limitare le lotte al livello della categoria o dell’azienda è inutile e un tradimento che impedisce l’unità dei lavoratori e li priva di una azione veramente efficace. La difesa degli interessi proletari, delle condizioni di lavoro e di vita è un problema di rapporti di forza: l’organizzazione sindacale si sviluppa e si afferma attraverso la lotta. I metodi di lotta, l’organizzazione le rivendicazioni e le tattiche sindacali devono cercare sempre di unificare i lavoratori, indipendentemente dalla loro categoria professionale e dalle divisioni aziendali. La lotta dipende anche dall’affiancare le forze dei lavoratori fissi, dei disoccupati, dei precari, ecc.
L’inerzia dei sindacati è imposta dalle dirigenze, nelle mani di partiti opportunisti.
Lottare per il sindacato di classe significa attrarvi i precari e i disoccupati attraverso le Camere di Lavoro e i comitati di disoccupati e precari, dove si può sviluppare l’organizzazione intercategoriale. Se vogliamo lottare per un vero sindacato di classe non possiamo ignorare i precari e i disoccupati che crescono ogni giorno di numero.
Il salario aumenta o diminuisce secondo la situazione economica, ma soprattutto per i rapporti di forza tra le classi.
Il tasso di occupazione dei lavoratori è storicamente destinato a diminuire, secondo la legge dell’accumulazione capitalistica. Il lavoro è “liberato” dalle macchine e dai processi produttivi sempre più automatizzati. Questo oggi si traduce in più disoccupazione e intensificazione dei ritmi di lavoro. Ma è anche segno della crisi di un sistema economico antiquato e drogato in cui siamo costretti a vivere.
Il sindacato di classe è necessario, per dare forza e organizzazione alla resistenza dei proletari occupati o disoccupati nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza, ma non basta per ottenere l’emancipazione dei lavoratori. L’emancipazione dei lavoratori passa attraverso il rovesciamento del potere della borghesia – industriale, finanziaria e fondiaria – attraverso la sua espropriazione e il passaggio a una società comunista, della quale il modo di produzione capitalistico ha sviluppato le basi economiche su larga scala socializzando le forze produttive. L’arma indispensabile per raggiungere questo traguardo è l’organizzazione dell’avanguardia proletaria: il partito, depositario del programma del comunismo.
– Diminuzione dell’orario di lavoro e più salario – Salario per i disoccupati – Per il sindacato di classe
– Per il partito comunista internazionale – Per l’abolizione del capitale e del lavoro salariato – Per la dittatura del proletariato.