Il problema sindacale
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La parentesi elettorale non poteva e non ha fatto dimenticare al partito comunista gli altri suoi compiti di preparazione e di azione, soprattutto quello sindacale. In piena lotta elettorale il Comitato Centrale ed il Comitato Sindacale del nostro partito hanno lanciato al proletariato italiano organizzato nei Sindacati un appello inspirato alle direttive della Internazionale Comunista; invocando l’entrata delle organizzazioni operaie di sinistra nella Confederazione del lavoro.
Quel nostro appello, inspirato a chiarezza, serenità, lealtà, non ha avuto fortuna presso i dirigenti della Unione Sindacale. Mentre ci attendevamo da essi una risposta diretta intesa ad iniziare un cordiale scambio di idee al proposito, vediamo che essi rispondono con un manifesto pubblicato nel numero 20-21 di Guerra di Classe e nel quale ci pare che la chiarezza e la serenità difettino assai gravemente.
Che i sindacalisti insistano nel loro punto di vista diverso dal nostro non ci meraviglia, né avremmo alcun diritto di dolercene. Ma il loro manifesto pare scritto per mettere l’iniziativa nostra in una luce così sfavorevole, che non possiamo a meno di respingere la interpretazione, alquanto confusa e contraddittoria, del resto, che in esso si dà della nostra tattica sindacale.
Sostanzialmente i sindacalisti dichiarano ancora una volta di non essere avversi per principio alla unità sindacale … di rimpiangere che in Italia essa non esista, di non essere alieni dal lavorare a ricostituirla.
Ma essi non accettano il nostro invito alla unità, l’unità nel senso da noi prospettato. Per quali motivi? Non è ben chiaro.
I dirigenti della Unione Sindacale sembrano porre alla unità una condizione: la indipendenza dei sindacati dai partiti politici. La violazione di questa indipendenza da parte del partito socialista sarebbe stata nel passato la causa determinante della scissione sindacale in Italia. Ciò non è per nulla esatto. I sindacalisti hanno sempre dichiarato che il loro dissenso dai dirigenti confederali dipendeva dal loro indirizzo riformista ed antirivoluzionario; essi ad un certo punto trovarono incompatibile la loro permanenza nella Confederazione perché essa era diretta dai destri del partito socialista. Ebbene costoro, come i socialdemocratici di tutti i tempi e di tutti i luoghi, erano e sono appunto quelli che sostenevano la indipendenza delle organizzazioni economiche dai partiti politici, dallo stesso partito socialista in cui essi militavano politicamente. E questo è elemento di fatto innegabile. Se oggi Confederaz. e Partito sono legati strettamente da un patto di alleanza, questo non costituisce una forma di padronato del partito sui sindacati, ma piuttosto l’inverso, formando quei rapporti tipicamente laburisti di cui ci siamo occupati. E se il partito socialista italiano è antirivoluzionario, è perché il riformismo sindacale lo ha soffocato.
Ma, data la attuale situazione, la pregiudiziale della indipendenza dei sindacati dal partito politico non ha a che vedere col nostro appello. In esso non c’era la pregiudiziale della dipendenza dei sindacati dal partito comunista. Questo è certamente un obiettivo della nostra azione sindacale, l’obiettivo principale e finale che tutta la nostra azione nelle organizzazioni tenderà a raggiungere, ma coi mezzi della penetrazione e della conquista delle masse, che applichiamo nella Confederazione, e che domani, se vi saremo costretti, come è ben detto in altro articolo – velenosetto anziché no – dello stesso numero del giornale sindacalista, applicheremo anche verso la U.S.I.. Ma oggi, coi termini del nostro appello, non si tratta affatto di convincere i sindacalisti a riconoscere tale nostra tesi, a consegnarci le redini della loro organizzazione, o a darci la dirigenza di tutto il blocco di opposizione che si formerebbe nella Confederazione ove essi accogliessero il nostro invito di entrarvi.
Quindi accettando l’invito ad entrare nella Confederazione i sindacalisti non firmerebbero alcun impegno verso il partito comunista: il nostro appello non aveva lo scopo di dissimulare le differenze dei due metodi, ma tendeva, come vi tende tutta l’azione della III Internazionale, a stabilire una condizione per noi indispensabile per rovesciare i dirigenti controrivoluzionari dei sindacati. Nella grande organizzazione unitaria solo la volontà e le direttiva della maggioranza degli organizzati decideranno se dovrà essere o meno diretta dal partito comunista, o restare indipendente dai partiti politici.
Quello che è strano è che i sindacalisti non intendano quanto questa seconda tesi sia reazionaria. L’indipendenza sindacale è voluta dai D’Aragona italiani e da tutti i menscevichi del mondo. La pregiudiziale della indipendenza, se può servire a respingere l’invito nostro alla unificazione, fa cadere le ragioni di restare distaccati dai sindacati a tendenza riformista.
Quale è dunque quella unità proletaria a cui i sindacalisti dicono di non essere avversi? Una unità che escluda le discussioni politiche, le questioni «non sindacali» dalle organizzazioni? Se così è, essi troveranno facile unirsi a D’Aragona, non solo, ma alle leghe piccolo borghesi e apolitiche che si creano a scopo controrivoluzionario un po’ dovunque!
Il manifesto sindacalista contiene tali e tante inesattezze anche di fatto, per non dire delle contraddizioni, che ci ha fatto male vedere trattata con così poca responsabilità e colpevole leggerezza una materia tanto delicata, una questione vitale del proletariato.
Il recente deliberato del Congresso comunista russo sui Sindacati vi è prospettato come l’affermazione di una tesi sindacalista, mentre fu perfettamente … avessimo il diritto di lanciare un simile appello prima del Congresso sindacale internazionale, si assume che a Mosca si accennerebbe ad accettare le vedute dei sindacalisti, si dice che noi vorremmo effettuare l’unità «a tutto vantaggio dell’antirivoluzionaria Confederazione del lavoro», ciò che è una falsità e una sciocchezza.
Nello stesso manifesto in cui nega al partito politico il diritto di comparire nei Sindacati (e bisogna per logica conseguenza negare allora lo stesso diritto ad esistere del partito di classe) tanto per oppugnare la nostra tesi della unità sindacale e scissione politica, si rimpiange quasi la scissione dei comunisti dai riformisti …
Noi non vogliamo trarre da questo infelice documento le amare conclusioni che ne scaturiscono all’evidenza. I fatti se ne incaricheranno. Del resto ogni decisione è rimessa al Consiglio Nazionale della U.S.I. convocato pel giugno, ed infine ai proletari organizzati nella Unione stessa.
Noi seguitiamo quindi serenamente la propaganda delle direttive sindacali della Internazionale comunista, certi che il proletariato italiano sarà ad esse guadagnato. Non rileviamo neppure che la denigrazione di queste direttive è fatta da una organizzazione che aderisce alla III Internazionale «politica».
Attendiamo pure il congresso mondiale comunista e quello sindacale. Non è dubbio che essi tracceranno una precisa soluzione dinanzi a cui tutti dovranno scegliere e assumere una posizione … personale nella Internazionale di Mosca, saranno costretti a fare nuovo e profondo lavoro interiore che – per pigrizia o per sentimentalismo – vollero a Livorno rinviare, e dovranno da soli, senza giustificazioni estremiste decidersi ed optare.
Anche questo travaglio noi dobbiamo favorire con la nostra propaganda nello stesso tempo in cui combattiamo il socialista italiano dei fuoriusciti dell’Internazionale comunista.
Un secondo problema, gravissimo ed urgente, è quello della mobilitazione delle forze rivoluzionarie.
Tutti i compagni siano al loro posto ed obbediscano. Chi fosse a disagio nella file del nostro partito se ne vada nel socialismo che accoglie tutti i pentiti con braccia misericordiose. Chi non è degno del sacrifizio che il partito comunista deve compiere sia allontanato da noi.
Le elezioni del 15 maggio furono un episodio della vita politica italiana.
Noi,che non abbandonammo il fardello delle nostre idee per riposare, continuiamo la nostra via che è difficilissima, vita di insidie, dove molti di noi cadranno.