Un pugno di lavoratori cileni blocca la produzione di rame
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La stregoneria della rendita
Le attività minerarie dall’alba della civiltà umana hanno sempre avuto un’importanza cruciale nell’economia di ogni società. I metalli estratti dal sottosuolo hanno definito le ere storiche che hanno scandito il cammino dell’uomo. Oggi, circa cinque millenni ci separano dalla fine dell’età del rame, eppure questo prezioso metallo ha ancora una funzione essenziale poiché è quasi onnipresente nei collegamenti elettrici e viene utilizzato nelle componenti di quasi tutti i dispositivi elettronici. Tuttavia ci sono alcuni aspetti dell’attività mineraria odierna che ne fanno un tratto peculiare del modo di produzione capitalistico. Tutto ciò che viene estratto dalle viscere della terra o che cresce, anche grazie alle attività agricole, sulla superficie del nostro pianeta, si intreccia con quella che la nostra corrente ha definito la “stregoneria della rendita”. Questo “sortilegio” che si consuma nel mercato capitalistico, consente a chi controlla queste particolari produzioni di impossessarsi anche di quote di plusvalore che vengono prodotte da altri settori dell’economia. Infatti il prezzo di mercato dei prodotti agricoli o minerari non è legato alla quantità di lavoro necessario per produrli, ma ai costi di produzione che gravano sui terreni meno fertili o sulle miniere meno ricche di minerali e di metalli destinati alla vendita. Questo aspetto si spiega col fatto che, come il bisogno di cibo della popolazione, il fabbisogno di metallo per l’industria e per lo sviluppo delle infrastrutture, determinano una certa domanda definita “anelastica” dagli economisti borghesi, la quale potrà essere complessivamente soddisfatta sfruttando anche alcuni terreni poco fertili o alcune miniere in cui la produttività è piuttosto bassa. Dunque il prezzo di mercato di certi prodotti sarà determinato da quel terreno meno fertile o da quella miniera meno ricca di materie prime che pure deve essere sfruttata, affinché l’offerta complessiva di quel genere alimentare o di quella determinata materia prima, non sia inferiore alla domanda. Infatti, se il prezzo di mercato di un determinato metallo o delle derrate alimentari fossero più bassi, il terreno agricolo meno fertile o la miniera meno ricca di metallo si troverebbero subito fuori dal mercato e la domanda complessiva di derrate alimentari o di metalli e di altre materie prime non potrebbe più essere soddisfatta.
Non è un caso dunque se anche le grandi potenze economiche capitalistiche si facciano la guerra, magari per mezzo di mercenari proxy quando si tratta di appropriarsi delle risorse del sottosuolo. Un caso vistoso in questo senso è l’ormai pluridecennale guerra che sta martoriando la regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, in cui la materia del contendere è essenzialmente il coltan, cioè il minerale ricco di tantalio essenziale per la produzione di hardware per i computer e per i telefoni cellulari. Se questo avviene è perché miniere e terra possono valorizzare le masse di capitali che in esse vengono investite in una misura che l’industria manifatturiera non può offrire in nessun caso, dato che come ha spiegato la teoria marxista oltre 160 anni fa, il saggio del profitto di quest’ultimo settore essenziale dell’economia, tende a scendere sulla scala storica. Tuttavia le rapaci borghesie mondiali, poco propense all’investimento quando si trovano davanti alla prospettiva di uno scarso guadagno, si affollano come cavallette ogni volta che intravedono il miraggio di un profitto a due o addirittura a tre cifre percentuali rispetto al capitale investito. Ma accanto a questa fragilità intrinseca dell’accumulazione capitalistica, c’è da aggiungere un altro problema: i profitti dei capitalisti non sono mai abbastanza al riparo dall’indocilità della classe loro nemica, cioè del proletariato.
Il gruppo BHP in Cile
La miniera di Escondida, nel Cile settentrionale, è la più grande del mondo e da essa vengono estratte 400.000 tonnellate al giorno di minerale di rame che fruttano circa il 5% della produzione globale di questo metallo. Ma c’è un altro primato mondiale legato a questa miniera: il gruppo BHP che ne è il proprietario è anche la più grande società mineraria a livello globale. La società multinazionale con sede a Melbourne, oltre al rame, si occupa dell’estrazione e della trasformazione di ferro, diamanti, bauxite e petrolio, ha impianti in 25 paesi e conta 36.000 dipendenti. Come la Rio Tinto, seconda multinazionale per importanza nella classifica mondiale del settore minerario, il gruppo BHP è il frutto della internazionalizzazione dell’economia australiana legata principalmente alle grandi città portuali e alla difficoltà di trovare sbocchi ai capitali in un mercato interno troppo piccolo, nonostante l’ampiezza geografica del continente oceanico.
La febbre del rame
Negli ultimi tempi il gruppo BHP ha registrato un significativo aumento dei profitti grazie all’impennata dei prezzi del rame sul mercato mondiale. Questo aspetto però non ha arrecato alcun miglioramento alle condizioni di vita dei minatori cileni di Escondida che dopo alcuni anni (l’ultima azione sindacale significativa presso la miniera si era svolta nel 2017 ed era durata 44 giorni) sono scesi in sciopero. I minatori il 13 agosto scorso hanno abbandonato il luogo di lavoro in seguito al fallimento delle trattative con il vertice aziendale del gruppo BHP. Queste negoziazioni fra l’azienda e i lavoratori, inquadrati principalmente nel sindacato Union No.1, si svolgono con una cadenza triennale, ma quest’anno sono riprese dopo che il mancato raggiungimento di un accordo aveva creato una situazione di tensione tra la direzione aziendale e i lavoratori.
L’arma dello sciopero ha dimostrato presto la sua efficacia se l’azienda è venuta a più miti consigli e dopo tre giorni ha firmato un accordo che comporta alcuni miglioramenti salariali e contrattuali per i lavoratori. Un leader del sindacato ha esultato sicuramente con troppa enfasi: “E’ una vittoria assoluta: l’impresa ci ha dato tutto ciò che chiedevamo”. Ma forse non c’è troppo da esaltarsi per un aumento salariale soltanto del 2% al di sopra dell’indice dei prezzi al consumo. Un altro preteso “cedimento” da parte dell’azienda è stato un buono di vacanza contrattuale da 25 mila pesos, cioè poco più di 27 dollari. Questo ci induce a pensare che ancora una volta i lavoratori siano stati ingannati dal loro sindacato il quale ha trovato subito un pretesto per revocare lo sciopero.
L’interruzione dell’attività estrattiva può avere un impatto sul mercato
In tempi in cui l’industria mondiale ha “fame” di rame e il prezzo di questo metallo è in fase d’ascesa, lo sciopero dei minatori ha costituito una minaccia molto forte per i profitti del gruppo BHP. E’ bastata l’astensione dal lavoro dei lavoratori di Escondida perché la quotazione mondiale del rame registrasse una crescita di oltre il 2%, a riprova di quanto sia notevole la forza che riesce a sprigionare il proletariato appena un numero anche ristretto di lavoratori – cioè poco più di 2.000 minatori – intraprende un’azione decisa come uno sciopero a oltranza. Nonostante la pazienza e la calma ostentate dagli analisti finanziari e dai portavoce delle aziende, e nonostante quello che fino a poco fa sembrava essere un mercato relativamente stabile, la borghesia è perennemente assillata dall’incubo delle lotte operaie. Lo stesso sindacato aveva dichiarato che i lavoratori di altri stabilimenti stavano prestando attenzione alla lotta e attendevano i risultati della lotta. Le agitazioni sindacali in un settore così cruciale dell’economia globale possono sempre mettere in difficoltà la borghesia cilena e i suoi partner commerciali negli Stati Uniti o in Cina. L’effetto sul mercato è, naturalmente, il punto in cui finiscono le preoccupazioni dei borghesi. I lavoratori hanno invece preoccupazioni più pressanti, come l’aumento generalizzato del costo della vita, le condizioni di lavoro precarie e un diffuso stato di malessere che riguarda ampi strati della classe operaia.
Crumiri sotto mentite spoglie, ma sempre crumiri
La delegazione sindacale trattante, dopo aver respinto le richieste dell’azienda di ritardare o sospendere lo sciopero per non interrompere la produzione, aveva accusato l’azienda di non avere concesso tempo sufficiente nemmeno per consultare gli iscritti al sindacato. Inoltre la Union No.1 prima dello sciopero aveva denunciato le “pratiche antisindacali” dell’azienda che aveva tentato di imporre un contratto senza la supervisione governativa richiesta per legge sui contratti di lavoro. Il sindacato in seguito ha anche accusato l’azienda di aver fatto ricorso ai crumiri per aggirare le trattative e prevenire qualsiasi perdita di profitti – una mossa da parte dell’azienda che era del tutto prevedibile – richiamando l’attenzione sul fatto che la legge cilena vieta tali pratiche, anche quando gli scioperanti vengono sostituiti con dipendenti interni all’azienda. Ma noi sappiamo che queste “protezioni” legali, hanno un carattere ingannevole ed è un fatto innegabile che la borghesia infranga spessissimo le leggi che essa stessa ha adottato allo scopo di imbrigliare i lavoratori. Il diritto borghese, dopo tutto, ha lo scopo di proteggere la proprietà privata a lungo termine, anche se nel breve periodo sembra schierarsi dalla parte dei lavoratori. D’altronde l’interruzione della produzione nella miniera di Escondida è costata a BHP una cifra stimata in 25-30 milioni di dollari al giorno e se lo sciopero si fosse protratto ulteriormente ci sarebbero state ripercussioni negative anche sul PIL nazionale cileno. Poi c’è da considerare che l’inflazione è tornata a turbare l’economia capitalistica, le guerre hanno sconvolto le normali rotte commerciali e i beni di prima necessità sono sempre più costosi e difficili da reperire. Come si può pensare allora che i borghesi si facessero scrupolo di fare ricorso all’infame ingaggio dei crumiri?
L’azienda ha insistito sul fatto che il personale ridotto all’osso che ha tentato di mandare avanti il lavoro della miniera nonostante lo sciopero, non era costituito da crumiri, ma soltanto da una parte di dipendenti non sindacalizzati i quali sono stati mobilitati in un piano di emergenza al fine di evitare che la produzione si fermasse completamente insieme ai profitti dell’azienda. In genere per rispondere alle strategie antisindacali dell’azienda, i lavoratori , devono tentare di protrarre la durata dello sciopero e devono estenderlo al di fuori dei limiti aziendali.
La possibilità di estendere la lotta
La protesta di Escondida è stata accompagnata da agitazioni sindacali anche in un’altra miniera di rame a Caserones, di proprietà della multinazionale canadese Lundin Mining. Uno dei tre sindacati che rappresentano i lavoratori della miniera di Caserones aveva anche invitato allo sciopero i propri lavoratori dopo il fallimento delle trattative salariali. Ma questi due scioperi non erano soltanto astrattamente collegati fra loro. Essi si sono svolti all’interno di una immensa rete di industrie interconnesse: i minatori di rame in Sudamerica estraggono il minerale che viene inviato alla fase di lavorazione successiva nelle fonderie in Cina dove affluisce il 60-70% della produzione. Questo è solo un piccolo dettaglio, un piccolo segmento del sistema economico mondiale, che ci dà un’idea del grado attuale di estrema integrazione economica raggiunto su scala globale dal modo di produzione capitalista.
Le barriere alla generalizzazioni delle lotte
Naturalmente ci sono molte barriere che impediscono la generalizzazione della lotta di classe a tutto il proletariato. La borghesia impiega una serie di tattiche per reprimere, intimidire e minacciare la classe operaia.
Un fattore importante che giova a favore della borghesia è la separazione dei lavoratori tra loro, il processo di atomizzazione che li rende distanti gli uni dagli altri. La borghesia sogna che ogni lavoratore si senta come un’isola a sé stante e talora ci riesce. La scarsa diffusione delle lotte sindacali in ogni regione del pianeta, pone il proletariato in una posizione di precaria e di pericolosa debolezza.
I minatori di rame in Cile devono affrontare lo sfruttamento e l’alienazione endemica delle relazioni sociali capitaliste. Anche le fonderie in Cina lavorano in condizioni di sfruttamento simili. Inoltre, la classe operaia deve fare i conti con l’opportunismo dei bonzi e con la frammentazione delle loro organizzazioni economiche che impediscono lo sviluppo di un fronte unico sindacale di classe. Persino la miniera di Caserones è organizzata da 3 sindacati separati!
La soluzione proletaria contro borghesia e capitalismo
Deve farsi spazio fra i lavoratori la convinzione che una classe operaia animata da uno spirito collettivo e fortemente coesa sarebbe una minaccia letale per l’intero modo di produzione borghese.
Il Partito Comunista Internazionale esorta i lavoratori a lottare per la generalizzazione di tutte le loro lotte, superando le barriere di azienda, di settore e di nazionalità. C’è bisogno di una lotta operaia generalizzata che comprenda sempre nuove masse di proletari.
Il nostro Partito attende con ansia il giorno in cui i lavoratori di Escondida torneranno alla lotta, magari si uniranno a quelli di Caserones e infine ai minatori si uniranno anche gli operai delle fonderie cinesi. Ma non ci fermeremo lì. Non ci fermeremo finché i lavoratori impegnati in ogni fase della catena della produzione non si saranno organizzati per difendere nell’immediato i loro interessi economici e domani si leveranno insieme per porre fine all’ignobile regime capitalista.