Al lettore
Chiariamo ai lettori che il mutamento preannunciato nella testata del giornale, che da Battaglia Comunista diventa Il programma comunista, non è dovuto a nostra iniziativa, né ad azioni giudiziarie coattive la cui provenienza non interesserà mai indicare. Essendosi trattato di far valere contro il partito, contro la sua continuità ideologica ed organizzativa e contro il suo giornale, e beninteso dono averla carpita, una fittizia proprietà commerciale esistente solo nella formula burocratica che la legge impone, non ci prestiamo a contestazioni e contraddittori tra persone e nominativi; subiremo senza andare sul terreno della giustizia costituita le imposizioni esecutive. Quelli che se ne sono avvalsi non potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Inutile quindi parlare dei loro nomi e dei loro moventi, oggi e dopo.
Il giornale continuerà a svolgersi sulla linea che lo ha sempre definito e che rappresenta suoi titoli non di «proprietà» ma di continuità programmatica e politica, conformemente ai testi fondamentali del movimento, alla Piattaforma e al Programma della Sinistra, alle Tesi della Sinistra, alla serie dei «Fili del Tempo» e alla mole delle altre pubblicazioni contenute in Battaglia, in Prometeo e nel Bollettino, materiale di cui daremo prossimamente, ad uso del lettore, un indice analitico.
Gli alambicchi della democrazia
A leggere i giornali, sembrerebbe che la democrazia italiana si agiti nelle doglie del parto. Consultazioni dentro e fuori il governo, mozioni alla Camera, convegni e congressi di partiti, progetti, piani di voronovizzazione dell’istituto parlamentare, promesse e parole d’ordine: è tutta una girandola di esperimenti all’alambicco della democrazia perfetta.
Che cosa sta dunque agitandosi nel ventre della repubblica democratica fondata sul lavoro (e voleva appunto alludere, la Costituzione, a questa forma di «lavoro» perfettamente simile all’ozio)? Oh, semplicissimo: stanno maturando le elezioni. E il grande problema non è quello di sfornare programmi che gli elettori sarebbero, domani, invitati ad accettare o a respingere, ma quello di trovare gli accorgimenti migliori per creare oggi, nelle storte e negli alambicchi, non solo il risultato generale – che si sa già, perché non è determinato da «volontà» di elettori, ma da concreti rapporti di forza internazionali -, ma i suoi ineffabili particolari; il problema di stabilire fin da oggi, all’interno della coalizione vincente, la distribuzione preventiva dei posti al parlamento e al senato per non scontentare nessuno e, se possibile, per accontentare tutti.
Al congresso socialdemocratico di Genova non si è parlato d’altro perché nessun altro problema urgeva, e al Viminale, a Montecitorio, a Palazzo Madama, l’argomento fondamentale della discussione rimane quello della «proporzionale corretta» (buon termine de caffè di terz’ordine), della «piccola riforma del Senato» e della liquidazione del referendum (o della sua correzione).
Tutto questo, beninteso non ci interessa per nulla; interessa invece constatare come la democrazia confessi apertamente di non reggersi affatto sulla volontà popolare o sul verdetto della coscienza personale, ma su un gioco centralizzato e totalitario di combinazioni, di fronte al quale il cosiddetto responso delle urne è solo la riproduzione ritardata di un fatto già avvenuto. Andate, con questo, a discutere di sottili differenze fra totalitarismo e democrazia, fra libertà e dittatura, fra democrazia e fascismo. Dopo di averci incasellati nel blocco occidentale, incasellano i «rappresentanti del popolo» negli stalli di Montecitorio e di Palazzo Madama secondo la tecnica delle assemblee delle società anonime o del cerimoniale delle precedenze nelle Corti del buon tempo antico (andate a parlare, dimenticavamo, di differenze fra repubblica e monarchia).
Il guaio è che troppi proletari ancora ci credono, e passeranno questi mesi di attesa delle elezioni nel patema d’animo di chi attende un risultato «ignoto». Eh no! Le elezioni non sono ancora state messe alla Sisal solo perché sarebbe troppo facile indovinarne l’esito finale!
La divisione del lavoro tra i laburisti
Il congresso laburista ha date agli operai di tutto il mondo un bell’esempio della divisione del lavoro in atto nel regime borghese e quindi anche fra suoi più appassionati sostenitori: i riformisti.
Per metà congresso ha vinto la demagogia «di sinistra» di Bevan, per l’altra metà ha vinto Attlee. Il primo ha tuonato contro l’America, il riarmo, la guerra; il secondo ha benedetto America e riarmo e ha deprecato, ma accettato in nome della libertà, la guerra. Prima è stata votata a maggioranza la mozione Bevan poi è stata votata a maggioranza la mozione Attlee.
Così la coscienza è a posto: gli operai stanchi e delusi del pantofolaio e governativo Attlee, guarderanno al suo antagonista; ma il Partito, per il tramite del suo Capo, potrà tornare al governo con le carte «pulite». Se non ci riuscirà girerà pagina, e la demagogia bevanista gli permetterà di riprendere quota fino al momento in cui capi-burattinai del laburismo non decideranno di tornare alla «scarna eloquenza» dell’ex-primo ministro.
Tutti soddisfatti. Ma la classe operaia?
Minaccia a mano armata
Nello spazio di meno di un mese i tecnici dello Stato Maggiore americano hanno regalato alla derelitta umanità una serie di armi super-moderne, i cui effetti, se la terza guerra mondiale verrà, saranno tali da far impallidire i mezzi di distruzione impiegati dalla troppo misericordiosa Madre Natura. L’industria nelle mani del capitalismo pare che pervenga a sottomettere le forze cieche del mondo fisico solo per esaltarne il potere di distruggere corpi umani, invece che di assicurarne la prosperità. Missili radiocomandati, flotte di portaerei armate di armi atomiche e ultima grandiosa conquista umana, il cannone atomico. Al loro confronto, che cosa sono tifoni, terremoti, le antiquate epidemie di peste o di colera, buone per il tenebroso Medioevo?
Il missile radiocomandato è costituito, pare, da un aereo da bombardamento pieno zeppo di esplosivi ad alto potenziale, guidato dal suolo, o da un aereo pilota, mediante comandi trasmessi via radio. Si perde un aereo, commentavano evangelicamente i militari del Pentagono, ma in compenso si risparmia la vita dell’equipaggio che per particolari obiettivi assegnati al missile andrebbe certamente sacrificato! Non sarebbe cosa generosa fare un piccolo pogrom degli alti ufficiali del Pentagono e della Casa Bianca che si e no assommano a poche centinaia di persone, e risparmiare milioni di vittime in preventivo? Ma dire ciò significa «svegliare gli istinti bassi» delle folle, predicare l’odio sociale.
In quanto a portaerei il Pentagono nemmeno sta male. In una recente intervista il Segretario americano per la Marina dichiarava: «Abbiamo bisogno di 10 o 12 portaerei (oltre quelle esistenti). È attualmente allo studio la possibilità di dotare le nostre maggiori unità da combattimento e le nostre portaerei di motori a propulsione atomica, ed è soltanto questione di tempo il raggiungimento da parte nostra della superiorità in questo campo». Successivamente si è appreso, contemporaneamente alla notizia che la Sesta flotta americana stanzia permanentemente in quel mare creato da Domineddio appositamente per gli americani che è il Mediterraneo, che tutte le portaerei made in U.S.A. sono armate di bombe atomiche. Ci fanno sapere cioè che mentre i napoletani o i genovesi lavorano, mangiano, dormono, nei loro porti, racchiusa nei ciclopici fianchi della «Coral Sea» o della «Filippine Sea» giacciono non sappiamo quante libbre di uranio pronte all’uso. Ciò non si chiama affatto terrorismo o manifestazione di forza a fine intimidatorio: nemmeno si può paragonare, fatte le debite proporzioni, alla canna di pistola che il bandito preme sulla nuca della vittima. Ohibò, si tratta di «democrazia protetta»…
Il cannone atomico realizza i sogni futuristi degli ufficialoni di artiglieria di sostituire le antiquate salve di obici e di shrapnells con raffiche di bombe atomiche. Immaginate se fosse esistito al tempo dello sbarco americano a Solerno, Anzio, ecc. Si sarebbero cancellate dalla faccia della terra quelle inutili città con relative popolazioni ma quante vite di ufficiali e soldati sarebbero state risparmiate, ed evitato al Governo degli Stati Uniti di occupare del territorio italiano quanto e bastato per seppellire i propri morti! Una vera meraviglia della tecnica anche della filantropia yankee, dato che a costruirlo sono impiegate acciaierie, fonderie, officine meccaniche, elettriche, telefoniche, automobilistiche e via dicendo. Ecco graziosi connotati: canna lunga 12 metri, due motori da 500 cavalli forniscono l’energia sufficiente al movimento dell’arma, due cabine di comando allacciate telefonicamente, gittata di 30-32 chilometri, calibro di 280 millimetri, marcia alla velocità di un autocarro su strade comuni o su terreno accidentato grazie ai cingoli dei suoi trattori, i serventi al pezzo seguono su autocarri, può sparare a volontà sia proiettili comuni che atomici. Fra poco apprenderemo che tutti i reparti americani stanziati sul suolo dell’Europa, avranno il loro cannone atomico in dotazione.
La borghesia americana ha giurato di terrorizzare il mondo intero per non correre il rischio di dover terrorizzarsi al pericolo della rivolta delle masse nullatenenti. Ma con ciò stesso affretta il giorno in cui le masse sfruttate le porranno in termini di forza il quesito: o tu o noi.
V piano quinquennale: capitalismo in crescita
Tutta la stampa staliniana è ormai piena di articoli apologetici sul V piano quinquennale. L’obiettivo cui tende la campagna propagandistica è di inculcare nelle menti dei lettori il concetto dello sviluppo gigantesco della industrializzazione russa, in confronto alla postulata decadenza industriale ed economica dei paesi capitalistici di Occidente, primi tra tutti, s’intende, gli Stati Uniti. Fin qui nulla di nuovo. La propaganda della coalizione atlantica non persegue essa pure altro scopo che quello di ficcare nei cervelli dei due miliardi e rotti di esseri umani, che popolano la terra, la stessa nozione capovolta: superiorità in tutti i campi, industriale, economico, militare, ecc. del blocco atlantico. Partigiano di uno dei due blocchi, cioè disposto a prendere le armi per combattere sul o dietro il fronte, è colui che dalla nozione, esatta o arbitraria che sia, della superiorità di uno dei due colossi fa derivare l’obbligo di appoggiarne la politica ufficiale o addirittura le azioni armate, belliche.
Noi che neghiamo programmaticamente ogni pur minima azione o propaganda che non sia rivolta a smascherare il contenuto capitalistico e antiproletario, di ciascuna di ambedue le coalizioni, possiamo tranquillamente, a scorno degli indifferentisti, valutare i reali rapporti di forza intercorrenti tra due concentramenti di potenziali economici militari, senza tema di apparire partigiani degli uni o degli altri. Impossibile è, sia pure in vista di propugnare il giusto principio dell’antipartigianismo, negare le differenze quantitative e di sviluppo della industrializzazione americana e russa. Uguali non sono.
Lasciamo stare la questione della differenza assoluta tra la produzione totale e la capacità militare di ciascuno. Vogliamo occuparci ora un’altra questione similare: l’incremento annuo della produzione. In che misura la produzione nazionale aumenta annualmente in America e Russia? Lo spunto ci viene dato dalla nota di introduzione al progetto del Comitato Centrale del P.C. russo per il Piano quinquennale, scritta da Riccardo Lombardi nume tutelare dell’economia cominformista italiana, insieme con Pesenti e soci.
Come al solito, oltre all’intonazione solenne, la nota è piena zeppa di dati, percentuali, statistiche, comprovanti tutte un aumento strepitoso in ogni ramo della produzione russa. E sia, tanto più che nessuno potrà seriamente confutarle o onestamente ritenerle per esatte, mancando ogni possibilità di controllo. Riteniamo per buone, per comodità di discussione, i dati forniti dalle agenzie del Ministero russo della Pianificazione. D’accordo, dunque, ogni ramo della produzione russa segna una curva ascendente di incremento. Sia detto per inciso, ciò non capita solo al governo russo: ormai tutti paesi occidentali, compresa la derelitta Italia, hanno superato livelli di produzione pre-bellici. Già, ammettono fautori di Mosca, ma in che misura? Quale è il tasso del loro incremento?
Vecchia questione, che servì egregiamente agli opportunisti di ieri l’altro. Riccardo Lombardi esclama: «il nuovo piano quinquennale dell’URSS prevede il raddoppio della produzione industriale dell’Unione Sovietica in 6 anni: difatti previsto incremento di produzione del 12 per cento all’anno». E commenta soddisfatto: «Contro l’1,4 per cento degli Stati Uniti d’America».
Segue una colluvie di cifre e percentuali per dimostrare che il tasso di aumento di produzione previsto dai compilatori russi è stato calcolato con eccessiva prudenza, preferendo pianificatori commettere errori di difetto anziché di eccesso, sicché una valutazione realistica porterebbe il tasso di incremento al 16 per cento. Non abbiamo alcuna difficoltà, per le ragioni dette, ad accettare per buone le cifre degli uffici statistici russi. Va bene, accettiamo come vangelo quanto il Lombardi ricava dai calcoli, e cioè che, stando al ritmo attuale, la produzione globale degli Stati Uniti dovrà impiegare quasi 50 anni per raddoppiarsi, mentre per l’economia russa basteranno appena 5 anni. Ciò ammesso, non dimostra certamente che varieranno di conseguenza i rapporti di forza tra le due economie rivali, dato che stessa quantità di merci rappresenta, se paragonata rispettivamente alla produzione globale di Stati Uniti e Russia, diverse percentuali del tutto. Esempio pratico: l’incremento del 100 per cento di mille lire è minore dell’incremento delI’1 per cento di un milione di lire.
Solo se ambo i competitori partissero da un’eguale base di partenza, cioè se entrambi possedessero 1000 oppure 1.000.000 lire, la differenza delle percentuali di aumento del capitale considerato basterebbe da sola a provare mutamenti di rapporti di forza tra rivali. Quel Lombardi, come tutta la stampa staliniana, non dice questo: allo stato attuale, la produzione totale degli Stati Uniti della Russia sono allo stesso livello? Per il momento conosciamo solo certi rifiuti che osano affermarlo…
Ma, come abbiamo già detto, non interessa la situazione dei rapporti tra le economie americana e russa. Solo ci interessa di spiegare il fenomeno dello strepitoso aumento della produzione russa, l’incalzante ritmo della diffusione dell’industrializzazione sul territorio dell’URSS. Quale la causa? La risposta degli stalinisti ormai è proverbiale: il socialismo, il carattere non capitalista dello State russo. Altri più fessi dicono: il capitalismo di Stato, il «post-capitalismo». La verità è che i primi mentono demagogicamente mentre i secondi hanno dato in affitto il cervello, pervenendo al punto di non sapere andare a ritroso oltre il 1900, e quindi di non riuscire a capire che il capitalismo di Stato, la gestione statale della produzione capitalista, è metodo di governo della classe borghese che ha trovato impiego fin dal suo affacciarsi sulla scena della storia, cioè fin dal medioevo. Vero però che il capitalismo russo poteva svilupparsi che nelle forme della gestione statale.
La spiegazione dell’altissimo tasso d’incremento della produzione, il «tempo» brevissimo segnato dal dilagare della industrializzazione, sta nel fatto che quello russo è un capitalismo in crescita, cioè un capitalismo nato ieri che si espande saturando zone e aggregati sociali ancora al di là dell’industrializzazione, ancora vergini di macchinismo e di commercio capitalistico. Naturalmente, e il capitalismo industrializzatore non sarebbe storicamente una rivoluzione in confronto ai regimi preesistenti se accadesse il contrario, l’introduzione del lavoro associato e dei processi produttivi meccanici in territori e agglomerati sociali arretrati, quali la Mongolia Turkmenistan, ecc., non può avere per risultato che l’enorme esaltazione delle forze produttive e il relativo aumento della produzione. Ad esempio, la Russia possiede un molto insufficiente sistema di comunicazioni, il che rappresenta un ritardo notevole, quindi uno stato di arretratezza del capitalismo russo di fronte quello più sviluppato di Germania o degli Stati Uniti. Ma è fin da ora scontato che l’infittirsi delle vie di comunicazione (ultima realizzazione, il canale Volga-Don) comporterà un incremento della produzione, come nello scorso secolo avvenne per l’introduzione delle ferrovie in Inghilterra, Germania Stati Uniti ccc. Ma tali sensazionali scatti in avanti della industrializzazione e della produttività non bastano da soli a testimoniare del carattere non capitalista della produzione, che apologeti di Mosca petulantemente invocano ad ogni piè sospinto.
Esempi storici non se ne trovano certo di rado. Quello più vicino a noi, dopo la Russia, è fornito dalla Germania. Dopo la guerra vittoriosa contro la Francia bonapartista del 1870, che doveva fruttare dei bacini minerari di Alsazia e Lorena, la Germania in impeto irrefrenabile che fece stupire il mondo (e ingelosire l’Inghilterra), divento in breve tempo da paese agricolo uno dei massimi paesi industriali del mondo. Confrontate il «tempo» della industrializzazione germanica a quello segnato dall’Inghilterra, che era stata all’avanguardia della rivoluzione industriale della prima metà del secolo XIX e avrete che il tasso di incremento della produzione tedesca raggiungeva gli stessi livelli sensazionali che fanno impazzire di gioia i Lombardi e i Pesenti. D’altra parte il processo d’industrializzazione non poteva ovviamente calcare le linee di sviluppo di più antiche potenze industriali, ma si rifaceva immediatamente ai più moderni ritrovati della tecnica, che imponevano la massima concentrazione del capitale, sicché il mondo dovette prendere atto dei «record» industriali tedeschi: i più grandi stabilimenti del mondo nel campo dell’industria agricola, chimica, siderurgica! All’inizio del secolo lo stabilimento Krupp era il più grande del mondo e la cifra di più di 35.000 operai da esso impiegati definita «enorme»! Era socialismo, questa gigantesca eruzione di industrie e di commerci? No, era soltanto la impressionante crescita del capitalismo tedesco, che ormai libero da ogni inceppo semi-feudale, si lanciava a testa bassa verso il traguardo della supremazia imperialista, che doveva innamorare di sé non solo i Guglielmoni e gli Hitler, ma purtroppo anche Kautsky e C.
Identica cosa avviene in Russia oggi, nel campo produttivo, e non solo in esso.
La freccia avvelenata del Lombardi consiste nel ripetere la solfa che in Russia è un’altra cosa, perché non esiste (in parte più apparenza che altro) la proprietà privata. Ma via!… Quando l’opposizione social-stalinista alla Camera propone la nazionalizzazione delle industrie elettriche e meccaniche che altro dimostra se non che la gestione statale cosi esaltata dai russi è compatibile con l’ordinamento borghese?
Retroscena del progressismo
Non siamo noi a dirlo, ma – a proposito delle «riforme» di Mossadeq – un corrispondente borghese su Il Corriere della Sera dell’8-10-1952:
«Ai possidenti di terre il nazionalismo allucinato delle masse (quelle delle città; le altre non contano) ha sempre fatto comodo; hanno speso molti soldi per istigarlo e tenerlo caldo. Il nazionalismo qui è un deviatore; distrae le masse dalla concentrazione mentale sulla loro sconfinata miseria, sostituisce al senso dello squallore e degradazione individuale un senso di eccitazione e fierezza collettiva.
La nazionalizzazione del petrolio ai possidenti piacque assai. Kasciani, che è in buoni rapporti sentimentali e altri coi possidenti disse che la nazionalizzazione del petrolio faceva inutile la riforma agraria, cioè togliere le terre ai ricchi enormemente ricchi, e spartirle e darle ai contadini. Il petrolio avrebbe pagato quello che loro i possidenti non avevano affatto voglia di pagare».
Capite, il progressismo?
Nenni o il marxismo alla rovescia
Tutto si può aspettare dalla… dialettica di Pietrone, specie quando si tratta di modificare, o meglio ancora di capovolgere, i cardini della teoria marxista.
Andato a celebrare a Genova il sessantesimo anniversario della nascita del Partito Socialista, egli ha presentato la storia del movimento operaio sotto la luce di una grande lotta per la libertà e per le riforme, il che appunto gli ha guadagnato i galloni del Premio Stalin e, dopo mille ed una capriole, l’amicizia fraterna dei liquidatori del comunismo, i Togliatti, i Terracini, i Grieco, Ma nel suo discorso, che in verità non merita molte chiose visto che si trattava di rifare la storia di un sessantennio secondo l’ideologia della libertà e di sciorinare un miscuglio di guerraiolismo e pacifismo, Pietro Nenni ha perfino voluto mettersi a teorizzare e, trovatosi di fronte alla solita terribile accusa lanciata ai socialisti di essere «antinazionali», ha risposto: nossignori: «la nostra fedeltà alla patria e la nostra fedeltà alla democrazia sono totali ed assolute. Come lo internazionalismo non è che lo sviluppo del patriottismo, così il socialismo è lo sviluppo della democrazia».
Ora, che la fedeltà di Nenni alla patria sia indiscussa non lo neghiamo – non per nulla Pietrone fu interventista e fascista -; che, per lui, il passaggio dal patriottismo all’internazionalismo, dal socialismo alla democrazia e viceversa, sia la cosa più facile e naturale di questo mondo, siamo prontissimi ad ammetterlo (nulla è impossibile ai clowns del movimento operaio); per noi resta ferrea l’opposta tesi, la tesi marxista, che l’internazionalismo operaio è la negazione del patriottismo, e il socialismo la negazione, non lo sviluppo, della democrazia. I due termini sono contrapposizioni dialettiche, non gradi di uno sviluppo unico: chi afferma l’uno nega (e si prepara ad abbattere) l’altro.
Per questi giocolieri abituati a tirar fuori dalla manica prima un coniglio e poi una lepre, non si vede perché non si debba dichiarare: il socialismo è lo sviluppo non la negazione del capitalismo. Quest’ultimo corollario, Nenni se l’è indubbiamente sentito dire a quattr’occhi da Stalin, giacché la teoria conformista è appunto quella della leale e pacifica gara di velocità fra due sistemi.
Dalla piazza al ministero, dal patriottismo all’ internazionalismo, dalla democrazia al socialismo: ma che dolce cammino, per questi signori! Gli operai, quando sentono fischiare le pallottole della democrazia o quelle della patria, sono invitati a considerarle come un provvidenziale anello nella catena di rose che porta dal regno del capitale a quello del lavoro.
Sorridendo dalla tribuna, Pietro Nenni si guarda le medaglie (d’interventista e di partigiano della… pace).
Il cinismo della borghesia americana riflette la strapotenza del capitale
La polemica elettorale ha giunto, negli Stati Uniti, le vette che tutti sappiamo. Impossibile ignorarle con il fracasso che la radio e la stampa ci stanno facendo sopra. Gli uni, avversari della politica americana con lo stesso fanatico accanimento con cui ieri ne esaltarono gli obiettivi di guerra, si avvalgono delle irruenti accuse e di venalità che lanciano, reciprocamente, attraverso gli altoparlanti e la televisione, i candidati dei partiti in lizza, per diagnosticare la cancrena della borghesia statunitense. Secondo loro, tali impudenze sono sintomi chiari della agonia della potenza del dollaro, a tutto beneficio dell’espansione russa. Per gli altri, legati anima e corpo alla greppia governativa, la brutale franchezza con cui la classe dominante yankee denuda le vergogne del sistema capitalista, equivale a prova di vitalità della democrazia parlamentare che non si nasconde, secondo loro, le difficoltà e gli errori che sono invece dissimulati e nascosti dai regimi totalitari con i metodi polizieschi. Per lo più, a tenere questa difesa ad oltranza della democrazia elettiva in generale, di quella americana in particolare, sono gli stessi giornalisti che ieri l’altro osannavano al totalitarismo mussoliniano e alla guerra anti-americana. Conclusione prima: i cinici giudicano i cinici, gli spudorati leggono le carte degli spudorati, i venali e rotti a tutti i volgimenti di gabbana contano soldi in tasca ai loro simili. Di che meravigliarsi se i galoppini di Stevenson accusino Eisenhower di accettare nelle proprie file gente molto sensibile al fascino dei dollari? Nell’universo della democrazia parlamentare, o popolare, tutto il mondo è paese.
Ma il quesito rimane. Perché la borghesia americana, contrariamente alle borghesie d’oltre-atlantico che studiano di usare al minimo l’arma dello scandalo e al massimo quella dell’influenzamento ideologico delle masse, non dico che pervenga a capovolgere il rapporto, ma, con audacia inaudita altrove, non si perita di mostrare alla luce del sole le magagne del proprio personale politico e militare, le disfunzioni dell’apparato di governo, l’incredibile dose di incapacità e di dilettantismo della propria diplomazia? Non regge l’ipotesi, che è solo un pio desiderio, degli staliniani, per la quale la borghesia americana sarebbe sul punto di tirare le cuoia. Una classe dominante, per morire, ha bisogno di un becchino. A tutt’oggi il proletariato americano non si mostra affatto all’altezza del compito. Tendete le orecchie: sentirete ancora fragore degli applausi frenetici decretati dal Congresso dell’AFL. (Federa- zione americana del Lavoro) al candidato democratico Stevenson. Per ben 35-40 volte, riferisce la stampa d’informazione, gli ottocento delegati del Congresso hanno interrotto il discorso di Stevenson, pronunciato alla loro presenza, abbandonandosi a scene di entusiasmo, quali si registrano da noi ai comizi di Nenni e Togliatti. Altro che becchino, almeno per ora! Se la classe operaia è penetrata fino alle midolla del veleno opportunista, frastornata dalle superstizioni circa la coesistenza pacifica delle classi, come volete che la classe dominante borghese sia sulla via della tomba?
Nemmeno regge l’ipotesi della «vitalità» della democrazia yankee, avanzata dai giornalisti affittati al governo filo-americano di De Gasperi. Ogni volta che classe dominante americana ha sentito che i principii della propria dominazione erano seriamente minacciati, non ha esitato, come nel caso dell’eccidio di Chicago, dell’assassinio giudiziario di Sacco Vanzetti e in diversi altri casi, a fare ricorso con immutabile cinismo al pugno di ferro, all’azione brutale sanguinosa dell’apparato repressivo. Parlare dell’America, identificandola col mondo della libertà, quando la malavita, che in ogni Stato borghese viene adoperata come strumento ausiliare di repressione in determinati momenti cruciali della lotta di classe, negli Stati Uniti entra come elemento permanente e parte integrante insostituibile del politicantismo! E dire di un regime «libero» che produce dalle sue viscere il più bestiale e irriducibile razzismo che mai si sia visto al mondo? Confrontate le manicomiali cerimonie del Ku-Klux-Klan con le crociate antisemite dei nazisti: se lo spargimento di sangue commesso da questi supera quello provocato dai linciaggi dei negri, la follia sadica dei razzisti americani, i quali hanno nelle mani il governo di interi Stati dell’Unione, resta certamente ineguagliata. No, la perpetuazione del regime sociale e politico statunitense non si appoggia affatto, siccome pretendono pennivendoli governativi, sull’elixir di lunga vita della democrazia. La questione va completamente rovesciata. È il regime dello scandalo e della frode elettorale, tipicamente yankée, che si regge su qualcos’altro che su un fatto innegabile che sia la stampa stalinista che quella filoamericana accuratamente evitano di illustrare. Quale? La soggezione totale delle masse lavoratrici americane alle influenze dell’opportunismo, la loro incapacità di liberarsene.
La stampa stalininiana che ha una missione demagogica da compiere mentre mostra rabbrividire di disgusto di fronte alle carnascialate di America, deve affermare ora, in omaggio alla tesi dell’avanzata del mondo del «socialismo» che le masse lavoratrici americane stanno aprendo gli occhi al socialismo e chiudendo le orecchie opportuniste. Noi che non abbiamo da ingannare nessuno, non possiamo affatto dirlo. Non possiamo dirlo perché non abbiamo da svolgere un compito di reclutamento di partigiani per la eventuale guerra imperialista il che appunto si fa predicando una esagerata sottovalutazione del potere del competitore imperialista. La verità è che la mentalità tipicamente cinica della borghesia americana, il suo non aver timore, ad esempio, di condurre una battaglia elettorale, quella in corso, su uno scandalo finanziario, in cui ogni partito accusa l’altro di Iadrocinio e di venalità, è determinata dal tracotante sentimento che la borghesia yankee ha della propria strapotenza di classe.
L’ultimo atto che doveva ribadire la completa dominazione del Capitale si è avuto recentemente, come dicevamo, dall’adesione all’unanimità del Congresso dell’AFL alla campagna in favore del candidato democratico Stevenson. Precedentemente, il Congresso del C.I.O., l’altro organo sindacale americano aveva presa la stessa decisione. Ciò significa che l’intero proletariato americano, il più numeroso del mondo, è caduto, tranne trascurabilissimi gruppetti accalappiati peraltro immediatamente dalla rete stalinista. nel pieno del gioco della politica della classe dominante, e quale gioco!
La borghesia americana in tutto può sbagliare tranne nel convincimento motivato che la soggezione delle lavoratrici, anzi adesione cieca, alla politica delle Stato Washington, le assicura solo la perpetuazione della propria dominazione sul territorio metropolitano, ma addirittura le permette di montare la guardia al privilegio capitalistico, in tutti i cinque continenti. Lo spettacolo del totale inquadramento delle masse proletarie, mercè la politica dell’onnipotente opportunismo sindacale, nella ideologia e nella politica ufficiale, non puo riempire di arroganza le oligarchie dominanti. E c’è di che inorgoglirsi! Dall’epoca della guerra di Secessione, terminata nel 1865, se non si vuole risalire addirittura fino alla guerra d’Indipendenza con l’Inghilterra, il capitalismo americano non ha conosciute che guerre, mai ha sentito i morsi del terrore che le minacce di rivolta delle masse suscitano negli oppressori. L’America del Nord a tutt’oggi è vergine di rivoluzione. Contrariamente alle borghesie europee, il cui dominio politico si instaurò attraverso guerre di classe e violenti rivolgimenti, la borghesia americana, esportata vecchia Europa sulle rive dell’Atlantico, si costruì il proprio potere autonomo attraverso una guerricciola contro la Madrepatria Inghilterra, non disdegnando di accettare gli aiuti delle ancora feudali Francia e Spagna. Né il rifiuto di obbedienza dei coloni americani a S.M. Britannica si colorò degli accesi colori della Ideologia e della Retorica giacobina dei rivoluzionari borghesi Europa. Alla base della contesa con l’Inghilterra, conclusasi la guerra, fu posta la lotta del «libero pensiero contro l’Autorità», o «dell’ Uguaglianza contro il Privilegio», tutt’altro. Senza drappeggiarsi nelle vesti libertarie, fu detto chiaro e tondo dai piantatori americani che il pomo della discordia erano le pretese del Governo di Londra di esigere tasse sullo zucchero, sul té, ecc., prodotti in America. Con la stessa identica spregiudicatezza, che poi è un punto all’attivo del materialismo storico, i pronipoti dei Franklin e dei Washington spiattellano davanti al mondo intero che la lotta tra Stevenson ed Eisenhower è una questione che viene risolta in definitiva a suon di dollari.
Il cinismo della borghesia americana, la sprezzante noncuranza con cui lascia intravvedere uno sfondo di intrighi e di corruzioni dietro le figure dei candidati alla presidenza dello Stato Federale, non è in fondo che la convinzione che l’America del Nord, o meglio, gli Stati Uniti, debbano rimanere per sempre terra senza rivoluzioni. Purtroppo tale superstizione non risparmia le menti proletarie. L’alleanza capitalistico-opportunista che sta celebrando il suo saturnale nell’atmosfera accesa della campagna elettorale, assicura la perpetuazione della dominazione capitalista in America; potendo disporre di un colossale potenziale industriale e militare vigila sul mondo intero, pronta a piombare ovunque le masse proletarie minacciassero di intaccare le basi dello sfruttamento capitalistico. Un blocco di potenziale controrivoluzionario, di cui uno simile non esiste al mondo, né nello spazio né nel tempo.
Soddisfatta della sua onnipotenza, della impotenza delle masse, la borghesia statunitense ghigna. Sicura che le armi terribili di cui quotidianamente accresce il numero e la micidialità, saranno impugnate dal proletariato contro i suoi interessi di classe sfruttata contro la sua stessa esistenza fisica. Irride in cuor suo ai suoi stessi satelliti, alle borghesie vassalle di Europa, d’Asia, del rimanente del continente americano, Comincerà a fremere di paura allorché il proletariato si alzerà a spezzare l’alleanza stipulata dall’opportunismo con la filibusta del Capitale. Quando verrà tale giorno nessuno dirlo. Di sicuro però che esso segnerà la fine della mostruosa epoca del capitalismo.
Geografia dell’opportunismo
È detto nel Manifesto dei Comunisti, che il proletariato deve lottare contro la propria borghesia nazionale. Nonostante le odierne misure di controllo super-statale e supernazionale esercitate dai centri mondiali imperialistici, tale principio rimane saldamente in piedi, dato che la sudditanza delle borghesie nazionali ai colossi mondiali non esclude l’esistenza e il formidabile funzionamento di macchine statali locali, che se hanno perduto, o stanno perdendo, molto del loro potere di influenzare lo sviluppo dei grandi avvenimenti mondiali, conservano tuttora, anzi possiedono in misura aggravata, la capacità di esercizio della repressione. Di conseguenza, la rivoluzione proletaria non può concepirsi, pur rimanendo indiscussa la necessità del suo sbocco mondiale, che iniziantesi con la rottura degli apparati di repressione locali.
Ma far saltare la macchina statale capitalista significa anzitutto sgominare gli schieramenti opportunisti pseudo-proletari, che dello Stato sono la protezione più preziosa e la condizione immancabile del funzionamento del suo meccanismo di repressione e intimidazione. Tutta quanta la strategia rivoluzionaria della III Internazionale leninista si resse su tale principio, sicché la condizione prima della riuscita dell’attacco rivoluzionario fu identificata nella distruzione delle organizzazioni socialdemocratiche di vario colore. La successiva evoluzione del capitalismo non ha mutato le direttrici strategiche di allora, anche se apparati e inquadramenti di partiti, a suo tempo inseriti nella Internazionale comunista, figurano oggi nello schieramento mondiale dell’opportunismo. Il nemico immediato da abbattere, le prime trincee della conservazione borghese da prendere di assalto, restano le organizzazioni politiche opportuniste.
Multiformi, ma non troppo, appaiono le casacche ideologiche e propagandistiche dell’opportunismo internazionalmente considerato. Varie sono le origini storiche, le linee di sviluppo seguite, i miti, le tradizioni organizzative, delle varie popolazioni politiche che colorano variegatamente la mappa dell’opportunismo. Ma il carattere fondamentale, a cui tutte si possono, riportare e che le assimila di fronte allo Stato capitalista, è uno, e uno solo: la loro sostanziale politica dei due estremi del capitalismo: capitale (privato o «nazionalizzato» poco importa) e il lavoro salariato.
Per il principio anzidetto che ogni proletariato deve anzitutto lottare la borghesia nazionale, i gruppi rivoluzionari, dove esistono, debbono anzitutto gettarsi nella lotta contro l’opportunismo locale. Avviene però che tale lotta comporti, in taluni elementi meno provveduti, a sopravvalutare la effettiva consistenza ed il reale potenziale politico del nemico opportunista, giungendo persino ad illazioni arbitrarie in tema di valutazione dei rapporti di forza fra i campi in cui l’imperialismo divide il fronte antiproletario e controrivoluzionario dell’opportunismo.
Giova pertanto, giacché non può bene agire chi male ha compreso, passare in rassegna rapidamente le forze internazionali dell’opportunismo. Opportunismo filo-americano? Opportunismo filo-russo? Proprio. Siffatti concetti non possono apparire arbitrari, da quando la Federazione mondiale dei Sindacati costituita dagli Stati vincitori del secondo conflitto imperialistico, si scisse secondo la linea di frattura politica determinata dalla guerra fredda. Visto che l’opportunismo americano ricusa ipocritamente di svolgere attività politica, annidandosi potentemente nelle organizzazioni pseudo-apolitiche dei sindacati, non può scegliersi altro riferimento storico per tracciare le discriminazioni in atto nel campo dell’opportunismo mondiale. La Internazionale sindacale si scisse allora in due giganteschi tronconi direttamente soggetti all’influenza di Washington o di Mosca, ricalcando fedelmente la polarizzazione delle forze sul piano politico. Tenendo conto delle scissioni sindacali e dell’antagonistico concentramento dei partiti politici pseudoproletari. operanti sulla arena internazionale, il quadro dei rapporti di forza fra gli schieramenti opportunisti aventi in funzione dei centri imperialistici in lotta, si presenta cosi:
Due Americhe. Tranne qualche situazione locale, l’opportunismo filo-russo in questo continente è praticamente inoperante. Nei grandi Stati, quale la Confederazione nordamericana, il Canada, il Brasile, l’Argentina, costituisce uno schieramento di scarsissima consistenza organizzativa e di nessuna seria influenza politica, assoggettato come è a un pesantissimo controllo poliziesco o messo addirittura al bando. Negli Stati minori, quali la Bolivia, il Venezuela ecc., o si muove timidamente e anonimamente nella scia di formazioni estremiste locali, come ad esempio, il Boliviano Partito Nazionalista Rivoluzionario di Paz Estensoro o il «Partito de Acion Democratica del Venezuela»; oppure non esiste che simbolicamente data la composizione sociale e l’arretratezza economica di talune repubbliche dell’America centrale e meridionale. Tirando le somme, le influenze opportuniste di orientamento filo-russo sono praticamente assenti nel continente americano. Viceversa, il proletariato dei massimi paesi industriali in testa gli Stati Uniti e il Canada è soggetto a influenze opportuniste direttamente collegate alla borghesia locale, di cui ripetono esasperandoli i motivi della campagna antirussa anche se, come è il caso dell’Argentina peronista, la crociata guerrafondaia contro Mosca si mescola a una concomitante azione propagandistica e politica che persegue fini di ricatto contro i padreterni del capitalismo yankee.
Europa Occidentale. In questa parte dell’atlante dell’opportunismo, sia pure usurpato, del filo-russismo, parrebbe che dovesse essere rappresentato a fortissime tinte. Ma si tratta più di illusione che di una valutazione realistica. In Spagna, lo stalinismo è fuori legge. In Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca, Svezia, Norvegia, Austria non rappresenta nemmeno il partito più forte della minoranza parlamentare, ottenendo bassissime percentuali di voti. Anzi, in alcuni di questi è, dopo la parentesi dell’espansionismo post-bellico russo, in netto declino: nei due maggiori paesi scandinavi i voti stalinisti si ridussero, nel 1948, alla metà. In Danimarca, ad un terzo. In Grecia è uscito da qualche anno completamente sconfitto nella guerra civile iniziata da Markos. Particolare situazione presenta la Jugoslavia, ove la rivolta della frazione titina del partito comunista locale ha provocato il fenomeno originale dell’allineamento in funzione antirussa di una organizzazione politica tipicamente staliniana. Qui, però, le recenti esecuzioni di elementi antigovernativi lo testimoniano, la frazione filorussa, benché sotterranea, è ancora considerevole.
Esaminati i paesi minori, rimangono i più forti numericamente ed industrialmente: Inghilterra, Germania, Francia, Italia. Non occorre spendere parole per dire che l’opportunismo filorusso è più forte nei paesi (Italia e Francia) in cui meno sviluppata è l’industria, relativamente parlando. In Inghilterra e Germania lo stalinismo è neutralizzato rispettivamente dalla demagogia bevanista e socialdemocratica, i cui programmi di nazionalizzazione colorata per giunta da un’abile propaganda antiamericana costituiscono una insuperabile diga agli allettamenti staliniani. D’altra parte, i recenti avvenimenti nel partito comunista francese, culminati nella clamorosa messa sotto accusa di Marty e Tillon mostrano che il campo dell’opportunismo staliniano francese è minato all’interno. La lunga assenza dal governo logora agli organismi nati e funzionanti per starci. Non è difficile profezia pronosticare che perdurando l’odierno dissimulato totalitarismo democristiano, in Italia dovrà verificarsi presto o tardi eguale fenomeno. A conti fatti, lo stalinismo detiene in Europa occidentale posizioni tutt’altro che predominanti e, per di più, non definitive. Il proletariato dei maggiori paesi industriali e militari per la schiacciante maggioranza subisce l’influenza dell’opportunismo che se non è dichiaratamente filo-americano, non dissimula affatto il suo caparbio e fanatico antirussismo. La petulante propaganda cominformista basata su patetici appelli alla concordia e proposte adescatorie di embrassons-nous generali, costituisce la riprova di quanto andiamo dicendo.
Asia. In questa parte del mondo l’opportunismo staliniano ha conseguito i massimi successi nel dopoguerra e mantiene un’energica azione di disturbo e di guerriglia partigiana contro i governi sostenuti dalle potenze colonialiste occidentali, rendendone precaria la stabilità politica. Qui si è verificato il più clamoroso spostamento di forze imperialistiche ed opportuniste a favore di Mosca, e cioè la cacciata dalla Cina delle forze legate al Kuomintang e l’instaurazione del regime di Mao-Tse-Tung. Le ripercussioni del gigantesco avvenimento si manifestano tuttora con l’intensificazione della guerra partigiana nel Vietnam (Indocina), scoppiata fin dal dicembre del 1946, in Malesia, nelle Filippine, ove su una popolazione di 18 milioni di abitanti circa, 500.000 tra aderenti e simpatizzanti ingrossano le file del clandestino partito degli Huks che solo la presenza di basi militari americane sul territorio della repubblica riesce contenere. Forse si mantiene l’influenza staliniana nelle altre zone, e dove non riesce ad affermarsi, subisce gli effetti della politica di gelosa neutralità che nei confronti degli antichi padroni colonialisti di Occidente svolgono, per lo più sul piano delle enunciazioni ideologiche, i governi indipendenti recentemente costituiti (India, Pakistan, Indonesia, Stati arabi, ecc.). Fa eccezione il Giappone, che è la più forte, se non addirittura l’unica, potenza industriale con considerevole proletariato, del continente asiatico e del Pacifico. Qui la politica antirussa del governo tocca vette molto alte, sebbene ipocritamente dissimulata, con la conseguenza che le forze staliniste si trovano ad operare in un ambiente di semi-illegalità. Le recenti elezioni nipponiche hanno segnato una bruciante sconfitta del Cominform.
II totale dei totali ci fornisce un quadro abbastanza eloquente dei rapporti di forza dei campi in cui l’imperialismo divide l’opportunismo operaio. Balza subito agli occhi che i massimi paesi industriali del mondo, in cui si concentra schiacciante maggioranza dei mezzi di produzione e degli effettivi del proletariato industriale oggi esistenti, e cioè Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Canadà, Belgio, Olanda, Svezia, Francia, Italia, Giappone, ecc., sono sottratti, tranne qualche eccezione, alla influenza dell’opportunismo filo-russo, il quale, tranne la Russia, e in misura di gran lunga minore, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, si applica su regioni del globo prevalentemente agricole, che solo oggi fanno i primi passi verso l’industrializzazione capitalista e la proletarizzazione del contadiname.
Tale risultato, e solo questo, si ottiene facendo ruotare il mappamondo della geografia dell’opportunismo. Quali conclusioni si debbono trarre? Quelle implicite nella nostra concezione dell’opportunismo, considerato nella sua essenza di alleato dell’imperialismo e di nemico giurato della rivoluzione. Sotto questo profilo, ambo i campi dell’opportunismo, ad onta delle diverse ideologie e parole politiche sbandierate, vanno combattuti. Oggi purtroppo ciò è possibile quasi unicamente sul terreno teorico e propagandistico. Ma quando la disfrenata guerra di classe avrà liberato le forze sociali represse, sarà di preziosa utilità per l’internazionale rivoluzionaria futura l’aver acquisito da tempo la nozione dello esatto rapporto di forza fra i satelliti opportunisti dell’imperialismo. Gioverà sopratutto essersi liberati a tempo della sopravvalutazione, artificiosamente alimentata dalla stampa borghese della capacità di influenzamento politico che si attribuisce agli uni, col risultato di sottovalutare gli altri, e cioè di trascurare di armarsi anche contro di loro.
Dialogue with Stalin (Pt. 1)
FIRST DAY
Writing an article fifty pages long after a good two years (the famous one on linguistics was from 1950, which we only briefly touched upon, though it deserved more attention; and quod differtur…) Stalin responds to points raised over two years, not only in the Thread of Time but also in work meetings on Marxist theory and program conducted by our movement and made public, either briefly or extensively.
We do not mean by this that Stalin (or his complex secretariat, whose networks span the globe) has reviewed all that material and turned to us. It is not a question, if we are truly Marxists, of believing that the great historical discussions require, for the guidance of the world, personified protagonists who announce themselves to a stunned humanity, like when the angel sounds the golden trumpet from the cloud and Barbariccia, Dante’s demon, responds (de profundis in the proper sense) with the sound you know. Or like the Christian Paladin and the Saracen Sultan, who, before drawing their gleaming Durandals, introduce themselves loudly, challenging each other with lists of their ancestors and tournament victories, proclaiming each other’s impending death.
As if it could be otherwise! On one side, we have the Supreme Leader of the greatest State on earth and of the global “communist” proletariat, on the other – who, for heaven’s sake? – a complete nobody!
The truth is that facts and physical forces, from the background of situations, deterministically begin to discuss among themselves; and those who dictate or type the article, or deliver the speech, are mere mechanisms, loudspeakers that passively transform the wave into voice, and it is not said that nonsense does not gush out from the one with two thousand kilowatts.
The same questions arise, therefore, about the meaning of today’s Russian social relations and the international economic, political, and military relations; they impose themselves both up there and down here and can only be illuminated by comparison with the theory of what has already happened and is known; and with the history of that theory, though from a very distant past – which remains indelible – was once common.
We are well aware, therefore, that Stalin’s response does not come from the heights of the Kremlin vi to address us, nor does it bear our address; nor for the limpid continuity of the debate is it necessary for him to know that yesterday the newspaper that hosted it was called Battaglia Comunista, today Programma Comunista, following fruitless events that took place at the level of the layer of sub-fools. Things and forces, immense or minuscule, past, present, or future, remain the same in spite of the vagaries of symbolism. If ancient philosophy wrote sunt nomina rerum (literally: names belong to things), it meant to say that things do not belong to names. In other words, in our language, the thing determines the name, not the name the thing. So go ahead, devote ninety-nine percent of your work on names, portraits, epithets, lives, and graves of Great Men: we follow in the shadows, certain that not too far off is the generation that will smile at you, most illustrious ones of first and sixteenth magnitude.
The matters underlying Stalin’s current article are too significant, however, for us to deny him dialogue. For this reason, and not out of a sense of à tout seigneur tout honneur, we respond and will wait, even two years, for the rejoinder. There’s no hurry (right, ex-Marxist?).
Tomorrow and Yesterday
The topics discussed are all crucial nodes of Marxism, and they are almost all the old nails, upon which we insisted needed to be deeply hammered again, before claiming to be the forgers of tomorrow.
Of course, the bulk of political “spectators” scattered across various fields were not struck by what Stalin suggestively returns to – what he must return to – but by what he anticipates about the uncertain tomorrow. Focusing on this, because this is what makes an audience, the friendly and hostile spectators didn’t understand a damn thing and gave brain-dead and exaggerated interpretations. Perspective, that’s what obsesses, and while the observers are a pack of donkeys, the operator, who turns the crank from those lofty prisons that are the supreme offices of government power, is precisely in the position that allows the least visibility around him and the least foresight. While we gather what has been dictated to him by looking backward, where no one obscures his view between bows and incense, everyone else is moved by the compelling forecasts.
Existentially, everyone obeys the idiotic imperative: we must entertain ourselves; and the political press entertains when, as it does compellingly today, it opens a glimpse into the future and sees a Supername deigning to prophesy. And the unexpected prophecy is this: no more world revolution, no more peace, but not the “holy” war between Russia and the rest of the world; instead, the inevitable war between capitalist States, in which, for the time being, Russia is not involved. Interesting, but certainly not new to Marxism, even for us, who do not have the frenzy for political cinema, where the spectator is not interested in “whether it is true” what they see (soon with Cinerama, they will be physically thrust into the midst of the action), and, once the illusion of the overseas landscape, the ultra-luxury locale, the white telephone, or the embrace with the modern impeccable celluloid super-Venuses is over, he returns content, poor clerk or enslaved proletarian, to their hovel, and rubs up against his woman deformed by toil, or replaces her with a Venus of the sidewalk.
Everyone, therefore, has thrown themselves onto the point of arrival rather than the point of departure. This, however, is the fundamental thing: there is a whole array of half-wits eager to rush forward into pondering the after, who must be powerfully held back and pushed to understand the before, a task that is certainly easier, and yet one they cannot manage, even in their dreams. Anyone who has not understood the page in front of them cannot resist the temptation to turn it over to find enlightenment in the next, and thus the beast becomes more of a beast than before.
In Russia, regardless of the silencing police that scandalize the West (where the imbecilising and standardizing resources for craniums are ten times greater, and more disgusting), the problem of defining the social stage being traversed and the economic mechanism that is in motion imposes itself and arrives at the dilemma: should we continue to say that ours is a socialist economy, a communist one of the lower stage, or should we recognize that it is an economy governed by the law of value, proper to capitalism, despite State industrialism? Stalin seems to be confronting this recognition and to be restraining the overly bold economists and business leaders who lean towards the second view; in reality, he is preparing the not-so-distant (and also useful in a revolutionary sense) confession. The organized imbecility of the free world reads that he has announced the transition to the full, higher stage of communism!
To bring such a question into focus, Stalin approaches the classical method. It would be easy to play the card of abandoning any obligation to the school tradition, to Marx and Lenin as theorists, but at this stage of the game, the very bank might collapse. And so, instead, we start again ab ovo. Good, that’s what we want, we who have no bets to place on the roulette of history, and who learned from our first stammer that ours was the proletarian cause; and it had nothing to lose.
Thus, in 1952, there is a need for “a textbook of Marxist political economy,” not only for Soviet youth but for comrades in other countries. So, heed, you young and forgetful ones!
To include in such a book chapters on Lenin and Stalin as creators of socialist political economy, by Stalin’s own declaration, would bring nothing new. Very well, if it means that it is well-known that they did not invent it but learned it, and the former always claimed to have done so.
As we enter the field of rigorous terminology and “school” formulas, it should be stated in advance that we are dealing with a summary which the Stalinist newspapers themselves derive from a non-Russian news agency, and it will be advisable, as soon as possible, to consult the full text.
Commodity and Socialism
The recall of the first elements of economic doctrine is to discuss the “system of commodity production under a socialist regime.” In various texts (which, of course, took great care not to say anything new), we have maintained that every system of commodity production is a non-socialist system, and we will reinforce this: but Stalin (Stalin, Stalin; we are dealing with an article that could also be due to a commission that – “a hundred years from now” – substitutes for a deceased or incapacitated Stalin: in any case, the symbolism with its notations, within the conventional limits of a practical convenience, serves us too) could have written: system of commodity production after the proletarian conquest of power, and then we would not be at blasphemy yet.
Evidently, some “comrades” in Russia have stated – referring to Engels – that maintaining, after the nationalization of the means of production, the system of commodity production, that is, the character of commodities for products, means having preserved the capitalist economic system. In theoretical terms, there’s no Stalin who can prove them wrong. When and if they say that, being able to abolish commodity-type production, it was neglected or forgotten to do so, then they may be wrong.
But Stalin wants to prove that in a “socialist country” – a term of dubious schooling – commodity production can exist, and he refers to Marx’s definitions and their limpid synthesis – perhaps not absolutely flawless – in a little propaganda pamphlet by Vladimir.
On this theme, that is, on the commodity type of production, on its emergence and domination, and on its strictly capitalist character and how it characterizes modern capitalism, we stopped on September 1, 1951, at a “Naples Meeting” reported in the Party’s Bulletin No. 1, and in another more recent Meeting, also in Naples, which consisted of a paraphrase and commentary on Marx’s paragraph on the “Fetishism of Commodities and the Secret thereof.”
This was mentioned in No. 9 of May 1‑14, 1952, in this very newspaper, and in the contemporaneous “Thread of Time”: “In the Vortex of Mercantile Anarchy.”
According to Joseph Stalin, one can remain in a mercantile environment and dictate secure plans, without the terrible Maelström luring the unwary pilot to the center of the whirlpool and swallowing him into the capitalist abyss. But his article reveals, to those who read as Marxists, that the whirls are tightening and accelerating – as theory has established.
A commodity, as Lenin reminds us, is an object that has two characteristics: being useful to human needs – being exchangeable with another object. But the lines preceding the passage, quoted so much from on high, are simply these: “In capitalist society, commodity production dominates; and therefore Marx’s analysis begins with the analysis of the commodity.”
And so, the commodity has those two prerogatives and becomes a commodity only when the second is juxtaposed to the first. The first, use-value, is entirely understandable even to a flat materialist like us, even to a child, it is organoleptic; we lick sugar for the first time, and we will reach out for the sugar cube. Long is the path, and Marx flies through it in that extraordinary paragraph, for sugar to be invested with an exchange value, and to arrive at Stalin’s delicate problem, astonished that they had fixed for him a grain-cotton equivalence.
Marx, Lenin, Stalin, and we know very well what devilry happens when exchange value is born. So let Vladimir tell it. Where bourgeois economists saw relations between things, Marx discovered relations between men! And what do Marx’s three tomes and Lenin’s 77 pages prove? One simple thing. Where current economics sees the perfect equivalence of an exchange, we no longer see the two exchanged objects but see men in social motion, and we no longer see equivalence but the swindle. Karl Marx speaks of a little spirit that gives the commodity this miraculous and at first glance incomprehensible character. Lenin, like every other Marxist, would have been horrified at the idea that commodities can be produced and exchanged by expelling that little devil with exorcisms: does Stalin perhaps believe this? Or does he just want to tell us that the little devil is stronger than he is?
Just as the ghosts of medieval knights take revenge on Cromwell’s revolution by haunting English castles, bourgeoisly ceded to the landlords, so the imp-fetish of the commodity runs unrestrainable through the halls of the Kremlin and grins from the loudspeakers of the millions of words of the 19th Congress.
Wishing to establish that the identification between mercantilism and capitalism is not absolute, Stalin once again employs our method. He goes back through the centuries and, with Marx, recalls that “under certain regimes (slave-owning, feudal, etc.) commodity production existed without having led to capitalism.” This is indeed said in Marx’s powerful historical overview in that passage, but for quite another purpose and with quite another development. The bourgeois economist proclaims that to link production to consumption, there can never be any other mechanism than the mercantile one, as he knows very well that as long as that mechanism stands, capital remains master of the world. Marx retorts: we shall now go and see what the historical tendency of tomorrow is; for now, I force you to acknowledge the data of the past: mercantilism has not always provided to bring the result of labor to those who needed to consume it; and he cites the primitive economies of gathering food for immediate consumption, the ancient types of family and clan, the closed islands of the feudal system with internal direct consumption without products having to assume the form of commodities. With the unfolding and complicating of technique and need, sectors open up that are provided for first by barter and then by true commerce, but (by the same route that served us regarding private property) it remains proven that the mercantile system is not “natural,” that is, as the bourgeois claims, permanent and eternal. Now, this late appearance of mercantilism (or system of commodity production, as Stalin says), this coexisting on the margins of other systems, serves precisely to show how, having become a universal system as soon as the capitalist system of production spreads, it must die along with it.
It would be long to recount how many times we have cited Marx’s passages against Proudhon, Lassalle, Rodbertus, and a hundred others, which boil down to the accusation of wanting to reconcile mercantilism with the socialist emancipation of the proletariat.
It appears difficult to reconcile with all this, which Lenin calls the cornerstone of Marxism, the current thesis thus referred: “there is no reason why, in the course of a certain period, commodity production cannot also serve a socialist society,” or: “commodity production takes on a capitalist character only when the means of production are in the hands of private interests, and the worker, who does not own them, is forced to sell his labor power.” The hypothesis is evidently absurd since, in Marxist analysis, every time a mass of commodities appears, it is because proletarians deprived of any reserve have had to sell their labor power, and when in the past there were those (limited) sectors of commodity production, it was because labor power was not sold “spontaneously” as today, but extracted by force of arms from prisoner slaves or serfs bound by relations of personal dependence.
Must we reprint once again the first two lines of Capital? “The wealth of societies in which the capitalist mode of production prevails appears as an immense collection of commodities.”
The Russian Economy
The text before us, after having more or less skillfully pretended to go back to doctrinal sources, moves to the terrain of the present Russian economy, to silence those who would say that the commodity production system must inevitably lead to the restoration of capitalism, or we who more clearly say: the system of production for commodities survives insofar as we are in the midst of capitalism.
On the Russian economy, there are in the notable text the following admissions. If the large industrial factories are nationalized, small and medium-sized industries are not expropriated; indeed, doing so “would have been a crime.” The orientation would be to develop them into production cooperatives.
There are two sectors of commodity production: on the one hand, State production, which is national. In State enterprises, the means of production and the production itself, that is, the products, are national property. Simple: in Italy, for example, tobacco factories are State-owned, and so are the cigarettes it sells. But is this enough to give the right to say that we are in a phase of “liquidation of wage labor” and that the worker “is not forced to sell his labor power”? No, certainly not.
Let’s move on to the other sector, agriculture: in the kolkhoz, the text says, although the land and machinery are State property, the product of labor does not belong to the State but to the kolkhoz itself. And this is not disposesd of except as a commodity, in exchange for the goods it needs. There exist no other ties between the kolkhozy of the countryside and the town than those given by this exchange: “Production, sale, and exchange of commodities constitute for us a necessity, no less than it did 30 years ago.”
Let us now set aside the argument about the very distant possibility of overcoming such a situation. It remains established that it’s not a matter here of saying, as Lenin did in 1922: we have political power in our hands and maintain the military situation, but in the economy, we must fall back on the mercantile, fully capitalist form. The corollary of such a statement was: let us for now set aside the construction of a socialist economy; we will return to it after the European revolution. Today’s corollaries are altogether different, and opposite.
It’s not even a matter of trying to establish the thesis: in the transition from capitalism to socialism, nevertheless, for a certain time, a certain section of production takes place in the form of commodities.
Here it is said: everything is a commodity; and there is no other economic framework than mercantile exchange, and as a direct consequence also the purchase of wage labor power in the very large State enterprises themselves. And indeed: where does the factory worker find subsistence goods? The kolkhoz sells them through a channel of private merchants, or perhaps sells them to the State from which it buys tools, fertilizers, and other things, and the worker goes to get the goods, paying in money, in State warehouses. Can the State distribute directly to its workers products of which it is the owner? Certainly not, given that the worker (especially the Russian one) does not consume tractors, automobiles, locomotives, and even less… cannons and machine guns. The same items of clothing and furniture are evidently produced by those intact small and medium private enterprises.
The State can therefore give nothing but the wage in money to its employees, with which they purchase what they want (bourgeois formula, which means what little they can). That the wage-dispensing master is the State that “ideally” or “legally” represents the workers themselves means nothing as long as such a State has not even been able to begin to distribute anything outside the mercantile mechanism, anything statistically appreciable.
Anarchy and Despotism
Stalin wanted to recall some Marxist goals that we have dusted off so many times: to diminish the distance and antithesis between town and country, to overcome the social division of labor, to drastically reduce (to five or six hours, immediately) the working day, the only means of eliminating the partition between manual and intellectual labor, and to eradicate the vestiges of bourgeois ideology.
At the meeting in Rome on July 7, 1952, our movement focused on the theme of Marx’s chapter: “Division of Labor in Society and Division of Labor in Manufacture,” and the reader rendered “enterprise” for manufacture. It was demonstrated that to exit from capitalism, it is necessary, along with the system of commodity production, to destroy the social division of labor – and Stalin recalls it – and likewise the enterprise or technical division, on which the brutalization of the worker and factory despotism hinge. These are the two pivots of the bourgeois system: social anarchy and enterprise despotism. We still see in Stalin an attempt to fight against the former; on the latter, he is silent.
Nothing in today’s Russia moves in the direction of these conquests, whether of those evoked today or of those left in the shadows.
If a barrier, insurmountable today and tomorrow, broken only for the purpose of making a mutual mercantile deal, one against the other, is placed between the State factory and the kolkhoz, what will bring town and country closer together, what will lessen the social division between worker and peasant, what will free the former from the need to sell too many hours for too little money and too little food, and thus enable him to contend with the capitalist tradition for the monopoly of science and culture?
Not only are we not in the phase of early socialism, but neither are we in complete State capitalism, that is, an economy in which, although all products are commodities and circulate for money, every product is at the disposal of the State, to the point that from the center the State can fix all equivalence relations, including that of labor power. Even such a State is not economically and politically controllable and conquerable by the working class and functions in the service of Capital rendered anonymous and underground. In any case, Russia is far from such a system, and there we have only a State Industrialism. Such a system, arising after the anti-feudal revolution, is valid to develop and spread industry and capitalism with ardent pace, with State investment in even colossal public works, and to accelerate a transformation of economy and agrarian law in a bourgeois sense. Nothing about the “collective” agrarian farms is State-owned, and nothing socialist, it is well understood; we are at the level of the cooperatives that arose in the Po Valley at the time of the Baldinis and Prampolinis, who managed agricultural production by leasing, if not buying, lands, including State-owned lands like those along riverbanks and others that date back to the old duchies. What in the Kremlin cannot reach Stalin is that in the kolkhozy, they undoubtedly steal a hundred times more than in those drab but honest cooperatives.
Thus, the industrial State, which must negotiate to buy food in the countryside on the “free market” terrain, maintains the remuneration of labor power and time at the same level as private capitalist industry. Indeed, it can be said that as an economic evolution, for example, America is closer than Russia to integral State capitalism, given that perhaps the Russian worker, for three-fifths of his labor, ultimately receives agricultural products, while the American laborer, for three-fifths, receives industrial products, and even those foodstuffs he gets are, for the most part (poor thing) industrially canned.
State and Retreat
And at this point comes another big question: the agriculture-industry relationship leaves us in Russia fully at the bourgeois level, no matter how remarkable the relentless advance of the latter may be, and on this relationship Stalin admits not even having in prospect innovations that come close, not to say to socialism, but to a greater statism.
Even this retreat is cleverly covered by a doctrinal screen. What can we do? Brutally expropriate the kolkhozy? State force is required for this; but here Stalin makes the future abolition of the State reappear, which he otherwise wanted to relegate to the scrap heap, speaking of it with the air of saying: are we kidding, guys?
Evidently, the thesis that the workers’ State disarms when still the entire countryside sector is organized in a private and mercantile form does not hold water, because if for a moment the previously discussed thesis is accepted: that in socialist times commodity production can subsist, it would nevertheless be inseparable from the other: until mercantilism is eliminated in the entire field, there can be no talk of suppression of the State.
And so there remains nothing but to conclude that the solution to the fundamental town-country relationship, though it may be dramatically evolving from its millennia-old Asiatic and feudal characteristics, is presented clearly in the very terms in which capitalism presents it and in the classical terms in which the bourgeois countries have always posed it: to see how to do well in the exchange between the products of industry and those of the land. “This system will therefore require a considerable increase in industrial production.” That is where we are. Even, with the State imagined absent for a moment, a “liberal” solution.
We were saying that, after that of the agriculture-industry relationship, resolved in terms of a full confession of impotence to do anything other than industrialize and increase production (thus to the detriment of the workers), there is another major issue: the relationship between State and the enterprise, and the relationship between enterprises.
The issue arose before Stalin in the form of the validity in Russia, even for the economy of the large State industry, of the law of value proper to capitalist production. This is the law according to which the exchange of commodities always takes place between equivalents: the false façade of “liberty, equality, and Bentham,” which Marx demolished, showing that capitalism does not produce for product but for profit. Between the jaws of this vice, between necessity and the domination of economic laws, Stalin’s Manifesto moves in such a way that confirms our thesis: in its most powerful form, Capital subjugates the State, even when the State appears to be the legal owner of all Enterprises.
On the second day, O Scheherazade, we will tell you about this, and on the third about international markets and the War.
Legalitarismo
DIZIONARIETTO DEI CHIODI REVISIONISTICI
Sbaglierebbe di grosso, chi credesse che il punto di partenza delle deviazioni opportunistiche, in fondo alle quali attende il leccamento degli stivali della borghesia, sia da ricercarsi sul terreno teorico. Per carità! L’opportunismo se guarda alla teoria, lo fa con gli occhi del leone. Coloro che passano nel campo dei servi della classe dominante, vengono determinati a farlo certamente non da una interpretazione errata dei principi basilari della dottrina o da una infelice scelta dei mezzi tattici. Si può sbagliare nel campo teorico e tattico senza rendersene conto, ma non si può sicuramente svolgere la funzione di sicofante della borghesia e di traditore del proletariato senza averne in ogni momento la netta consapevolezza. Ciò è soprattutto vero quando si tratta di ex-rivoluzionari desiderosi di farsi rimborsare dalla borghesia i danni subiti e procurarsi una vecchiaia disonorata ma comoda. Di qui non si scappa: si serve la borghesia e l’ordine sociale e politico esistente non tanto per le idee che si professano (la stragrande maggioranza delle masse lavoratrici, specialmente oggi, è prigioniera di influenze controrivoluzionarie, ma ciò nonostante esse non possono certo definirsi altrimenti che classe sfruttata ed oppressa), ma per l’atteggiamento concreto, cosciente che si osserva di fronte agli organi costituiti della macchina statale capitalista.
Alla svolta in discesa che porta nell’opportunismo e nella prostituzione politica c’è un mutamento radicale, quando si tratta di ex-rivoluzionari nell’atteggiamento di fronte al potere dello Stato, all’ordine costituito borghese, alle autorità “legittime”, alla legge scritta. Il marxismo non considera la teoria e l’azione in sfere distinte e separate. Chi alimenta dottrine controrivoluzionarie, non può che agire in conseguenza sul terreno pratico. Ma è anche vero che nulla più del tradimento di classe dimostra meglio l’esattezza del principio marxista, secondo cui viene prima l’azione, dopo il riflesso intellettuale di essa. Prima si passa al nemico, prima si tradisce la classe cui si appartiene o per cui si è lottato un giorno; solo in seguito si tenta una giustificazione travisando vergognosamente i principii.
Ma come distinguere la condotta contraddittoria (propria delle masse impreparate) e gli errori involontari (propri dei rivoluzionari in buona fede) dal tradimento degli opportunisti? Così come facciamo nei confronti, ad esempio degli stalinisti, di costoro denunciamo non quanto essi dicono di sé, ma quanto essi fanno nei confronti dello Stato borghese, identificato non nel transeunte personale di governo, ma nell’insieme di istituzioni ed organi preposti a conservare il modo di produzione e l’ordinamento sociale propri del capitalismo. Nemico involontario ed inconsapevole dei suoi stessi interessi di classe può essere il proletario impreparato: servo della classe dominante e traditore delle masse è colui che preparato quanto basta per afferrare il contenuto di classe dello Stato, accetta di assoggettarglisi pretendendo nello stesso tempo di rappresentare gli interessi operai. Traditore non si può certamente definire il poliziotto o il magistrato che svolge la sua funzione nella convinzione che lo Stato è ente imparziale al di sopra o al di fuori delle classi avendo scoperta la menzogna di tale tesi, non si fa passare per amico della classe oppressa. Poco importa se consapevoli o no della loro funzione costoro sono dei nemici, minuscoli elementi dell’enorme macchina di repressione dello Stato. Chi è dunque il combattente fedele della classe oppressa? Colui che ha compresa e fatta propria la dottrina materialistica dello Stato inteso come organo di lotta della classe dominante contro le masse sfruttate ed oppresse? Non basta.
Tale concetto primordiale, che serve come criterio infallibile per distinguere il rivoluzionario dal traditore opportunista, è presente nella storia di tutte le lotte rivoluzionarie. Il titano Prometeo colpevole, secondo la mitologia, di avere insegnato agli uomini l’uso del fuoco, avvenimento gigantescamente rivoluzionario nella storia della civiltà, assurge a simbolo di eroe rivoluzionario non solo perché consapevole, contro il parere reazionario di Giove, dell’enorme carica di conseguenze sociali derivante dalla innovazione della cottura dei cibi e della metallurgia, ma soprattutto per il suo fierissimo atteggiamento di fronte alla scatenata ira di Giove, per il rifiuto sprezzante di riconoscere il potere costituito che lo incatena alla rupe, e di assoggettarglisi. Il suo gesto rivoluzionario non scaturisce da fredda elaborazione intellettuale, ma da un atto drammatico di rivolta e di odio irreconciliabile verso il potere legale, sia pure divino, e pur di non macchiarsi di alcuna debolezza opportunista nei confronti di esso egli sopporta la terribile punizione inflittagli.
Purtroppo ciò che divora il fegato degli streminziti teoricastri dello opportunismo, si diversifica enormemente dall’avvoltoio della leggenda; è solo l’eccesso di bile provocato dalla brama insaziata, direttamente proporzionata allo accumularsi di una vecchiaia spoglia di onori e di cariche, di «essere qualcuno» sulla scena politica. Rimanere incatenati anti-eroicamente alla nuda rupe della oscurità, della non celebrità e, diciamolo pure della micragna, costoro assolutamente non sanno. Nulla è più estraneo a loro che … il complesso prometeico. Hanno bisogno di svolgere la funzione e godere dei privilegi carpiti dai maiali nella «Fattoria degli animali» del libro famoso. Allora sono spinti ad inzoppare il loro rivoluzionarismo verbale, sia pure detto scherzosamente, nel dolce vino del legalitarismo, cioè del rispetto deferente della legge dello Stato borghese. Oppure si tratta solo di vile soggezione alla schiacciante potenza della macchina statale. Esempio classico: Karl Kautsky, il rinnegato Kautsky, l’antipodo dell’eroe rivoluzionario, rivoluzionario e marxista in gioventù, ruffiano del potere costituito e traditore del proletariato nel momento cruciale coincidente con la sua trista vecchiaia, allorché si trattò, negli anni del 1919-21, di passare dalla critica all’azione insurrezionale contro i pilastri della dominazione borghese. Perché Lenin definì Kautsky traditore e rinnegato, anche se la sua funzione di agente della controrivoluzione lo assimilava perfettamente allo sbirro, al deputato, al magistrato? Forse per il fatto che barattò l’ideologia, la dottrina, il programma? Anche per questo, ma soprattutto perché la contaminazione patriottarda e democratica del marxismo rappresentò solo la giustificazione ipocrita di un tradimento di fatto già avvenuto, tradimento che si effettuò proprio nel senso del capovolgimento di atteggiamento politico di fronte allo Stato capitalista internazionale, sceso prima nella bolgia della guerra imperialista, poi nella crociata contro la Rivoluzione comunista. Sappiamo tutti come si perpetrò il tradimento. I capi della Seconda Internazionale socialdemocratica, che in Karl Kautsky dovevano trovare la loro più perfetta espressione, al Congresso di Stoccarda del 1907, si erano ammantati delle vesti di prometei antiborghesi, deliberando di trasformare la guerra imperialista in lotta per l’abbattimento del dominio capitalista. Quando nell’agosto del 1914, essi cedettero ai rispettivi stati nazionali, accettando non solo di sospendere la lotta contro il capitalismo ma di aderire entusiasticamente alla carneficina imperialista, non lo fecero certamente per errata interpretazione di una risoluzione o di un testo. Quella votata a Stoccarda era dichiarazione quanto mai categorica ed inequivocabile. Fu chiaro allora che il voltafaccia socialdemocratico era dovuto unicamente a soggezione di fronte alla terribile minaccia della repressione, a mancanza di coraggio rivoluzionario. Tutto quello che poi Kautsky doveva almanaccare nel campo teorico, negli anni del 1919-20 doveva servire unicamente a giustificare il rinnegamento commesso cinque anni prima, nel momento in cui si trattò di dare corso alle minacce formulate contro la borghesia.
Egualmente dovevano comportarsi politicamente i capi stalinisti della III Internazionale: fu il capovolgimento della tattica, il passaggio a contatti adulteri con gli agenti del nemico borghese, che provocò le deformazioni e i rinnegamenti nel campo ideologico, e non diversamente. Oggi come oggi avviene lo stesso.
La regola generale cui si adegua il tradimento e il passaggio tra gli scherani del capitale ripetiamo è questa: prima il pecoresco accucciarsi ai piedi dello Stato borghese impersonato in sbirri e funzionari; dopo , la giustificazione pseudo-teorica del gettito del principio rivoluzionario. Viene prima il cedimento alla influenza del nemico, l’inquadramento del suo meccanismo di repressione; dopo di che si dà la stura alla logorrea nauseante sulla utilizzazione delle possibilità legali, sulla possibilità di adoperare gli organi e le leggi dello Stato capitalista…contro gli interessi del capitalismo, e porcherie simili. Comunque, ogni male ha la sua consolazione: meglio un traditore dichiarato che un Malinovskj annidato nel partito a spiare e sabotare… Lasciamo i vermi a strisciare.
Gli esempi di tradimento e di passaggio al nemico sono veramente innumerevoli. Viceversa non esiste un solo esempio di raggruppamento politico che abbia commesso il gesto di inquadrarsi nella legalità borghese, riuscendo ciò nonostante a conservare il suo carattere di forza rivoluzionaria. Esempio simile non esiste né al passato né al presente, non esisterà nel futuro. Evidentemente, la lotta di classe obbedisce a leggi che per la rigidità non si diversificano da quelle fisiche. Il mezzo migliore per farsi stritolare rimane l’inane tentativo alla Sisifo di opporre al loro ferreo concatenarsi e impersonale applicarsi il buffonesco potere della personalità con la p maiuscola dei pretesi grandi uomini. Chi ha lasciato impigliare un lembo della propria casacca venduta probabilmente prima che fosse tagliata e confezionata, negli ingranaggi della macchina statale del capitalismo, ci rimane per sempre. Purché non ci pensi egli stesso a togliercisi, adoperando l’estrema risorsa del Giuda Iscariota.