Partito Comunista Internazionale

Il manifesto della Socialist League

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di William Morris e Belfort Bax

Seconda edizione

Nota introduttiva

Il diffondersi del Socialismo a partire dalla prima edizione di questo Manifesto ha reso necessaria una sua nuova edizione; tanto più che la parola “socialismo” viene liberamente utilizzata da ministri ed ex-ministri i quali, benché non si può credere che lo conoscano, si fanno belli con la sfrontatezza nel difenderlo dinnanzi al vasto pubblico popolare, così che la parola è finita per essere usata in modo vago e fuorviante.

Si spera che questa nuova edizione possa contrastare le incomprensioni che potrebbero da questo derivare.

Speriamo che le note allegate a questa edizione in ogni caso chiariscano ogni possibile ambiguità nel testo, almeno per quanto noi firmatari riusciamo a fare.

E. Belfort Bax e William Morris, ottobre, 1885

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Concittadini,
Ci presentiamo a voi come un organo in difesa dei principi del Socialismo Rivoluzionario Internazionale; il che significa che ricerchiamo un cambiamento nei fondamenti della Società – un cambiamento che venga a distruggere le distinzioni di classe e di nazionalità.

Per come è attualmente costituito il mondo civilizzato, vi sono due classi della Società – una possidente della ricchezza e degli strumenti della sua produzione, l’altra produttrice della ricchezza per mezzo di quegli strumenti ma soltanto per cederla all’uso delle classi possidenti.

Queste due classi sono necessariamente in antagonismo fra loro. La classe possidente, o dei non-produttori, può vivere come classe solo sul lavoro non pagato dei produttori – tanto più è il lavoro non pagato che riescono ad estorcere, tanto più saranno ricchi; di conseguenza la classe produttiva – i lavoratori – è spinta a lottare per migliorare le sue condizioni a detrimento della classe possidente, e il conflitto fra le due è incessante. Talvolta prende la forma della ribellione aperta, altre volte dello sciopero, altre volte nel mero diffondersi della mendicità e del crimine; ma sussiste sempre in una forma o nell’altra, benché non sia sempre così evidente a chi osserva distratto (vedi Nota A).

Abbiamo parlato di lavoro non pagato: è necessario spiegare cosa significhi.

Il solo possesso della classe produttrice è la forza lavoro connaturata nei loro corpi; ma dal momento che, come abbiamo detto, le classi più ricche posseggono tutti gli strumenti di lavoro, ovvero la terra, il capitale, e i macchinari, i produttori, ossia gli operai, sono costretti a vendere l’unico loro possesso, la forza lavoro, nella misura in cui la classe possidente glielo consente.

Questi termini sono tali che, dopo che hanno prodotto abbastanza per mantenersi in condizione di lavorare, e perché siano in forza di generare figli che prendano i loro posti quando saranno logorati, il sovrappiù dei loro prodotti apparterrà ai possessori della ricchezza, approfittando del fatto che ciascun uomo in una comunità civilizzata può produrre più di quanto occorre per la propria sussistenza (Nota B).

Questa relazione fra la classe possidente e la classe operaia è la base essenziale del sistema per la produzione del profitto, sul quale si basa la nostra Società moderna.

Il modo in cui funziona è il seguente.

L’industriale produce per vendere con profitto al committente o all’intermediario, che a loro volta traggono un profitto nei loro affari con il grossista, che ancora vende con profitto al dettagliante, che deve ricavare il suo profitto dalla gente comune, aiutandosi con vari gradi di frodi ed adulterazioni e con l’ignoranza sul valore e la qualità dei beni a cui il sistema ha ridotto il consumatore.

Il sistema macina-profitto si mantiene con la concorrenza, una guerra mascherata, non solo fra le classi in conflitto, ma anche all’interno delle classi stesse: vi è sempre guerra fra i lavoratori per la pura sopravvivenza, e fra i loro padroni, gli industriali e gli intermediari, per la parte del profitto estorto ai lavoratori; infine, vi è sempre concorrenza, e talvolta guerra aperta, fra le nazioni del mondo civilizzato per la loro fetta di mercato mondiale.

Al momento, a dire il vero, tutte le rivalità delle nazioni si sono ridotte a questa – una indegna lotta per la loro parte delle spoglie dei paesi barbari da utilizzare in patria al fine di accrescere la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri.

Poiché i beni sono prodotti prima di tutto per la vendita, e solo secondariamente per il consumo, il lavoro è dissipato per ogni dove; poiché la corsa al profitto obbliga l’industriale a competere con i suoi compari a collocare la propria merce nei mercati, abbassando i prezzi, a prescindere dal fatto che vi sia o meno una domanda per questi.

Usando le parole del Manifesto comunista del 1847: «I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni, se non vogliono andare in rovina, ad adottare il sistema di produzione della borghesia, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».

Inoltre, tutto il metodo della distribuzione sotto questo sistema è pieno di sprechi; poiché impiega intere armate di commessi, viaggiatori, venditori, pubblicitari e quant’altro meramente al fine di far passare dei soldi da una tasca all’altra; e questo sciupio nella produzione e spreco nella distribuzione, aggiunto al mantenimento delle vite inutili delle classi possidenti e improduttive, deve essere tutto pagato con i prodotti dei lavoratori, e ciò costituisce un incessante carico sulle loro vite.

Dunque gli inevitabili effetti di questa cosiddetta civiltà sono evidenti nella vita dei suoi schiavi, la classe operaia – nell’angosciante desiderio di riposo quando lavorano, nello squallore e nell’abiezione di quelle parti delle nostre grandi città in cui dimorano; nella degradazione dei loro corpi, nella salute compromessa, nella brevità della loro vita; nella terribile brutalità così comune fra di loro, e che altro non è che il riflesso del cinico egoismo corrente nelle classi del bel mondo, una brutalità tanto detestabile quanto l’altra; e, infine, nella folla di delinquenti che sono tanto le imprese del nostro sistema commerciale quanto le merci scadenti e disgustose prodotte per il consumo e l’assoggettamento dei poveri.

Quale rimedio dunque noi proponiamo a questo fallimento della nostra civiltà, che è ormai ammesso da quasi tutte le persone coscienti?

Abbiamo già detto che i lavoratori, benché producano tutta la ricchezza della società, non hanno alcun controllo sulla loro produzione e distribuzione: le persone che costituiscono l’unica parte veramente organica della società sono trattati come mere appendici del capitale – come una parte del suo macchinario.

Questo deve essere cambiato alla radice: la terra, il capitale, le macchine, le fabbriche, le officine, i magazzini, le vie di comunicazione, le miniere, le banche, tutti i mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza, devono essere dichiarati e trattati come proprietà comune di tutti.

Ciascun uomo riceverà tutto il valore del proprio lavoro, senza detrazione per il profitto di un padrone, e poiché tutti dovranno lavorare, e lo sciupio oggi dovuto alla corsa al profitto sarà finito, la quantità di lavoro necessario svolto da ciascun individuo per portare avanti l’attività essenziale del mondo sarà ridotta a qualcosa come due o tre ore al giorno; in modo che ognuno abbia abbastanza tempo libero per coltivare bisogni intellettuali o altre occupazione congeniali alla sua natura (Nota C).

Questo cambiamento nel metodo di produzione e di distribuzione darà a ciascuno la possibilità di vivere decentemente, e libero dalle sordide ansie della vita quotidiana che ad oggi gravano terribilmente sulla grandissima parte dell’umanità (nota D).

Per di più le relazioni morali e sociali fra gli uomini saranno grandemente modificate da questa conquista della libertà economica, e dalla dispersione delle superstizioni, morali e altre, che necessariamente accompagnano lo stato di schiavitù economica: il senso del dovere si limiterà al conseguimento di obblighi chiari e ben definiti nei confronti della comunità invece che per modellare il carattere e le azioni degli individui su schemi predefiniti al di fuori delle responsabilità sociali (Nota E).

Il nostro moderno matrimonio-proprietà borghese, mantenuto così come è dal suo necessario complemento, la generale prostituzione venale, lascerà il posto a rapporti gentili e umani fra i sessi (nota F).

L’educazione, liberata dai vincoli mercantili da un lato e della superstizione dall’altro, diverrà un pieno dispiegarsi delle diverse facoltà degli uomini per prepararli ad una vita di relazioni sociali e di felicità; perché il lavoro in sé non sarà più considerato una limitazione alla vita, bensì una felicità per ciascuno e per tutti.

Soltanto se avranno luogo questi cambiamenti fondamentali nella vita dell’uomo, soltanto con la trasformazione della Civiltà nel Socialismo, potranno essere cancellate le suddette miserie del mondo (nota G).

Passando alle questioni puramente politiche, l’Assolutismo, il Costituzionalismo, la Repubblica, tutto è stato ormai provato dal nostro attuale sistema sociale, e tutto ha ugualmente fallito nell’affrontare i veri mali della vita.

Tanto meno, d’altro lato, potranno risolvere la questione certi incompleti progetti di riforma sociale ora di pubblico dominio.

Le cosiddette cooperative – ovvero, la cooperazione concorrenziale per il profitto – potranno solo aumentare il numero di piccole società per azioni capitaliste, illudendo di creare una aristocrazia del lavoro, mentre intensificherebbero la durezza del lavoro con l’incentivo a lavorare di più (Nota H).

La nazionalizzazione solo della terra, che molti onesti e sinceri oggi invocano, sarebbe inutile finché il lavoro resta soggetto alla sottrazione del plusvalore inevitabile nel sistema capitalista (Nota I).

Né soluzione migliore sarebbe il Socialismo di Stato, comunque possa esser chiamato, il cui scopo sarebbe fare concessioni alla classe operaia mantenendo in funzione il sistema presente del capitale e del salario: nemmeno innumeri cambiamenti solo amministrativi potranno farci avvicinare realmente al socialismo fintantoché i lavoratori non saranno in possesso di tutto il potere politico (Nota J).

La Socialist League quindi punta alla realizzazione del completo Socialismo Rivoluzionario, ed è conscia che ciò non avverrà mai in alcun paese senza l’aiuto dei lavoratori di tutte le civilizzazioni.

Non i confini geografici, la storia politica, la razza, né le religioni ci fanno rivali o nemici; per noi non ci sono nazioni, ma solo diverse masse di lavoratori ed amici, le cui mutue simpatie sono controllate o corrotte da gruppi di padroni e imbroglioni il cui interesse è fomentare rivalità e odio fra gli abitanti di territori diversi.

È chiaro che per tutte queste masse di lavoratori oppressi e ingannati e per i loro padroni si sta preparando un grande cambiamento: le classi dominanti sono inquiete, ansiose, perfino toccate nella coscienza dalla condizione di quelli che governano; per i mercati del mondo ci si combatte aspramente come non mai; tutto indica il fatto che il grande sistema del commercio sta diventando ingestibile, e sta sfuggendo al controllo dei suoi attuali tutori.

L’unico possibile cambiamento a tutto ciò è il Socialismo.

Come dalla schiavitù si è passati alla servitù, e dalla servitù al cosiddetto sistema del lavoro libero, altrettanto certamente questo darà seguito ad un altro ordine sociale.

Alla realizzazione di questo cambiamento la Socialist League si impegna con fervore.

Per questo farà tutto quanto in suo potere per l’educazione del popolo ai principi di questa grande causa, e si impegnerà a organizzare quelli che accettano questa educazione, in modo che quando arriverà la crisi, che gli eventi in marcia stanno già preparando, ci sarà un organismo di uomini pronti ad occupare le loro dovute posizioni e ad occuparsi dell’irresistibile movimento e dirigerlo.

Uno stretto sodalizio l’uno con l’altro, e un fermo orientamento per il progresso della Causa, determinerà in modo naturale l’organizzazione e la disciplina fra di noi, assolutamente necessarie al successo; ma la vedremo senza quelle distinzioni di grado e di distinzione fra di noi che danno spazio alle opportunità di ambizioni egoistiche di egemonia che hanno così spesso danneggiato la causa dei lavoratori.

Noi lavoriamo per l’eguaglianza e la fratellanza in tutto il mondo, ed è soltanto attraverso l’eguaglianza e la fratellanza che riusciremo a rendere utile il nostro lavoro.

Lottiamo quindi tutti per questo fine! per realizzare il cambiamento dell’ordine sociale, l’unica causa degna dell’interesse dei lavoratori fra tutte quelle che si presentano loro: lavoriamo a questa causa pazientemente, ma pieni di speranza, e senza rifuggire dai sacrifici che richiede.

Impegno nell’imparare i suoi principi, impegno nell’insegnarli, questo è quanto di più necessario per il nostro progredire; ma a questo dobbiamo aggiungere, se vogliamo evitare un rapido fallimento, franchezza e fraterna fiducia reciproca, e leale devozione alla religione del Socialismo, l’unica religione che Socialist League professa.

Note al Manifesto

A. La distribuzione dei beni è necessaria in una comunità quanto la loro produzione; i necessari agenti della distribuzione quindi appartengono realmente alla classe dei produttori, fintanto che effettivamente adempiono a questa funzione, non sono super-pagati, spendono quanto guadagnano per il loro mantenimento, e non vivono sugli interessi di investimenti di denaro; la stessa cosa può esser detta di chi esercita una professione come il medico o l’insegnante. Si potrebbe aggiungere per quanto riguarda i medici che ai giorni nostri la concorrenza che travolge tutto e tutti li mantiene per la maggior parte abbastanza poveri – per la loro posizione nella classe borghese – e alcuni di loro non guadagnando più di un operaio specializzato. Questi uomini non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare da una rivoluzione sociale; di essi, insieme ai più poveri fra i lavoratori della mente, può esser detto che appartengono al proletariato intellettuale; e, a modo loro, sono schiavi del Capitale come i meccanici.
     Una parola o due su coloro della classe operaia che, a forza di “sacrifici e industriosità”, si sono elevati alla posizione di piccoli capitalisti, e hanno, per esempio, denaro in banca o in società edilizie. Questa “aristocrazia del lavoro” ha di fatto una doppia qualità, sono tanto schiavi quanto schiavisti: vivendo relativamente meglio, benché senza speranza di una vita davvero raffinata, offrono buon materiale per i piani dei reazionari; approfittando della vasta diffusione di tale sotto-classe i più preveggenti delle classi dominanti basano le loro speranze per la perpetuazione del presente sistema, sulle sue necessarie fondamenta fatte di spaccalegna e di portatori d’acqua.

B. Gli standard di vita variano nel tempo e fra paesi: è stato sempre questo un argomento di aspra contesa fra datori e prenditori di lavoro, talvolta portando ad una vera guerra fra di loro, e continuamente a scioperi ed altri scontri; ma questa contesa ha sempre avuto il risultato di mantenere almeno una infima classe del lavoro che vive appena al di sopra dal morir di fame. D’altra parte non si può propriamente dire che alcun gruppo di lavoratori abbia una paga di sussistenza se le loro condizioni cadono al di sotto di quelle della borghesia benestante: essi vivono, è vero, ma le statistiche della vita media nelle varie classi mostrano che essi non vivono a lungo quanto le meglio nutrite e non lavoratrici (se davvero fossero necessarie delle statistiche per sostenere tale fatto evidente). Muoiono prima del tempo.

C. Il fine che il vero Socialismo ci mette propone è la realizzazione dell’assoluta eguaglianza di condizioni sulla base dello sviluppo della varietà di capacità, secondo il motto, da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni; ma potrebbe esser necessario, e probabilmente lo sarà, attraversare un periodo di transizione, durante il quale il denaro sarà ancora usato come mezzo di scambio, benché naturalmente non porterà in sé impresso il plusvalore. Varie proposte sono state fatte come pagare il lavoro in questo periodo. La comunità deve obbligare ad un certo ammontare di lavoro ogni persona non minorenne, o fisicamente o mentalmente incapace, tale obbligo è infatti una necessità di natura, la quale non dà niente per niente.
     Primo. Questo lavoro può esser calcolato dal presupposto che ogni persona presti una quantità di lavoro calcolata sulla media che una comune persona sana può prestare in un tempo dato, la base essendo il tempo necessario per la produzione di una data quantità di alimenti. È chiaro che con questo sistema, secondo le differenti capacità un uomo può aver da lavorare più a lungo e un altro uno più breve della media stimata, e così il risultato farebbe decadere l’idea comunistica della assoluta eguaglianza; ma è probabile che queste differenze non avrebbero molto effetto pratico sulla vita sociale; perché i vantaggi guadagnati dai lavoratori migliori non si potrebbero trasmutare nel potere di appropriarsi dagli altri di lavoro non pagato, poiché la rendita, i profitti e l’interesse avrebbero cessato di esistere. Coloro che ottenessero dei beni in più dovrebbero consumarli essi stessi, e non potrebbero esser per loro di altra utilità. Deve anche ricordarsi che tramite le macchine la tendenza della moderna produzione è ad eguagliare le capacità di lavoro, in modo tale che sono ridotti in qualche modo ad uguali capacità i non specializzati, i deboli, le donne ed anche i bambini. Naturalmente deve intendersi che questa è una situazione tratta dallo stato presente della nostra produzione industriale, che per suoi motivi impiega donne e bambini a preferenza degli adulti.
     Secondo, il lavoro potrebbe essere così organizzato in modo che ne sia alla base una stimata media necessaria di tempo, cosicché nessuno avrebbe da lavorare più di un altro, e la comunità dovrebbe sopperire alle differenze fra le varie capacità, e l’inevitabile mancanza di qualcuno sarebbe compensata dalla superiorità di altri. La borghesia ovviamente griderà che questo offrirebbe un premio agli oziosi e agli stupidi; ma ancora una volta non dobbiamo dimenticare che l’uso delle macchine ridurrà di molto la difficoltà; ed inoltre che, poiché ognuno sarà incoraggiato a sviluppare la sua speciale capacità, una utile collocazione potrà essere trovata per tutti; e questo fatto eliminerà quasi totalmente detta difficoltà. Qualsiasi svantaggio residuo si risolverebbe nell’etica rivoluzionaria dell’epoca socialista, che farebbe sentire come primo dovere lo slancio nell’adempimento delle funzioni sociali: scansare il lavoro sarebbe sentito come un disonore come oggi per un uomo comune quella di un ufficiale di un esercito codardo davanti al nemico, e sarebbe ugualmente ricusata.
     Infine, guardiamo avanti al tempo quando ogni tipo di scambio avrà cessato interamente di esistere; proprio come non è mai esistito nel Comunismo primitivo che ha preceduto la Civiltà.
     Il nemico dirà: «Questo è regredire e non progresso»; al quale rispondiamo: Ogni progresso, ogni distinto ciclo di progresso, comprende un movimento tanto di regresso quanto di progresso; il nuovo divenire ritorna ad un punto che rappresenta un più vecchio principio che eleva su un piano più alto; il vecchio principio riappare trasformato, purificato, reso più forte, e pronto ad avanzare in una più piena vita che si è fatta strada attraverso la sua morte apparente. Come esempio (imperfetto come tutti gli esempi non possono non essere) prendiamo il caso dell’avanzamento di una spirale – il progresso di ogni vita non è secondo una linea diritta ma una spirale.

D. La libertà da queste squallide ansietà offre l’unica opportunità di uscita dalla inutilità o dall’amarezza, in una delle quali la vita degli uomini oggi precipita. Allora una reale varietà e un sano entusiasmo penetrerà nella vita degli uomini. Allora avrà fine quell’ “opaco livello di mediocrità” che è una necessaria caratteristica dell’epoca della produzione capitalistica, le cui forze tranne quelle di una piccola minoranza divengono solo delle macchine. L’individualità del carattere sarà il vero prodotto della produzione comune, indifferenti all’arrampicarsi per il guadagno individuale che uniforma tutte le individualità ad un solo livello dando loro come scopo della vita un oggetto sordido in sé, e al quale tutti gli altri obiettivi ed aspirazioni, per quanto nobili, devono prostrarsi ed essere sussidiari.

E. Un nuovo sistema di produzione industriale deve necessariamente portare con sé una sua propria moralità. La moralità – che in un dato stato della Società non significava altro che la responsabilità dell’uomo individuo verso la società intera della quale egli forma una parte – assunse il significato del dovere nei confronti di un essere sovrannaturale che arbitrariamente crea e dirige la sua coscienza e le leggi che la debbono governare; beninteso gli attributi di questo essere non sono che il riflesso di alcune fasi passeggere dell’esistenza dell’uomo, e cambiano più o meno con il cambiare di queste fasi. Una moralità puramente teologica, quindi, significa semplicemente una sopravvivenza di una condizione passata della Società; si può aggiungere che, per quanto sacra possa essere comunemente creduta, essa è messa da parte con pochi scrupoli quando entra in conflitto con le necessità (non previste alla sua nascita) proprie del presente stato di cose.
     Il cambiamento economico che noi peroriamo, quindi, non sarebbe stabile se non accompagnato da una corrispondente rivoluzione nell’etica, che, comunque, è certo che la accompagna, poiché le due cose sono elementi inseparabili di un insieme, cioè dell’evoluzione sociale.

F. In un sistema socialista i contratti fra individui saranno volontari e non imposti dalla comunità. Questo si estende al contratto di matrimonio come agli altri, che diverrà una questione di semplice affinità. La donna, inoltre, condividerà la sicurezza dei mezzi di sostentamento, dei quali ci sarà a sufficienza per tutti; e i bambini saranno trattati dalla nascita come membri della comunità col diritto di goderne di tutti i vantaggi; cosicché la costrizione economica non verrà a pesare sul contratto più di quanto lo poteva la costrizione legale. Nemmeno una pubblica opinione veramente illuminata, liberata dalle rudimentali concezioni teologiche riguardo alla castità, insisterà sulla loro natura sempre vincolante di fronte agli stati di disagio o di sofferenza che ne potrebbero derivare.

G. Il primo stadio scoperto di società umana era fondato su basi comunistiche. Le attività religiose, etiche, politiche, economiche, artistiche non erano sviluppate in ruoli separati, che erano solo latenti. La civiltà, che in realtà significò lo sviluppo del grande antagonismo fra individuo e Società, nel corso della sua evoluzione mise in evidenza questi aspetti assegnati a livelli distinti della vita umana, al prezzo di tutte le miserie che questo antagonismo necessariamente produceva. Il progresso storico (cioè il Periodo Storico della evoluzione umana) semplicemente significa il separarsi di queste varie sfere con gli antagonismi che hanno implicato; “Felice – dice il proverbio – è il popolo che non ha storia”. Il Socialismo chiude l’era degli antagonismi e, sebbene non possiamo accettare il finalismo, in ogni caso al momento non possiamo scorgere nient’altro oltre di esso.

H. Gli enti cosiddetti cooperativi, qualunque possa essere il loro ordinamento interno, devono, per quanto concerne i loro affari esterni, comportarsi come capitalisti al pari degli altri; anche i loro membri individui verso l’esterno sono ciascuno di essi dei capitalisti. E questo vale anche per quelle società cooperative che riescano a conformarsi al loro ideale, e dividano i profitti ugualmente fra i loro operai; ma noi crediamo che nessuna di esse arriva a questo ideale, e che la maggior parte di quelle esistenti sono solo delle società per azioni gestite secondo i più puri principi del business.

I. Oggi, e da quando è stato abolito il sistema feudale, con i conseguenti diritti legali del proprietario fondiario, la terra non è che una forma del capitale. La terra che una fattoria occupa è parte del capitale costante dell’imprenditore, proprio come il suo fabbricato o le sue macchine. La rendita che un fondiario trae dalla sua terra è esattamente analoga all’interesse sul denaro di un prestatore; è una delle molte forme per spremere plusvalore dal lavoro.

J. Con potere politico non intendiamo l’esercizio del diritto di voto, e nemmeno il più perfetto sviluppo del sistema rappresentativo, ma il diretto controllo da parte del popolo su tutta l’amministrazione della comunità, qualunque debba essere il destino finale di questa amministrazione. Azzardiamo suggerire che il primo passo in questo stadio di transizione verso il Comunismo possa probabilmente essere la promulgazione di una legge sul salario minimo ed un massimo dei prezzi applicati a tutti i prodotti industriali, compresa la distribuzione dei beni; ci sembra che questo, insieme alla immediata abolizione delle leggi a difesa dei contratti, distruggerebbe subito la possibilità di far profitti, e ci darebbe l’opportunità di mettere in ordine di lavoro l’organizzazione volontaria e decentralizzata della produzione che noi speriamo veder prendere il posto della attuale Gerarchia della Costrizione.