Partito Comunista Internazionale

Noi e gli anarchici

Categorie: Anarchism

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Pubblichiamo volentieri questa lettera dell’amico Fabbri, confermando naturalmente quanto abbiamo scritto nei numeri del 14 aprile e dell’ 8 maggio, circa l’attitudine degli anarchici dinanzi al problema dell’impiego della violenza.

Non intendiamo né intendemmo dare dell’ignorante al Fabbri, che ignorante non è, e nemmeno ad altri anarchici. Il Fabbri cita tutta una letteratura anarchica a noi così poco ignota che scriviamo questo commento dopo che era già stesa la replica al “Libertario”.

I testi su cui si basavano i nostri rilievi, erano altri: un ordine del giorno della Commissione di corrispondenza della U.A.I., una lettera dello stesso Fabbri all’“Avanti!”; una intervista di Malatesta col suo avvocato Buffoni.

Questi testi giustificano in modo caratteristico le nostre critiche.

È difficilissimo, come rilevava ironicamente Federico Engels, far riconoscere agli anarchici quale sia precisamente il concetto che essi sostengono in una data polemica. Poiché il loro difetto non è di non avere coltura o dottrina, elementi individuali, ma di mancare di una linea storico-critica nel loro pensiero. Ecco perché nei loro testi si trova tutto quello che si vuole: ieri gli argomenti con cui Fabbri dimostrava come Malatesta non avesse detto eresia sconfessando gli attentati, oggi quelli coi quali vorrebbe respingere il concetto semplicista e negativo che noi loro attribuiamo sulla violenza.

Egli è che la concezione anarchica manca di vigore e di rigore dialettico, non compendia come quella marxista il divenire di una forma sociale in un’altra, ma considera il tipo di società perfetta anarchica non come totalmente separata da un’epoca storica, ma come in piccola parte già tra noi realizzata nella comunità ideale dei pochi anarchici, che sarebbero gli eletti, i coscienti, che soggettivamente avrebbero risolto il problema di vivere secondo i rapporti della società futura.

Il comunista è colui che prepara, negli odierni rapporti sociali, l’avvento dei nuovi; l’anarchico al contrario vive già, o pensa di vivere, i rapporti sociali che teoricamente costruisce. Da ciò la enorme diversità nelle valutazioni tattiche. Da ciò, e non da volgare ignoranza, l’incapacità anarchica ad intendere che si giunge alla libertà con l’autorità e al non-stato collo Stato, alla violenza colla violenza, dappoiché coloro che tali mezzi praticassero contraddirebbero la loro fede e la loro norma di vita.

Dall’eclettismo teorico anarchico può sorgere una distinzione tra violenza di ribelli e violenza di governanti. Ma che questa sia insufficiente lo dimostra il fatto che gli anarchici nella polemica attuale pongono limiti anche alla violenza dei ribelli. Limiti non tattici, non elastici, ma fissi, soggettivi, etici.

Noi sappiamo che l’amico Fabbri sciorinerà testi e fatti per contraddirci, con la erudizione di cui non difetta. Ma le conclusioni nostre sorgevano da constatate contraddizioni, attraverso le quali è logicamente possibile e legittimo attribuire agli anarchici quella certa linea che da se stessi o non sanno formulare o sanno formulare troppo, con enunciazioni molteplici e discordi. Cosicché essi, anziché spiegare la violenza ed intenderne il gioco che sfugge ad ogni pietismo idealistico, si preoccupano di classificarla in legittima ed illegittima, non dinanzi ad un potere costituito che non ammettono ma dinanzi ad una costruzione ideale di cui certo non sapranno mai dare i connotati precisi.