Il gigante Amazon, tolto il profitto, è una anticipazione del comunismo
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Alcuni dati per capire di cosa stiamo parlando. Il 27 novembre il New York Times riportava che nei primi 10 mesi del 2020 il colosso delle vendite on-line aveva assunto 427.300 lavoratori portando i suoi dipendenti a 1,2 milioni. Dai circa 350.000 del 2017 la crescita è impressionante, portando l’azienda al terzo posto nel mondo dopo Walmart, gigante della grande distribuzione, che occupa circa 2,2 milioni di lavoratori, e la China National Petroleum con 1,3 milioni. Numeri che dovrebbero bastare a smentire chi sostiene che non esiste più la classe operaia. Amazon è quotata al Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici di New York, con una capitalizzazione di 1,3 miliardi di dollari. Nella lista dei PIL dei vari Stati si troverebbe al tredicesimo posto, vicina a Spagna, Australia, Russia, Corea del Sud e Canada. Sì, la borsa è solo una grande lotteria per ricchi, un castello di carta che il cerino della crisi ridurrà in cenere, ma qui dà il senso delle proporzioni.
Un colosso simile inevitabilmente solleva delle maree, che investono dalla economia mondiale fino a varie emozioni, rancori e ideologie.
L’ultima in ordine di tempo è la “petizione” #NoëlSansAmazon (“Natale senza Amazon”), in cui i sottoscrittori invitano a non usare l’azienda di Jeff Bezos per l’acquisto dei regali, privilegiando invece i negozi di quartiere. Lunga la lista dei firmatari, dal sindaco “socialista” di Parigi, Anne Hidalgo, a diversi intellettuali della “sinistra” francese e personalità del mondo della cultura e della politica. Tra i firmatari c’è anche José Bové, il leader dei “no global” francesi che una ventina d’anni fa divenne celebre per la lotta contro i McDonald’s. La ghiotta occasione non potevano farsela scappare i populisti di qua delle Alpi: Salvini attraverso il suo brillante “staff social-media“ ha “postato” su Facebook e Twitter un “sondaggio” dove chiede ai seguaci se sia “giusto” boicottare Amazon. «I regali li compro sotto casa, piuttosto che con un clic», dice. Mentre Maurizio Gasparri di Forza Italia condivide “totalmente” l’idea, Giorgia Meloni se la prende col Black Friday: «una giornata nera per i nostri imprenditori, compriamo italiano».
Ma anche in Italia i “sinistri” sono sulla stessa lunghezza d’onda e la lista non entrerebbe nelle pagine di questo giornale. Il soccorso alla piccola borghesia ha consenso trasversale.
Le leggi economiche insite nel sistema di produzione capitalistico nel loro svolgersi ineluttabile portano le mezze classi alla rovina, come previsto ampiamente dal marxismo. Se si accetta il capitalismo si deve accettare questo fenomeno, non separabile da questo modo di produzione. La centralizzazione della produzione e di conseguenza della distribuzione non sono fatti del caso o della ingordigia di alcuni, ma sono il prodotto delle leggi della concorrenza e della riduzione di costi.
Se è vero che in certe fasi del ciclo economico, e in alcuni paesi, la forte crescita ha permesso il proliferare e l’ingrassarsi di una piccola borghesia, le crisi, come quella iniziata qualche decennio fa, scatenano una concorrenza sfrenata che portano le aziende più grosse a soffocare le piccole.
La necessità per il capitale di accelerare la creazione del valore ha spinto verso organizzazioni della logistica e della distribuzione sempre più vaste ed efficaci. Amazon è un eccellente esempio di questo processo e riprova della descrizione marxista del capitalismo.
Ma, al di fuori di ogni sentimentalismo e idealismo, per il marxismo lo sviluppo delle forze produttive è un fatto oggettivo, che osserva e descrive. Il suo risultato, anche nei suoi talvolta tragici effetti, è però socialmente positivo. Le forze produttive, nel loro potenziarsi, sempre con maggiore difficoltà riescono a essere contenute all’interno dei vecchi rapporti di produzione e spingono per nuove forme. Questo trapasso è avvenuto nelle epoche storiche che si sono succedute. Anche la futura società comunista potrà usufruire del progresso della tecnica già sviluppata dal capitalismo, non più per accrescere all’infinito l’accumulazione del profitto ma per favorire la soddisfazione delle necessità della specie umana in modo più pieno, soddisfacente, bello, completo e complesso.
Questo passaggio non sarà automatico, necessita di un passaggio politico, della presa rivoluzionaria del potere e della dittatura del proletariato.
Oggi i prodigi della tecnica che anche Amazon impiega sono utilizzati solo per la ricerca sfrenata, quanto inevitabile, del profitto. Ma in essi la società futura è già pronta, a portata di mano. Lo sviluppo di sistemi di comunicazione come internet, della logistica nella distribuzione come in Amazon, l’aumentare della robotica nei processi produttivi e distributivi, prefigurano già una società comunista. Anche se oggi, in mano alla borghesia, non sono altro che strumenti infernali che schiacciano la internazionale classe lavoratrice.
I comunisti quindi non si perdono a “boicottare Amazon”, in una difesa, per altro disperata, dei piccoli commercianti, ma puntano alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro, che internazionalmente sono assai dure, di chi in quella azienda lavora. Contratti precari, ritmi forsennati, ricattabilità perenne sono tipiche dell’infernale mondo di Amazon. I comunisti si rivolgono a quei lavoratori perché si organizzino nella loro difesa, che è la stessa dei lavoratori della Walmart e della China Petroleum, nonché della classe lavoratrice mondiale.
Perché i comunisti sanno che arriverà un giorno in cui per la semplice richiesta di migliorie salariali e delle condizioni di vita e di lavoro il proletariato si troverà a dover fronteggiare sempre più duramente questo sistema e, sotto la guida del suo partito, fino al suo abbattimento.