Partito Comunista Internazionale

COMUNISTI ED UNITARII dinanzi al sindacalismo … e alla sincerità

Indici: Questione Sindacale

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Pochi giorni prima del Congresso di Livorno l’Avanti! Pubblicava un articolo di Arturo Vella in difesa della tesi unitaria. Il Vella cercava di sottolineare l’insulsa accusa rivolta da più parti, ma senza un solo serio argomento di principio o di fatto, ai comunisti italiani: l’accusa di essere impeciati di tendenze sindacaliste ed anarchiche.

Il Vella tentava in quel suo articolo di assumere, in nome ed a profitto della corrente unitaria, la posizione della opportuna critica e reazione agli errori sindacalisti svolta negli ultimi anni dalla sinistra del partito socialista che s’inspirava alle buone direttive marxiste.

Senza nulla poter dire che dimostrasse un qualsiasi distacco di noi comunisti da quelle posizioni critiche antisindacaliste, il Vella ricordava i termini dell’atteggiamento assunto dagli intransigenti rivoluzionari del partito e del movimento giovanile dinanzi al dibattito di alcuni anni or sono tra sindacalisti e riformisti, ricordava come noi avessimo allora lasciata allontanare dal partito la minoranza sindacalista ritenendo sbagliati i suoi metodi di lotta contro quelle deviazioni riformiste che pur ci trovavano avversari implacabili, e ricordava le nostre posizioni di allora dinanzi al problema sindacale, ispirate dagli stessi criteri marxisti su cui si fonda l’odierna tattica sindacale della Internazionale Comunista. In fondo a questi richiami della storia del partito socialista c’era, come sempre, l’insinuazione ed anche l’augurio, che anche la minoranza comunista uscente dal partito avrebbe fatta la medesima fine dei sindacalisti di allora.

Senza esporre di nuovo le ragioni di principio che dimostrano come la continuità logica dell’atteggiamento degli intransigenti marxisti si ritrovi nella linea programmatica oggi seguita dal nostro partito, e quindi coloro che hanno deviato e barattato tutta la loro preparazione dottrinale e tattica siano per lo appunto i Vella, senza soffermarci neppure a constatare che nell’attitudine sindacale nulla distingue più oggimai dai riformisti di estremissima destra gl’intransigenti e rivoluzionari tipo Vella – come tutta la lotta che nella Confederazione si svolge dimostra all’evidenza – sarà interessante soffermarsi a considerare quale attitudine sia stata assunta di fronte al movimento sindacalista, da una parte del nostro partito, dall’altra dai massimalisti unitari e, per avventura, proprio da Vella.

All’indomani della scissione noi abbiamo costituiti i quadri del nostro partito senza includervi altri effettivi che quelli che ci dava la sinistra del vecchio partito. Nessun gruppo sindacalista è stato ammesso nelle sezioni comuniste. Di fronte ai proletari sindacalisti ed anarchici abbiamo applicato la norma seguita dalla Internazionale Comunista, che si può e si deve individualmente conquistarli alla milizia comunista combattendo i loro pregiudizi contro la funzione del partito di classe e la necessità del potere politico proletario nella rivoluzione. Se, nel seno dell’Internazionale Comunista, vi è un partito immune da ogni eterodossia in senso sindacalista, questo partito è appunto il nostro, tanto più quando si pensi alla posizione che assumeva la corrente più estrema tra quelle che concorsero a costituirla: la frazione astensionista che nel suo antisindacalismo ed antianarchismo fu non certo troppo tiepida, forse troppo spinta.

Di fronte all’Unione Sindacale, adottammo senz’altro l’atteggiamento di lavorare con ogni nostra possa per indurla ad entrare nella Confederazione del lavoro. Alcuni militanti di essa, che si mostravano persuasi delle fondamentali tesi comuniste, fecero dei passi per entrare nelle nostre sezioni. Noi certo nulla facemmo per allontanarli dal partito, ma ponemmo loro chiare e leali condizioni. A taluno di essi, come al Meledandri di Bari, di cui riparleremo ora passando a trattare della coerenza di Vella nella sua politica quotidiana ai suoi benemeriti orientamenti dottrinali, dicemmo direttamente che occorreva l’accettazione incondizionata dei principi programmatici e della disciplina organizzativa del partito comunista, l’impegno a sostenere le proposte di questo nel seno della Unione Sindacale, e quel qualunque deliberato che il partito avrebbe potuto prendere dinanzi ad un rifiuto della maggioranza di tale organizzazione sulla quistione della unificazione sindacale.

Vennero le elezioni, e la proposta di includere nelle liste del partito elementi sindacalisti ed anarchici – bene inteso quando si trattasse di vittime politiche – non ebbe neppure l’onore della discussione. Neppure i sindacalisti entrati dopo Livorno avrebbero potuto figurare nelle liste, non essendo nelle condizioni richieste dallo Statuto per l’anzianità di iscrizione.

Diciamo questo per le ragioni che subito vedremo, malgrado la logica potesse far supporre che i sindacalisti avrebbero essi, entrando nelle nostre file, vinta a malincuore la loro pregiudiziale contro le elezioni e le candidature. Il signor Meledandri, per esempio, pur convenendo in quanto gli dicevamo, fece le più preoccupate riserve sulla tattica elettorale, e soprattutto dichiarò che mai si sarebbe sentito di affiancare nella stessa organizzazione gli unitari confederalisti di Bari, i politicanti che rispondevano ai nomi di Pastore, Di Vagno, Vella e compagni.

I fatti posteriori hanno dimostrato come tutte le pregiudiziali teoretiche e tattiche che gli uni contro gli altri affacciavano allora gli unitari antisindacalisti ed i sindacalisti antiriformisti, avevano ben poca consistenza dinanzi a quella pregiudiziale, fondamentale per noi comunisti, che molti degli uni e degli altri ha da noi allontanati: quella della inflessibile e severa disciplina di pensiero e di azione. È soprattutto dinanzi alla febbre epidemica elettorale che tutto ciò è venuto in luce.

Noi non intendiamo da uno solo o da pochi episodi dedurre condanne di indole generale; ma quanto si è svolto a Bari, ed anche, analogamente, in altre località, è così caratteristico che vale la pena di parlarne.

Dinanzi alla preparazione elettorale – mentre il partito escludeva le candidature del Meledandri e di qualche altro ex sindacalista – i dirigenti della Camera Sindacale di Bari, che fino allora aveva serbato rapporti di grande cordialità con i comunisti nella lotta comune contro gli unitari della Camera Confederale, proposero come la cosa più naturale del mondo, la inclusione del capitano Giulietti nella lista comunista, recando come argomento più persuasivo l’offerta che, a tale condizione, avrebbe fatta la Federazione dei lavoratori del mare, di trecentomila lire per la lotta elettorale.

È logica ed è nota la sorte di questa proposta: è soltanto inconcepibile che si sia trovato qualcuno così dissennato o sfrontato da presentarla al partito comunista.

Dinanzi all’indignato rifiuto dei nostri, alcuni Sindacalisti della Camera Sindacale facevano votare un deliberato astensionista, come conseguenza della completa rottura tra il Partito Comunista ed essi. L’astensionismo deliberato non ha avuto però lunga vita. Dopo pochi giorni, mentre i comunisti, totalmente isolati, assaliti su tutti i fronti, ingaggiavano, per disciplina ad espressi ordini dell’Esecutivo, una lotta difficile ma nobilissima, l’accordo più commovente si stabiliva tra le due Camere del Lavoro, tra i socialdemocratici e gli estremisti sindacalisti, e negli stessi manifesti elettorali figuravano i nomi affiancati degli oratori Vella e Meledandri!

Il naufragio delle pregiudiziali teoriche e tattiche non potrebbe essere più ignobile determinato com’esso è stato dai teneri venticelli elettorali.

Vella ha trovato nulla di strano che nella lista del Partito Socialista venisse incluso il sindacalista Di Vittorio, non iscritto al Partito, non ha trovato nulla di strano nel fatto che nei comizi del partito parlassero quei sindacalisti con cui ci accusava senz’alcun elemento ragionevole di simpatizzare. Le sue pregiudiziali teoretiche marxiste sono sfumate, quando si è trattato di assicurare la sua rielezione a deputato dal minaccioso gioco delle preferenze svolto dai carissimi compagni di lista.

I sindacalisti hanno deposto, ad un tempo, l’avversione loro ad avvicinare i dirigenti riformisti e peggio della Camera Confederale, e quella a partecipare all’azione elettorale, che rendevano tanto difficile loro l’accettazione di quella tattica comunista, nella quale l’elezionismo diviene un mezzo di propaganda rivoluzionaria al disopra di ogni aspirazione, bassamente personale; l’ingresso negli organismi sindacali diretti da riformisti non è che una risorsa tattica per meglio debellare costoro. Mentre a Bari, la comune esaltazione elettorale si sindacalisti e socialdemocratici ha assunto le forme più volgarmente degenerate e il contatto tra dirigenti sindacali dell’una e dell’altra sponda, si è risolto in un’aperta alleanza politica ed elettorale.

Questo episodio, sebbene non sia, nelle varie sue fasi, isolato, poiché la proposta delle trecentomila lire è stata ventilata con egual fortuna anche nelle circoscrizioni di Genova e di Cagliari, poiché i sindacalisti esclusi dalle liste nostre ed inclusi in quelle socialiste ce ne sono stati anche altrove, non vale certo ad accusare di indegnità e di incoerenza politica tutto in genere il movimento sindacalista italiano, nel quale vi sono moltissimi elementi tenacemente fedeli alle proprie direttive e fieramente avversi ai socialdemocratici.

Esso dimostra però come fosse idiota e ridicola l’insinuazione che noi ci saremmo staccati dal Partito Socialista per costituire un partito che avesse comunque attenuati i limiti precisi di una inflessibile disciplina marxista, tanto dinanzi ai cardini della dottrina, quanto nella milizia della organizzazione. Come fossero ispirati solo da bassa malignità coloro che dipingevano il nostro movimento come destinato ad ospitare gl’irregolari, gli scapigliati, gli avventurieri della politica, quelli che hanno il rivoluzionarismo degli eccessi della parola e del gesto e forse del sentimento, ma non sanno intenderlo come una scuola ed una milizia di rigoroso continuità, omogeneità, equilibrio critico e tattico.

È interessante acciuffare per medaglino forse conquistato sacrificando tutto ciò che onestamente può recare il nome di intransigenza e di seria devozione ad un programma e ad un partito, uno di quelli che, come Vella, si facevano forti di precedenti nobili battaglie sostanzialmente nostre per ostentare la previsione che saremmo ribaltati fuori delle carreggiata; e mostrarlo in flagrante consumazione di tutte quelle colpe che egli arbitrariamente imputava all’opera futura del nostro partito. E siano questi episodi di monito a tutti, indistintamente a tutti, che il Partito Comunista ha veramente, intimamente, solidamente ereditati, potenziandoli in una selezione efficacissima che ha permesso di scartare tutte le stigmate di tralignamento, qui criteri di intransigenza che sono realmente, anche e soprattutto perché volgarmente traditi dai cacciatori di successi personali, un risultato incancellabile tratto da lunghe esperienze della proletaria in Italia.

Il Partito Comunista ha per divisa di sacrificare a questa superiore dignità e saldezza della sua regola di organizzazione – che la dottrina e la storia mostrano strettamente congiunte alla efficacia di preparazione della lotta e della dittatura proletaria – non diremo neppure le fortuna personali dei suoi militi, che tutto devono dargli, nulla devono chiedergli; ma le stesse possibili affermazioni di apparente e fallace popolarità, quanto le posizioni di battaglia non gli si presentano terse e limpide più del cristallo.