Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.1
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine
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Il testo n. 1 del partito, “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra” rappresenta il testo fondamentale del partito, in quanto trae la lezione storica di numerosi eventi che fino a quel momento (1974) erano occorsi al partito. Diciamo subito che tale lezione non era altro che la conferma di assunti che già erano contenuti nella nostra storica dottrina; nel 1974, a poca distanza da una scissione dolorosa che aveva ridotto gli effettivi del partito a poche sezioni, si ritenne di ripercorrere il cammino di studio della nostra tradizione, per trovare, in quella tradizione, la conferma di essere sulla strada giusta, quella di sempre. Da questo testo, che è “il testo fondamentale di partito”, sono tratte le citazioni che riportiamo, non per dare dimostrazioni di ortodossia, ma per aiutare compagni e lettori ad approfondire i punti che noi solo sfioriamo. Se lo si definisce fondamentale questo è perché riunisce tutta la tradizione scritta della Sinistra in oltre 200 pagine di citazioni, unite da un commento esso stesso carne e sangue della nostra dottrina, che chiarisce e sintetizza quanto esposto nelle citazioni.
Niente nel partito è mai dato per scontato per quanto riguarda l’aderenza alla tradizione, e compito dei compagni è di tornare con continuità alle radici della dottrina, sia per trovare continua conferma di essere nel percorso giusto, sia perché con le generazioni che si susseguono tale lavoro è la palestra indispensabile per la formazione del militante comunista rivoluzionario.
Lo stesso richiamo alla tradizione è indicativo: la dottrina di partito non è fatta solo di esperienze storiche, di tesi, di precetti organizzativi. Il modo di esistere del partito è fatto anche e soprattutto di una serie di comportamenti che non è facile classificare, ma che ciononostante costituiscono l’ossatura del partito, la sua garanzia di non scivolare, con la noncuranza verso la tradizione, in comportamenti non nostri, che col tempo possono, quasi inevitabilmente, scadere anche in teorizzazioni improprie.
È per questo che nella nostra dottrina ci sono sempre richiami a categorie che nella società di classe non sono ammissibili, o incomprensibili, o comunque inapplicabili, come la “tradizione”, come la “fraterna considerazione tra compagni”.
Purtroppo teorizzazioni improprie col tempo se ne possono presentare, e nel corso di un secolo ce ne sono state. Il punto di maggiore criticità è sempre il campo tattico, quando si prefigurano scelte che sembrano scontate e vantaggiose, ma che invece esulano appunto dalla dottrina e dalla tradizione. Sono gli atteggiamenti, teorizzati o no, che abbiamo definito opportunismo. Dalla deviazione alla sua teorizzazione il passo è breve, se non contrastato.
“Con la Sinistra sappiamo per certo che il partito si modifica sotto la spinta della sua stessa azione, per cui ad una tattica indiscriminata corrisponde il differenziarsi dell’organizzazione. È ineluttabile, allora, che il “modellino” perfetto si spacchi in mille pezzi.” (Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra, ediz. 1986; Premessa 1974. Nel prosieguo “Partito”).
È stato in quel campo che “il Partito ha iniziato gli sbandamenti più pericolosi, e, nella pretesa che il possesso di “saldi principi” permettesse ogni manovra, o peggio che il maneggio di un’organizzazione “forte e disciplinata” consentisse ogni voltafaccia tattico, sono state stravolte in pochi anni strutture nate o rinate su basi dottrinarie e organizzative saldissime, ed addirittura sull’onda di una rivoluzione vittoriosa. Che poi la “degringolade” tattica sia sempre accompagnata dalla degenerazione della vita di relazione all’interno del Partito, alla comparsa del frazionismo dall’alto, a metodi di compressione organizzativa e di vera e propria lotta politica, è un dolente corollario di una dimostrazione ormai definitiva nella secolare storia dell’organo Partito” (Partito).
Quindi il partito è costantemente oggetto di attacchi dall’esterno, di tentativi di deviarlo, distrarlo dal suo percorso, fatti spesso in buona fede (“la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”, per dirla con Lenin) ma comunque pericolosi per la sua esistenza. Non per l’esistenza fisica dell’organizzazione (anche se spesso chi si è allontanato dal partito ha avuto vita breve), che può benissimo sopravvivere come tale; il problema è la sua sopravvivenza come partito della Sinistra, come partito comunista rivoluzionario, unico erede della incorrotta tradizione rivoluzionaria che semplificando noi rappresentiamo come una linea ininterrotta da Marx-Engels, a Lenin, alla Sinistra fondatrice del PCd’I, alla Frazione all’estero, alla rinascita organizzativa e dottrinale del Partito nel 1951. Caso forse unico nella storia, il partito che dal 1974 pubblica “Il Partito Comunista”, continuazione del “Programma Comunista”, è esistito per oltre 70 anni senza modificare una virgola delle sue posizioni, del suo modo di lavorare, della sua tradizione.
Sicuramente non esiste niente di simile nel panorama dei partiti dell’estrema sinistra, nemmeno in quelli più apparentemente simili a noi, nessun altro è rimasto ostinatamente attaccato alla tradizione e alle posizioni teoriche della Sinistra. Per non parlare ovviamente della congerie di “comunismi” che si fanno sotto per attirare la classe operaia sotto le loro bandiere.
Quindi il compito più importante in questo momento storico, nel quale l’assalto rivoluzionario del proletariato al potere appare ancora lontano da un punto di vista oggettivo, è conservare intatto il patrimonio teorico della sinistra, per poterlo mettere a disposizione della classe quando ve ne saranno le condizioni. “Da allora [1951] compito del partito è di conservare tale sentimento e tale scienza eversiva. Compito del partito non è scoprire nell’oggi informe nuove eccezioni ai nostri teoremi ma saperli leggere nei fatti dell’oggi e del passato.”(Partito) “… mantenere in vita l’organizzazione cosciente proletaria è prima e massima azione rivoluzionaria e bruciante sconfitta teorica per il giganteggiante nostro nemico.” (Partito) Una conservazione che non può essere soltanto la preservazione di sacri testi, di immutabili posizioni, come vestali che perpetuano il fuoco sacro. Il compito del partito è sì di preservare il suo patrimonio teorico, tattico, dottrinario, ma questo compito, ci insegnano i nostri maestri, non lo si può svolgere cospargendo i libri di topicida, or ripubblicando all’infinito i testi sacri; certo, il nostro patrimonio va salvaguardato, ma affinché sia un’arma e non un insieme di concetti bisogna che il partito lo mantenga cosa viva con un continuo lavoro di studio, di conferma alla luce del divenire storico, di trasmissione tra generazioni, un lavoro che non cambi la sostanza, ma la renda viva e attuale, un lavoro che noi chiamiamo di “scolpitura”.
Pur se siamo nell’epoca della Intelligenza Artificiale, nessuna macchina, per quanto educata, può sostituire la passione, la sensibilità, la dialettica del rivoluzionario che lavora sul nostro enorme corpo di testi, il risultato del lavoro di generazioni di militanti.
È per questo che il partito, se vuole sopravvivere nel senso che abbiamo descritto, deve assicurarsi un continuo e ininterrotto ricambio di uomini, di militanti che apprendano l’arte della rivoluzione, e si applichino al lavoro di studio e scolpitura della dottrina.
“L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia alla coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati…”(Tesi di Lione, 1926)
Ne discende che il processo con il quale in questo periodo storico il partito si rafforza o semplicemente assicura un ricambio fisiologico con nuovi militanti è semplicemente vitale, di primaria importanza tra le varie sue attività.
Quindi il proselitismo e la propaganda della teoria e del programma sono compiti necessari e permanenti del partito. Il partito rivolge la sua propaganda verso gli individui di tutte le classi, in tutti gli ambienti e con tutti i mezzi.
Nel decidere i metodi, i canali e la giusta quota delle nostre forze da impegnare nel proselitismo il partito non deve dimenticare che la misura e i tempi del sano accrescimento numerico del partito, fenomeno sociale-naturale, sono indipendenti dalla sua volontà, e che quindi non sono da attendersi significativi aumenti numerici degli effettivi del partito in assenza di una ripresa di estese lotte rivendicative del proletariato.
La propaganda del partito consiste nel presentare se stesso all’esterno, la rigorosa sua continuità nei campi della dottrina, delle direttive pratiche di azione, dei modi di relazione e di lavoro interno.
Poiché l’adesione di individui al partito è sempre determinata più da bisogni, intuizioni e sentimenti che da una personale meditata conoscenza e raffronto fra la storia dei partiti e delle loro dottrine, la propaganda migliore è quella che avvicina non sul terreno delle opinioni ma col richiamo alla milizia e al disciplinato lavoro comunista, e, nel caso di proletari, con le giuste direttive di azione immediata. La serie per i singoli potrebbe così formularsi: si vede – si aderisce – si ascolta e si lavora – col tempo si capisce qualcosa.
Avere militato in altri ambiti della sinistra non costituisce un vantaggio per chi si avvicina e chiede di lavorare nel partito, può semmai essere un ostacolo da superare.
Oggetto della propaganda del partito sono gli individui e non formazioni di qualunque tipo. L’adesione al partito sarà sempre individuale e mai di gruppi precostituiti.
Chi sono i militanti che il partito accetta di inquadrare nella sua organizzazione?
“Il Partito organizza quei militanti che non solo sono decisi a battersi per la vittoria della rivoluzione, ma che sono anche consapevoli delle finalità che il Partito persegue e conoscono i mezzi necessari per conseguirle. Ciò non significa che sia condizione per l’ammissione al Partito la coscienza individuale, cosa che escludiamo alla maniera più assoluta; tuttavia questa tesi fondamentale e di principio significa che cessa di esistere ogni rapporto organico di Partito quando si usano al suo interno metodi di costrizione fisica, espliciti e, peggio, diplomatici, che escludiamo prima, durante e dopo la Rivoluzione. Tale tesi dimostra anche che i membri del Partito debbono essere considerati non materiali verso cui fare opera di propaganda e d’agitazione, ma compagni con cui svolgere un lavoro comune per la comune preparazione rivoluzionaria. (Nell’organica predisposizione del partito…, 1985).
Il partito ha sempre distinto tra gli uomini e donne che orbitano intorno a lui, a seconda del grado di coinvolgimento nelle varie attività, sin dalle sue origini, addirittura ancora nel Partito Socialista Italiano. Di queste categorie si ha notizia nella stampa di partito nel corso di tutto il secolo passato, oltre che dalla esperienza vissuta dei compagni che hanno attraversato nel partito gran parte di quel secolo, e che ancora oggi (2024) in questo partito militano.
Una prima figura è il lettore: una persona che è interessata al partito, che ne acquista e legge la stampa, che partecipa a comizi, conferenze, eventi vari organizzati dal partito; non necessariamente ne condivide scopi e metodi, ed evita qualsiasi coinvolgimento nelle sue attività.
Una evoluzione del lettore è il simpatizzante: costui, oltre a leggere la stampa di partito, manifesta condivisione degli obiettivi e metodi del partito, può partecipare ad alcune attività di partito, comprese riunioni teoriche aperte ai simpatizzanti, diffusione di volantini e giornali, redazione di resoconti adatti alla pubblicazione, e può offrire di contribuire economicamente con versamenti estemporanei o regolari. Il contatto col simpatizzante serve a questi per capire cosa è il partito, e al partito per valutarne le caratteristiche che un militante deve avere. Il simpatizzante non può far parte di altri partiti o di altre scuole di pensiero.
In passato si citava anche la figura del candidato, che oggi normalmente non si distingue dal simpatizzante: il candidato è un simpatizzante che, acquisita una certa conoscenza del partito, decide di impegnarsi come militante, quindi esprime la volontà di essere inquadrato e fa sapere al partito che è disposto a svolgere tutte le mansioni relative.
Se il partito ritiene che il simpatizzante/candidato possieda le caratteristiche idonee lo accoglie come militante, il che significa partecipare a tutte le attività teoriche e pratiche di partito, e impegnarsi a versare regolarmente una quota che lui stesso stabilisce in base alle proprie possibilità.
Non solo, il simpatizzante, come il militante, deve anche accettare di disciplinarsi al partito. Così lo si descriveva nel Partito Comunista d’Italia:
«Al concetto borghese che il militante di un partito si limita ad impegnare la propria adesione ideologica e il proprio voto politico e a pagare una quota periodica in danaro, si sostituisce quello che chi aderisce al Partito Comunista è tenuto a dare in modo continuo la sua attività pratica secondo le esigenze del partito. Ciò si realizza con l’inquadramento di tutti gli iscritti … effettivi o candidati» (Il Comunista 21/07/1921)
«La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del Partito comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline. Il comunista dunque, come il simpatizzante che al partito si sente realmente legato (e non merita la definizione di nostro simpatizzante chi non milita nel partito per “riserve disciplinari”) non possono né devono accettar di dipendere da altre organizzazioni d’inquadramento a tipo militare» (Il Comunista 14/07/1921)
Dunque non solo i membri effettivi del partito, ma anche i simpatizzanti e candidati erano tenuti (prima ancora di entrare a far parte dell’organizzazione) alla disciplina, anche militare, del partito.
Il partito organizza per lettori e simpatizzanti, e talvolta anche per un meno qualificato pubblico, riunioni pubbliche, nelle quali affronta temi di interesse più o meno generale, affrontati con la sua particolare e unica prospettiva e chiave di interpretazione; questo anche con l’ausilio di diffusione di volantini, affissione di manifesti, e oggi anche con strumenti informatici. Si tratta di eventi nei quali il partito espone il suo modo di interpretare i fatti e la storia, e nei quali non sono ammessi dibattiti; il relatore può però rispondere a domande tese a meglio spiegare il concetto esposto.
Quali sono le caratteristiche che un individuo deve possedere per accedere al ruolo di militante, di membro a pieno titolo del partito, e come si regola il partito in merito? La questione non è semplice, e coinvolge la stessa essenza del partito e del ruolo del militante. Già ne abbiamo accennato sopra.
Certamente non sulla base di maggiore conoscenza della dottrina del comunismo rivoluzionario.
“È nostra tesi che comprensione razionale ed azione non solo non sono fatti separabili e separati l’uno dall’altro, ma che nel singolo l’azione precede sempre la comprensione e la coscienza. Anche nel singolo che aderisce al partito….La coscienza non sta nel singolo, né prima né dopo la sua adesione e nemmeno dopo lunghissima milizia, ma nell’organo collettivo il quale è composto di vecchi e di giovani, di colti e d’incolti, e il quale svolge un’azione complessa e continua sul filo di una dottrina e di una tradizione invarianti. È l’organo partito che possiede la coscienza di classe, perché questo possesso è negato al singolo, e può esistere solo in una organizzazione che sappia uniformare tutti i suoi atti, il suo comportamento, la sua dinamica interna ed esterna alle preesistenti linee di dottrina, di programma e di tattica, e che sappia crescere e svilupparsi su questa base, che si accetta in blocco anche senza averla preventivamente capita. Fatto mistico nella adesione al partito è nozione che può spaventare solo il piccolo borghese illuminista convinto che tutto si possa imparare leggendo e studiando sui libri.” (Partito)
“La base della disciplina risale in primo luogo alla «coscienza dell’avanguardia proletaria», ossia di quella minoranza del proletariato che si riunisce negli strati avanzati del partito, e subito dopo Lenin indica le qualità di questa avanguardia con parole che hanno un carattere più «passionale» che razionale, rilevando che, come da tanti altri suoi scritti (Che fare?) è messo in evidenza, il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo. Questa tesi fin dal 1912 nella gioventù socialista italiana fu sostenuta contro gli «immediatisti» – che sono sempre, al pari degli anarchici, «educazionisti» –, nella lotta tra culturisti e anticulturisti, come si disse allora, ove ben s’intenda che i secondi, invocando un fatto di fede e di sentimento e non di grado scolastico nell’adesione del giovane rivoluzionario, provavano di stare sul terreno di uno stretto materialismo e di rigore della teoria del partito. Lenin, che apre arruolamenti e non accademie, parla qui di doti di «devozione, fermezza, abnegazione, eroismo». Noi, lontani allievi, abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente, di fatto, «mistico» nella adesione al partito.” (L’estremismo, condanna dei futuri rinnegati, 1961)
“Nel partito si impara e si chiariscono le idee, partecipando al complesso lavoro collettivo che si svolge sempre sul triplice piano: difesa e scolpimento della teoria, partecipazione attiva alle lotte che le masse intraprendono, organizzazione. Al di fuori di questa partecipazione al lavoro reale del partito non ci può essere comprensione e coscienza. Nel Partito si svolge un continuo lavoro di preparazione teorica, d’approfondimento dei lineamenti programmatici e tattici, di spiegazione, alla luce della dottrina, dei fatti che si svolgono sull’arena sociale e si svolge contemporaneamente e senza scissione il lavoro pratico, organizzativo, di battaglia e di penetrazione in seno al proletariato. Il militante impara dalla partecipazione attiva a questo complesso lavoro e solo in quanto è immerso in esso e da esso si lascia sommergere. Non c’è altro modo di apprendere e le nostre tesi hanno sempre affermato che la divisione in compartimenti stagni dell’attività teorica e pratica è mortale riguardo non al solo partito, ma anche a ciascun militante singolarmente preso.
Descrivendo il modo in cui l’organo partito realizza il passaggio della teoria e della tradizione rivoluzionaria fra le generazioni e si lascia permeare nel suo complesso da questa teoria e da questa tradizione, noi non potremmo dunque vedervi una specie di piano scolastico secondo il quale i giovani che si avvicinano al partito vengano prima rapidamente indottrinati da bravi ed esperti insegnanti di marxismo e siano invitati a studiare determinati “brevi corsi” per poi passare alla vera e propria milizia ed alla battaglia pratica. Vi vediamo invece una collettività che studia mentre combatte e combatte mentre studia, ed impara sia dallo studio sia dalla battaglia; vi vediamo cioè una collettività che agisce, un organo che vive di una attività complessa e molteplice i cui vari aspetti non sono mai separabili l’uno dall’altro. E il giovane è attratto e aderisce a questo lavoro complesso, si immette in esso e in esso trova il suo posto, organicamente, nello svolgimento stesso del lavoro; a nessuno si chiede una laurea, né prima né dopo la sua adesione, come a nessuno si fanno esami: l’esame per tutti lo fa il lavoro che deve essere svolto e che seleziona organicamente gli individui al loro posto.
Per l’adesione al partito altre caratteristiche si richiedono che non la cultura «marxista» e la conoscenza individuale della nostra dottrina; si richiedono doti di coraggio, dedizione, volontà di combattere; è per verificare queste qualità che si discrimina fra il simpatizzante o candidato e il militante, il soldato attivo dell’esercito rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza. Se così non fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve, nei momenti della ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno milioni d’uomini i quali non avranno né tempo, né necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche». E sarebbe stupido, oltre che antimarxista, sostenere che questi «ultimi arrivati» li useremo come «base», mentre i dirigenti saranno quelli che hanno avuto il tempo di «apprendere» e di «prepararsi». Ci si prepara in un solo modo: partecipando al lavoro collettivo del partito. E il militante di partito è per noi non chi conosce la dottrina ed il programma, ma chi «ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale (Considerazioni sull’organica attività del partito…, 1965»
Ed è sicuro che non si è strappato proprio niente né dalla mente né dal cuore chi pensa che prima bisogna saper tutto, aver capito tutto e solo dopo si può agire; oppure chi concepisce il partito come una grande accademia per la preparazione di «quadri». Costui è immerso fino al collo nel mito più putrido della società presente in putrefazione: quello che l’individuo possa col suo misero cervello apprendere e decidere qualsiasi altra cosa che non siano i dettati delle classi dominanti, astute manipolatrici di cultura e d’idee.” (Partito)
….continua