Partito Comunista Internazionale

Il riarmo degli Stati del capitale annuncio della guerra generale

Categorie: Capitalist Wars

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Le crescenti tensioni internazionali e le guerre determinate dall’inasprirsi della contesa imperialistica non potevano non riflettersi nella crescita settore della produzione manifatturiera dedicato alla produzione di armi. Sebbene nell’ultimo anno l’industria manifatturiera abbia segnato a livello globale una sostanziale stagnazione, con un modesto aumento in termini di volume della produzione (+2,5%), le cose sono andate in maniera assai diversa per l’industria, sempre più fiorente, finalizzata alla distruzione degli esseri umani e di quanto viene prodotto dal lavoro umano. Nel 2023 la spesa mondiale per gli armamenti è cresciuta del 6,8% segnando il più consistente incremento degli ultimi dieci anni raggiungendo il massimo storico di 2,4 trilioni di dollari. Si tratta di una somma impressionante, paragonabile al PIL di una metropoli capitalistica di media grandezza come l’Italia. Questo dato deve essere interpretato come una conseguenza delle crescenti tensioni fra le potenze, ma va letto anche come un’ulteriore conferma della storica predilezione del capitale per l’industria bellica, la quale garantisce profitti enormi e continuità produttiva anche nei periodi di crisi. Un aspetto quest’ultimo che vede integralmente confermata a oltre un secolo di distanza la validità delle parole di Rosa Luxemburg in “L’accumulazione del capitale” del 1913: «…dal punto di vista economico, il militarismo appare al capitale come un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione». Questo settore produttivo è estremamente redditizio, soprattutto quando l’industria può beneficiare delle ingenti quote dei bilanci statali destinate alla spesa militare. Ma a sostenere la crescita di questa produzione non concorre soltanto l’aumento della domanda interna, incentivata dagli appalti pubblici del paese produttore. Un ulteriore elemento trainante è rappresentato dall’espansione della spesa per la “difesa” dei Paesi acquirenti i quali attingendo alle casse statali alimentano oltremisura la domanda globale di armamenti.

Un elemento che sembra indicare un punto di svolta non soltanto in termini assoluti, ma anche nella sua declinazione per aree geografiche, è il fatto che nel 2023, per la prima volta dal 2009, si è avuto un aumento delle spese militari in tutti i continenti.

I paesi che hanno investito di più nell’industria degli armamenti sono nell’ordine gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India e l’Arabia Saudita.

Al primo posto si collocano ancora gli Stati Uniti che hanno assorbito il 37% della spesa mondiale, seguiti a notevole distanza dalla Cina che si ferma per ora al 12%. E’ dunque da rilevare come le due potenze che sono le principali antagoniste sulla scena planetaria, messe insieme raggiungano il 49% della spesa globale in armamenti. A completare il quadro di questo confronto fra potenze sono i dati riguardanti i paesi membri della Nato che nel 2023 hanno speso in armamenti 1.341 miliardi di dollari, pari al 55% della spesa militare mondiale. Anche qui la parte del leone la hanno gli Stati Uniti che con un aumento del 2,3% hanno speso 916 miliardi, cioè il 68% della spesa militare complessiva della Nato, mentre la quota di spesa dei paesi europei aderenti all’alleanza è del 28%.

La guerra in Ucraina ha dato notevole impulso alla spesa militare di alcuni paesi europei che, soprattutto nel caso di Russia e Polonia, vede una marcata tendenza al militarismo economico. Un fatto questo che non manca di avere ripercussioni sul mercato globale degli armamenti, se i fornitori dei paesi belligeranti, compiendo un giro del mondo, si trovano nelle più remote longitudini. La Russia, dall’inizio della guerra in Ucraina ha visto triplicare la spesa militare la quale ha raggiunto 100 miliardi di dollari, cioè il 6% del PIL. Tuttavia tale quota potrebbe in realtà essere assai superiore se, come fa notare il Financial Times, un quarto della spesa statale russa non viene reso pubblico e dunque sfugge alle statistiche. In due anni le imprese russe del ramo militare, le quali lavorano 24 ore su 24, sono passate da 2.000 a 6.000. Esse impiegano ben 3,5 milioni di addetti, cioè mezzo milione in più rispetto al 2021. Alcune di queste imprese, a causa della carenza di forza lavoro, offrono ai lavoratori addirittura l’esenzione dal servizio militare. I risvolti economici di questa crescita impetuosa sono vistosi. La crescita dell’occupazione è sostenuta e il tasso attuale di disoccupazione (2,8%) è il più basso di sempre nella storia della Russia post-sovietica. Questa prosperità economica indotta dal riarmo vede anche una significativa crescita dei salari dei lavoratori del settore della “difesa” che sono cresciuti fra il 20 e il 60%.

La Polonia è il paese in cui la crescita della spesa militare è più alta in termini relativi se fra il 2022 e il 2023 è cresciuta del 75% per cento, cioè di gran lunga l’aumento più cospicuo fra i paesi europei. Inoltre se si guarda alle statistiche degli ultimi dieci anni, i paesi che hanno incrementato maggiormente la loro spesa militare sono l’Ucraina (+1.272%), la Polonia (+181%), la Danimarca (+108%), la Romania (+95%) e la Finlandia (+92%). Non a caso quattro di questi paesi confinano con la Russia, la Bielorussia o l’Ucraina, un segno che la guerra in corso nell’Europa orientale stava incubando da parecchio di tempo. Questa vicenda del riarmo a ridosso della faglia creatasi nel quadrante est-europeo, in preparazione di una guerra regionale di ampie proporzioni, forse può lumeggiare quanto va succedendo in Asia orientale e particolarmente attorno all’isola di Formosa, fulcro della contesa fra Cina e Usa nel Pacifico.

Anche l’andamento delle spese militari in Asia, al di là di oscillazioni e rallentamenti episodici, conferma un quadro generale di crescita sostenuta degli armamenti.

Le importazioni di armi nell’Asia-Pacifico avevano subito una parziale battuta d’arresto poiché erano diminuite del 12% tra il 2014-18 e il 2019-23. Tuttavia questo calo si deve ascrivere alla diminuzione delle importazioni da parte cinese. Quest’area geografica resta comunque quella con il più alto volume di “import” di armi, con sei dei primi dieci paesi importatori del mondo: India, Pakistan, Giappone, Australia, Corea del Sud e Cina. Quest’ultima nell’ultimo quinquennio ha ridotto le importazioni del 44%. Ma questo dato, non è assolutamente in contraddizione con l’aumento del budget riservato alle spese militari che è stato fissato a 1665mila miliardi yuan (oltre 213 miliardi di euro), il quale ha segnato il nono aumento annuale consecutivo. La spiegazione si trova nel fatto che Pechino, in termini di armamenti, ha incominciato a produrre in proprio buona parte di quello che in precedenza veniva importato.

Al riarmo del Dragone fa da contraltare la corsa agli armamenti delle altre potenze imperialistiche della regione. L’aumento delle spese militari del Giappone è significativo. Il governo Kishida ha promesso di aumentare le spese degli armamenti al 2% del pil entro il 2027. Un aumento molto rapido se nel 2023 la spesa militare era stata di 50,2 miliardi di dollari attestandosi sull’1,2% del pil. Già nel 2024 il bilancio riguardante gli armamenti salirà a 52,67 miliardi di dollari.

Un esame particolare merita la crescita della Corea del Sud la quale con 47,9 miliardi di dollari di budget militare si colloca all’undicesimo posto, subito dietro il Giappone, nella classifica mondiale per paesi nella spesa per gli armamenti. L’aspetto che impressiona di più è il fatto che la Corea del Sud abbia registrato un aumento notevole delle esportazioni del 12%. L’andamento dell’industria bellica di questo paese merita dunque di essere esaminato più nel dettaglio. Nel 2000 la Corea del Sud era al 31°posto degli esportatori di armi nel mondo. Nel quinquennio 2018/2022 si era già posizionata al nono posto. Il fatturato dell’industria militare è balzato dai 7,25 miliardi di dollari del 2021 agli oltre 17 miliardi di dollari del 2022. Questa cifra è sicuramente aumentata nel 2023 grazie alle vendite di caccia alla Malesia e di veicoli all’Australia. La Corea è oggi la seconda potenza per esportazione di armi in Asia. Nel luglio del 2022 Seul ha firmato un contratto di notevole importanza con la Polonia per un totale di 12,4 miliardi di dollari. È il più grande accordo militare mai raggiunto dalla Corea del Sud nel corso della sua storia. L’accordo prevede fra l’altro la fornitura di centinaia di lanciarazzi Chunmoo, carri armati K2, obici semoventi K9 e aerei da caccia FA-50. L’obbiettivo apertamente dichiarato dalle autorità coreane è quello di diventare il 4° paese esportatore mondiale di ordigni mortiferi entro il 2027. Se questo sarà possibile si dovrà sostanzialmente a due fattori: il più che settantennale conflitto con la Corea del Nord e la guerra in Ucraina. Se il primo aspetto ha permesso il consolidarsi di un’industria domestica degli armamenti in grado di reggere la contesa col vicino nordcoreano, la guerra in Ucraina è diventata una grande occasione per fare affari. Questo conferma una tendenza osservata in altri paesi come l’Iran e la Corea del Nord: la produzione di armi, sostenuta dalle commesse statali, per la “difesa” domestica, ha come ricaduta non secondaria l’accrescimento della quota di un paese nel mercato globale.

Anche in India la spesa militare cresce in maniera costante e a un ritmo sostenuto. In questa assurda classifica che solo il capitalismo può concepire, l’India si posiziona al quarto posto con 83,6 miliardi di dollari, con un incremento del 44% rispetto al 2014.

Nonostante il governo Modi abbia incrementato la produzione di armi attraverso il programma “Make in India”, il gigante indiano rimane il più grande importatore di armi mondiale con un aumento nell’ultimo quinquennio del 4,7% . Da notare però che sebbene la Russia rimanga il principale fornitore con il 36%, l’ultimo quinquennio è stato il primo, dal 1960-64, in cui la quota di Mosca è scesa al di sotto sotto della metà delle armi importate. Nel periodo 2009-13 le importazioni di armi dalla Russia erano del 76%, ma erano scese già al 58% nel 2014-18. Avevamo già descritto questa tendenza nei nostri articoli. Questa diversificazione dei fornitori si deve anche agli accordi con gli Stati Uniti dai quali provengono il 13% delle armi acquistate da Delhi. Ancora maggiore il ruolo della Francia le cui forniture hanno raggiunto il 33% dell’import militare indiano. Da segnalare che la Francia è il secondo esportatore mondiale di armi superando la Russia.

Secondo la classifica della capacità di guerra convenzionale elaborata da Global Firepower analizzando aspetti militari, demografici, finanziari, logistici e geografici (ma senza considerare la disponibilità di armi nucleari), l’esercito indiano che conta 1,5 milioni di militari attivi in servizio, è considerato il quarto esercito più potente del mondo.

Anche il Pakistan, lo storico nemico dell’India, segue la tendenza generale al riarmo. Le importazioni di armi sono cresciute del 43% tra il 2014-18 e il 2019-23, grazie al consolidarsi dei legami con Pechino, da cui oggi proviene l’82% degli armamenti.

Gli Stati Uniti, grazie al nemico cinese, sono diventati primo fornitore di armi nell’Asia-Pacifico, coprendo il 34% delle importazioni, seguite dalla Russia con il 19%, mentre la Cina si attesta al 13%. Da segnalare che seppure le importazioni a Taiwan siano scese del 69%, nel prossimo quinquennio sono previste consegne di un certo rilievo, tra cui 66 aerei da combattimento, 108 carri armati e 460 missili antinave, tutti da parte statunitense (dati SIPRI).

Il sud-est asiatico registra in generale un netto calo della spesa militare, ma alcuni Stati mostrano invece una netta tendenza al riarmo: le Filippine ad esempio hanno visto un aumento delle importazioni di armi del 105%.

La corsa generale al riarmo non esclude tuttavia tentativi di mediazione fra paesi storicamente, rivali spesso finalizzati soltanto a guadagnare tempo. Il 27 maggio 2024 a Seoul si è riunito il primo vertice tripartito fra Corea del Sud, Giappone, e Cina. L’incontro aveva come scopo precipuo il rafforzamento della cooperazione economica e la discussione di possibili accordi di libero scambio. L’occasione è stata colta anche per parlare di una denuclearizzazione della penisola coreana, del tutto utopica nel regime capitalistico. Durante il vertice i tre Paesi hanno dichiarato: «Ribadiamo il nostro impegno per la pace e la stabilità nella regione, e per la denuclearizzazione della penisola coreana». Immediata la risposta da parte di Pyongyang: «Parlare di denuclearizzazione della penisola coreana costituisce una grave provocazione e una violazione della costituzione della Corea del nord, che prevede esplicitamente le armi nucleari». Questi tentativi diplomatici, pur apparendo come segnali di distensione, nascondono in realtà la perenne tensione imperialistica tra potenze, le cui manovre sono sempre orientate al mantenimento del proprio dominio economico e militare, e non alla reale risoluzione dei conflitti.

In questo macabro gioco fra capitalismi e imperialismi, la Cina, dalla sua posizione di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impegnato in una costante ricerca di impossibili equilibri, ha assunto una posizione volutamente ambigua. Da un lato, ha condannato gli ultimi test nucleari di Pyongyang e sostenuto le sanzioni volte a limitare lo sviluppo di nuove armi. Dall’altro non ha mancato di ribadire che l’aumento delle tensioni nella regione si deve alle congiunte manovre militari fra Corea del Sud e Stati Uniti, distogliendo così parte delle responsabilità alla Corea del Nord. Questa posizione riflette la complessa strategia cinese: mantenere un’apparente neutralità sulla scena internazionale, preservando i propri interessi regionali e cercando di bilanciare le relazioni sia con gli Stati Uniti che con i suoi alleati asiatici.

Nel completare questo quadro, tracciato per sommi capi e quindi inevitabilmente incompleto, della crescente corsa al riarmo globale, non possiamo limitarci a ribadire che la guerra generale fra potenze imperialiste rappresenta l’orizzonte inevitabile del sistema capitalistico. È invece necessario riconoscere come questa prospettiva stia entrando in una fase di preparazione sempre più accelerata. Di fronte all’aumento degli impegni bellici, la borghesia sarà costretta a far gravare i costi del riarmo sulla classe lavoratrice, imponendo nuovi prelievi fiscali, incrementando sia le imposte dirette che quelle indirette. Tuttavia, in questo contesto, la classe dominante si troverà ad affrontare un dilemma sempre più pressante. Da una parte, la borghesia avvertirà sempre di più la necessità di preparare il proprio apparato militare, drenando risorse e rafforzando il controllo sociale. Dall’altra, le crescenti tensioni sociali, alimentate dal deterioramento delle condizioni di vita, renderanno sempre più difficile garantire un assetto politico stabile. Ogni tentativo di imporre sacrifici ulteriori rischierà di scatenare resistenze e reazioni da parte del proletariato, il quale non sarà disposto a subire passivamente l’intensificazione del proprio sfruttamento. In tal modo il delicato equilibrio che la borghesia deve perseguire tra la preparazione alla guerra e il tentativo di mantenere la pace sociale si farà ogni giorno più instabile e precario.

La borghesia farà tutto ciò che è in suo potere per ottenere l’attiva collaborazione di partiti opportunisti e dirigenti sindacali corrotti, i quali cercheranno di soffocare il malcontento della classe lavoratrice in cambio di vantaggi politici e regalie economiche. In questo sforzo, la classe dominante metterà a frutto i sempre più sofisticati strumenti di propaganda di cui dispone. Ne conseguirà un controllo ossessivo, quasi militare, dei media che saranno orientati a sostegno di spudorate campagne di disinformazione e al controllo delle narrazioni più surreali per promuovere la “sacra unione delle classi” sotto la bandiera ingannevole della nazione e legittimare così i propri piani di riarmo.

Questo uso della propaganda, unito all’alleanza con i partiti opportunisti e i sindacati collaborazionisti, ha l’obiettivo di mantenere le masse lavoratrici sotto uno stretto controllo, soffocando ogni impulso di ribellione e cercando di far accettare i sacrifici necessari alla preparazione bellica, mascherando il tutto con promesse bugiarde di sicurezza e di giustizia fra le nazioni e di stabilità e prosperità per tutti. Tuttavia, questo fragile costrutto è destinato a incrinarsi di fronte alle reali condizioni di sfruttamento e miseria sempre più profonde.

L’avvicinarsi del conflitto imperialistico preparerà uno scenario sociale simile a quello già descritto da Rosa Luxemburg, nel testo sopra citato, alla vigilia della prima guerra mondiale: «[…] il capitale grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato a urtare contro le barriere naturali del suo stesso sviluppo».

Noi comunisti facciamo assegnamento proprio in quella rivolta della classe operaia internazionale che sotto la guida del suo organo, il partito comunista internazionale, riuscirà a rovesciare il dominio infame e mortifero del capitale e porre fine al ciclo infernale delle sue false “paci” e delle sue guerre.