Evoluzione e dinamica della forma sindacale
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Rapporto esposto alla riunione generale del 6-7 maggio 1978 [RG11]
Nel succedersi dei grandi cicli storici seguiti al vittorioso affermarsi della borghesia dopo la rivoluzione del 1789 le forme di associazione economica del proletariato hanno subito vicissitudini varie passando dalla aperta negazione da parte dello Stato borghese, al riconoscimento legale e al tentativo di conquista dall’interno, fino al sindacato unico statale, coatto.
Lo svolgersi di questa dinamica delle forme sindacali ha condotto nelle varie epoche a risultati diversi, talvolta contraddittori (ad esempio le stesse organizzazioni che nel 1914 furono utilizzate dalla borghesia per portare il proletariato alla guerra, servirono poi al proletariato stesso per la mobilitazione anticapitalistica, divenendo, in molti casi, vere e proprie “cittadelle rosse”).
La storia del movimento sindacale va perciò letta in senso dinamico e non formalistico e il succedersi delle varie forme di organizzazione operaia non può essere attribuito ad una “spontanea evoluzione” di esse in un senso o nell’altro. È l’esito favorevole o sfavorevole della lotta di classe che ha determinato il prevalere dell’una o dell’altra forma di inquadramento sindacale e questo non è che uno degli aspetti della lotta tra proletariato e borghesia. Quest’ultima nel primo dopoguerra riuscì a imporre le proprie forme di organizzazione sindacale, legate alla solidarietà nazionale, solo dopo la sconfitta dell’assalto rivoluzionario in occidente, la distruzione delle gloriose Camere del lavoro, la degenerazione della III Internazionale.
Secondo il nostro tradizionale schema, vediamo il succedersi nelle grandi aree geopolitiche di cicli storici che non ammettono ritorni indietro e nei quali lo scontro tra le classi si risolve in linee di tendenza determinate dallo sviluppo delle forze produttive, dall’esito delle precedenti battaglie, dai rapporti di forza tra le classi.
1848-1871 Fase liberista: divieto
Finite le guerre nazionali nell’Europa occidentale, il proletariato, prima inquadrato nel fronte borghese antifeudale, si manifesta per la prima volta come classe autonoma rispetto alla borghesia e alla piccola borghesia con proprie rivendicazioni e proprie organizzazioni. Siamo nell’epoca liberistica della borghesia la quale, ancora divisa nelle sue varie frazioni: proprietà fondiaria, borghesia industriale e finanziaria, risolve i propri contrasti interni nel parlamento che è allora organo essenziale per il funzionamento della macchina statale.
Scioperi e organizzazioni operaie sono proibiti per legge e questo dà alle lotte economiche un carattere immediatamente politico perché la difesa del pane non può essere attuata se non scontrandosi contro l’apparato statale borghese. Per la stessa ragione il sorgere degli organismi economici operai va di pari passo con lo svilupparsi del partito di classe, la Prima Internazionale, ed è a questa collegato con mille fili. Alla fine del ciclo c’è la repressione del proletariato parigino ad opera delle borghesie francese e prussiana unite, che segnerà la chiusura per tutta l’Europa Occidentale delle guerre nazionali. Dopo la Comune di Parigi si avrà anche la definitiva separazione della tendenza anarchica da quella marxista, che fino ad allora convivevano nella Internazionale e la separazione da questa delle potenti Trade Unions inglesi, che preannunciano già una tendenza alla chiusura corporativa e alla subordinazione ad indirizzi conservatori borghesi.
Il ciclo si chiude con un risultato definitivamente fissato per il proletariato europeo: il movimento economico e l’organizzazione degli operai appare ormai ineliminabile alla stessa borghesia ed essa non si proporrà più la sua distruzione, ma il suo influenzamento e il suo distacco dall’indirizzo rivoluzionario.
1871-1914 Fase di espansione: assoggettamento
È il periodo di sviluppo “pacifico” della borghesia e dell’estendersi del modo di produzione capitalistico alla scala mondiale. L’espansione economica produce la crescita numerica e la concentrazione sempre maggiore del proletariato le cui organizzazioni si espandono e si rafforzano. Lo svilupparsi delle organizzazioni operaie procede di pari passo col risorgere del partito di classe, la Seconda Internazionale, che le incoraggia e le potenzia. In Italia in particolare, questo processo si svolge in ritardo rispetto agli altri paesi, e la nascita delle leghe proletarie ai primi del ‘900 è strettamente connessa al sorgere del Partito Socialista con il quale manterranno sempre strettissimi legami.
La borghesia non può più tentare la distruzione fisica delle organizzazioni del proletariato ed è costretta a riconoscerne l’esistenza, contraddicendo la sua dottrina liberale. Essa crea però propri sindacati bianchi e gialli contrapposti ai sindacati rossi legati al Partito. Parallelamente tenta di influenzare le organizzazioni operaie dall’interno, attraverso le tendenze riformiste e revisioniste.
Queste tendenze trovano la loro base materiale negli strati di aristocrazie operaie che il capitalismo ha potuto creare grazie alle conquiste coloniali e allo sfruttamento bestiale del proletariato e del contadiname dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. È grazie ai proventi di questo sfruttamento che il capitale ha potuto, gettando loro qualche briciola, corrompere vasti strati del proletariato europeo dando forza alle tendenze revisioniste, pacifiste, legalitarie. Un lungo periodo di floridezza economica e di espansione sembra aver allontanato per sempre la catastrofe economica e sociale avvalorando le tesi dei revisori e dei negatori della dottrina marxista.
In seno ai sindacati tali tendenze si manifestano con la rivendicazione della neutralità sindacale, cioè della indipendenza rispetto al partito di classe e di una pretesa autonomia degli organismi sindacali che altro non significa se non sottrarli alla influenza del partito comunista per assoggettarli all’indirizzo borghese.
Le tendenze revisioniste e riformiste, sempre contrastate dal marxismo rivoluzionario, si sviluppano progressivamente fino a divenire, alla vigilia della guerra, dominanti in tutti i partiti della Seconda Internazionale.
Lo scoppio della guerra mondiale fa precipitare la situazione: in tutta Europa, i partiti della Seconda Internazionale – fatta eccezione per il PSI che mantenne l’ambigua formula “né aderire, né sabotare” – passano direttamente nel campo borghese ed è solo grazie al loro aiuto che la borghesia riesce a portare il proletariato di tutti i paesi a scannarsi sui fronti di guerra. Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali e con la loro utilizzazione per la mobilitazione patriottica dei lavoratori. È una grande vittoria per la borghesia.
1914-1926 Parabola rivoluzionaria: la cinghia di trasmissione
Solo piccole minoranze all’interno dei partiti socialisti rimangono su posizioni coerentemente rivoluzionarie. I primi due anni di guerra sono caratterizzati in tutti i paesi dalla assenza di lotte proletarie. Ma le condizioni di vita create dalla guerra, le sofferenze, i massacri, le privazioni rimettono ben presto in moto il proletariato. Si hanno le prime manifestazioni contro la guerra, per la pace, per il pane, al fronte come nelle retrovie. Alla pressione delle condizioni economiche si accompagna la vivacità di una tradizione recente di lotta di classe che il tradimento della socialdemocrazia ha potuto solo offuscare ma non spegnere.
Il 1917 in Russia rafforza e stimola enormemente le lotte del proletariato in Europa Occidentale, rafforza altresì le ali rivoluzionarie all’interno dei vecchi partiti. Alla fine della guerra e nell’ultimo periodo di essa lo slancio del proletariato europeo è enorme e le lotte non si fermano alla difesa economica, ma raggiungono il culmine di organizzazione e di lotta armata contro lo Stato. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, le varie borghesie sono costrette a concludere frettolosamente la pace per evitare che l’ondata rivoluzionaria dilaghi dopo l’esempio russo. In Germania, alla fine del 1918, il movimento dei soviet e le insurrezioni si succedono senza però incontrarsi con un partito politico coerentemente rivoluzionario e si spezzano nel gennaio 1919 in una sanguinosa sconfitta.
Passata la guerra, nel biennio 1919-1920, la repressione delle masse proletarie raggiunge in tutta Europa la massima intensità. Gli operai rispondono immediatamente con la lotta alla crisi economica che segue in tutti i paesi gli anni di guerra. Formidabili scioperi si susseguono in tutte le categorie. Per condurre questa lotta in difesa delle proprie condizioni materiali si dimostrano ancora utilizzabili i vecchi sindacati anche se la loro direzione è nelle mani dei riformisti. In Italia la CGL si gonfia a dismisura passando in breve tempo (1918-1920) da 249.039 a 2.150.000 iscritti. Parallelamente sorgono sui posti di lavoro, per necessità della lotta immediata, i consigli di fabbrica. L’afflusso di queste masse enormi nei vecchi sindacati, che ancora mantengono una struttura operaia, vi apporta una ventata di entusiasmo classista, di sano odio contro i padroni e le loro istituzioni trasformandoli in molti casi in vere e proprie cittadelle rosse. La borghesia attende, affidandosi all’opera dei riformisti, la piccola borghesia è intimorita e quindi oscilla dalla parte del proletariato: è significativo il fatto che durante gli scioperi i bottegai portino le chiavi dei loro negozi alla Camera del Lavoro ed aprono agli scioperanti un credito illimitato perché possano sfamarsi. La forza è dalla parte dei lavoratori e quindi il “consenso dell’opinione pubblica” non può mancare: è una lezione da non dimenticare.
I bonzi opportunisti cercano con ogni mezzo di limitare l’accesso alle organizzazioni sindacali, di frenare le lotte, di mantenerle nel quadro dell’ordine borghese. Si accende subito all’interno dei sindacati una feroce lotta contro la direzione opportunista.
I comunisti sono al proprio posto in questa battaglia, denunciano al proletariato l’opera disfattista della centrale della Confederazione e muovono alla conquista della direzione dei sindacati, cercando di espellerne i capi traditori.
Nel 1920 il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista dettava le sue tesi “Sui sindacati e sui consigli di fabbrica”. Due visioni deformi vengono in esse combattute: quella kapedeista, negatrice del sindacato, secondo la quale gli operai rivoluzionari dovrebbero staccarsi e organizzarsi separatamente dalla grande maggioranza del proletariato, e quella consiliarista che vedeva nei consigli di fabbrica, organi contingenti di lotta, la forma finalmente scoperta che avrebbe sostituito i vecchi sindacati. Le tesi stabiliscono che i comunisti hanno il compito di penetrare all’interno delle organizzazioni operaie per conquistarne la direzione dimostrando che l’indirizzo pratico del partito è il più efficace per la difesa del pane e farle divenire cinghia di trasmissione, tra il Partito e le masse proletarie, dell’indirizzo rivoluzionario.
In tutta l’Europa occidentale i marxisti rivoluzionari si separano per sempre dai socialdemocratici. Sorgono i partiti comunisti sezioni della Terza Internazionale, spesso deboli, difettosi ma con una larga influenza sul proletariato. Alla centrale sindacale gialla di Amsterdam si contrappone l’Internazionale dei sindacati rossi di Mosca che ha dichiarato guerra alle classi ricche e chiama i proletari di tutto il mondo alla lotta di classe senza quartiere.
All’ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, il capitalismo risponde in Italia e Germania con la reazione fascista e con il tradimento dei capi riformisti. Mentre le bande fasciste e le forze regolari dello Stato attaccano le Camere del Lavoro e perseguitano i proletari più decisi, trovando una valida resistenza solo nelle milizie operaie organizzate dal Partito Comunista d’Italia, i capi del PSI e della CGL disarmano il proletariato impedendogli di reagire, spezzando gli scioperi, cercando di portarlo sul terreno della solidarietà nazionale anziché su quello della lotta di classe. Senza l’azione di tradimento dei socialdemocratici, le bande fasciste non avrebbero mai avuto la forza di attaccare le organizzazioni rosse, tanto che gli operai, sebbene semi-disarmati, seppero dare a quelle memorabili lezioni.
Solo il Partito Comunista si schierò con tutte le sue forze in difesa delle organizzazioni di classe che, anche se dirette da agenti della borghesia, erano ancora un valido strumento per le masse proletarie. L’ultimo episodio della reazione di classe si ebbe con lo sciopero generale dell’agosto 1922 indetto dalla Alleanza del Lavoro (la quale, sorta per iniziativa comunista, avrebbe dovuto costituire un fronte delle forze proletarie contro l’offensiva borghese). Lo sciopero fu sabotato dai capi riformisti della Confederazione e da quelli anarchici dell’USI, che nel pieno dell’azione dettero l’ordine di ritirata. Dopo questa sconfitta le forze borghesi hanno praticamente via libera e prendono il sopravvento, sempre validamente contrastate dalle forze organizzate dal Partito Comunista che cercheranno di salvare il salvabile, non cedendo mai un palmo di terreno senza combattere. Ma saranno ancora una volta i traditori a dare al proletariato il “colpo alla nuca”: nel 1926 i dirigenti della CGL ne dichiararono lo scioglimento demoralizzando quei proletari che ancora si battevano sul fronte dei sindacati rossi.
Nell’Internazionale intanto, in seguito alla sconfitta della rivoluzione nell’occidente, prendono il sopravvento le forze della controrivoluzione: lo stalinismo. Partendo da deviazioni nel campo tattico (nella speranza di rovesciare i rapporti di forza ormai sfavorevoli) si arrivò a stravolgere gli stessi principi e le finalità del Partito Comunista Mondiale che divenne uno strumento nelle mani dello Stato russo. Solo la Sinistra Italiana e l’opposizione russa guidata da Trotski si opposero alla degenerazione staliniana. Lo stesso processo si svolse in tutti i paesi e i sedicenti partiti comunisti legati a Mosca conservarono le stesse insegne ma passarono nel campo nemico abbandonando il programma rivoluzionario per porsi al servizio dei vari interessi nazionali.
Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato
a) 1926-1945 periodo fascista
La crisi del 1929 passò senza che si verificasse nessuna ondata rivoluzionaria e la borghesia poté poi risolvere le sue contraddizioni con la seconda guerra mondiale, macello per milioni di proletari, che vide quella che era stata la gloriosa repubblica dei Soviet prima alleata dell’imperialismo tedesco, poi al fianco dell’imperialismo americano nel nome della democrazia. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei veri comunisti nel primo conflitto mondiale: guerra alla guerra, no alla solidarietà nazionale, trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe!
Finita l’ondata rivoluzionaria, distrutto il Partito Comunista Mondiale, la borghesia può tranquillamente, senza ostacoli attuare il suo piano di inquadramento sindacale degli operai: essi non hanno più il loro partito, non si considerano più una classe legata internazionalmente e contrapposta alle altre classi, ma un “fattore della produzione”, una componente del popolo, della Nazione, che assieme al Capitale contribuisce al bene e alla prosperità della Patria. Nella concezione fascista il salario deve essere sì difeso, ma solo se ciò non arreca danno alla economia nazionale; conflitti vi possono essere ma al di sopra di questi vale per tutti l’imperativo della solidarietà nazionale. È il programma riformista che la borghesia, unificata nel suo partito fascista, tenta di realizzare praticamente.
Tutto il proletariato viene obbligatoriamente inquadrato in sindacati che sono a tutti gli effetti organi dello Stato; la borghesia non può più sopportare l’esistenza di sindacati liberi anche se a direzione non rivoluzionaria. La Camera delle Corporazioni riunisce i rappresentanti dei vari “fattori produttivi” (oggi si direbbe “parti sociali”): industriali e pretesi rappresentanti operai che, sotto la supervisione dello Stato, dirimono le eventuali controversie.
Parallelamente lo Stato vara dall’alto una serie di misure previdenziali e assistenziali volte a disciplinare lo sfruttamento della mano d’opera, a garantire la produzione, a prevenire azioni di classe: queste misure non sono altro che le riforme, bandiera di sempre dei socialdemocratici.
Contemporaneamente lo Stato si evolve in senso totalitario. La borghesia non ha più bisogno del parlamento ed elimina le forme della democrazia elettiva perfezionando la sua macchina statale che si delinea sempre più come un gigantesco apparato amministrativo-burocratico-militare che ditta su tutti i settori della società. Massima centralizzazione, partito unico, predominio assoluto dell’esecutivo, tentativo di pianificare e regolamentare ogni settore della vita economica e sociale.
Questo processo corrisponde all’evolversi dell’economia in senso monopolistico. Il contrasto tra le varie fazioni della borghesia si è da tempo definitivamente risolto a favore del capitale finanziario che ora domina incontrastato. Tutta l’economia è in mano alle grandi holdings finanziarie che, in ogni settore produttivo, operano in regime di monopolio. Lo Stato stesso interviene massicciamente nell’economia e in Italia in particolare è il capitalista più forte.
L’ottocentesco padrone delle ferriere cede progressivamente il posto al manager statale stipendiato di lusso, al finanziere, all’anonima società per azioni.
Il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro validi ovunque e rispettati: ecco perché deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nei sindacati di Stato.
Questo processo, nei paesi a capitalismo più forte quali Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America, dove non vi fu un forte partito rivoluzionario, si svolge pacificamente e la borghesia può mantenere le forme della democrazia elettiva e sindacati ad adesione formalmente libera e volontaria. Si realizza cioè lo stesso processo: accentramento della macchina statale, sottomissione del proletariato alla solidarietà nazionale, senza bisogno di ricorrere alla dittatura aperta. Tutte le forze politiche si sottomettono spontaneamente allo Stato, la classe operaia, corrotta dalle misure assistenziali tipo New Deal americano (riprese dal fascismo italiano), si lascia condurre tranquillamente alla guerra e in essa si afferma la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero se questo indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, pace eterna fra lavoro e capitale. È il sindacalismo fascista mascherato, che si affermerà anche in Italia e in Germania nel secondo dopoguerra e che il nostro partito definirà: “sindacalismo tricolore”.
b) 1945 periodo post-fascista: Il sindacalismo tricolore
Vinta la guerra gli alleati, che hanno trascinato la classe operaia a farsi scannare nel nome della democrazia, per la “libertà” contro la dittatura fascista, impongono alle vinte Italia e Germania il ripristino delle forme democratiche: libere elezioni, parlamento. In campo sindacale i partiti già precedentemente uniti nel CLN costituiscono dall’alto una centrale sindacale che si chiamerà Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Ma le tendenze che hanno portato all’affermarsi del fascismo come metodo di governo della macchina statale borghese non solo permangono, ma si accentuano sempre più. Grandi imperi finanziari, massiccio intervento statale e tentativi di pianificare l’economia, rafforzamento dell’apparato repressivo statale, predominio assoluto dell’esecutivo sul legislativo. Il parlamento è ormai ridotto ad uno “specchietto per le allodole”: serve solo a far credere agli operai che lo Stato è anche il loro Stato poiché essi sono liberi di eleggere i propri rappresentanti. Sono gli stessi opportunisti di oggi a confermare implicitamente questi fatti quando lamentano il ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, il permanere delle leggi fasciste, ecc.
I partiti cosiddetti antifascisti non sono in realtà che un unico partito, essendosi tutti quanti sottomessi allo Stato che oggi giustamente li finanzia. I sindacati formalmente liberi formati nel secondo dopoguerra sono i continuatori del sindacato statale fascista, sono “cuciti sul modello Mussolini”. La loro funzione è infatti è quella di tenere la classe operaia inchiodata alla solidarietà nazionale, di impedire che essa si muova sul terreno di classe, di far sì che gli operai non si sentano una classe separata ma una “componente della nazione”. Questo è il sindacalismo che il Partito ha chiamato “tricolore”.
Esso tende ineluttabilmente verso l’inquadramento aperto nell’apparato statale. La legge dello Stato prevede infatti per i sindacati il riconoscimento giuridico, cioè la loro istituzionalizzazione e in questo essi hanno compiuto numerosi passi come l’istituzione della delega, cioè del metodo di riscossione delle quote attraverso gli uffici statali e padronali (metodo di un’organizzazione che ha di fatto firmato la pace sociale e ha rinunciato per sempre alla lotta di classe), e la prassi progressivamente affermatasi di risolvere le controversie attorno al tavolo delle trattative, sotto l’alto patrocinio dello Stato, partendo non dalle esigenze dei lavoratori ma da quelle dell’economia nazionale.
Per mezzo dei sindacati tricolore la borghesia italiana ha potuto ricostruire sulla pelle del proletariato il proprio apparato produttivo distrutto dalla guerra, riaffacciarsi sul mercato mondiale, realizzare profitti immensi, arricchirsi smisuratamente con il bestiale sfruttamento della mano d’opera. Che cosa ci ha guadagnato la classe operaia? Dieci anni di briciole, di effimero benessere e poi di nuovo – con la crisi – disoccupazione, sacrifici, fame.
Spinti dalla pressione operaia i sindacati tricolore sono costretti anche ad indire scioperi: essi lo fanno però in modo tale che queste azioni risultino delle semplici dimostrazioni, proteste formali, non mai delle vere battaglie di classe. Essi sabotano qualsiasi rivendicazione, qualsiasi lotta che metta in pericolo l’ordine capitalistico. Come i sindacati fascisti essi si muovono: “suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato” e la loro specifica funzione è quella di “togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo”.
La Confederazione Generale del Lavoro del 1921, anche se diretta dai riformisti, era un sindacato di classe anticapitalista, un’organizzazione squisitamente operaia sorta dalla lotta, che il proletariato poteva utilizzare per la propria difesa contro il padronato e contro gli stessi dirigenti traditori. Sul suo statuto si leggeva:
«Articolo 1) È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro (…)
«Art. 2) La Confederazione è costituita: a) da tutte le federazioni nazionali di industria e di professione, che hanno funzioni di resistenza e che sono sulla direttiva della lotta di classe (…) b) da tutte le Camere del Lavoro che si attengono ai compiti generali ed integratori della resistenza loro propri, che sono sulla direttiva della lotta di classe».
L’Articolo 3) così stabiliva le funzioni della Confederazione «(…) la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al disopra di qualsiasi distinzione politica (…) perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice, ed ogni movimento generale, determinato dalla acutizzazione della lotta di classe, venga indirizzato a scopi pratici».
Nella “Carta del Lavoro” Fascista si leggeva:
«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la Nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del lavoro, ma tutta la politica fascista (…) L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori per cui è costituito; di tutelarne di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, d’imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate d’interesse pubblico (…)
«Nel contratto collettivo di lavoro, trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considerano più come nemici, ma come cordiali collaboratori nel comune intento di migliorare la produzione».
L’Articolo 1) dello Statuto della Confederazione Generale Italiana del lavoro afferma:
«La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è una organizzazione nazionale di lavoratori. Essa organizza i lavoratori che – indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e di appartenenza a qualsiasi gruppo etnico – accettando e praticando i principi del proprio Statuto, considerano la fedeltà alla libertà e alla democrazia fondamento permanente della attività sindacale (…)
«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la Costituzione della Repubblica Italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate».
E nella Costituzione si dice appunto che:
«Articolo 39) L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
«È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
«Articolo 40) Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».
Il sindacalismo tricolore quindi non differisce nella sua politica da quello fascista.
I sindacati del secondo dopoguerra non sono tuttavia ancora organi dello Stato, ma tendono inevitabilmente a diventarlo e in questo senso hanno compiuto notevoli passi, quali l’introduzione della delega.
Il ristabilimento nel 1945 della adesione formalmente libera e volontaria al sindacato significa che la borghesia, grazie al PCI e al PSI, ha potuto legare a sé le masse sfruttate senza bisogno di ricorrere al sindacato di Stato coatto.
Facendo leva su una tradizione usurpata e sulla corruzione di consistenti aristocrazie operaie, i partiti opportunisti sono riusciti a legare le masse sfruttate al carro dell’economia borghese che ora, dopo dieci anni di “boom” le sta di nuovo spingendo nella stessa miseria del primo dopoguerra.
Ma come è irreversibile la tendenza della borghesia a imprigionare gli operai in sindacati di regime, così è irreversibile la crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e con essa di tutte le conquiste che si credevano eterne, di tutti gli inganni democratici, di tutte le illusioni pacifiste.
Non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta, che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il Sindacato di classe.
Sindacato tricolore e sindacato di classe sono due termini antitetici; l’uno esclude l’altro. Gli operai dovranno rompere l’apparato che ora lega le proprie condizioni di esistenza alle vicende dell’economia del profitto per affermare con la forza il proprio diritto di vivere e di lavorare anche quando i profitti delle imprese diminuiscono.
La rinascita del sindacato di classe perciò dovrà avvenire contro l’attuale politica e struttura sindacale, contro la solidarietà nazionale, per la solidarietà tra tutti gli sfruttati contro le classi dominanti.