Considerazioni sulla tattica di partito per il lavoro sindacale
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La lotta economica dei lavoratori è un aspetto essenziale del lavoro del Partito Comunista. Essa è per noi decisiva per due ordini di motivi strettamente intrecciati fra loro: 1) è, giusta Lenin, la “scuola di guerra” del proletariato poiché permette la penetrazione del Partito fra le masse proletarie grazie al contatto costante con esse e in virtù della capacità di indicare le rivendicazioni più conseguenti e i metodi più efficaci per conseguire gli interessi propri della classe; 2) l’incessante lotta economica del proletariato è una pietra d’inciampo per il capitale ogni qualvolta esso tenta di trovare una soluzione alle proprie crisi intensificando il saggio di sfruttamento, riducendo il salario diretto e indiretto, aumentando la composizione organica del capitale (aumento del capitale costante a detrimento del capitale variabile, cioè il lavoro) con la conseguente espulsione di forza lavoro dal ciclo produttivo.
D’altronde sappiamo bene sin dai tempi del Manifesto del partito comunista (1848) che “ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall’aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle diverse località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere”.
Quindi il risultato centrale, fondamentale, per il partito è quello di favorire il collegamento tra i vari settori della classe operaia, e la percezione da parte dei proletari della loro esistenza come massa con gli stessi interessi e obiettivi, quindi una classe, contrapposta a quella degli sfruttatori. Mentre il risultato materiale della singola lotta, anche se positivo, è sempre temporaneo, da difendere poi dai successivi e inevitabili attacchi del padronato, e del suo Stato.
Quali sono dunque le attività sindacali laddove queste siano effettivamente possibili e quale deve essere il lavoro di partito in relazione alle lotte economiche dei lavoratori?
L’espressione “lavoro sindacale” non va intesa come limitata al lavoro che si svolge esclusivamente all’interno dei sindacati (con la consueta liturgia dell’elezione democratica dei delegati e la conquista di posizioni dirigenziali all’interno delle varie organizzazioni sindacali), ma deve riferirsi a tutte le lotte economiche della classe operaia, ovunque e comunque queste si svolgano. I membri del partito fanno parte dei sindacati indipendentemente dal fatto che possano o meno influenzare quel particolare sindacato a breve termine, o essere eletti democraticamente a posizioni dirigenziali; l’obiettivo è essere coinvolti nelle lotte economiche della classe operaia in ogni occasione possibile, e compatibilmente con le forze del partito, anche se queste in alcune occasioni sono rappresentate da non proletari, al fine di mantenere e rafforzare il contatto con la classe, in modo da farle avere sempre l’indicazione del partito circa il modo migliore per condurre la lotta, che noi sappiamo è quello più adeguato a raggiungere gli obiettivi, e allo stesso tempo a presentare ai proletari, nelle situazioni adeguate, l’unica soluzione definitiva della loro condizione di sfruttati, quella rivoluzionaria.
Il partito deve avere sempre chiaro quale è il suo compito, e quali sono i mezzi che può utilizzare, in funzione della situazione reale che affronta, nel tempo e nello spazio. E questo perché mai le nostre posizioni dottrinarie sono acquisite una volta per tutte, e vanno costantemente scolpite dalle generazioni di comunisti che si succedono, anche quando si tratta di chiarire i limiti della tattica all’interno dei quali si può operare. Se anche per i temi di dottrina generale la scolpitura (un continuo e progressivo chiarimento del percorso obbligato del partito) è sempre un fondamentale lavoro del partito, alla luce delle esperienze storiche acquisite, questo è tanto più vero nel campo delle attività pratiche, e segnatamente quella sindacale: “I limiti tattici non li traccia la teoria, ma la realtà”.
Per elaborare la nostra tattica per la mefitica situazione attuale, e soprattutto per la ripresa futura delle lotte, dobbiamo riaffermare i cardini dell’azione di partito, come è tradizione, tornando ai principi fondamentali e alle esperienze del nostro passato: il marxismo, il Comintern, il PCd’I che per primo pose la questione del “fronte unico sindacale”, e il Profintern degli anni ’20. Certo, l’esperienza nei diversi paesi variava a seconda della forza reazionaria capitalista e dei suoi agenti negli organi proletari, nonché delle diverse strutture sindacali dell’epoca, ma le indicazioni emanate dalle importanti organizzazioni internazionali e dal nostro partito avevano un valore generale.
In quegli anni le organizzazioni immediate della classe operaia avevano, anche in periodo normale, quella che oggi si direbbe una gigantesca “carica rivoluzionaria”, e questa non era – come non sarà mai neppure nelle fasi di alta tensione sociale – il prodotto dell’acquisizione di una coscienza dei fini e obiettivi ultimi del moto proletario, ma delle imperiose necessità materiali che la determinavano. Ciò vale per la classe come per l’individuo; il rapporto non è coscienza prima e azione poi, ma spinta economica prima, azione poi, coscienza infine, e coscienza che si realizza non già nel singolo, ma nel partito, che ha il compito di rovesciare il percorso, utilizzando tale coscienza per guidare la classe, sia nel campo delle lotte economiche che in quello della lotta politica, armata.
Nel primo dopoguerra si assistette al fenomeno storico del passaggio, da parte dello Stato, dalla tolleranza delle organizzazioni operaie alla loro conquista. Un fenomeno che fu particolarmente visibile in Italia col fascismo, ma che in tempi e modi diversi si verificò in tutti i paesi capitalisti.
I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio, e quel destino era inevitabile, in presenza di un movimento operaio in ritirata. Quindi lo Stato, gestore collettivo degli interessi del capitale, si occupò di controllare le organizzazioni operaie. Non assorbendole nella sua struttura, sia chiaro, ma facendo in modo che, pur controllando i sindacati, questi apparissero come organismi indipendenti. Le Corporazioni furono una struttura dello stato fascista, ma la borghesia comprese presto che inglobare formalmente i sindacati ne avrebbe annullato l’efficacia, in quanto sarebbe apparso chiaro che non si trattava di organismi che avrebbero potuto difendere gli interessi dei proletari. È per questo che nel secondo dopoguerra noi scrivemmo che i nuovi sindacati nati dalla Resistenza erano cuciti “sul modello Mussolini”. Scrivemmo anche che “questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile”.
Però i sindacati continuano ad avere la caratteristica di essere composti di soli salariati, e quindi la partecipazione dei rivoluzionari, anche se in certi svolti ne sono espulsi o vi sono condizioni che rendono impossibile il lavoro al loro interno, è una necessità ineludibile e noi non rinunciamo mai volontariamente a lavorare al loro interno.
Il capitalismo monopolista non può più accettare l’indipendenza dei sindacati. Pretende che l’opportunismo riformista e l’aristocrazia operaia, i quali raccolgono le briciole dalla sua mensa imbandita, si trasformino nella sua polizia politica nei confronti del proletariato. Se questo obiettivo non viene raggiunto la direzione opportunista può venire rimossa e rimpiazzata dal metodo fascista. Va da sé che tutti gli sforzi dell’opportunismo sindacale al servizio dell’imperialismo non possono, nel lungo periodo, salvarlo dalla sua inevitabile fine.
La situazione sindacale di oggi quindi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza di un partito comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto della azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati. Con funzionari di mestiere al posto di dirigenti eletti, ecc. Però, ripetiamo, noi siamo convinti che la guida del sindacato, in un momento di crisi della borghesia e di forti lotte economiche, passerà nelle mani di elementi non indifferenti all’interesse della classe, ed infine sotto la direzione del Partito Comunista.
Quindi il partito guida la sua azione in base a precise coordinate che nel 1962 stabilimmo:
- nessuna conquista economica è duratura e non serve gli interessi generali della classe se non si traduce in una crescente solidarietà tra gli sfruttati;
- quindi l’abbandono dello sciopero generale senza limiti di tempo e senza distinzioni di fabbrica, di settore e di categoria, mentre non serve neppure a strappare vantaggi economici immediati, sgretola e distrugge le possibilità future e generali dell’attacco proletario al regime di sfruttamento capitalistico; di conseguenza il partito favorisce in ogni situazione, tempo e luogo gli scioperi il più possibile estesi, fino appunto allo sciopero generale;
- la “tattica” delle contrattazioni articolate, della rivendicazione di ulteriori qualifiche per categoria, di premi di produttività e di incentivi aziendali, dello sciopero al cronometro e al contagocce, accresce invece di attenuare la concorrenza fra lavoratori e il loro isolamento reciproco;
- la teoria della “apoliticità del sindacato” nasconde in realtà l’abbandono della politica di classe da parte del sindacato a favore di una politica di fiancheggiamento del potere centrale borghese;
- non esistono questioni “particolari” alle quali si possa trovar soluzione fuori della visione generale degli interessi storici della classe lavoratrice.
Premesso il fatto della scarsa forza del partito, e fino a che questa non sia molto maggiore, il che non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe economiche a larghi effettivi, il partito non può e non deve né proclamare il boicottaggio di sindacati organi di azienda e agitazioni operaie; né proclamare la presenza sempre e dovunque alle elezioni di fabbrica di sindacati etc. con liste proprie; né, dove sia localmente in prevalenza di forze, usare in aperte agitazioni la parola del boicottaggio invitando a non votare, non iscriversi al sindacato, non scioperare o simili.
Nel 1974 il Partito ricostituito in Italia riconobbe che una parte consistente dei lavoratori più combattivi avevano lasciato la CGIL. Il Partito giustamente orientò buona parte della sua attività verso i militanti operai organizzati nei comitati di base (CUB) e difese risolutamente questa espressione della lotta di classe.
Negli anni successivi nacquero diverse sigle di sindacati di base, detti anche “conflittuali”.
In base a questo fenomeno, che sembrava in forte crescita, in seguito in Italia il Partito adottò la parola d’ordine del lavoro “fuori e contro i sindacati di regime” come rimedio tattico necessario alle manovre collaborazioniste dei sindacati di regime in concomitanza con la cosiddetta “Svolta dell’EUR” con la quale la subordinazione degli organismi sindacali alle esigenze della ristrutturazione capitalistica si strinse come un cappio attorno agli interessi e ai bisogni del proletariato, in modo più evidente che in passato. Il formale riconoscimento della rinuncia alla lotta di classe non fu che il prodotto di una prassi già affermatasi nei fatti dopo la fine della prosperità economica, una fase in cui i lavoratori erano stati maggiormente protesi alla lotta e i sindacati di regime non avevano potuto fare a meno di assecondare in parte le iniziative di lotta e le rivendicazioni operaie per non perdere del tutto il controllo su una classe allora assai indocile. Alla base di questa scelta di partito contava anche il fatto che era diventato ormai quasi impossibile per le voci di dissenso potersi manifestare all’interno dell’attività ordinaria della CGIL, e di conseguenza il rapporto con la classe, se non durante le manifestazioni di piazza.
Nella fase attuale sarà opportuno trarre un bilancio di questo approccio e di questa parola d’ordine che non è da intendersi come un tratto distintivo e di principio del partito, mentre si tratta di una linea di tattica sindacale, dunque per sua natura non immutabile.
Questo “bilancio”, basato sulla esperienza dei decenni scorsi dovrà prendere in esame il ruolo attuale e futuro dei sindacati, siano essi di regime o di base, non soltanto in Italia, ma a livello internazionale sul terreno generale della lotta di classe.
Almeno fino a quando non ci sarà una ripresa generalizzata della lotta di classe, indicare un indirizzo sindacale troppo rigidamente definito e valido per ogni paese espone al rischio di un lavoro sindacale di partito inefficace se non addirittura inconsistente. Se in Italia il tentativo di portare la lotta operaia fuori e contro i sindacati di regime deve essere in linea generale fra i nostri obiettivi, con questo non si deve tuttavia sclerotizzare il lavoro dei compagni anche all’interno della CGIL nelle situazioni in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori si riconosce ancora nei sindacati di regime ci potrebbe isolare dalla massa del proletariato. Nel caso dell’Italia resta poi da valutare la difficoltà di lavorare anche in alcuni dei sindacati sedicenti di base i quali spesso riproducono i difetti di quelli ufficiali (lotte di potere, mancata ricerca dell’unità tra organi di lotta per difendere privilegi personali, arrivismo politico, ecc.), senza tuttavia rappresentare una sostanziale svolta della qualità e intensità delle lotte. Di fatto parecchi decenni di controrivoluzione ne hanno contribuito a snaturare il carattere di spontanee organizzazioni formate dai lavoratori combattivi per difendere i loro interessi immediati e di classe. Inoltre questi sindacati non sono del tutto immuni dai richiami dello sciovinismo patrio (si pensi alla frequente invocazione delle nazionalizzazioni per salvare le imprese in crisi), né rifuggono da ammiccamenti con schieramenti statali borghesi come avviene con i Brics o con regimi che almeno a chiacchiere, danno a intendere di schierarsi contro il blocco imperialista egemone.
In linea generale invece, prendendo in considerazione l’intero scenario mondiale della lotta di classe, l’atteggiamento del partito nei confronti della lotta economica si potrebbe sintetizzare nella formula che le lotte dei lavoratori devono svolgersi “fuori dal controllo dei sindacati ufficiali” (cioè di regime, registrati dallo Stato e filopadronali). Infatti se tali lotte sfuggiranno al dominio dell’apparato sindacale al servizio del capitale, la classe operaia si incamminerà sul sentiero della propria indipendenza di classe che sarà realmente effettiva soltanto quando il Partito Comunista assumerà la direzione del proletariato.
Noi non limitiamo la nostra agitazione alle opposizioni organizzate in questo o quel settore o sindacato, ma puntiamo all’unificazione dei lavoratori al di là del controllo settoriale e individuale dei sindacati. Bisogna sempre tenere presente la distinzione tra questioni tattiche e obiettivi strategici generali del Partito per la classe nel suo insieme.
Questa o quella rivendicazione tattica può o meno portare a risposte positive da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni minoritarie, e l’assenza di successi immediati non è di per sé una ragione per abbandonare tali rivendicazioni. L’azione di agitazione può sempre essere riesaminata e perfezionata una volta che la lotta sia giunta a un determinato grado di maturazione. Tuttavia, la tattica non deve essere elevata al livello di strategia, perché quando la strategia complessiva di un’organizzazione fallisce, l’organizzazione deve fare i conti con seri problemi oggettivi di riorientamento. In questo senso il nostro partito che pure è geloso del proprio isolamento politico, rivendica il proprio “settarismo” e rifugge pertanto da ogni alleanza e da ogni coalizione con altri partiti, in virtù di una coerente visione dialettica vede una diminuzione di questo suo atteggiamento in ogni istanza e ogni tendenza che auspichi una sorta di “settarismo sindacale”. Per noi la strada del fronte unico sindacale di classe che deve puntare attraverso un processo complesso e di necessità non breve, all’affermazione della guida politica esclusiva del Partito Comunista sul proletariato, deve vedere con grande scetticismo e diciamolo pure con una certa ripulsa ogni velleità che la nostra organizzazione si faccia promotrice di nuovi sindacati o di aggruppamenti sindacali sparuti nel numero ma comunque infestati da partitini sinistrorsi equivoci e nostri insidiosi e implacabili nemici.
Le esperienze di lotta di classe nei diversi paesi, sia vittoriose che perdenti, sono di vitale importanza e avranno pesi e importanza diversi nei vari paesi. Inoltre le rivendicazioni, escluse quelle per noi valide in ogni tempo e in ogni clima (aumenti salariali, diminuzione dell’orario di lavoro, salario ai disoccupati), possono essere articolate in maniera distinta da un momento all’altro e in paesi e continenti diversi.
Ricordiamo qui, a mo’ di conclusione, due punti contenuti nelle Tesi caratteristiche del Partito (1951):
“Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d’industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme d’organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse. […] Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito, mentre riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, mai vi rinuncia e, dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso”.
E nel 1962 aggiungevamo:
“Badiamo quindi a svolgere serenamente, metodicamente, continuativamente il nostro lavoro di penetrazione e di proselitismo fra le masse proletarie, senza lasciarci prendere né dallo scoramento per insuccessi che dobbiamo prevedere e scontare in anticipo, né dagli isterismi del “fare per il fare”, e soprattutto senza indulgere all’illusione che i tempi della ripresa rivoluzionaria possano essere accelerati mediante ricette tattiche o espedienti organizzativi che isolino il lavoro convenzionalmente chiamato sindacale da quello generale e politico del movimento”.
Per questo il Partito Comunista Internazionale cammina sulla strada di sempre anche sul piano della lotta economica dei lavoratori rilanciando la formula integrale del fronte unico sindacale di classe di tutto il proletariato.