L’Antropocene? Ma è il Comunismo! – Canale di Suez e dintorni
Categorie: Ecological Question, Middle East and North Africa
Questo articolo è stato pubblicato in:
Traduzioni disponibili:
È di questi giorni il caso della portacontainer Ever Given incastratasi di traverso nel canale di Suez a causa di “una folata di vento”. Solo per ridurre i costi di trasporto la borghesia, con zelo idiota, costruisce navi grandi come una piccola città, lunghe 400 metri e capaci di caricare 18.300 container. Per una settimana il blocco della via d’acqua, in cui passa il 12% del commercio mondiale, ha dimostrato come la circolazione delle merci, controfigura artificiale del ricambio naturale degli organismi viventi, possa mettere in crisi il capitalismo mondiale. I danni si stimano in 10 miliardi di dollari al giorno, per il ritardato smercio di tutta quella inutile paccottiglia.
L’enorme nave, quella incagliata montagna di acciaio, ci piace prenderla a simbolo di tutto il moderno capitalismo e della sua follia iper-produttiva.
Il capitalismo impegna l’umanità lavoratrice a una dissipazione idiota di energie per saturare il mondo di merci inutili. La classe borghese solo al fine della conservazione diffonde senza posa la ideologia reazionaria dell’ecologismo, fatta di “sviluppi sostenibili”, “transizioni green”, quando invece il capitale non può né potrà mai arrestare o solo porre un freno alla folle corsa della produzione fine a se stessa.
Ora in Italia è stato istituito anche un ministero ad hoc “per la transizione ecologica” che promette nuovi investimenti in infrastrutture, ancora colate di cemento, ma sicuramente “green”. Dall’altra parte dell’Atlantico negli Stati Uniti sentiamo Biden cantare la stessa canzone con il nuovo piano “Build back better”, ricostruire meglio, il quale prevede di investire 2.000 miliardi di dollari in infrastrutture, di cui 650 miliardi soltanto per strade, ponti e porti.
Ma la ideologia dell’ecologismo cerca appoggi più nobili delle chiacchere da reclame e trova adepti fra gli specialisti delle scienze naturali. In questo campo da tempo si propone l’aggiunta nella stratigrafia geologica di una nuova Età, quella attuale, denominata antropocene, nella quale la specie umana influenzerebbe ormai in misura determinante il divenire della crosta terrestre, delle acque, dell’atmosfera e dei viventi, la cosiddetta biosfera.
Noi manteniamo un forte scetticismo di fronte alla pretesa scienza di quest’epoca di putrefazione sociale, e non siamo affatto proclivi a considerare come dovuta alla specie umana l’opera di devastazione che è invece imposta dal modo di produzione capitalistico. A determinare tale sfacelo sono le necessità di valorizzazione del capitale, nel suo agire caotico al solo fine di produrre un profitto, e non certo per dare risposta ai vitali bisogni della specie.
La teoria marxista ci insegna che il capitale è un rapporto fra gli uomini, che non si identifica con la capacità produttiva della specie, con la sua dotazione tecnica, con le conoscenze scientifiche e con le forze della natura, oggi tutte assoggettate alla riproduzione del capitale. Ogni volta che si pone l’urgenza di fare i conti con gli effetti devastanti per la natura della folle corsa all’accumulazione del plusvalore, guardiamo con forte sospetto quanto viene prodotto in termini di analisi “scientifica” o, peggio ancora, di incongrue proposte dal ceto politico borghese, solo interessato al suo spicchio del prodotto sociale.
Ma che siamo entrati nell’antropocene è tesi nostra! L’antropocene è il comunismo! quella èra della nostra storia di specie nella quale lo sviluppo delle capacità dell’uomo è giunto a poter influenzare la vita intera del pianeta. È una forza nuova ed immensa. Basta ora toglierla dalle artritiche ma ancora rapaci mani del Capitale. Domani la società comunista, soffocata la odierna nauseante, moralistica, terroristica, commerciale retorica “green”, e non più resa sorda e cieca dal suo interno conflitto fra opposti interessi, potrà vedere, sapere e prevedere dei lunghissimi cicli che regolano in grandiosi delicati e complessi equilibri la vita sulla nostra Terra. E, con cautela, provare sapientemente a intervenire, in un progetto esteso a tutto il globo e a più generazioni.
* * *
Assecondando invece la moda attuale, anche un recente studio effettuato da una università israeliana, il Weizmann Institute of Science di Rehovot, è giunto alla “angosciante” conclusione che la massa storicamente accumulata dei minerali lavorati dall’uomo, esclusi quindi i prodotti dell’agricoltura, avrebbe superato quella degli organismi viventi sul pianeta, anche esclusa l’acqua che contengono.
Non garantiamo affatto della serietà di questi “studi” universitari, che sappiamo ormai sempre più mossi da interessi mercantili e di carriera, specialmente oggi che gli esangui finanziamenti sono contesi con i metodi più indecenti. Non possiamo quindi valutare quanto i dati utilizzati nella ricerca siano attendibili, o addirittura falsificati, né se gli estensori almeno mostrino di sapere di quali grandezze stiano parlando.
Resta però il fatto che noi non sentiamo alcun bisogno di ulteriori studi, in quanto lo sapevamo da prima. Siamo infatti ben convinti del problema della progressiva mineralizzazione della biosfera. Ferro o grano? Al di là di errori di calcolo, data l’immensa mole di dati da raccogliere e correlare, non neghiamo una certa verosimiglianza delle conclusioni raggiunte con le nostre tesi. Se cioè il sorpasso della massa dei prodotti minerali lavorati dalla nostra specie, definita nello studio come massa antropogenica, su quello della biomassa vivente complessiva, che secondo la ricerca si sarebbe verificato già nel 2020, non fosse stato ancora raggiunto lo sarà certo in capo a pochi anni.
La biomassa sulla Terra si attesterebbe attorno 1.100 gigatonnellate, relativamente costante in un ampio arco geologico (un “giga” è un 1 seguito da 9 zeri). Viceversa la massa antropogenica ha conosciuto una rapidissima evoluzione negli ultimi 120 anni: ancora agli inizi del XX secolo non superava il 3% della biomassa disidratata. Inoltre la corsa della massa antropogenica ha conosciuto una formidabile accelerazione negli ultimi decenni, raddoppiando ogni 20 anni.
È evidente che nemmeno i capitalisti, anche se lo volessero, e nemmeno se associati hanno la benché minima possibilità di arginare questa infernale eruzione. Lo dimostra il diluvio di prolusioni di eminenti politici e di capi di Stato nelle ultime due decadi, di raduni mondiali dedicati alle chiacchiere ecologiche e agli “storici” trattati che avrebbero dovuto porre un argine ai “cambiamenti climatici” e “difendere l’ambiente”.
Altre conseguenze che il capitale non può controllare sono quelle dell’agricoltura, del disboscare e degli allevamenti, tutte attività antiche ma oggi attuate a grandissima scala, aiutate dall’enorme sviluppo dei mezzi di produzione, che però a questa società non danno forza e ricchezza ma solo generano nuovi squilibri e nuove crisi, oltre che la miseria dei proletari che vi lavorano. Lo stesso dicasi per le attività minerarie, vera rapina dei beni del sottosuolo.
La biomassa vegetale è stimata in 900 gigatonnellate mentre quella degli edifici e delle infrastrutture a 1.100. Urbanistica e capitalismo, e rendita fondiaria, peggio se piccola e frazionata, sono incompatibili fra loro. Si pensi alle città e paesi “fantasma”, antichi o nuovi dei piani di governi costretti a fare i conti con l’anarchia capitalistica, e avidi di ingenti profitti e rendite degli appalti edilizi. Per non parlare della miriade di stabilimenti industriali abbandonati a causa dei capriccioso mutare del tasso del profitto fra settori e regioni produttive del mondo: ruderi che in ogni angolo del pianeta segnano una mostruosa civiltà incapace di provvedere anche soltanto alla propria sopravvivenza e che ingombra lo spazio con i suoi cadaveri.
* * *
Il capitalismo catapulta immani quantità di merci in quegli snodi del mercato mondiale che si chiamano città. Di qui il forsennato giganteggiare di ciclopiche agglomerazioni cementizie, templi dell’investimento immobiliare, strumento di solidificazione di capitali altrimenti evanescenti. Nessun piano può limitare l’espansione delle città oltre le “mura”, esorbitando disordinatamente nelle campagne. In questo orribile mondo colonizzato ovunque dal capitale si consuma l’agonia della vita associata. Una civiltà che solo distrugge il lavoro dei morti né sa né si cura di recuperare quanto ereditato dalle passate generazioni. Nello squallore vive la specie Homo sapiens sapiens: come la storia si fa gioco delle parole!
«Base dell’analisi economica marxista è la distinzione tra lavoro morto e lavoro vivente. Noi definiamo il capitalismo non come titolarità sui cumuli di lavoro passato cristallizzato, ma come diritto di sottrazione dal lavoro vivo ed attivo. Ecco perché l’economia presente non può condurre a una buona soluzione che realizzi, col minimo di sforzo di lavoro attuale, la razionale conservazione di quanto ci ha trasmesso il lavoro passato, e le basi migliori per l’effetto del lavoro futuro. Alla economia borghese interessa la frenesia del ritmo di lavoro contemporaneo, ed essa favorisce la distruzione di masse tuttora utili di lavoro passato, fregandosene dei posteri» (Omicidio dei morti, “Battaglia Comunista”, 1951, n.24).
Questo lo scrivevamo 70 anni fa, prima che la parola ecologia venisse da alcuno agitata e ovunque, anche nell’est stalinista, si immolava sugli altari del produttivismo.
Le conseguenze sono devastanti per tutto il regno animale, in un ambiente sempre più artificiale e meno adatto alla loro riproduzione. La massa di tutti gli animali dicono rappresenti una piccola frazione della biomassa planetaria, meno di 4 parti per mille dato che complessivamente non superano le 4 gigatonnellate, mentre assai minore è la massa degli uomini, che assomma soltanto lo 0,01% delle specie viventi.
Le materie plastiche presenti sul pianeta sono stimate in circa 8 gigatonnellate, il doppio di tutti gli animali terrestri e marini. Pare che molta finisca a costituire delle grandi isole galleggianti nell’Oceano Pacifico. Perché se ne produce tanta? Perché il tasso del profitto nella sua produzione è sufficientemente alto. Esiste un rimedio? In questa società, no. Anche in questi tempi di pandemia, nessun governo è disposto a rinunciare allo “sviluppo”. Tutti gli assembramenti sono proibiti, tranne che nelle fabbriche!
Al proletariato soltanto spetterà il compito di salvare sé stesso e la specie umana se sarà capace di sopprimere la dominazione asfissiante del capitale e la sua demente infinita riproduzione.