Partito Comunista Internazionale

Proteste contro il capitale a Cuba

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Le proteste a Cuba all’inizio della seconda decade di luglio sono l’ultimo dei sussulti nelle aree dove le conseguenze della crisi economica del modo di produzione capitalistico assumono proporzioni devastanti.

In Libano la bancarotta dello Stato gli impedisce di pagare la bolletta petrolifera, le centrali elettriche si fermano e il paese resta al buio. Reiterate esplosioni di malcontento popolare sono represse dalle opposte fazioni borghesi che, benché in lotta fra loro, convergono nel mantenere il potere politico.

Tumulti sono esplosi negli stessi giorni in Sudafrica, dove si contano già 117 morti, a seguito della condanna a una pena detentiva dell’ex presidente Zuma e che i media descrivono sbrigativamente scontri “interetnici” fomentati dalla comunità Zulu. Certo le decine di morti nei saccheggi di supermercati non sono il prodotto di odio etnico ma della disoccupazione, l’emarginazione e la miseria portati del moderno capitalismo.

Carestie si vanno diffondendo nel pianeta anche in conseguenza del dissesto economico aggravato dalla pandemia, aggiungendo altre decine, centinaia di milioni di uomini ai condannati alla fame.

In tale contesto generale le proteste cubane non possono essere sottovalutate, come fa sia chi difende l’immagine, sempre più sbiadita, del “socialismo” castrista, sia la grancassa mediatica borghese che diffonde un quadro fallimentare di un regime “comunista” negatore delle “libertà democratiche”.

La fiammata di moti di piazza a Cuba concentra invece in sé tutto il marasma dei paesi della periferia imperiale, una crisi però di una economia pienamente capitalistica, quella descritta e prevista dalla teoria marxista.

Questa realtà resta valida anche senza ignorare i due eventi occasionali che, secondo una rappresentazione superficiale, sarebbero le cause dell’attuale crisi: il crollo del turismo dovuto alla pandemia e l’embargo imposto dagli Stati Uniti nel lontano 1962, sotto la presidenza di Kennedy, e ulteriormente inasprito durante quella Trump. Non neghiamo che questi due fattori abbiano avuto la loro parte nel mettere in ginocchio l’economia cubana, ma sono intrinseci alla crisi complessiva del modo di capitalismo. L’amministrazione Trump ha inasprito le sanzioni contro Cuba in linea con la politica estera di una potenza costretta a fare i conti con il proprio declino in un contesto mondiale di crescente tensione. Nella contesa per i mercati gli Usa devono contrastare la penetrazione delle merci e dei capitali provenienti da altre potenze. E Cuba ha principali partner nell’import-export la Russia e la Cina, oltre al malandato Venezuela, e un peso non secondario hanno i paesi dell’Europa Occidentale, e fra questi in particolare l’Italia. Il problema per gli Usa è impedire che l’isola caraibica si faccia avamposto nelle Americhe dell’avanzata commerciale delle potenze rivali.

La crisi del turismo ha un effetto devastante per Cuba per la debolezza della sua economia, per l’impossibilità per un paese piccolo e povero di risorse naturali di sostenere un processo di sviluppo autonomo senza l’apporto di capitali dalle potenze maggiori. A Cuba non è mai stata offerta la possibilità di imporsi nella divisione internazionale del lavoro, dati i rapporti di forza fra le potenze capitalistiche.

Questi sfavorevoli rapporti di forza hanno impedito che la rivoluzione nazionale antimperialista, che nel 1959 portò al potere i guerriglieri barbudos, facesse di Cuba un paese economicamente forte. Così la gretta rappresentazione ideologica borghese ha potuto incolpare il falso comunismo in versione cubana di non essere stato capace di realizzare il capitalismo! Davvero una pessima prova di scaltrezza danno coloro che, nella falsa sinistra di mezzo pianeta, si attaccano con caparbietà alla nostalgia di una Cuba “socialista”. Quando le condizioni di vita del proletariato cubano si deteriorano di giorno in giorno precipitando nella denutrizione, tale preteso “socialismo” non sarebbe altro che la conferma per la bugiarda propaganda borghese dell’impossibilità di uscire dal fosco orizzonte del capitalismo.

Se invece fosse stato possibile realizzare il socialismo nella sola a Cuba, come non volevano e non potevano fare i Castro e i Che Guevara, perché mai si sarebbe dovuto temere l’embargo delle merci e dei capitali statunitensi? Dove sono andati a finire i proclami altisonanti di “Patria o morte” di un nazionalismo grottesco e velleitario, accompagnati per sei decenni da una pietosa geremiade per le disastrate condizioni dell’economia cubana attribuite al “Bloqueo genocida”, cioè all’impossibilità di importare le merci “made in Usa”?

L’aggravarsi della penuria di generi alimentari e di medicinali nell’isola è dovuto anche al marasma economico del Venezuela che ha provocato un calo di oltre il 70% dell’interscambio rispetto al 2014, con una drastica riduzione delle importazioni di petrolio venezuelano che Cuba comprava a buon mercato dai tempi dell’accordo fra Chavez e Fidel del 2000. Nel mese di giugno sono arrivati a Cuba dal Venezuela soltanto 35.000 barili al giorno, la metà di quelli di febbraio e appena un terzo di quelli del 2012. Nel frattempo la bilancia commerciale ha continuato a peggiorare col deficit che ha raggiunto il 10% del Pil. La produzione di zucchero, il principale prodotto di esportazione cubano, è caduta considerevolmente a causa della scarsa disponibilità di combustibile per le macchine agricole e della mancanza di pezzi di ricambio. Con la pandemia, oltre al dimezzarsi delle entrate del turismo, si sono ridotte di un terzo le rimesse degli emigrati.

A questa situazione – come abbiamo ben descritto nel numero precedente – il governo ha reagito con una riforma monetaria che ha soppresso il peso convertibile causando una notevole svalutazione del peso cubano. Gli aumenti salariali non compensavano affatto l’inflazione. Una situazione aggravata dalla scarsa disponibilità di beni di consumo primario divenuti difficilmente reperibili nonostante i forti rincari dei prezzi.

Non stupisce se in decine di città proletari affamati si sono scontrati con le forze di polizia saccheggiando i negozi governativi di generi alimentari. La dura repressione ha provocato un morto nella periferia dell’Avana, numerosi feriti e molti arresti. I tumulti hanno costretto il governo, preso atto del pericolo, a un repentino rimpasto di governo e a concessioni, l’aumento dei salari del settore pubblico e l’abolizione dei dazi all’importazione dei beni di prima necessità, come alimentari e medicine, che sono un mezzo per gli emigrati cubani per sfamare e curare le famiglie rimaste in patria. La borghesia cubana ha paura del proletariato, il quale mostra di sapere con la lotta ribilanciare a proprio favore i rapporti di forza fra le classi. I proletari cubani avvertono meno il richiamo della “patria socialista” che quello dello stomaco e che la retorica nazionalista non basta a tenerli calmi.

In tali circostanze suona ridicola la tesi del complotto statunitense, che a pilotare le manifestazioni sarebbero stati gli yankee determinati a rovesciare il regime. Nemmeno sappiamo quanto gli Usa siano davvero interessati a destabilizzare l’isola provocando una nuova ondata di immigrati sulle coste della Florida. Se la borghesia statunitense cercherà di sfruttare le proteste cubane a proprio vantaggio, questo non implica l’intenzione di sostituire il regime di falso comunismo con le forme di un sistema democratico liberale.

Ai comunisti non si pone dunque l’alternativa fra il sostegno alle macerie della rivoluzione cubana ovvero ai circoli anticastristi di Miami e all’imperialismo più forte. Non si tratta di difendere Cuba e la sua rivoluzione antimperialista, ormai storicamente acquisita, sebbene inevitabilmente svenduta al miglior offerente fra le grandi potenze borghesi. Né meno che mai si tratta di accogliere le istanze democratiche, sicuramente sopravvalutate dai media, di una protesta che parte dai bisogni primari dei proletari e non certo dall’aspirazione impotente dei piccolo borghesi e trafficanti di Cuba di assistere alla nascita di una democrazia liberale. I comunisti stanno sempre e comunque con ogni ribellione di proletari nelle quali vedono accenni del risveglio della classe, e le instradano verso la maturazione di un livello superiore di formazione classista, dotandosi degli organi propri del proletariato che sono il sindacato e il partito comunista.