Il Pacifista

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Come sempre prima dell’esame natalizio di coscienza (e del pranzo a base di tacchino), si sono potuti sentire certi organi della stampa borghese (il «Mondo» per esempio, per tacere delle ormai croniche geremiadi di Luigi Sturzo) accorati lamenti sulla galoppante crisi di degenerazione dello Stato italiano, colpevole di rinunciare ai « compiti suoi propri » (che sarebbero compiti imparziali, collettivi, nuotanti al di sopra delle classi e delle loro categorie) per devolvervi a gruppi, associazionis, singoli privati.
Si è lamentato, per dirne una, che lo Stato conservi’ in vita, anzi lasci proliferare a dismisura, enti parastatali o para-parastatali che, mentre da un lato mungono senza nessuna giustificazione produttiva i sussidi dello Stato, dall’altro levano sul «cittadino» veri e propri balzelli. Si è lamentato che il potere centrale sostenga enti deficitari, affitti part delle sue mansioni ad appaltatori speculatori, sperperi il denaro «pubblico» in imprese di pura forma per la collettività, ma di sostanza (vogliamo dire di profitto) per chi vive alla greppia. E se ne è fatto carico a De Gasperi, vittima del suo scetticismo e della sua cristiana rassegnazione.
Lamenti di guardiani severi del «bene pubblico», o di concorrenti falliti a un’equa partecipazione alla greppia? Lasciamo perdere: lamenti, comunque, vuoti e fittizi, ridicoli per lo «Stato in generale», ancor più ridicoli per lo Stato italiano in particolare. O che è forse una novità – esimii rivendicatori di una purezza passata contro la corruzione presente – che la storia dello Stato italiano è la storia delle più sconce imprese private foraggiate dal centro statale a danno del «cittadino», dalle commesse militari e dalle forniture navali e ferroviarie sullo scorcio della «fin de siècle» fino alle orgie della siderurgia nelle guerre coloniali e mondiali del secolo in corso? O che forse Giolitti – o laudatori liberali e togliattiani del giolittismo – non passò alla cronaca col nome di ministro della malavita non solo per aver gettato sul Paese (come De Gasperi) una rete di clientele compiacenti e compiaciute e di «ascari» legali ed illegali, ma per aver benignamente «dato impulso» alle più artificiose (dal punto di vista economico), più assurde (dal punto di vista sociale), ma più redditizie (dal punto di vista degli interessati) imprese speculative?
Lo Stato è il comitato esecutivo della classe dominante, abbiamo sempre detto. E non lo è soltanto «in generale» nel senso che agisce non per il cosidetto bene di tutti o per i superiori interessi della «collettività nazionale» ma per quelli di una classe: lo è anche «in particolare», in quanto strumento delle cricche, dei circoli, delle bande di capitalisti (con o senza capitale) che manovrano le leve di comando della classe. Lo Stato che non «abdicasse» ad alcuni dei suoi compiti a favore di gruppi organizzati e di singoli rappresentanti della classe di cui è strumento finirebbe nel letamaio: tradirebbe la sua funzione in Italia come in tutti i Paesi capitalistici del mondo.
Lo Stato non spende mai «male», tanto è vero che possono cambiare i governi, può un regime essere anche violentemente sostituito perché «improduttivo» e i loro debiti li onoriamo puntualmente noi Pantaloni. Il professore borghese che lancia urli di patetico sdegno non ha dunque che una funzione: difendere la santità dello Stato di fronte al pubblico degli sfruttati e spolpati perché la «corruzione» passi per una malattia da curare, non per una missione storica inscindibile dalla natura di classe dello Stato.
La classe proletaria non ha raddrizzamenti e moralizzazioni dello Stato da chiedere: ha da guardare in faccia lo Stato borghese così com’è, come non può non essere, nell’unità di tutte le sue funzioni, forcaiole sempre, dirette alla conservazione della classe e dei suoi rappresentanti titolati. Ha da guardargli in faccia per riconoscere in esso – qualunque sia la sua apparenza – il nemico da abbattere, il braccio secolare della classe da distruggere.
Alla greppia dello Stato nazionale mangia la borghesia nazionale (e non parliamo delle greppie internazionali): naturale, finché la scure proletaria non l’avrà distrutta.
Recentemente, la conferenza internazionale delle materie prime, che ha sede in Washington, ha proceduto alla ripartizione delle disponibilità di rame. La conferenza raggruppa 41 nazioni, tutte appartenenti al « mondo libero ». Il modo in cui si è proceduto alle assegnazioni sta a dimostrare a che si riduce la « libertà » degli Stati membri.
Gli Stati Uniti hanno avuto una assegnazione pari al 48 per cento delle disponibilità complessive di rame, pari a 723.080 tonnellate, che sono state suddivise, come detto, tra 41 paesi. Per prima cosa, gli Stati Uniti, cioè il mostro capitalistico che figura al primo posto tra i Paesi consumatori di materie prime dell’intero mondo, si aggiudicava circa la metà del contingente di rame. Seguiva, molto distanziata. la Gran Bretagna (100.000 tonnellate), quindi la Germania occidentale (85 mila tonnellate), la Francia (41 mila tonnellate), il Canada (32 mila tonnellate), l’Italia (23 mila tonnellate). Il rimanente toccava, debitamente suddiviso, a 35 nazioni.
Le cifre parlano da sè. Stanno a mostrare l’enorme potenziale produttivo e la strapotenza politica degli Stati Uniti, centro del capitalismo mondiale, esercitanti un impero incontrastato sul restante mondo capitalistico, di cui il tanto drammatizzato blocco di influenza russa costituisce solo un ristretto settore. Controllo quasi totale dei mercati e delle fonti di materie prime mondiali significa controllo onnipotente sul piano politico e militare. Vice-versa, una eventuale detronizzazione imperialistica degli Stati Uniti è inconcepibile senza un concomitante decadimento del suo potenziale produttivo, come sta a dimostrare il caso della Gran Bretagna, cui il primato imperialistico e stato strappato nella misura in cui la sterlina cedeva terreno al dollaro. E quale potenza al mondo può competere, sul piano della concorrenza, con il colosso americano; Stalin, alla vigilia del Congresso del P. C. russo, lanciava la dichiarazione di guerra commerciale ai paesi occidentali, preannunciando un massiccio intervento sul mercato internazionale di merci russe. Ma da mille indizi si ricava che l’avventura imperialistica della Russia risulta perdente in partenza. In fin dei conti, Stalin si ripromette di strappare il predominio mondiale degli Stati Uniti, adoperando gli stessi mezzi della Germania e del Giappone, mezzi tipici dell’imperialismo. Nulla autorizza a ritenere che l’infiltrazione commerciale e il ricorso alla guerra guerreggiata avranno maggiore successo nelle mani dei governanti russi.
In ogni caso, la distruzione della potenza U.S.A. con mezzi imperialistici non porterebbe che ad un esito imperialistico del conflitto, contro cui il proletariato dovrebbe ancora lottare rivoluzionariamente. Di una cosa sola v’è certezza: lo Stato di Washington può cadere solo sotto i colpi della rivoluzione mondiale.
Le convulsioni dell’industria siderurgica non accennano a scemare, ultimo sintomo i licenziamenti, in parte già eseguiti (700 unità), in parte preventivati per il 1953 (1300 unità) cui tocca stavolta alla Terni di mettere mano.
La causa ultima della « crisi » della Terni, perfettamente uguale. Quanto a origine e obiettivi. a quella dell’Ilva di Bolzaneto, dell’Elba, di Torre Annunziata, e in genere dell’intero ramo siderurgico è da ricercarsi nel processo di riorganizzazione centrale delle aziende consociate della Finsider, iniziato dopo la fine della guerra, e che va sotto il nome di Piano Sinigallia, intitolato appunto col nome del presidente del Consiglio di Amministrazione della Finsider. Inevitabilmente ogni trasformazione nella organizzazione delle aziende capitalistiche deve incidere ferocemente nella carne dei lavoratori, dato che i miglioramenti del processo produttivo, essendo volti unicamente al ribasso dei costi di produzione, non possono che risolversi in perenne sostituzione della mano di opera con sempre più automatici mezzi meccanici. L’industria siderurgica italiana non poteva fare eccezione alla inderogabile legge, superiore persino alla volontà e all’arbitrio dei Consigli di Amministrazione, che è la legge della concentrazione dei mezzi di produzione. Secondo la comoda tesi di politica estera dei cominformisti, tutti guai della siderurgia italiana dipenderebbero dalla sua adesione al Piano Schuman per il carbone e l’acciaio. Se non erriamo, il Piano Sinigallia è anteriore al Piano Schuman, segno questo che, anche in assenza della comunità carbo-siderurgica, che del resto non è ancora disceso dal mondo delle idee, la Finsider sarebbe stata costretta a mandare avanti il Piano Sinigallia. Il capitalismo non può marciare su altri binari che non siano appunto quelli della indefinita concentrazione del Capitale. Solo illusioni attendono chi vede un diverso « progredire » capitalista.
Evidentemente non basta innalzare invalicabili barriere protezionistiche per assicurare alla siderurgia una « efficienza produttiva a costi di concorrenza ». Dato che i prodotti siderurgici servono di base alla industria meccanica, a sua volta suddivisa in molteplici settori, si comprende agevolmente che gli alti costi di un complesso siderurgico invecchiato e disperso si ripercuotono inevitabilmente sui costi dei prodotti finiti, tarpando le ali a gran numero di merci di esportazione. Di qui la necessità di procedere al « ridimensionamento » degli impianti della Finsider. Coloro che hanno firmato a suo tempo l’accordo per lo sblocco dei licenziamenti, legittimando il successivo operato della Confindustria, leggendo quanto scriviamo, sicuramente direbbero che giustifichiamo le decisioni dei magnati della Finsider. Eh, cari compari, non si tratta qui di giustificare, siccome fate voi da anni, ma di capire. Innanzitutto capire. Solo così si può evitare di predicare il progresso dell’economia nazionale, pretendendo nello stesso tempo che esso non avvenga secondo le leggi di sviluppo del capitalismo, cioè accumulando capitale ad un polo e miseria al polo opposto. Bisognava sapere fin da quando democristiani e staliniani presero a sbandierare la parola della ricostruzione nazionale, che essa si sarebbe fatta sulla pelle del proletariato, e noi abbiamo dimostrato di saperlo attirandoci accuse di sabotatori.
Tutti i partiti rappresentati a Montecitorio hanno applaudito e applaudono al progresso della produzione siderurgica nazionale. La loro ipocrisia nel ritenere e far credere che il piano Sinigallia avrebbe potuto esplicarsi in un senso diverso da quello seguito, e cioè accompagnare la centralizzazione e concentrazione della produzione siderurgica (prima dispersa territorialmente e tecnicamente) in pochi capisaldi produttivi (Bagnoli, Piombino, Cornigliano) e conservare contemporaneamente lo stesso carico di lavoro. L’una cosa, in regime capitalista, esclude l’altra, e ben lo sanno i Padreterni della Finsider e dell’I.R.I. Per non saperlo, i proletari vengono continuamente fregati con le storielle del progresso pacifico.
Tipico esempio di concentrazione della produzione è quello offerto dalla Ilva, che come è noto, insieme con la « Dalmine », la « Terni », la « SIAC », la « Siderurgica Commerciale », la « Cornigliano » fa parte del gruppo « Finsider ». La Ilva con i suoi 15 stabilimenti costituisce il più grande complesso industriale nel settore siderurgico, essendo stato il suo apporto alle produzione nazionale nel 1951 del 60 % per la ghisa, del 25 % per l’acciaio, del 23 % per i prodotti derivati. Le somme investite in impianti dopo la guerra ammontano a oltre 26 miliardi di lire fino al bilancio 1951; esse supereranno 30 miliardi col bilancio 1952, secondo quanto si ricava da una lettera del presidente dell’Ilva alla Banca di Credito Finanziario « Mediobanca », scritta in occasione del lancio del Prestito Obbligazionario Ilva di lire quattro miliardi. Ebbene, tali somme sono state impiegate: 1) per la ricostruzione dell’Acciaieria Thumas e l’installazione di due potentissimi laminatoi continui di costruzione U.S.A. in Bagnoli di Napoli: 2) per la nuova grande Acciaieria e il nuovo laminatoio sbozzatore elettrificato, a Piombino. Uno dei laminatoi di Bagnoli è entrato in funzione fin dallo scorso settembre: ha una capacità di 120 t/h ed è il più potente laminatoio esistente in Italia. Presto entrerà in esercizio il secondo colossale laminatoio continuo. Tali notizie non possono non riempire di gioia i patriottici salvatori dell’industria nazionale. La Ilva, grazie a Di Vittorio, è piu che salva, anzi ha operato giganteschi salti in avanti sul piano della produzione, ma in che modo? In quello inscindibile dalla dinamica capitalistica. Migliaia di ex operai dell’Ilva; sostituiti con vantaggio economico enorme dal treno « billette » United ed altre innovazioni tecniche, si trovano ora sul lastrico, gettati via come scorie. In ogni pagina di Marx c’è almeno un accenno ai fenomeni sociali che accompagnano la concentrazione dei mezzi di produzione, cioè l’unico progresso pensabile del capitalismo. Nulla dunque di nuovo nell’inferno capitalista.
Ma intanto ci sono 700 operai licenziati dalla « Terni » per i quali già appare lo spettro della fame. Che fare per essi! Tremendo interrogativo. I rappresentanti del Governo e della stampa ad esso infeudata, non esitano a dire chiaro e tondo che c’è nulla da fare. Estremamente ipocrita, la stampa staliniana mostra di appoggiare gli scioperi e le agitazioni che quelle tormentate maestranze portano avanti. L’ultima proposta che han saputo fare è la sospensione dei licenziamenti… fino alle elezioni. Vuol dire che anch’essa è convinta dell’impossibilità di revocare i licenziamenti. Ecco come finiscono i salmi cantati sugli altari della ricostruzione dell’economia nazionale. Governo ed opposizione concordemente, da sette anni, non hanno saputo fare altro che invocare investimenti e investimenti come soluzione della « questione sociale ». Gli investimenti sono venuti, e come! Una vera pioggia di miliardi, come il caso dell’Ilva dimostra, ma le condizioni di vita degli operai non sono affatto migliorate, anzi sono peggiorate. Segno questo che gli interessi di classe del salariato stanno altrove, stanno nello scardinamento del potere politico della borghesia, dopodiche ogni riordinamento dell’apparato produttivo, poichè non dovrà farsi in vista del mercato e dei costi di produzione, potrà avvenire senza scosse sociali.
L’opinione pubblica, comprendendo in questa anche parte di quella proletaria, non è poco scossa dalle lotte e dagli accapigliamenti che si verificano in questi giorni a Palazzo Montecitorio. Battaglie grosse, e anche il cervello più triviale non può fare a meno di accostare questa resistenza ad oltranza con la disperazione di perdere la poltrona. Quale altra giustificazione vi puo essere?
Gli stessi nazionalcomunisti hanno tolto qualunque illusione in proposito facendo affiggere sui muri un manifesto che dice: « I democristiani hanno già tutto (letterale) e questo non basta loro. Vogliono di più. Pur controllando indiscriminatamente ricchezza del Paese, Parlamento, Radio, Cinema, stampa, ecc. si adoperano per cambiare le leggi Elettorali, per scacciare alcuni di noi dalla Camera». E’ una confessione molto eloquente perchè dice, meglio di ogni altra cosa, che il proletariato dalla mutazione delle leggi elettorali, non può perdere nulla più di quanto abbia già perso seguendo il Partito di Togliatti.
Perché allora tanta ira e indignazione? In realtà, a ben guardare, nel dispetto nazionalcomunista non vi è solo il dispiacere per la perdita dei seggiolini parlamentari. Vi è anche un sottile calcolo politico: Se la democrazia cristiana non variasse la legge, probabilmente la sua maggioranza non sarebbe così schiacciante, perchè le forze di destra ne risulterebbero avvantaggiate. In un parlamento in cui missini e nazionalcomunisti potessero far di contrappeso ai democristiani, nessun dubbio che per questi ultimi sarebbe finita. Fascisti e comunisti farebbero un blocco solo e l’alleanza Almirante-Togliatti costituireboe la nuova costellazione del Parlamento italiano. Non se ne sono gia avute molte prove, fra l’altro con lo appoggio dei nazionalcomunisti alle proposte di rimando della discussione quando il caro Almirante stava poco bene?
La manovra è chiara, tanto chiara che l’hanno capita anche i democristiani, i quali, come al solito, se ne infischiano di ogni opposizione per seguire i propri interessi.
Secondo l’aulica propaganda cominformista, una prova del contenuto socialista della Costituzione staliniana, varata nel 1936, sarebbe costituita nientemeno che dall’articolo che sancisce la separazione della Chiesa dallo Stato. Tutto qui. E non si dice ai poveri operai ingannati che siffatto capolavoro costituzionale è una genuina procreazione dell’opportunismo borghese cioè della politica dei poteri statali capitalisti, sorti storicamente da una lotta feroce contro la burocrazia ecclesiastica feudale e venuti poi a patti con essa, necessitando alla dominazione di classe della borghesia sul proletariato la perpetuazione dei culti religiosi, «oppio del popolo». La separazione, sempre formale e apparente, giammai effettiva, della Chiesa dallo Stato sanzionava, con ipocrisia squisitamente liberale, il «do ut des», il mercato intervenuto tra clero e classe capitalista: lo Stato avrebbe sostenuto con la forza materiale e le sovvenzioni finanziarie l’edificio burocratico della Chiesa, questa avrebbe continuato ad ammattire gli ignoranti e gli illusi distogliendoli dall’inferno dello sfruttamento di classe con lo specchietto per le allodole del paradiso ultraterreno.
È quanto avviene in tutti i paesi del mondo. Perché la politica religiosa del Governo «socialista» di Mosca sarebbe una novità? Come abbiamo tante volte detto, la famosa separazione della chiesa (ortodossa, cattolica o ebrea) dallo Stato russo è una mera impostura dato che i sovietici (a tanto li hanno ridotti!) sono obbligati per legge a finanziare le costruzioni delle chiese e a concedere terreni per erigere seminari, canoniche, ecc. La Chiesa, cioè le chiese russe, sono finanziate, protette e collocate dal Governo, però… sono separate!
L’ultimo atto ufficiale del Governo russo che ha aggiunto al mucchio un’altra prova del fatto che la burocrazia statale si differenzia da quella ecclesiastica solo per… le sottane, è stato il conferimento ad Alessio, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, dell’Ordine della Bandiera Rossa. L’Unità (16-12-52) ne dava notizia in prima pagina, orgogliosa di dimostrare che in Russia i preti mica se la passano male, e informava che la concessione della suprema onorificenza, decretata dal Presidente del Presidium del Soviet supremo, Shvernik, è stata motivata colla «grande attività patriottica» svolta dal Santo Padre moscovita. Poiché si tratta dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, è giusto definire il Patriarca Alessio il Papa stakhanovista, no? Visto il gran daffare da lui svolto per assicurare il paradiso a milioni di russi, principalmente al grande Peppe, il premio è ben meritato. Certamente riesce molto più facile ai seguaci di Stakhanov di spalare non si sa quante tonnellate di carbone in un’ora, che strappare dai roncigli di Satanasso l’ex ateo militante Giuseppe Stalin, ora devoto servo di Dio, desideroso di espiare i suoi trascorsi bolscevichi.
Un’ovvia e indissimulata logica vuole che la stessa patacca fregi il petto del Maresciallo, capo del governo e duce del cominform, e del Patriarca Alessio: l’uno con le falsificazioni spudorate del marxismo, l’altro con i predicozzi, svolgono la stessa funzione di asservire il proletariato al Capitale.
Non passa numero di questo foglio ormai senza che sia dedicato almeno un accenno alla questione secolare, certamente non di oggi, se la statizzazione delle aziende faccia uscire le forze produttive dall’involucro di ferro dei rapporti di produzione propri del capitalismo Ma il lettore assiduo avrà capito da tempo che non è possibile non ripetersi, anzi bisogna raddoppiare gli interventi in argomento, visto che la polemica tra i «privatisti» e gli« statalisti» costituisce ormai il pane quotidiano dei politicanti di tutti i partiti borghesi. È noto che i partiti pseudoproletari, che pretendono di rifarsi al marxismo, prendono chiassosamente parte alla disputa, dimostrando così di inserirsi appieno nel gioco politico della classe dominante borghese. Che la polemica interessi profondamente la borghesia capitalistica, lo si vede dal fatto che esponenti della conservazione, occupanti alti posti di responsabilità nell’apparato dello Stato, non esitano a propugnare apertamente la statizzazione di determinati complessi produttivi, rivendicando in sostanza le famose «riforme di struttura» che, secondo i Togliatti e i Nenni, testimonierebbero del carattere socialista anticapitalista dei loro programmi di partito. Ora è la volta di Giovanni Gronchi, presidente della Camera dei deputati, alto esponente democristiano, il quale entra in polemica nientemeno con i redattori di 24 Ore sostenendo contro di essi appunto la tesi della statizzazione delle aziende I.R.I.
Abbiamo sotto gli occhi proprio l’articolo scritto da Giovanni Gronchi, in risposta a certi attacchi mossigli sulle colonne di 24 Ore all’indomani del suo intervento al Congresso democristiano. In quella sede egli aveva sostenuto appunto una politica di intervento statale nell’economia, che se pure si guardava bene dal classificare sotto le etichette delle nazionalizzazioni per ovvie ragioni di polemica ideologica, tuttavia rifletteva in sostanza tutte le posizioni proprie ai nazionalizzatori, ai falsi socialisti alla maniera cominformista… Interessante non è, analizzando l’articolo gronchiano, trarre la conclusione (quante volte l’abbiamo fatto?!) che la «stanza» nazionalizzatrice è comune a tutti i partiti della democrazia e dell’antidemocrazia, ivi compresi i cominformisti, quanto sottolineare l’obiettiva impossibilità di sottrarre statizzandole, le aziende alla legge capitalistica del profitto mercantile.
Per ragioni di spazio siamo obbligati ad occuparci del nocciolo della questione sollevata da Gronchi, benché non solo di Gronchi, ma di tutti i Di Vittorio del mondo, sia l’appannaggio. Citiamo passi testuali. Dopo di aver giustamente fatto rilevare che lo Stato italiano è lo unico esempio in Europa di potere politico centrale che possegga tante partecipazioni industriali da poter influire vigorosamente sulla situazione di settori-chiave, quale quello elettrico, per non parlare delle Partecipazioni ancora più massicce al cantieri e al maggior complesso siderurgico, Gronchi abbordava la questione della caratteristica del complesso industriale dell’I.R.I., e scriveva testualmente: «Quale è stata la caratteristica Singolare di questo grande complesso industriale? Che queste aziende di Stato, cioè aziende che rappresentano interessi pubblici, (non pare di leggere la prosa di quelli di Via Botteghe Oscure?), sono dirette (ahi, ahi!) con mentalità puramente capitalistica, tanto che si trova naturale che i dirigenti dell ‘I.R.I. facciano parte della Confederazione dell’Industria; il che, secondo me, costituisce una prova indiretta ma patente che esiste una completa incomprensione circa la differenza sostanziale (udite bene) tra la posizione dello Stato di fronte al problema industriale e quella dell’impresa privata». Dunque, come tutti i nazionalizzatori di queste mondo, l’on. Gronchi democristiano e antistaliniano concorda con i gerarchi socialcomunisti, e “marxisti” e anticlericali: l) nel lamentare che il governo diriga le aziende I.R.I. secondo criteri puramente capitalistici, nonostante le etichette di «pubblica utilità» affibbiate invariabilmente alle aziende di Stato; 2) nel rivendicare un mutamento nei criteri direttivi del Governo.
Ebbene, con quali andrebbero cambiati? L’avversario dell’illustre parlamentare, ma mediocre economista, rispondeva vigorosamente, dal punto, di vista borghese, si capisce, sulle colonne di 24 Ore, scrivendo esattamente così: «Secondo l’on. Gronchi l’I.R.I. non deve essere considerato sul piano esclusivo di profitto, come una qualsiasi impresa privata. Ma su quale piano, di grazia, bisogna considerare l’I.R.I.? Se non è quello del profitto evidentemente è quello della perdita. E se è quello
della perdita, chi paga le spese sono i contribuenti». Ragionamento impeccabile, soprattutto ammirabile per brutale franchezza, secondo il punto di vista, anzi secondo le leggi obiettive del capitalismo. Del resto, esiste un altro criterio discriminante per definire la caratteristica dell’azienda, capitalista? Altro criterio oltre il profitto, oltre la differenza attiva tra entrate ed uscite monetariamente calcolata?
Il colpo coglieva in pieno l’onorovole Gronchi. Volete che le aziende I.R.I. lavorino in perdita? O ammettete che esse debbono perseguire un profitto? La risposta di Gronchi, pretendente a tenersi nel «giusto mezzo», era un esempio schiacciante dell’impotenza riformista, di cui ci danno spettacolo quotidiana mente gli opportunisti di tutte le risme. Conosciamo da un secolo le capriole verbali di coloro che pretendono di «correggere», il capitalismo con cure omeopatiche. «L’attività dell’I.R.I. – ribatteva Gronchi, e a lui possiamo associare idealmente i Di Vittorio, i Pesenti, i Lombardi, ecc. – non va svolta né sul piano del profitto, né su quello della perdita (che non è la sola alternativa). Va invece svolta sul piano della maggiore utilità collettiva (o, come dicono gli economisti, del massimo reddito lordo) anche quando tale massimo di utilità non venga a coincidere con il massimo reddito netto nelle imprese dell’I.R.I.».
Siamo arrivati ai paroloni roboanti ma non vi allarmate per questo: la scienza dei borghesi non sa fare diversamente. A paroloni corrispondono invariabilmente banalità ultrasceme. Lasciamo spiegare a Gronchi sulla traccia di Pigou, che debba intendersi per «massimo reddito lordo». «Il concetto su cui si basa tale idea regolatrice… deriva dalla considerazione che per le singole imprese il profitto è la quantità che l’imprenditore tende a portare al massimo quando nei calcoli avveduti prepara le sue combinazioni produttive. Ma questa «massimazione» del profitto, che nella mente dell’imprenditore si identifica col reddito netto, non può valere altrettanto per lo Stato (ci siamo finalmente) – cioè per la comunità – per la quale la disoccupazione costituisce un costo mentre, al contrario, per le singole imprese costituisce un costo l’impiego del lavoratore». Allora, per finirla con le citazioni: «In conclusione, coloro che la pensano come me, non si sognano di svalutare la redditività delle singole imprese, ma si preoccupano di ridurre il profitto ad un limite più compatibile con una maggiore utilità collettiva. E perciò, quando essi considerano un ente pubblico, quale l’I.R.I., con finalità di carattere non prettamente capitalista (quali non possono che essere le finalità dello Stato) è davvero strano che susciti sorpresa la loro affermazione che – ai fini generali – la «massimazione» del reddito lordo deve prevalere sul rigido, e talvolta spietato, criterio del raggiungimento del più alto reddito netto nelle singole aziende che dall’I.R.I. Dipendono».
È più che chiaro, più che banale. La teoria cui Gronchi si affilia è, come dicevamo, la bandiera di tutti i riformisti. Riduzione del profitto! Cioè, allargamento della proporzione del capitale variabile (salari). Quale novità, che scoperta: riduciamo il profitto, restringiamo la massa del plusvalore, spendiamo di più in salari. Non si dice, per carità: aboliamo il profitto, anzi si proclama tabù il principio della redditività delle aziende. Non sostengono le stesse identiche rivendicazioni gli economisti del Cominform? Gronchi, e tutti i nazionalizzatori non cominformisti pari suoi, non fanno che plagiare Stalin. Non si tocca la redditività aziendale, cioè il principio che l’azienda persegue un profitto, ma si proclama che talune aziende sono uscite dalle sfere della produzione capitalista, perché gestite dallo Stato.
Ciò che il grande Stalin e il piccolo Gronchi non capiscono è che il capitalismo non tende al massimo profitto ma lotta furiosamente per contrastare la inevitabile caduta del tasso del profitto medio. Se tutte le convulsioni frenetiche del capitalismo, ivi comprese le crisi e le guerre, rappresentano lo sforzo disperato del capitalismo per contenere la frana del tasso del profitto, come ci si può illudere che i Governi, dovunque si trovino ad agire, possano permettersi di ridurre, con una politica di piena occupazione od altro, i profitti netti delle aziende? In tali condizioni, è pazzesco sperare che il capitalismo possa mettersi da se stesso la camicia di forza. Di più, se lo Stato accettasse una riduzione del profitto o anche la perdita di singole aziende sue, che farebbe (come fa) se non accollare il minor guadagno e la perdita al contribuente?
Per restare nel campo del settore parastatale dell’I.R.I., si può indicare, ad esempio, quanto sta avvenendo, dalla fine della guerra, nel ramo siderurgico. Qui, la produzione globale dell’acciaio ha segnato un relativamente rilevante aumento passando dalle 2.320.000 tonnellate del 1938 alle
3.500.000 del 1952, ma l’incremento si è accompagnato, anzi è stato condizionato, da drastiche riduzioni delle spese di forza lavoro, mediante licenziamenti massicci (di cui il più recente è quello operato dalla Terni), rese possibili a loro volta da un processo ancora in atto di concentrazione e razionalizzazione della produzione, preventivato nel famoso piano Senigallia. I Gronchi e i Di Vittorio inneggiano all’aumento della produzione dell’acciaio, gonfiandosi di sacro orgoglio nazionale; plaudono al rinnovamento degli impianti e all’ulteriore meccanizzazione dei processi produttivi; sono felici della redditività delle aziende siderurgiche, ma pretendono – roba da nulla – che si possano raggiungere gli stessi risultati lasciando intatto il carico al forza lavoro, cioè le spese salari. Ma se proprio restringendo l’impiego della forza lavoro e sostituendolo con migliorati processi meccanici la Finsider ha potuto raggiungere gli indici di produzione di cui si vanta? In regime di produzione capitalista si può fare diversamente? Certamente no. Allora emerge tutta quanta la ciurmeria ciarlatanesca e la demagogia sputtanata dei pretesi riformatori. La «riduzione del profitto» è la morte del capitalismo. Possibile che la borghesia acconsenta a vibrarsi essa stessa il colpo mortale?
Quello che i Gronchi e i Di Vittorio non diranno mai è che proprio la produzione in perdita delle aziende, anzi la scomparsa dei bilanci aziendali miranti a che le entrate facciano premio sulle uscite, instaura forme di produzione non capitaliste, volte non al profitto, ma alla utilità sociale, volte soprattutto alla drastica riduzione della giornata di lavoro dei proletari. Ma tale discorso è lungo, in ogni modo non pienamente connesso al ristretto tema di questa nota, che era di mostrare che sia i fautori della «statizzazione» delle imprese, sia i difensori dell’impresa privata si trovano uniti, al di sopra delle polemiche, nell’adorare il dio Profitto ed ottemperare ai suoi comandamenti.
La Borsa di New York, informa Le Monde del 4-1, ha chiuso il 1952 su livelli-records sconosciuti da ventidue anni. Infatti, gli indici Dow Jones segnano i seguenti aumenti nelle quotazioni dei titoli azionari rispetto al dicembre del 1951; industriali; aumento del 10,6 %; ferroviari, aumento del 37,3 %; servizi pubblici, aumento del 12,5 %. La « febbre » di Wall Street, continua il giornale, è rapidamente cresciuta dopo la vittoria di Eisenhower alle elezioni del 4 novembre.
Del resto, l’economia americana è decisamente in fase di « boom », e, se la Borsa è in febbre per il generalissimo, l’industria è in febbre per il riarmo. A fine anno, l’indice mensile dell’attività economica si stabiliva infatti a 229 (base 1935-39 = 100), cifra massima raggiunta dopo la fine della seconda guerra mondiale.
La televisione americana ha pagato 500 dollari per ottenere una indiscrezione. Un operaio ha ammesso che al di sopra della vasca da bagno del presidente Truman è fissato un pannello di vetro con questa scritta: « In questa vasca si lava un uomo il cui cuore è sempre netto e che serve il suo popolo fedelmente ». La televisione non ha potuto sapere se anche le altre attrezzature del locale riportino scritti affini.
Recentemente, si è svolta all’assemblea regionale sarda una interessante discussione, nel corso della quale sono venute alla luce, secondo la stampa non staliniana, fatti certamente non nuovi nel regno del mercantilismo, ma che testimoniano della demagogia di coloro che illudono gli operai che all’aperta guerra di classe contro il potere politico capitalista, si possa sostituire una machiavellica politica di infiltrazione nel fortilizio borghese.
Illustriamo innanzitutto i fatti. L’assemblea regionale sarda (ad eccezione dei consiglieri di estrema sinistra che rifiutavano di pronunciarsi in merito) decideva di chiedere formalmente al Governo di Roma di disciplinare restrittivamente le importazioni di carbone dalla Polonia, motivando la richiesta con le difficoltà che incontra il carbone prodotto nel bacino del Sulcis a fronteggiare la concorrenza del carbone polacco. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che i carboni polacchi sono importati mediante compensazione, cioè a scambio di merci italiane esportate in Polonia. Si conclude dunque che responsabili delle cattive condizioni aziendali delle miniere del Sulcis sono anzitutto le ditte di altri rami produttivi italiani, che fanno pressioni sugli uffici del Ministero del Commercio estero di Roma perché le loro merci siano incluse nel contingente di esportazioni in Polonia. Accetterà il Governo di limitare le importazioni di carbone dalla Polonia? Ciò si vedrà. Intanto resta dimostrato il comportamento perfettamente consono al modo di agire dei dirigenti delle aziende capitalistiche in concorrenza, dei rappresentanti del socialcomunismo.
Chi acconsente a lavorare «dentro» il capitalismo, non può altro che lasciarsi prendere nella morsa delle sue contraddizioni. Poiché la produzione del bacino carbonifero del Sulcis, secondo le leggi capitalistiche, è condizionata dalle capacità di assorbimento del mercato nazionale, il piano di ammodernamento degli impianti (di cui i deputati socialcomunisti chiedono a gran voce la realizzazione!) si potrà avere solo se, allargandosi le possibilità di smercio del carbone, sarà possibile disporre dei capitali necessari all’investimento. Ciò è possibile se si chiudono le frontiere al concorrente carbone polacco, che ha caratteristiche analoghe a quello del Sulcis. Altra via, naturalmente, c’è, ed è forse quella proposta dalla opposizione socialcomunista ostinatamente decisa, com’è naturale, a favorire le esportazioni dei paesi di «democrazia popolare». Quale? Evidentemente, il finanziamento statale. Ammettiamo che esso venga e che le miniere del Sulcis raggiungano, grazie alle modernizzazioni degli impianti, una più alta produttività, e quindi più bassi costi di produzione. Succederebbe che migliorerebbero le possibilità per il carbone nazionale di battere la concorrenza del carbone polacco. Delle due l’una: o il Governo ridurrà le importazioni di carbone polacco, o si accollerà le spese di ammodernamento degli impianti del Sulcis: in ambo i casi le importazioni di carbone polacco subiranno un fiero colpo, con conseguenti ripercussioni economiche e sociali all’interno della Polonia. Ma non è improbabile, per le suaccennate esigenze della compensazione, che la situazione del bacino del Sulcis si trascini avanti mutando di poco. Intanto, le organizzazioni sindacali della C.G.I.L. e degli inquadramenti del P.C.I. continueranno a mostrare di appoggiare scioperi ed agitazioni dei minatori. Recente lo sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro di Carbonia contro la Carbosarda che da 50 giorni non pagava salari e stipendi. Succede così che i minatori siano ingannati e dal Governo e dalla C.G.I.L., entrambi interessati a che venga importato carbone polacco.
Allora a che si riduce la famosa «tattica» della infiltrazione? Anche il più asino degli agit-prop è pronto a raccontare la storiella che alla strategia rivoluzionaria comunista sia possibile sostituire una politica di erosione interna dello Stato borghese, fondandosi sulla esistenza della «potente» produzione russa, destinata, si pretende, a vincere il capitalismo occidentale nella più gigantesca guerra commerciale che la storia ricordi, ad esito della quale si assisterebbe al fallimento economico e politico del capitalismo. Quasi che gli Stati capitalisti di Occidente non possedessero le stesse armi della guerra commerciale, e per di più il vantaggio iniziale di posizioni costituite, difese con tutte le linee Maginot del protezionismo (dazi, contingenti di importazioni, inconvertibilità delle valute ecc.). Quasi che due carneficine mondiali non abbiano dimostrato che alla guerra delle merci segue quella delle armi.
L’esempio del Sulcis dimostra che la tattica della «infiltrazione» avvantaggia in realtà ambo i concorrenti, danneggiando solo i salariati.
Sembrerà forse un paradosso il dire che la caratteristica psicologica dell’opportunismo è la sua “incapacità d’aspettare”. Eppure è così. Nei periodi in cui le forze sociali alleate e avversarie col loro antagonismo o con le loro mutue reazioni portano nella politica una calma piatta; quando il lavoro molecolare dello sviluppo economico aumenta ancora le contraddizioni e, invece di rompere l’equilibrio “politico” dà piuttosto l’impressione di rafforzarlo per il momento e di assicurargli una specie di perennità, l’opportunismo, divorato dall’impazienza, cerca intorno a sé “nuove” vie, “nuovi” mezzi per realizzarsi. Esso si esaurisce in lamentele sull’insufficienza e sulla incertezza delle proprie forze e cerca “alleati”. Esso si getta avidamente sul letamaio del liberalismo. Lo scongiura, lo chiama. Inventa ad uso del liberalismo speciali formule d’azione. Ma il letamaio non esala che il suo tanfo di decomposizione politica. L’opportunismo allora razzola nel mucchio di letame qualche perla di democrazia. Ha bisogno di alleati. Corre a destra e a sinistra e ad ogni crocicchio cerca di prenderli per la giacca. Si rivolge ai suoi “fedeli” e li esorta ad usare la massima cortesia verso ogni eventuale alleato. “Del tatto, ancora e sempre del tatto!”. Esso soffre di una mania che è la mania della prudenza verso il liberalismo, la “mania del tatto” e, nel suo furore, schiaffeggia e ferisce la gente del suo stesso partito.
L’opportunismo vuol tener conto di una situazione, di condizioni sociali che non sono ancora mature. Cerca un “successo” immediato. Quando i suoi alleati all’opposizione non possono servirlo, ricorre al Governo; cerca di persuadere supplica, minaccia… Finalmente trova un posto nel Governo, ma solo per dimostrare che, come la teoria, anche il metodo amministrativo non può anticipare la storia.
L’opportunismo non sa aspettare. Per questo i grandi avvenimenti gli sembrano sempre inaspettati. I grandi avvenimenti lo sconcertano: non tocca più il fondo, è trascinato come un truciolo nel loro turbine, e va a finire a volte su una sponda, a volte sull’altra… Tenta di resistere, ma invano. Allora si sottomette, muove le braccia per dar l’impressione di nuotare, e grida più forte di tutti… E quando l’uragano è passato, arrampicandosi risale a riva, si scrolla con aria disgustata, si lamenta di aver mal di capo, di essere indolenzito e, nel malessere dell’ubriachezza che ancora lo tormenta, non risparmia le parole crudeli contro gli uomini della rivoluzione, “che non fanno che castelli in aria”.
Trotzky, 1905
Trieste, dicembre
I cominformisti hanno commentato le elezioni in zona B, il giorno dopo che queste erano avvenute, con una «drammatica lettera del comp. Vidali» sulla situazione del territorio «sottoposto al terrorismo titino». Se almeno avessero il pudore di non toccare tasti che dovrebbero bruciare le dita di chi li tocca!
Nella lettera, tanto per toccarne uno (La Stampa, 4-1), si parlò della disoccupazione imperversante in alcuni centri della zona B, e la si attribuisce alla asportazione di macchinario e di personale specializzato ad opera dei titini. Così, nella fabbrica di sardine dell’Arrigoni ad Isola non si lavora perché mancano reti, perché gran parte del macchinario ha preso la via della Jugoslavia, e perché gli specializzati sono stati trasferiti in altra zona.
Ammettiamo che così sia: ma, che diamine, forse tutti gli staliniani e i loro servi hanno la memoria così debole da aver dimenticato i tempi in cui il proconsole di Stalin a Trieste e i suoi tirapiedi facevano a gara a chi consegnava più macchine e più uomini al grande Tito? In quei momenti, gli avrebbero regalato anche il paradiso, se mai l’avessero posseduto; pur di salvare la greppia, avrebbero sacrificato un intero continente sull’altare del Moloch Tito o del Moloch Stalin, che per loro erano la stessa cosa.
Se perciò le scatolette di Isola non ci sono più, se Tito divora sardine non più preparate in zona B, Vidali non ha che da ringraziare se stesso, e gli operai non hanno che da rendere omaggio al suo superiore genio politico.
Per noi internazionalisti, Tito è oggi quello che era l’altro ieri; e altrettanto sono gli staliniani. Chi ci rimette sono i proletari ingannati dall’uno e dagli altri, truffati prima nella servile adorazione staliniana di Tito come oggi nella sua roboante condanna.
« Comunque se la guerra fredda si stabilizza vuol dire che diventa una cosa normale, e se è normale non è più guerra. Al dilemma « pace o guerra? » si sostituisce la spiritosa formula proposta ier l’altro da un articolista del Daily Mail: « Pace più guerra ». Dove la pace diventa la base, la guerra il di più; come dire: la pace, la vita normale di ogni giorno, la guerra, il cinema della domenica! ».
La Stampa, 4-1
« All’interno (della Gran Bretagna) è stato un anno di ammirevole calma sindacale, nel corso della quale non soltanto non si sono verificati i temuti scioperi « anti-conservatori », ma al contrario i sindacati hanno dato prova di un enorme senso di responsabilità. Il 1952 si conclude addirittura con un telegramma di augurio a Churchill per la sua missione a Washington: lo ha firmato il presidente del T.U.C. (Congresso delle Trade Unions) ed è, a quanto ci è dato di sapere, il solo telegramma augurale che egli abbia ricevuto ».
La Stampa, 1-1
L’O.E.C.E. ha recentemente pubblicato uno studio sul reddito « nazionale » dell’Europa occidentale, di cui informa « Relazioni Internazionali ». I dati resi pubblici non sono davvero tali da confermare gli osanna levati alla « ripresa » e alla « ricostruzione » del vecchio continente: al contrario, servono di documentazione della sua ormai cronica paralisi.
Al primo trimestre 1952, cioè a 7 anni dalla fine della guerra, la produzione complessiva europea risultava aumentata del 20 per cento rispetto al 1938: in miliardi di dollari ai prezzi del 1951, passava infatti da 133,8 a 161,7. Un aumento del 20 % è cosa modesta: ancor più modesta se si considera che il ritmo della espansione è andato continuamente diminuendo, fino al 5 % nel 1951 e ad appena l’1% nel 1952, e, superato il periodo di immediate esigenze ricostruttive del dopoguerra, sembra essersi arrestato.
Inoltre lo sviluppo della produzione è stato estremamente disorganico; fino al 1951, Austria e Germania non avevano ancora raggiunto il livello prebellico, e solo il successivo sviluppo della loro produzione – destinato anch’esso a rallentare e, infine, a stabilizzarsi – giustifica il mantenimento di una percentuale di incremento annuo pur minimo nel 1951.
D’altra parte, poiché l’aumento della produzione è stato parallelo all’incremento della popolazione, nel 1952 la produzione per testa risulta superiore al 1938 solo del 13 %, mentre la forte diminuzione delle importazioni è un altro indizio della crescente povertà relativa dell’Europa occidentale.
Vediamo la situazione da un altro punto di vista, quello dell’impiego del reddito, e il quadro si presenta ancor più buio. I consumi privati per testa sono aumentati appena del 6 %; sono invece enormemente aumentate le spese pubbliche (soprattutto per il riarmo) e un incremento del 40 % ha subito la formazione dei capitali. In altri termini, la « ripresa » europea è essenzialmente dovuta alle spese militari e agli interventi economici dello Stato a fini di conservazione, e si è tradotta in una sproporzione enorme fra ritmo dei consumi individuali medi e ritmo dell’accumulazione del capitale.
Infine, la situazione post-bellica non ha ridotto ma accentuato il rapporto di sudditanza del continente europeo rispetto all’America, espresso dal diverso ritmo di sviluppo delle due economie:
| Eur. occ. (aumenti in %) | S.U. (aumenti in %) | |
| Prodotto naz. lordo | 25 | 100 |
| Idem per testa | 23 | 70 |
| Consumi priv. per testa | 6 | 40 |
| Formaz. di capitali | 40 | 200 |
Né si dimentichi che si tratta di una valutazione globale, abbracciante Paesi a sviluppo economico molto diverso, cosicché nei Paesi dell’Europa sud-occidentale la « ripresa » è stata anche meno forte di quanto già detto.
La terra sulla cui corteccia viviamo ha la forma di una palla o sfera. A dimostrazione di quanto sia sciocca la distinzione tra facile e difficile a capire, cadiamo in una prima digressione notando che un tale concetto, arduo per mille e mille anni ai più geniali sapienti, oggi è familiare al bimbo di sette anni. Non avrebbe senso una dottrina che assume esservi un grande corso della storia compiuto con grandiosi sbalzi dall’avvicendarsi delle classi, e poi si fermasse davanti al problema che alla classe avanzante, rivoluzionaria, debbano essere presentate solo pillolette di concetti facili.
A differenza di Silvio Gigli siamo quindi a porvi alcuni problemi difficili difficili. Vi daremo le botte e le risposte.
Questa palla Terra, adunque, ha un diametro di circa 12.700 chilometri, che si è calcolato misurandone il pancione, sul quale si è riportato quaranta milioni di volte il metro campione di platino conservato a Parigi all’Istituto internazionale delle misure. Come hanno fatto quando sono passati sull’acqua? Lasciamo pure ogni tono di scherzo e di imitazione del «vezzo» di parlare difficile per il difficile, e per far dire: ma quanto è colto l’autore, non si capisce proprio niente! – su cui si fonda la fama del novantanove per cento dei grandi uomini.
Dunque con altro calcoletto (quarta elementare) si assoda che la superficie della Terra è di cinquecento milioni di chilometri quadri. I mari ne occupano oltre i due terzi, e restano per passeggiarvi all’asciutto appena 150 milioni. Tra questi vi sono le calotte polari, i deserti, le altissime montagne, e quindi si presume che ne restino alla specie umana – la sola che ormai vive in tutte le zone della sfera insieme ai suoi animali domestici – un 125 milioni.
Poiché oggi i libri dicono di sapere che «siamo» in 2.500 milioni, noi animaletti umani ficcanti ovunque il naso, è chiaro che in media questa nostra specie dispone di un chilometro quadrato per 20 dei suoi componenti.
A scuola si dice: densità media di popolazione delle terre abitate: venti anime (infatti non contano gli assai più numerosi cadaveri dei sepolti) per chilometro quadrato.
L’idea di quante sono venti persone l’abbiamo tutti, e quella del chilometro quadro non è difficile. Siamo a Milano: è lo spazio che occupa il Parco tra l’Arco del Sempione e il Castello Sforzesco, compresa l’Arena. Se solo nell’anello di questa riescono a stiparsi per le grandi partite di calcio in cinquantamila, in tutto il chilometro quadro alla densità di folla compatta (comizi di Mussolini, Togliatti e simili) ci stanno cinque milioni di anime (in pena) ossia la popolazione riunita di Milano, Roma e Napoli abbondante. 250 mila volte di più che la densità media sulla Terra.
I dunque miseri venti simbolici uomini medi nel chilometro quadro se si mettessero ai crocicchi di una rete a maglia costante starebbero l’uno dall’altro a 223 metri; non si potrebbero nemmeno parlare. Se fossero donne che fregatura, peggio poi se candidati al Parlamento!
L’uomo però non è piantato al suolo come gli alberi e tanto meno ammassato in colonie come le madrepore di cui discorrevamo l’altra volta, e spostandosi in mille guise si è collocato in modo molto irregolare negli spazi diversi, in cui la corteccia del pianeta è suddivisa.
La densità in Italia è di 140 persone per chilometro quadro, e quindi sette volte più della media. La provincia più addensata è quella di Napoli: 1500 abitanti a kmq: 55 volte la media terrestre. I paesi a maggior densità in Europa (e nel mondo) sono Belgio, Olanda e Inghilterra (a parte la Scozia) che stanno sui 300: 15 volte la media umana. Il paese più scarso di popolazione oltre Svezia e Norvegia è la Russia: per la parte europea 29 abitanti-kmq., appena superiore alla media terrestre.
Le densità dei continenti sono: Europa 53, Asia 30. Ma poi scendiamo paurosamente sotto la media umana. America centrosettentrionale 8,5; Africa 6,7; America meridionale 6,3; Australia-Oceania 1,5. Arriviamo dunque alla tredicesima parte della media universale.
La densità degli Stati Uniti è 19, dunque inferiore a quella della Russia europea (ossia fino agli Urali e al Caucaso). Coincidenza perfetta colla media sulla terra: che sia questa la ragione per cui la vogliono tutta loro?
La popolazione però è distribuita in USA con difformità clamorosa: anche tralasciando piccoli distretti, si va da 0,5 del desertico Nevada ai 240 del formicolante New Jersey, grande un po’ meno della Lombardia.
Notiamo infine che tutta la RSFSR, che comprende la Siberia, ha la densità ridotta a 6,8. Quanto a tutta l’URSS, la densità è di 9 abitanti per kmq., e la più popolosa delle repubbliche federate è l’occidentale Ucraina con 70.
Se trascuriamo la popolazione «sparsa», in prevalenza rurale, e ci occupiamo solo degli uomini che stanno «agglomerati» nelle città, come già avemmo a notare, abbiamo, considerando la densità, uno scatto a cifre che stanno molto al di sopra, circa mille volte più della media terrestre: come dicono gli scienziati, andiamo in un diverso ordine di grandezza. Non è arduo intendere come invece la popolazione delle campagne considerate sole vede scendere, in ogni grande o piccola circoscrizione, la densità rispetto a quella generale.
Stabilire quanti sono gli uomini sparsi e quanti quelli agglomerati, poniamo nel mondo o in Italia, è invece un problema dei più scabrosi. Anche sommando le popolazioni delle città oltre un certo numero di abitanti scelto ad arbitrio, poniamo 5 mila, la conclusione è deformata dal fatto che si hanno le cifre dei comuni. Ora per esempio a Roma il comune è assai più grande della città e quindi vi è parte di popolazione sparsa nella cifra, a Londra il comune è molto più piccolo della città, e quindi è tutta popolazione agglomerata, mentre resta da aggiungere in tutto o in parte tutta quella della fascia della «grande Londra». Azzardiamo che in tutta la terra un quinto degli uomini viva nelle città, mentre il rapporto sarà zero nel centro dell’Africa, almeno metà nel Belgio.
Comunque ecco le nuove cifre, che per il loro spostato ordine di grandezza si riferiscono di norma all’ettaro, mentre noi seguiteremo qui a darle per chilometro quadro, che comprende cento ettari. La grande Londra (mentre i progetti in corso la dilatano ancora, ma col sistema delle città satelliti, di circa 50 mila abitanti distanti venti chilometri in media dal nucleo storico) su 600 chilometri quadri accoglie otto milioni e mezzo di uomini: densità 14 mila. Ma a Londra si respira ancora meglio che nei luridi quartieri retaggio di ebrei, cinesi o italiani. La città italiana più strozzata, Napoli, nel suo nucleo di 800 ettari e quindi 8 kmq. assiepa non meno di 600 mila del milione di abitanti che sta nel comune amministrativo, cui si aggregarono comuni viciniori: la densità tocca la cifra di 75 mila, che è un vero limite inumano superando 3750 volte la media terrestre. Anche considerando il comune di Napoli diviso nei dodici quartieri tradizionali, tolti dunque i cosiddetti «villaggi», la densità è sempre 45 mila, ossia tripla di Londra. Considerando astrattamente una generica città di tipo «Ottocento» che abbia fabbricati a cinque piani e strade larghe abbastanza da occupare quattro decimi di tutta l’area, un calcolo tecnico non difficile mostra che ogni locale o «vano» impegna circa 5 mq. «coperti» e 3 mq. «urbani». Ma su ogni tre vani solo uno è destinato ad abitazione, e mediamente (Italia) ospita una persona e mezza, ad esempio una famiglia di sei membri ha quattro stanze. Dunque ogni abitante, per così dire, dispone di circa 16 mq. nella città compatta, igienicamente appena tollerabile: siamo dunque per riprova alla densità di 60 mila. Ove vi sono oltre alle strade e piazze anche giardini, parchi, ecc., la densità migliora, ossia cala.
Dunque il procedimento storico che coi suoi mille aspetti ha ammassati gli uomini nelle città sulla media dei paesi progrediti li ha portati da una densità nazionale che poniamo sia 200 (Europa centrale più popolosa: dieci volte la Terra) ad una densità urbana che nelle migliori ipotesi, di vere città giardino, supera i 20 mila uomini sul kmq. (cento volte più che nella nazione, mille volte più che nella Terra).
Sappiamo che l’origine di questo ammassamento sta quasi del tutto nei portati dell’epoca capitalistica, bastando ai regimi precapitalistici poche e non immense capitali dominanti miriadi di villaggi rurali.
Ma il capitalismo non vuole ancora fermarsi, e come in tutti gli altri suoi fenomeni, non lo può. E questo processo importantissimo lo definisce. Sono infatti le misure quantitative che contano, e non le etichette qualitative politiche e propagandistiche. Tutto quanto riduce all’uomo lo spazio, è capitalismo.
Vi è stato infatti chi ha pensato e – purtroppo – attuato di meglio; il signor Charles-Edouard Jeanneret da Ginevra, di professione architetto. Chi è mai costui? Un momento, lo conoscete anche voi: gli uomini grandissimi si cambiano il nome, e quello che risuona nel mondo intero è Le Corbusier.
Il cittadino Le Corbusier entra nel rango di quella categoria di fiancheggiatori cerebrali che da sola costituisce fenomeno bastevole a far schifare i partitoni che una volta si chiamavano proletari e comunisti. Di lui, e quel che è peggio delle sue teorie e metodi, si parla infatti benissimo nella stampa sovietica e in tutta quella che nel mondo ne è proiezione, come del resto si parlava bene nella stampa fascista e nazista, e inoltre se ne incoraggiano imitazioni ed applicazioni, alcune delle quali deliziano l’immensa Mosca, figlia di dieci tipi di organizzazione umana, sovranamente distesa su spazi grandiosi, anzi la cui forza di dominio fu sempre la distanza e lo spazio, la bassa e diradata costruzione, il cui incendio fermò l’onda avvelenata del capitalismo rovesciando Bonaparte nella Beresina.
Mosca non può oggi fare a meno di gareggiare con New York. Ma grattacielo e paranoia Le Corbusier non sono la stessa cosa. Non va creduto che i dodici milioni di newiorkesi stiano nella loro costellazione di città più stretti dei londinesi, malgrado la maggiore altezza degli edifici. Nel fabbricato di 30 piani, anzitutto la proporzione dei locali da ufficio a quelli di abitazione non è più tre ma dieci o venti, l’altezza è raggiunta solo in uno stretto pinnacolo, le strade sono larghe dieci volte almeno più che nelle città del tipo «Ottocento europeo» da cui abbiamo prima tratto gli «indici» di affollamento; ogni abitante ha a disposizione un quartierino e non due terzi di stanza, e così via, sicché alla fine l’addensamento è lo stesso, e non va oltre i detti ventimila per kmq., anzi batte i 14 mila della grande Londra, senza alcun dubbio.
Abbiamo letta una brillante descrizione dell’edificio di Le Corbusier, eretto su suo progetto e direzione a Marsiglia. L’articolista ha alcune battute efficaci, come quella che nei 330 cubicoli destinati a 1.600 inquilini «lo spazio è più prezioso dell’uranio». Non è questa parodia, ma riferimento coerente delle dottrine corbusistiche:
«Le Corbusier anticipa con le sue costruzioni il radioso futuro dell’umanità che non ha terra per spaziare […] La sua architettura è una lotta angosciosa contro il superfluo, un’ansiosa corsa verso la conquista di spazi per la vita».
Più tuttavia delle impressioni e degli apprezzamenti che possono discendere da preconcetti di chi scrive, contano (come si diceva) per noi le cifre. Qui può qualche orecchista imparare che cosa vuol dire che la quantità si trasforma in qualità e non, a sproposito, in tema di rapporto classe-partito.
Il principio di supersfruttamento dello spazio si spinge fino a queste cervellotiche tendenze: sovrapporre il verde dei giardini urbani (domani anche quello dei campi a grano e patate!), le strade di transito e l’area coperta dei fabbricati in verticale sullo stesso spazio. Verticalismo, si chiama questa deforme dottrina; il capitalismo è verticalista. Il comunismo sarà «orizzontalista». Per la dittatura imperiale consigliò Caio Giulio di tagliare gli alti papaveri, per quella proletaria converrà tagliar quelli, e con essi le alte costruzioni. Potremo rispettare un Michelangelo o un Bernini e magari un borghesoide Eiffel o Antonelli, non certo questo «democratico» Jeanneret.
Dunque il primo saggio della non casa, ma unité d’habitation, che dovrebbe divenire un quartiere, contro il costone di un rialzo del terreno, nella soleggiata e mediterranea Marsiglia, poggia su trentasei pilastri nudi sotto i quali, non essendovi muri o pareti, passano la strada ed un cosiddetto giardino. Il fesso di calibro ufficiale sbalordisce, ma tecnicamente la «realizzazione» (bella parola forcaiolista secondo cui ogni cosa esiste prius in intellectu, prima nelle teste più o meno balzane, e poi in factu, ossia nella vile e passiva materia) è alla portata di ogni buon capomastro con in tasca un manuale da cento pagine (lui rispettabile). Questo rettangolo sui trentasei pilastri lo valutiamo di 800 metri quadri, giù per su: chi trova a ridire ci mandi la pianta e l’elevato. Dopo l’altezza vuota del pianoterreno vi sono non nove piani, ma nove strade ossia corridoi-appartamenti nei quali ogni decimetro cubico è studiato in modo da fare da mobile, da attrezzo, e in ultimo luogo da spazio in cui l’ospite si colloca, guardando di non debordare dalle misure di progetto. Siamo tentati anche noi di irridere descrivendo la sala operatoria progettata per tagliare quelli troppo lunghi o larghi…
I cubicoli sono 330 nei nove piani e destinati a 1.600 abitanti, sottoposti a uno stretto regolamento circa l’uso dello spazio singolo e di quelli comuni. Non addentriamoci nei modi di soggiorno e di vita di questi abitatori del manufatto, che il citato giornalista si spassa a definire penitenziario decorato, grigio baraccone e vascello fantasma. Riteniamo il dato che sono, in progetto, nel numero di 1.600. Fare stare 1.600 fessi in 800 metri quadrati significa essere scesi dai dieci metri quadri coperti per abitante a mezzo metro! Vogliamo essere prudenti e supporre che non tutte le unità saranno di abitazione, ma anche di lavoro e pubblici servizi, e quindi l’abitante spazierà in un metro e mezzo (intendiamoci bene; sono nove piani, detto all’antica, e in casa ognuno ha per muoversi lui e gli attrezzi circa cinque metri quadri, uno stanzinetto).
Saremmo arrivati a 650 mila esseri per chilometro quadrato, ma vorremo tuttavia prevedere il trenta per cento di strade e piazze, pensando che luce artificiale e aria condizionata non arrivino a mettere i vari parallelepipedi a contatto diretto, tappando ingressi e finestre, e scendiamo a 400 mila uomini sul kmq. Prevediamo perfino che vi siano nella città ampi spazi vuoti e parchi: Le Corbusier avrà sempre raggiunto, ottimo stivatore, duecentomila bipedi in un kmq.
La natura ha dato dunque alla umana specie tanta terra da starci in venti per chilometro quadro.
La civiltà e la storia hanno voluto che nelle nazioni più progredite ci si cominciasse a stringere dieci volte di più: parliamo pure di progresso.
Il tipo di organizzazione urbana ha stabilito che i più fortunati e avanzati in cultura e saggezza si riunissero nelle città, stando mille volte più stretti.
La manìa capitalistica di ammassamento degli uomini-sardina non si è fermata qui, e per essa i Le Corbusier, chiusi volutamente gli occhi non diciamo ai deserti inabitati come possono essere nel Canada o in Australia, ma alle stesse distese dei campi verdeggianti di messi, dai quali soli viene la vita alla cui pienezza pretendono di provvedere, vogliono asserragliarne almeno altre dieci volte di più, tenendo i viventi diecimila volte più addensati della media terrestre, e forse pensando di moltiplicare per tali rapporti le formiche umane!
Chi plaude a questi indirizzi non deve essere definito soltanto come seguace di dottrine, di ideali, di interessi capitalistici; ma come partecipe delle patologiche tendenze di questo supremo periodo di capitalismo in putrescenza e dissoluzione, che a furia di apologia della sua scienza e della sua tecnica, superatrici di qualunque ostacolo, fonda (come Engels diceva) le città nel loro escremento umano in modo tanto «funzionale» che l’ultra-razionale sistema vedrà l’abitante identificare la vasca da bagno e la fogna.
La lotta rivoluzionaria per lo sventramento dei paurosi agglomerati tentacolari può definirsi: ossigeno comunista contro fogna capitalista. Spazio contro cemento.
La corsa all’addensamento non ha per motivo la scarsezza di spazio, che malgrado la umana prolificità, figlia anche essa della oppressione di classe, abbonda ovunque e in ogni senso, ma le esigenze del modo capitalista di produzione, che inesorabilmente spinge avanti la sua scoperta del lavoro in masse di uomini.
Dato che qui non si redige per immergersi nella voluttà dello spirito creatore, ma in puro servizio di opera di parte, occorre al solito fermarsi a provare che non si sta lanciando un verbo nuovo e nemmeno scoprendo alla storia una nuova legge, ma si calcano solidamente le orme della stabilita dottrina.
Marx dopo aver descritto nel primo libro del «Capitale» il processo della produzione capitalistica, che pure essendo inquadrato nel più vasto campo sociale e storico, presenta soprattutto il rapporto di classe tra capitalisti e operai entro l’azienda; e dopo avere nel secondo libro studiata la circolazione del capitale, ossia la sua riproduzione mediante quella parte di merci fabbricate che non vanno a diretto consumo, ma sono strumenti della produzione ulteriore, affronta nel terzo ed incompleto libro «il processo del capitale preso come un tutto» che conduce alle «forme concrete» che si incontrano realmente nella società, come «azione reciproca dei diversi capitali, concorrenza e coscienza comune degli agenti stessi della produzione».
Chiaramente la trattazione doveva culminare in capitoli sull’azione «politica» delle classi in lotta, come più volte dicemmo, e sulla coscienza dell’azione di classe, derivato e sovrastruttura finale di tutto il resto.
Nel V capitolo, prima di arrivare a stabilire la legge della tendenza a scendere del tasso medio di profitto, Marx tratta un punto di prima importanza: L’economia (il risparmio), nell’impiego del capitale costante.
Dialetticamente (uno dei punti mal riportati se non mal veduti da Stalin nel noto suo testo) il capitale, come ogni capitalista, fa di tutto per elevare il suo profitto, e quindi anche il tasso del suo profitto. Se la società capitalista volesse o potesse opporsi alle scoperte ed invenzioni che aumentano la produttività del lavoro umano, solo allora, rendendo iperbolico il numero dei proletari sfruttati anche per un consumo non esaltantesi senza posa, riuscirebbe ad evitare la caduta del tasso (vedi «Dialogato con Stalin», terza giornata). Ma non potendo ciò fare, il capitale lotta con altri mezzi per ritardare e frenare la discesa del tasso, che tuttavia l’accumulazione e la concentrazione rendono ben compatibile con l’elevarsi senza limite della massa totale dei profitti e della cifra del profitto per azienda.
In ogni azienda il profitto del capitale è dato dall’eccesso del prezzo di vendita di tutte le merci prodotte (ad esempio nell’anno) sul costo di esse, o costo di produzione. Quindi il capitale cerca di vendere a prezzo alto, e di ridurre i costi di produzione. Più oltre Marx tratterà dell’effetto della variazione dei prezzi di mercato, qui tratta dei costi di produzione.
Nella teoria marxista il costo di produzione si scinde in due: il capitale variabile, che è la spesa anticipata e sostenuta per tutti i salari e stipendi, e il capitale costante, che è la spesa per acquistare materie prime e tenere in efficienza incessante costruzioni, macchinari ecc. Qui non si tratta dell’ovvio mezzo di crescere il profitto, dato dall’abbassamento dei salari, anche perché non è questa la tendenza generale del capitalismo, almeno nella fase successiva ai primi più feroci decenni. Il salario operaio storicamente cresce come cifra monetaria, cresce anche come valore in moneta non svalutata, ossia se espresso poniamo in lire o dollari 1914, ma se misurato in tempo di lavoro medio sociale diminuisce, pure essendo aumentato il tenore di vita operaio poiché appunto la cresciuta, in linea tecnica, produttività del lavoro ha fatto scendere il valore se non il prezzo di tutte le merci che l’operaio consuma. Ma di questo altrove.
Resti per ora immutato e il prezzo di vendita e il prezzo dei salari: è ovvio che il capitale si getta a ridurre il costo della parte costante del capitale speso. Non solo vi sono vari mezzi per ottenere tale scopo, ma vi è una decisa tendenza in questa direzione dell’economia capitalistica.
Marx mette anche da parte un primo mezzo: aumento della giornata di lavoro a pari salario (ed anche a salario cresciuto in proporzione alle ore, perfino allorché si paga di più lo «straordinario»). Infatti in tale caso se non si risparmia certo sulle materie prime consumate, si risparmia nell’impiego delle macchine e costruzioni, abbreviando la «rotazione» ossia il ciclo di produzione di cui sono capaci. Notiamo che un mezzo per raggiungere tale economia il capitalista molte volte lo trova nei turni di lavorazione continua che, ad esempio, evitando il raffreddarsi dei forni fanno guadagnare calorie, ossia profitto.
Ma anche supponendo che gli operai riescano a rifiutare ogni variazione anche retribuita all’orario di lavoro, ci sono tre altri fattori di prim’ordine.
1) Ingrandire o raggruppare le aziende. Il fatto stesso di associare i lavoratori prima isolati, anche senza nessuna modificazione, alla tecnica operativa, conduce ad un grandissimo risparmio: nella costruzione del laboratorio unico, nella illuminazione, riscaldamento, altre spese generali, ecc. Basti pensare alla dispersione di calore di tante piccole forge al confronto di una grande attorniata dai tanti forgiatori che vi introducono il loro pezzo, pur lavorando con gli stessi utensili a mano di prima, e a cento altri esempi.
«Tutta questa economia, che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione in massa, presuppone però come condizione essenziale l’agglomeramento e l’azione degli operai, vale a dire la combinazione sociale del lavoro. Essa trae origine quindi dal carattere sociale del lavoro allo stesso modo che il plusvalore proviene dal pluslavoro di ogni singolo operaio considerato isolatamente».
2) Il ricupero dei rifiuti, dei cascami di ogni produzione, che divengono materia utile di altre lavorazioni (sottoprodotti) in quanto disponibili in forti quantità, mentre nella piccola produzione andavano buttati via. Ecco altro cespite di risparmio sulla spesa di produzione e quindi di profitto capitalista, che deriva a sua volta solo dal carattere sociale assunto dal lavoro.
3) Il perfezionamento tecnico dovuto alle nuove invenzioni, alla introduzione di nuove macchine, ecc. nelle aziende di altri settori che producono a più basso prezzo le materie prime, le macchine, gli attrezzi che occorrono all’azienda considerata. Anche qui uno sviluppo dovuto al fatto della produzione in massa che ha sollecitato e stimolato l’ingegno umano a risolvere dati problemi tecnici, inutili a porsi per la piccola produzione, produce beneficio non sociale, ma dal capitale avocato a sé:
«Ciò che in tal guisa torna a beneficio del capitalista rappresenta a sua volta un guadagno che è il prodotto del lavoro sociale, anche se non degli operai direttamente sfruttati dal capitalista medesimo. Quello sviluppo della forza produttiva ci riconduce sempre, in ultima istanza, al carattere sociale del lavoro posto in opera; alla divisione del lavoro in seno alla società; allo sviluppo del lavoro intellettuale, in primo luogo delle scienze naturali. Ciò di cui beneficia il capitalista sono i vantaggi realizzati dal sistema della divisione sociale del lavoro nel suo complesso. È lo sviluppo della forza produttiva del lavoro nel settore di attività estraneo a quello specifico del capitalista, nel settore cioè che a quest’ultimo fornisce mezzi di produzione, la causa per la quale il valore del capitale costante impiegato dal capitalista subisce un relativo ribasso, e il saggio del profitto viene pertanto ad aumentare».
Su queste citazioni essenziali andrebbero invitati a riflettere quei compagni, anche dei migliori, che riducono l’antagonismo degli interessi al semplice duello tra il singolo capitalista ed il suo operaio, nel pagarlo più o meno, e lo chiudono al più entro l’azienda. L’antagonismo delle classi sociali invece si basa su ben altra appropriazione che il capitale compie, volgendo a suo esclusivo dominio tutto il ricavato, ben più vasto, del migliorato rendimento sociale, derivante dalla combinazione dei lavoratori e dalla diminuzione del tempo medio di lavoro contenuto nei prodotti. Se, per il primo fatto bruto, togliendo il plusvalore diretto, l’operaio potrebbe lavorare sei ore invece di otto, per l’effetto del rendimento sociale, data la razionalizzazione di ogni antico sciupio della produzione a parcelle, e le invenzioni tecniche grandiose, si dovrebbe lavorare una sola ora.
Ed è proprio il campo del plusvalore che verrà tolto al capitalista ma non dato all’operaio, che dovrà con esso contribuire ai servizi di organizzazione generale. Non è dunque lì la conquista, ma nella organizzazione sociale, che dovrà essere volta non al profitto di capitale, ma alla elevazione delle condizioni del vivente lavoro. Nella società socialista invero il lavoratore presterà solo alla società un giusto «sopralavoro» mentre il «lavoro necessario» gli sarà ridotto in ragione della aumentata potenza tecnica, in ragione dei dieci schiavi di acciaio di cui ognuno di noi oggi potrebbe disporre, mentre un secolo fa non ne aveva.
Oggi all’opposto il sistema capitalista ritiene tutte queste infinite risorse inerenti al capitale, virtù propria del capitale, e tiene del tutto estraneo il lavoratore alle condizioni di realizzazione del lavoro. Il capitalista, come i marxisti imperfetti, vede nella cifra del salario «la sola transazione» che corre tra lui e il suo operaio. Questi dunque non ha ad interessarsi delle economie sul capitale costante, ma solo di quella che si tentasse sul capitale variabile, sui soldi spesi per la sua settimana. Ma ciò fa sì che, per risparmiare su tutto, anzitutto il capitale risparmia sulla sicurezza ed igiene delle condizioni umane di lavoro. Ciò ci riconduce al nostro tema: città e campagna, cemento e spazio, fogna ed ossigeno:
«Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama, in termini capitalistici, risparmio di costruzioni; all’ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all’assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano perniciosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato. Con tutto il suo lesinare, la produzione capitalistica è in genere molto prodiga di materiale umano, proprio come, grazie al metodo della distribuzione dei suoi prodotti per mezzo del commercio [ehi, ehi, da Mosca!] e al suo sistema di concorrenza, essa è molto prodiga di mezzi materiali e da una parte fa perdere alla società ciò che dall’altra fa guadagnare ai singoli capitalisti».
Di questo altro poderoso capitolo, ad essenza programmatica per chi ci si fa «per più anni macro» (altro che leggerselo dal barbiere e chiedere subito l’ultima Selezione!) riporteremo ora solo la chiusa.
«La gestione di un impianto organizzato sulla base di nuove invenzioni comporta costi molto più elevati rispetto agli impianti che successivamente sorgono sulle sue rovine (…). Si arriva al punto che i primi imprenditori nella maggior parte dei casi falliscono e soltanto i successivi, nelle cui mani finiscono a buon mercato edifici, macchinario ecc. cominciano a prosperare. Ne consegue che in genere è la categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari quella che trae il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato».
È la descrizione, degna di scalpello michelangiolesco, fatta avanti lettera del maledetto secolo che pomposo trascorre, nel culto della bestia trionfante.
Se leggiuzze riformistiche hanno mutato qualcosa nell’organizzazione delle fabbriche, imponendo al capitalista certe spese di sicurezza di cui si rifà a mille doppi in altra sede, il citato concetto di Marx va ben portato con effetto sicuro alla scala «urbanistica». Per risparmiare false spese, per questo solito e criminale motivo con sussiego avanzato dal capitale, e riecheggiato dalla cretineria di oppositori di cartapesta pagati per suonare lo stesso disco, presso le grandi città, nelle grandi città, tra le abitazioni ad accelerata densità e gli stabilimenti spesso ad esse incollati e da esse «circondati» nello sviluppo demografico e di inurbamento incessante, si intasano depositi di materie nocive, esplosivi e mezzi bellici, soprattutto per l’accavallarsi di stazioni di smistamento e deposito, di porti, aeroporti e altri servizi. E la cronaca di tutti i giorni, e pare con particolare sadismo all’inizio di questo 1953, descrive spaventosi sinistri di ogni genere, ai quali si corre tuttavia senza posa incontro. Vi collabora la leggerezza e la strafottenza delle burocrazie tecniche, in pauroso crescendo di guerra in guerra. E la guerra stessa non appare più tanto pericolosa, se è sanguinosa la produzione e la vita. Né si intende che il solo provvedimento in senso opposto è: sfoltire! Interporre tra i vari servizi maggiori distanze e fermare almeno la installazione di nuovi mostri nel cuore degli abitati e delle zone industriali. Non è bastato a questo nemmeno la lezione dei bombardamenti a tappeto e delle coventrizzazioni.
Il capitale liberò i servi della gleba che il vassallaggio feudale inchiodava al suolo, con grave sfregio della dignità umana, ma con ottima formula per tenere, ad esempio, uniforme la densità territoriale in Francia. Erano forzati a star fermi, ma dove potevano mangiare e dormire e slargarsi quanto occorreva. L’inurbamento rispose alle esigenze delle dilaganti manifatture e della conquista storica del «lavoro combinato». Fino a che l’impianto consisteva in un camerone immenso con tanti posti di singolo artefice, è chiaro che non vi era altro da fare: innumeri operai a lavorare in poco spazio, e perciò ad abitare e vivere in poco spazio, in quanto si produceva una ricchezza molto maggiore. Dato al salariato un lecco di tenore di vita in più dell’artigiano e del bifolco, la enorme massa di beneficio servì ad ingrandire ed abbellire soprattutto le città: se nel vecchio regime bastava una reggia, nel nuovo servivano alla classe dominante cento sedi di operazione e di spasso.
Ma tutte le innumeri invenzioni tecniche seguite non hanno certo condotto ad ammassare ulteriormente maggiori operatori in poco luogo. Al contrario. Se noi cercassimo un indice definito come «densità tecnologica» dato dal numero di operai che devono essere raccolti in un dato spazio, per una data produzione, vedremmo che la legge generale è che questa densità tende a diminuire.
Nell’industria meccanica un enorme numero di operazioni che erano fatte da gruppi di operai manovali e da una serie di specializzati, sono semplificate dall’uso di meccanismi automatici o azionati a distanza da pochissimi manovratori di quadri di comando. L’area degli stabilimenti Fiat è cresciuta in ragione maggiore del numero degli operai, e in ragione ancora maggiore la produzione.
Già Marx era stato in grado di descrivere la rivoluzione determinata dal telaio meccanico sostituito a quello a mano nell’industria tessile, che brutalmente decimò il numero di lavoratori per le stesse batterie di fusi. Oggi nell’industria bianca vi sono molini meccanici in cui tutto il castello di impianti obbedisce ad un solo operatore, dal versamento del grano nelle tramogge fino all’uscita dei sacchi di farina. E via via.
Sulla stessa terra agraria, quando il trattore sostituisce la zappa o l’aratro tratto da bestie, cala enormemente il numero di contadini che occorre alla medesima fattoria e alla stessa estensione di terreno coltivato.
Ed infine si può trarre altro esempio dalla navigazione. Nelle triremi e nelle galere un barco di poche decine di tonnellate racchiudeva cento e più rematori, schiavi o criminali, legati ai banchi. Oggi un personale di macchina e di manovra molto minore, e minore di quello dei velieri meno antichi, basta a condurre un transatlantico di cinquemila tonnellate.
Con le invenzioni e l’aumento enorme della produttività del lavoro, resta la coordinazione di molti operanti, ma non ha più ragione di essere il bestiale ammassamento a contatto di gomito. Questo avviene perfino nella guerra! Del resto Fourier e Marx non ebbero torto nel definire ergastoli le fabbriche, cui da allora pretesi difensori degli operai hanno levato stupidi inni idealizzandole come contrapposto alla produzione rurale, che almeno tormenta (anche nelle antiche forme) i muscoli, ma non intossica i polmoni ed il fegato.
Le modernissime forme produttive che utilizzano reti di stazioni di ogni genere, come le centrali idroelettriche, le comunicazioni, la radio, la televisione, danno sempre più una disciplina operativa unica a lavoratori scaglionati in piccoli gruppi a enormi distanze.
Il lavoro combinato resta, in intrecci sempre più vasti e meravigliosi, e la produzione autonoma sparisce sempre di più. Ma la densità tecnologica prima accennata diminuisce senza posa. L’agglomerazione urbana e produttiva permane quindi non per ragioni dipendenti dall’optimum della produzione, ma per il durare dell’economia del profitto e della dittatura sociale del capitale.
Quando sarà possibile, dopo aver schiacciata con la forza tale dittatura ogni giorno più oscena, subordinare ogni soluzione e ogni piano al miglioramento delle condizioni del vivente lavoro, foggiando a tale scopo quello che è il lavoro morto, il capitale costante, l’arredamento che la specie uomo ha dato nei secoli e seguita a dare alla crosta della terra, allora il verticalismo bruto dei mostri di cemento sarà deriso e soppresso, e per le orizzontali distese immense di spazio, sfollate le città gigantesche, la forza e l’intelligenza dell’animale uomo progressivamente tenderanno a rendere uniforme sulle terre abitabili la densità della vita e la densità del lavoro, resi ormai forze concordi e non, come nella deforme civiltà odierna, fieramente nemiche, e tenute solo insieme dallo spettro della servitù e della fame.
« Poche righe di cronaca apparse sui quotidiani di Roma hanno rivelato che in questa città 27.407 famiglie vivono tutt’oggi in grotte naturali, protette da una tenda o da poche tavole malamente inchiodate, prive di acqua, di luce e di sia pur rudimentali servizi igienici ». (Risorgimento Socialista, 28-12)
Si è tenuta a Forlì nei giorni 27 e 28 dicembre una riunione di compagni di tutta la nostra organizzazione, perfettamente riuscita sotto tutti i riguardi: partecipazione di iscritti di tutta l’Italia e dell’estero. Ottima organizzazione da parte del forte gruppo locale che ha predisposto il ricevimento e l’ospitalità a tutti i convenuti con assoluto ordine e precisione, lavoro proficuo tra la generale compattezza, soddisfazione ed entusiastica serietà di tutti i partecipanti.
Sono intervenuti i gruppi o sezioni di Milano. I partecipanti: Trieste, 4, Palmanova 1, Treviso 1, S. Maria Maddalena 1, Torino 3, Asti 2, Parma 1, Ravenna 2, Cervia 2, Cesenatico 1, Forlì 9, Firenze 4, Roma 3, Russi 1, Napoli 5, Torre Annunziata 3, Cosenza 1, Messina 1, compagni residenti in Francia e Svizzera 3, e simpatizzanti lombardi e romagnoli. Si giustificati i compagni di Genova, Bologna, Taranto, che non sono potuti intervenire per ragioni pratiche, mentre gli intervenuti dal Piemonte e dalla Toscana rappresentavano anche gli gruppi o sezioni della regione.
La sera del sabato, nell’ampia aula del Liceo Musicale di Forli, l’Esecutivo ha svolta la sua relazione organizzativa finanziaria presentando un quadro soddisfacente del movimento ed un bilancio positivo del 1952 come organizzazione e stampa. I convenuti hanno hanno potuto constatare che nel nostro seno non vi sono state crisi di sorta, ma un processo di miglioramento qualitativo che mostra di risolversi in miglioramento anche quantitativo, un semplice processo di eliminazione di scorie e di coordinazione di lavoro ai soli fini del partito, senza più inquietudini e isterismi di singoli. Dopo l’intervento di varii compagni si presero opportune decisioni sulla organizzazione, la stampa e tutto il lavoro di partito nel prossimo anno.
Le due sedute della domenica durate complessivamente sei ore, furono dedicate alla esposizione del compagno relatore, seguita con maggiore interessamento tanto nella presentazione di tutto il passato sviluppo del nostro lavoro programmatico quanto nello specifico svolgimento di punti ulteriori meritevoli di un esame più diretto e di un contributo approfondito sempre in tutta coerenza ai nostri principii. Diamo un breve sunto della relazione.
La prima parte ha svolto il centrale problema del determinismo dialettico come rapporto di teoria ed azione nel partito proletario, tra quali elementi smarriti creano un contrasto arbitrario. La seconda parte è stata dedicata alla precisazione del compito programmatico del partito comunista nel periodo di transizione immediatamente successivo ad una conquista del potere, quanto a misure di immediato intervento nella economia capitalistica. La conclusione ha posto in evidenza che il compito di oggi è di totale ricostruzione della dottrina, il che non è astrazione dalla realtà e dall’oggi, ma deve farsi ponendo ad ogni passo in luce il fatto che non solo gli opportunisti classici (socialdemocratici e stalinisti) ma molti illusi di essere estremisti e marxisti ortodossi slittano in pieno dalle rivendicazioni che sono del proletariato a quelle che invece, nella vita pratica della economia e della produzione, rispondono alla sopravvivenza del capitalismo.
Il relatore nella prima parte ha rifatto la storia dell’indietreggiamento della energia rivoluzionaria del proletariato nel trentennio seguito alla prima guerra mondiale, collegandolo a tutta la teoria dell’opportunismo e alla lotta della sinistra contro il metodo «elastico» della Internazionale Comunista negli anni seguiti alla rivoluzione russa. Anche allora fu falsata la dialettica marxista nel senso di dedurre congiuntura per congiuntura dagli elementi della mutevole situazione la tattica anche la strategia della rivoluzione. Quindi per salire dal fondo della catastrofe occorre sostenere – come tempestivamente ma invano allora si fece – che il metodo di azione va dedotto da tutto il corso storico delle situazioni come fissato nella teoria del partito, dal passato al futuro. Il relatore provò la identità del travisamento del problema teoria-azione perpetrato da riformisti, sindacalisti, libertarii, stalinisti, e falsi estremisti odierni dell’impazienza attivista, che localizzano nel tempo e a volte nell’individuo la storia della classe e del suo corso rivoluzionario nella sua inseparabile unità di spazio e di tempo. Ridusse anzi queste sceme adulterazioni del materialismo dialettico al modo borghese idealistico e crociano concretizzare a vuoti accadimenti senza «leggi» la storia umana.
Ricordò il lavoro coerente ed organico fatto dal 1945 ad oggi riferendosi a testi e studii apparsi nella nostra stampa, e ricapitolò le riunioni di studio, che si direbbero meglio riunioni di lavoro, e di lavoro rivoluzionario, nei temi seguenti: Roma, 1-4-51: Rivoluzione e controrivoluzione – Firenze, 8/9-12-51: Disastri opportunisti e compito odierno – Napoli, 25-4-51: Programma antimercantile del socialismo – Roma, 6-7-52: Programma antiaziendale del socialismo – Milano, 7-8-52: Invarianza storica del marxismo – Forlì, 28-12-52: Programma economico immediato.
Condurre la ricostruzione dottrinale significa riportare la chiarezza negli scopi della rivoluzione di classe, smarrita totalmente al prevalere della formula che antepone il moto e il successo contingente al fine massimo. Poiché fu dimostrato dal fatto che la mancanza di tale chiarezza tramutò il successo atteso in disastro, ricostruirla vuol dire ridare all’avanguardia della classe ossia al partito che risorge dallo stritolamento, proprio quella volontà cosciente di azione pratica che non può aversi nell’ambito della persona e meno ancora nella ricetta ridicola del grande ed illustre capo.
Tale compito storico all’anno 1952, che è in fase analoga non al 1919 ma all’opposto al 1849 o al 1972, contro il quale dato lotterebbero invano ogni gigante, ed è penoso vedere dibattersi ometti da teatro politico.
Nella seconda parte relatore mostrò come sia stato importante nel corso della nostra opera di sette anni ricostruire il senso delle rivendicazioni socialiste, il che si fa mostrando caratteri distintivi tra socialismo e capitalismo, classicamente risalendo al trapasso tra economie pre-borghesi e economia moderna. Questa paziente messa a punto ci ha portato nel campo del più grande, clamoroso attuale dibattito, quale quello della polemica di Stalin per cercare di presentare come socialista l’economia russa, di travolgente edificazione di capitalismo. Chiarissima è risultata nostra preparazione sui problemi della produzione mercantile, della divisione sociale del lavoro, del dispotismo aziendale sul lavoratore, dell’antagonismo città-campagna, tratti tutti che saranno capovolti nel socialismo e nel comunismo, all’opposto di quanto Stalin dice.
Ma anche rispetto quanto dovrà farsi nell’economia dopo una «effettiva» rivoluzione politica che attui la dittatura proletaria in paesi che abbiano già esaurita la formazione del capitalismo industriale, si stabilisce l’antitesi tra le agitazioni insulse di tutti gli attivisti e quanto il proletariato appena vittorioso dovrà attuare.
Non può riassumere in poche righe questo svolgimento in un certo senso nuovo, ma che con copia di citazioni dei testi marxisti fu dimostrato notissimo e coerente alla dottrina di partito, che ai soliti piani di stile sovietico per lo sviluppo dell’economia e produzione nazionale, ossia capitalista di fatto e proletaria di nome, contrappose un originale «piano di distruzione del capitalismo nella produzione nella distribuzione» con la precisazione di interventi modificativi dell’economia capitalista che non sono ancora costruzione di socialismo e di comunismo, in quanto siamo nel primo dei tre stadi sociali, in quello di transizione, cui seguirà il comunismo inferiore e poi quello superiore (vedi Dialogato con Stalin).
Indichiamo l’elenco dei punti esemplificativi del programma economico rivoluzionario, che il relatore illustrò uno per uno e che mostrò di senso opposto a quelli di tutti gli attivisti parlamentari e sindacali o aziendali.
1) Alzamento dei costi di produzione. 2) Diminuzione drastica delle ore di lavoro. 3) Diminuzione del volume della produzione. 4) Disinvestimento di capitali. 5) Riordinamento e diminuzione dei consumi con un piano qualitativo e quantitativo e controlli coattivi sui privati. 6) Soppressione della previdenza e del risparmio individuale del produttore. 7) Arresto delle costruzioni nelle città e distribuzione delle case esistenti. 8) Controllo e diminuzione del volume e della velocità dei traffici. 9) Frattura dei confini tra le aziende requisizioni e trasferimenti di materie prime, semilavorati, ecc. 10) Lotta decisa contro la specializzazione professionale e l’espertismo.
Tali criteri si applicano alla produzione e distribuzione sia industriale che agraria, i cui rapporti saranno il probabile tema di una prossima analoga riunione.
Come già accennato nella conclusione il relatore ribadì che bisogna coraggiosamente riconoscere che la macchina della rivoluzione, è in «panne» e deve essere smontata fino all’ultimo pezzo, che l’edificio del movimento rivoluzionario va non puntellato e risarcito, ma ricostruito dalle fondamenta. Nel profondo e nel buio di queste ci tocca il lavoro della classica talpa di Marx, ed ha caratteri opposti alla demagogia degli imbonitori da strapazzo che vogliono l’alto palco,il chiasso e la luce dei riflettori. Ma avendo noi marxisti vinto i limiti imbecilli del personalismo e dello individualismo, nostra è la stessa gioia delle moltitudini che, anche se da noi non viste, coroneranno l’opera immensa e riprenderanno un cammino luminoso senza servili gratitudini a messianici preparatori del loro benessere, cui in questa umana preistoria si vedono accendere moccoli sotto le immagini appese al muro.
Solo chi era in possesso del metodo marxista, non staliniano (cari dell’Umanità Nova, non bariamo), poteva capire nel luglio del 1936, in terra di Spagna, che il governo repubblicano demo-anarco-stalinista continuava e conservava le basi sociali del più fetente capitalismo, così come il governo fascista di Franco. Solo gente infarcita di idealismo poteva, e può tuttora, non vedere che libertà demo-parlamentare e totalitarismo monopartitico sono entrambi conciliabili con il capitalismo, che è lavoro salariato, mercantilismo, accumulazione del capitale. Solo gente piena di pregiudizi borghesi, come gli anarchici, non può capire che la dittatura può servire egualmente una classe reazionaria e una classe rivoluzionaria, che insorge per spezzare i rapporti di produzione che la rendono schiava, ignorante, persino ributtante.
Proprio questo non capirono i dirigenti della F.A.I. (Federazione Anarchica Iberica) e della C.N.T. (Confederazione Nazionale Lavoratori controllata monopolisticamente dagli anarchici), i quali, appena videro Franco agitare il bandierone nero della dittatura non seppero fare di meglio che correre nelle braccia degli esponenti sotto altro nome e forme dello stesso identico regime capitalista spagnolo ed internazionale. Oggi si accorgono di essere stati fessi allora. Ma lo sarete sempre, carissimi, finché non comprenderete che la puttana libertà dei borghesi, estrinsecantesi nelle forme democratiche e parlamentari, non solleva affatto di un millimetro il giogo sociale imposto al salariato, non lenisce affatto la feroce dittatura che si esercita, ogni ora, ogni momento, allorché l’operaio entra nella fabbrica, sprema la sua forza di lavoro, e ne viene buttato fuori, essendo padrone, tra tutto ciò che ha prodotto, solo della minima quota di beni che si chiama: salario. Il salario, ecco la schiavitù, ecco la base dello Stato capitalista. Se cessaste di incensare i Croce di tutto il mondo, queste cose potreste pure arrivare a capire, invece di baloccarvi con i concetti di Libertà, di Autorità, di Anarchia. Se, putacaso, l’Italia diventasse una Corea, siete proprio sicuri di non ripetere «il grande errore» del luglio 1936 arruolandovi nel campo avversario della «statolatria russa», cioè contro i vostri alleati e colleghi di governo di ieri l’altro? Noi siamo immunizzati contro questo pericolo, poiché siamo in grado di capire che, con l’aggiunta del monopartitismo, che poi non è più puzzolente delle ipocrisie del «mondo libero», il regime russo non si diversifica socialmente, perché capitalista esso pure. Ora chi vuole lottare per la Rivoluzione non cercherà di colpire la dittatura, ma solo il capitalismo. E non dite che è poco…
Mentre innalzate alla gloria degli altari, che dite di voler distruggere, San Benedetto Croce, voi altri nemici dell’Autorità esecrate Marx, e il materialismo storico. Scoprite che i lanzichenecchi di Stalin fanno impallidire con i loro processi la fama di Torquemada. Ma costui non bruciava i corpi per salvare gli spiriti? Non era un nemico del materialismo, un fanatico dell’idealismo sotto forma teista, cioè un cervello che ragionava con gli stessi fondamentali criteri (a voi le sottili distinzioni) di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, idealisti entrambi in filosofia, liberali l’uno e fascista l’altro in politica?
Noi restiamo con Marx. Vogliamo bruciare la cultura borghese, ivi comprese le ideologie sulla Libertà, perché il mondo sia purgato dal capitalismo. Ce ne fottiamo dei «diritti dello spirito» di cui parla Damiani, e che sono poi i diritti dei borghesi, dato che il proletariato in regime borghese non ha diritto a quella che si chiama la «vita dello spirito», cioè alla cultura.
Luterani della religione marxista, salamelecchisti del proletariato, comunisti puri, nostalgici del terrore rosso, maomettano-marxisti, francescani del dio Carlo Marx, ecc., sono gli epiteti che vorrebbero suonare ingiuria, con cui il libero pensatore U. Consiglio, capintesta di Umanità Nova sfoga una spettacolare incazzatura di fine d’anno, procuratagli, qui sta il bello, dalla prima puntata di questo articolo. Figuriamoci che gli succederà leggendo il resto! Poi dice che gli riusciamo noiosi! Se abbiamo il potere di suscitare l’anarchia… nella sua cistifellea e trasformargli il sangue in bile, vuol dire che il democratico che ci legge, sia pure per ragioni professionali, ne riporta sensazioni molto più acute che la noia. La verità è che gli anarchici, i nemici dello Stato, si sentono bruciare qualcosa, e molto forte, quando gli si rinfaccia la loro partecipazione al governo antifascista di Madrid, responsabile esso pure di tutte le gentili azioni che competono ai governi, e cioè incarceramenti, fucilazioni, violenze, ecc. Ed ecco, il solito Umberto Consiglio confessare di avere un «debole» per Lenin non estensibile però, bontà sua, al Lenin capo dello Stato proletario. Ma ci faccia il piacere codesto epigono denicolinizzato! Avete fatto i ministri e gli uscieri di uno sporco governo democratico-borghese, voi i furenti odiatori degli «uomini di Stato», siete stati un pelo dei baffi di Stalin e, quel che è peggio, senza rendervene affatto conto da quei fessi che siete, e osate… Auff.
La questione che il direttore di Umanità Nova ha preferito non toccare, e che era proprio quella posta da noi (non siamo noi a compilare articoli con giochetti di parole che vorrebbero essere offensivi, ma fanno solo ridere di cuore) concerneva, come si può constatare, l’atteggiamento di Umanità Nova rispetto all’ideologia di classe della borghesia, cioè l’idealismo. Pariamo il colpo, ribadendo che l’idealismo è comune a tutte le dominazioni di classe che precedettero la borghesia, ma il quesito rimane: gli anarchici sono idealisti oppure materialisti? Il signor Umberto Consiglio preferisce tacere. Molto comodo, molto «non fanatico». Loro, si sa, non sono i «fedeli» di nessuna confessione filosofica, però divinizzano Croce e credono di sfottere (poveretti) Marx. Per prendersi una rivincita qualsiasi, il nostro avversario tira in ballo (e dalli) la repressione della rivolta di Kronstadt. Che c’entra Kronstadt? Visto che ne volete parlare a tutti i costi, vi chiediamo di riflettere contro quale materiale sociale i Ministri anarchici spagnoli scagliavano i generali alla Lister, alla Tito, alla Modesto, armatissimi di mitragliatrici ed aerei. Li abbiamo visti partire dall’Italia: erano i morti di fame, i disoccupati, i proletari agricoli, reclutati per un tozzo di pane dal Governo fascista. Che erano, borghesi capitalisti forse, o comunità di frati? Erano proletari. Ingannati e corrotti dalla reazione, d’accordo. Ma non avete sparato, non siete andati alla baionetta contro costoro? Con la differenza che i proletari in divisa falangista assolvevano, come quelli in divisa libertaria e repubblicana, un compito borghese, mentre le truppe bolsceviche scagliate contro Kronstadt in rivolta si sacrificavano per la rivoluzione.
Per concludere, l’atteggiamento persecutorio di Umanità Nova contro i «deviazionisti» dei Gruppi anarchici di Azione proletaria, basta da solo a dimostrare quanta ipocrisia clericale si nasconda dietro le frasi liberaloidi (e ridicole) scagliate contro l’intolleranza ideologica e il fanatismo. Proprio coloro che ci accusano di «maomettanismo», sono gli stessi che da un pezzo si scagliano ferocemente, fanaticamente, loyolescamente contro i loro stessi compagni, accusati di infettare di marxismo il vangelo anarchico. Li hanno scacciati dalle loro file, li fulminano con bolle di scomuniche, li deridono, li insultano, li minacciano. Qui sta la sporcizia, nell’ipocrisia. Noi invece non ci preoccupiamo affatto di nascondere ciò che pensiamo, diciamo apertamente che la libera convivenza delle classi e delle ideologie è una truffa, propugniamo senza rossori finti l’impiego della dittatura e del terrore rosso, diciamo apertamente che quando conquisteremo il potere (benché U. Consiglio creda di sfotterci su questo punto) adopereremo senza esitazioni la famosa «scopa di ferro» di cui Trotsky disse che la Rivoluzione si serviva contro i suoi nemici. Fortunatamente, gente che non ha idee solide, ma si pasce di un debosciato scetticismo eclettico, sarà la prima a scomparire. Noiosi, cara Umanità Nova, sappiamo di esserlo per gli avversari, ma ipocriti no. Prova anche tu ad essere meno brillante (fumettisticamente parlando) e un tantino più onesto…