Andrà a finire che alle tre o quattro figure, maschili e femminili, dell’arcifamoso processo di cui la stampa ci delizia la classe dominante dovrà erigere un monumento. Sollevando un piccolo velo su una piccolissima area del trafficantismo imperante, esse hanno dato la spinta a un’opera «moralizzatrice» ed «educatrice» di cui ci sentiremo riempire le orecchie, a edificazione nostra e a riaffermazione degli eterni e cristianissimi principii sui quali si fonda la civiltà borghese, dio sa per quanto tempo. E i tre o quattro incriminati del suddetto trafficantismo serviranno di copertura – con un crollo ben ripagato dalle fortune passate e, non ne dubitiamo, future – all’onoratissimo e moralissimo trafficantismo generale.
Tutti i salmi finiscono in gloria, e questo grande capitolo di storia giudiziaria finirà in gloria. L’azione tanto delle sinistre quanto del governo converge in un obiettivo unico: dimostrare che quanto è stato rilevato (che ripetiamo, non è se non la milionesima parte del rivelabile) si riduce a un tumore, superficiale e casuale della società d’oggi; qualcosa di «antidemocratico» serpeggiante per aberrazione in seno alla democrazia, e di cui quest’ultima si libererà, diversamente da quanto avveniva sotto il fascismo, per virtù delle infallibili antitossine della Libertà. In altre parole, saremmo di fronte a casi patologici, a postumi del malcostume fascista, e basterà fare pulizia, coi vecchi o con nuovi uomini, perché lo scandalo si riassorba e il tumore cessi d’essere maligno. Che le sinistre invochino pulizia e giustizia ad opera di altri dirigenti, o che il governo dichiari di poterla fare magnificamente da solo, non cambia nulla: tutti due si preoccupano d’insegnare al gran pubblico che pulizia e giustizia può essere fatta nell’ambito del regime costituito, e che i capisaldi di questo sono sani e vitali anche se, per accidente, vi si è annidato un corpo estraneo.
La menzogna è lì, non nell’arruffio di dichiarazioni, ritrattazioni, contestazioni di un processo che tutti gli organi della propaganda, l’elusivo e innominato Minculpop della società borghese, dà in pasto all’«opinione pubblica». Costoro fingono di dimenticare che lo scandalo delle mangerie, del trafficantismo, delle complicità, della corruzione e del commercio degli stupefacenti, percorre come un filo rosso tutta la storia della società borghese: non si è dovuto aspettare il fascismo per conoscerlo, e basterebbe ricordare la Francia della terza repubblica o il governo della malavita sferzato da Salvemini e diretto da quel Giolitti che è divenuto l’idolo insieme di Scelba e di Togliatti. E, come lo scandalo, percorre tutta la storia della società borghese la liquidazione pacifica dello scandalo, la pacifica sanatoria del colpevole o la condanna del meno colpevole a copertura di una rete infernale, perfettamente tollerata ed esaltata come la salvaguardia della civiltà, che avviluppa di traffici e d’infamia il mondo borghese. Il «malcostume» di cui i nostri amati governanti fingono di scandalizzarsi non è che la rivelazione sotto luce artificiale del buon costume dominante, e non si vede davvero perché lo spacciatore di cocaina sia meno morale dello spacciatore di armi nuovissime o di prodotti cosiddetti alimentari che inscatolano l’assenza debitamente provata di vitamine, o perché Tizio, il quale si serve dei suoi rapporti con le sfere dominanti della politica per gavazzare, sia peggiore dell’industriale che manovra ministeri, deputati, senatori e lacché per vendere concimi a prezzo di monopolio o per assicurarsi commesse per spremere lavoro non pagato agli operai.
Che cosa volete moralizzare? Ammesso che un canone morale ci sia, non sono i singoli ma la società intera che va spazzata via. È il regime della merce, del profitto, della lotta per il mercato, della folle corsa all’accumulazione, è il regime capitalista – democratico o fascista che sia – che va messo sul banco degli accusati; e il suo «giudice naturale» non è quello delle aule e del codice esistenti; è la classe sul cui lavoro (la Repubblica italiana è fondata sul lavoro) esso poggia come la sanguisuga poggia sulla sua vittima. Non rompeteci le tasche con la moralizzazione: essa consisterà unicamente nel rendere legale, «onesto», ragionevole, non appariscente, il grande scandalo della società borghese.
I pescatori giapponesi che, pur trovandosi fuori del raggio di sicurezza stabilito dai lanciatori dell’arcinuovissima bomba H sganciata su Bikini, sono rimasti colpiti dalle sue irradiazioni, e quelli che, mangiando pesci radioattivati, subiranno la stessa sorte, hanno avuto il privilegio di assaggiare la pace all’idrogeno del capitalismo. È la necessaria introduzione alla prossima conferenza sull’Asia, il preludio alla distensione fra i grandi, che è pur sempre realizzata a spese dei piccoli.
Ed è anche la miglior introduzione al «new look» americano: i nuovi orizzonti della munifica società borghese si chiamano Bikini e dintorni. La scienza borghese, che non riesce a sfamare la popolazione crescente della terra pur essendo riconosciuto che sullo sferoide ci sarebbe da mangiare tutti almeno quattro volte tanto di quello che si mangia oggi, riesce a moltiplicare i mezzi per mandare all’altro mondo i paria.
Ma non rinuncia alle armi «convenzionali», di cui il ministro della difesa britannica ha riaffermato la necessità, a scudo, evidentemente, delle industrie che le fabbricano. Se i pescatori di Bikini assaggiano l’idrogeno delle armi nuove, i coltivatori di riso dell’Indocina continuano ad assaggiare in una lotta tanto selvaggia quanto incessante le pallottole della preistoria dell’armamento: bisogna pur esaurire gli stocks di arrugginiti fucili e mitragliatrici e tenere in moto l’industria tradizionale delle armi. Così, fra armi nuove ed armi vecchie, il mondo celebra il trionfo della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. E il potere «radiante» del capitalismo tende tutt’intorno al pianeta una maglia che per somma ironia ha battezzato civiltà e che di fatto è morte…
Il pregiudizio sulle pretese tendenze congenite dello Stato russo al pacifismo, diffuso dalla propaganda stalinista, non è stato in tutti i tempi un pregiudizio. Come avviene per tutte le nozioni riflettenti il corso storico degli Stati — e il discorso vale anche in altri campi — il pacifismo russo, cioè i concreti sforzi politici e diplomatici e le escogitazioni ideologiche del governo di Mosca diretti a conservare la pace o sottrarre se stesso alla guerra — il che è lo stesso — ha avuto nel passato un fondamento reale. E nel presente?
Se ci limitiamo a ricercare nelle intenzioni o nelle dichiarazioni pubbliche dei capi e delle correnti alternatisi al vertice dello Stato di Mosca il fondamento del pacifismo programmatico stalinista, perderemmo tempo e fatica. Al contrario, dobbiamo andare a scoprirlo nella evoluzione, fisicamente tangibile questa, del meccanismo economico produttivo.
Posta così la questione, è possibile scendere nel concreto. Allora sorge il quesito: le ultime manifestazioni dell’economia russa autorizzano a concludere che gli interessi della classe dominante russa collimano con la conservazione indefinita dello status quo internazionale e della pace? Precisando maggiormente: le forze materiali sviluppate dall’allargamento delle dimensioni del mercato interno e il conseguente aumento della produzione possono rimanere circoscritte nell’ambito dell’economia nazionale? Oppure le forze endogene dell’industrializzazione ad oltranza, spinta avanti con i giganteschi piani quinquennali inaugurati nel 1929, tendono a rovesciarsi oltre le frontiere politiche dell’U.R.S.S. ed alterare in tal modo il mercato mondiale?
L’equilibrio politico e militare degli Stati si fonda sull’equilibrio del mercato mondiale: mantenendosi questo approssimativamente stabile, o subendo brevi oscillazioni, cioè conservandosi pressoché immobili i rapporti di forza economici alla scala mondiale, si perpetua necessariamente l’equilibrio politico internazionale. Viceversa, la minaccia di un sovvertimento delle posizioni acquisite dominanti nel mercato mondiale, crea le condizioni della guerra. Naturalmente, il discorso vale per gli Stati industrialmente sviluppati. Contrasti economici possono causare guerre, poniamo, tra le repubbliche della America del Sud ma, essendo scarse le influenze che quelle potenze esercitano sui traffici mondiali, il conflitto non potrà che svolgersi in area limitata.
Questo non può dirsi per le conseguenze che alla lunga l’espansionismo economico russo provocheranno. I dati analitici, le relazioni tecniche, i rapporti ministeriali provenienti da Mosca stanno a provare che il flusso delle merci russe tende — accrescendosi quantitativamente — a perturbare profondamente lo status quo del mercato mondiale, minacciano le posizioni detenute tradizionalmente da predominanti potenze industriali. Un esempio: l’Unione sovietica è divenuta, dopo l’Inghilterra, il secondo acquirente del burro della Danimarca, ed ha occupato in tal modo nel commercio estero danese il posto un tempo occupato dalla Germania (Unità, 9-3-54). Un altro esempio. La Russia ha prodotto nel 1953 ben 65 milioni di tonnellate di petrolio russo, cifra imponente sebbene rappresenti solo il due per cento della produzione mondiale. In Finlandia e in Islanda, il petrolio russo ha ottenuto quasi un completo monopolio, esclusa la benzina per aviazione che continua ad essere comprata dai monopoli anglo-americani. La potentissima compagnia petrolifera «Shell » ha subito il colpo della penetrazione commerciale russa, né le sue preoccupazioni sono finite, giacché la Russia ha promesso mezzo milione di tonnellate di petrolio all’Argentina e 400.000 tonnellate alla Francia. Recentemente, Israele ha concluso un contratto di compera di forti quantità di grezzo. Il ristretto margine di petrolio esportabile e la mancanza di una flotta petrolifera oppongono ostacoli, oggi insuperabili, alla concorrenza russa. Tuttavia, quello che già è riuscita ad ottenere testimonia delle sue tendenze espansionistiche. Le ordinazioni di navi cisterne ai cantieri di Danimarca mostrano le intenzioni dei dirigenti del commercio estero russo in materia.
Le declamazioni pacifiste dei politicanti del Cremlino fanno a pugni con la dichiarata guerra commerciale condotta contro i degni concorrenti di Occidente, come al confronto con la reale politica di asservimento economico del pianeta, la nauseante predicazione umanitaria e pacifista dell’America e dell’Inghilterra, mostra la corda. Non ci stomacate con i sorrisi soavi dei vostri capi! Il pacifismo è la difesa passiva degli Stati a basso potenziale economico, i quali debbono lottare contro la soffocante invadenza dell’imperialismo. Quando lo sono sul serio, gli Stati sono pacifisti per necessità: la esecrazione della violenza non c’entra, dato che ogni Stato si mantiene sull’esercizio permanente della violenza e della intimidazione contro le classi sfruttate. Il pacifismo è impossibilità fisica di fare la guerra.
Esempi attuali di Stati «pacifisti» nel senso nostro, possono essere dati dall’India e dalla Cina, le quali per l’abbondanza della mano d’opera e ricchezza di depositi di materie prime, hanno davanti a loro un grande avvenire industriale, che sarà reso possibile soprattutto dalla emancipazione dalla mortifera influenza straniera, ma che un cataclisma bellico bloccherebbe. La Russia rientra in tale ordine di Stati? o non appartiene ormai alla specie dei grandi razziatori internazionali? La risposta viene dai fatti stessi che offrono lo spettacolo della lotta a coltello tra i monopoli statali russi e i trusts privati dell’Occidente. La diversa titolarità nulla toglie al ferino carattere imperialistico dei colossi in lotta. Purtuttavia, la Russia è stata un tempo uno Stato pacifista. E quando? Gli esaltatori della costruzione del «socialismo in un solo paese» non a torto potevano inneggiare, negli anni dal 1929 al 1939, al pacifismo russo. Ma l’amore di Mosca per la pace non proveniva certamente dai baffi di Stalin. In quelle condizioni storiche, in quella fase iniziale dell’industrializzazione, la pace all’estero era una necessità imprescindibile. Lo era perché all’interno dello Stato era in atto una tremenda guerra sociale combattuta su due fronti. Il governo di Stalin era occupato, ferocemente occupato, da un lato, a schiacciare la resistenza dell’ala sinistra rivoluzionaria del bolscevismo rimasta fedele al programma del socialismo e della rivoluzione mondiale; dall’altro lato, a frantumare con spietata energia l’ostinata opposizione delle classi precapitalistiche e contadine alla rivoluzione industriale di tipo capitalista. Un aggressore militare esterno automaticamente avrebbe fatto causa comune con la reazione agraria, come al tempo della guerra civile del 1918-20, arrestando così lo slancio dell’industria. In quell’epoca, il pacifismo sbandierato dal governo di Mosca corrispondeva agli interessi dello sviluppo economico.
La situazione era completamente cambiata allorché la Germania ruppe, nel giugno 1941, il patto Stalin-Hitler firmato nell’agosto 1939, ed invase il territorio dell’ex alleato. Seppure quantitativamente modesta, l’industria russa era un fatto compiuto. Aveva imposto sofferenze fisiche inaudite ai lavoratori e faraoniche decimazioni di milioni di contadini, ma era un fatto compiuto, un fenomeno irreversibile, un organismo in tumultuosa crescita. La guerra doveva vieppiù accelerarne l’impeto. L’ironia della dialettica storica volle che il nemico attuale, la Germania nazista, e il nemico futuro, gli Stati Uniti vi contribuissero in diversa maniera: la prima addossandosi le maledizioni delle masse lavoratrici che altrimenti si sarebbero indirizzate contro il governo di Stalin; i secondi aiutando direttamente con prestiti e forniture allo Stato (ancora non rimborsati) lo sforzo produttivo russo. Il dopoguerra, che per Mosca significò l’occupazione militare di paesi industrializzati, come la Germania Orientale, la Cecoslovacchia, l’Austria, e, in misura ridotta, l’Ungheria, doveva condurre l’industria russa alla maturità. Gli smantellamenti industriali a titolo di riparazione, furono soltanto la parte più appariscente, non certamente la maggiore, degli immensi beni che Mosca arraffò e continua ad arraffare nella sua riserva di caccia imperialistica, accumulando enormi capitali in patria. È di questi giorni la notizia della scoperta di importanti depositi di uranio nella zona di Blankenburg, nelle montagne dello Harz della Germania Orientale. Con questa scoperta, i russi dispongono di tre fonti di uranio nella Germania Orientale, di cui quella di Gera nella Turingia è la più ricca di Europa. Oggi, Mosca non disporrebbe forse della bomba atomica, se la guerra non avesse esteso la sua dominazione fino all’Elba. Ma l’uranio è solo una voce dei prodotti e degli impianti caduti in mano ai russi nelle zone occupate.
Soprattutto, è stata la messa sotto controllo del mercato dell’Europa orientale e la sua trasformazione in uno sfogatoio e, al tempo stesso, in alimentatore dell’industria russa a permettere alla Russia di assurgere al rango di seconda potenza mondiale. Che la guerra tra la Russia e la Germania ebbe per posta il controllo del mercato dell’Europa orientale è dimostrato, se mancassero altre prove, dal fatto che al giorno d’oggi, cioè a nove anni dalla fine della guerra, la Germania non è ancora riuscita a raggiungere il 10 per cento del volume del suo commercio d’anteguerra con i paesi che attualmente si trovano al di là della cosiddetta cortina di ferro. Ciò preoccupa grandemente gli industriali tedeschi che temono di perdere definitivamente quei preziosi mercati. Ma i dirigenti del commercio estero russo sono felicissimi di vedere i loro concorrenti d’oltre Elba mangiarsi le mani dalla disperazione. Ed ecco come la distensione, la famosa distensione, prende due significati opposti nella bocca di tedeschi e russi. In realtà vogliono la stessa cosa: dominare economicamente l’Europa orientale; ma ciò per gli uni significa collaborazione e pace, per gli altri conflitto e guerra, e viceversa.
Un più lungo discorso meriterebbe il mercato cinese, e la lotta che esso accende tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Per le potenze occidentali non costituisce un formidabile ostacolo la rivoluzione nazional-popolare di Mao-tse tung, ma il fatto che la Russia contenda loro accanitamente il monopolio del controllo del mercato cinese. Il fatto che la Russia, evidentemente richiesta dalla Cina, lavori ad ottenere il riconoscimento del nuovo governo cinese, sta a provare che il governo di Mosca è costretto, per l’insufficienza temporanea del suo apparato produttivo, ad accettare, digrignando i denti, il principio del ristabilimento dei traffici commerciali tra la Cina e l’Occidente. Checché verrà fuori dalla prossima conferenza di Ginevra sull’Asia, il determinismo dell’ulteriore sviluppo industriale della Russia e il conseguente rafforzarsi delle sue spinte espansionistiche, fa agevolmente prevedere che, in un’epoca più o meno lontana, Mosca lotterà ferocemente per scacciare le influenze occidentali dall’Asia provocando una reazione non meno decisa. Non basta. Il conflitto si acutizzerà man mano che the progrediente industrializzazione cinese avrà l’effetto di limitare il bisogno di rifornirsi all’estero di prodotti industriali. Allora tramonterà anche il «pacifismo» cinese.
Non si fatica molto davvero a trarre lezione dai fatti. In venticinque anni di tremendo lavoro, la Russia, da ultimo paese industriale dell’Europa è balzato al primo posto, testimone vivente dell’impetuoso sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo. Produce più acciaio e petrolio di tutti gli Stati d’Europa, presi isolatamente. Sotto l’aspetto tecnico, taluni rami dell’industria metalmeccanica risultano ancora inferiori ai corrispondenti rami inglese e tedesco, ma le dimensioni della produzione sono superiori. La rete ferroviaria e l’impianto elettrico nazionale sono relativamente arretrati, se confrontati al numero della popolazione e all’estensione del territorio. Non possiede flotta mercantile degna di una grande potenza. Ma, in compenso, dispone di un mercato interno immenso e di inesauribili giacimenti di materie prime e fonti di energia.
Il pacifismo di Mosca è un fantasma d’oltretomba, la vuota e fallace etichetta di una fase storica irrimediabilmente passata. Il Capitale marcia a passi giganteschi nelle ex terre dello zar e stende bramosamente i tentacoli al di là delle frontiere dello Stato, costretto a segnare il passo o battere in ritirata solo perché impotente a fiaccare la tremenda spinta di potenziali imperialistici più potenti. Che si ritenga Malenkov una incarnazione di Satana o di Gandhi, il risultato non cambia. Il suo governo non potrà che farsi strumento delle esigenze della produzione che sviluppa giorno per giorno spiccate tendenze imperialistiche, e perciò bellicistiche.
In una delle solite inchieste Doxa, di recente pubblicazione, in mezzo ad una farragine di dati insignificanti o curiosi o cervellotici si rileva che solo il 16% delle famiglie interrogate — il «campione rappresentativo della popolazione italiana» — mangia carne bovina tutti i giorni, solo il 31% in alcuni giorni della settimana; il 55% consuma ogni giorno frutta fresca e il 20% solo in alcuni giorni della settimana (per il pesce il rapporto è 3% e 15%), ma il 10% non la mangia affatto; ed una famiglia su dieci non consuma latte. Dove si vede che l’italiano medio non gode neppure della leggendaria alimentazione a frutta e latticini che qualcuno si compiace di attribuirgli. Siamo, come no, nell’era delle vitamine!
Il grande sogno della classe padronale dominante è di «integrare l’operaio nell’azienda», cioè non solo di ridurre negativamente le frizioni interne fra capitale e lavoro, ma d’interessare positivamente il prestatore d’opera al luogo in cui il suo sopralavoro genera al datore di lavoro il plusvalore, tessendogli inoltre intorno una rete per cui l’orizzonte della sua vita fisica coinciderà col perimetro dell’azienda. In questo sogno l’opportunismo lo seconda magnificamente, si chiami aziendismo, operaismo, riformismo, o predichi, come gli staliniani di oggi, il paradiso terrestre dell’armonia fra le classi e della collaborazione nella legalità. Lo stesso stakhanovismo è, nella Russia capitalista, un aspetto di questa grande manovra aggirante.
Negli Stati Uniti, è lo stesso capitalismo che ha preso l’iniziativa di quest’opera, secondo il motto: «il grande affare (non dubitiamo certo che si tratti di un affare!) della seconda metà del XX secolo è di educare il mondo dei lavoratori». Ha quindi studiate le tecniche più opportune e le ha elevate a scienza: la scienza delle «Industrial Relations», dette anche «Human Relations», cioè di tutti i mezzi atti ad accrescere il benessere materiale e morale (!) dell’operaio e l’armonia dei suoi rapporti col padrone. Diciamo scienza, giacché essa è divenuta materia d’insegnamento universitario, ed esistono istituti superiori che impartiscono addirittura una laurea in «Human Relations».
D’altra parte, ogni azienda ha il suo personale specializzato in quest’opera d’imbonimento, e organizza i suoi servizi di assistenza, dopolavoro, trattenimento, «educazione» ed «informazione», cosicché l’operaio legge la rivista o il giornale dell’azienda, va al suo teatrino, mangia al suo spaccio, magari abita nelle sue case, si interessa all’aumento della produzione che importa benefici materiali e onori morali per le maestranze, si gloria dell’appartenenza alla grande famiglia. Un tempo, in caso di sciopero, l’industriale americano si serviva degli agenti privati – i Pinkerton -, dei crumiri e, se occorreva, dell’arsenale di armi dell’azienda; ora non ha certo rinunciato a tutto questo, ma si legge che l’accento è posto soprattutto sull’«educazione» e «illuminazione» dello scioperante, sull’azione persuasiva e insinuante che curva la schiena prima della randellata. Tutto ciò si chiama: «relazione umana». Umana nel senso capitalista; aggettivo dell’uomo produttore di profitto. Giacché la classe dominante non lascia illusioni: le «Human (o industrial) relations» hanno per obiettivo l’aumento della produttività del lavoro. Integrare l’operaio nell’azienda significa farne sempre più un ingranaggio — ben lubrificato — nella grande macchina generatrice del profitto aziendale. E tutte le risorse della tecnica pubblicitaria sono mobilitate a questo scopo.
Con tanto di diploma fregare l’operaio: è questo il succo di tutte le vostre «relazioni umane»!
Gli scritti sulle questioni storiche dell’Internazionale Comunista (cfr. seconda pagina) hanno avuto movente dalla impostazione data da Rosmer alla Storia dell’opposizione nell’Internazionale di Mosca. Rosmer, testimonio che merita ogni credito sul riferimento dei fatti, sta teoricamente su un terreno assai diverso da quello della sinistra italiana, ed anche rispetto a Trotsky sta su un piano sindacalista, mentre Trotsky a parte le sue vedute tattiche è un marxista ortodosso. Rosmer lo segue per simpatia politica e rivoluzionaria, ma la sua concezione del compito del partito e dei problemi dello Stato e del potere si stacca da quella di Trotsky quanto da quella della sinistra italiana.
Chi stende questo lavoro è un giovane e non ha vissuto l’importantissima fase storica, che tuttavia la generazione attuale deve conoscere e capire se vuole contribuire alla dolorosa difficile ripresa delle forze rivoluzionarie.
Può non essere stato chiaro il richiamo agli eventi che condussero al risorgere del marxismo rivoluzionario dopo la catastrofe della seconda internazionale e in ulteriore periodo al degenerare della terza Internazionale.
Saranno quindi utili alcune note di cronologia, risultato di una ricerca anch’essa non facile per la mancanza di fonti documentarie, e che hanno riguardo alla lotta delle tendenze socialiste in Italia, che anche tra noi è meno nota della stessa lotta delle tendenze in Russia. Militarismo fascismo e attuale confessionismo stalinista hanno tutti concorso ad obliterare la conoscenza dei veri rapporti. Diamo quindi i riferimenti, ancora monchi ma del tutto controllati, che riescono utili allo scopo.
Anteguerra
1910. Congresso di Modena. La Frazione Intransigente rivoluzionaria conquista la direzione del partito socialista, battendo i riformisti del gruppo parlamentare e della confederazione del lavoro (nei precedenti anni erano usciti dal partito i «sindacalisti rivoluzionari» soreliani e «apolitici», il che era apparsa a tutti vittoria della destra riformista). Si era in tempo di pace e le questioni politiche di primo piano erano la intransigenza nelle elezioni ed il ripudio della politica di blocco coi partiti cosiddetti affini e popolari (repubblicani, radicali), dichiarandone il carattere borghese.
1912. Congresso di Reggio Emilia. Una estrema destra del partito (Bissolati, Bonomi, Cabrini) viene espulsa non solo per essere «transigente» ma per avere dopo attentati anarchici al re fatta aperta condanna di ogni uso di violenza non solo individuale, ma di classe. Nella guerra di Libia alcuni (Podrecca) avevano rotto la fiera opposizione del partito all’imperialismo coloniale, e viene anche per tal motivo applicata la espulsione. La vediamo imposta nei due casi nel seno della maggioranza intransigente da una estrema sinistra diretta da Mussolini.
Aprile 1914. Congresso di Ancona. Non è ancora scoppiata la guerra mondiale. L’estrema sinistra si afferma con l’adozione della rigorosa intransigenza nelle elezioni di ballottaggio e nelle amministrative, ed inoltre nella importante (sia politicamente che dottrinalmente) condanna della massoneria ed espulsione di tutti i massoni. La critica marxista della democrazia borghese è in questa fase completa, tuttavia il punto sul militarismo non trova attenzione al congresso, malgrado lo avessero sentito i congressi internazionali di Stoccarda e Basilea.
Guerra mondiale
Agosto 1914. Scoppia la guerra in Europa. Senza esitare tutto il partito si pone contro l’intervento italiano a fianco degli imperi tedeschi; ma tale prima posizione è comune a socialisti di destra, bissolatiani, massoni radicali e repubblicani borghesi e non contribuisce ad approfondimento del problema di classe.
Ottobre 1914. la minaccia di guerra si è capovolta in quanto una forte corrente borghese di sinistra e nazionalista si è stretta sulla richiesta dell’intervento a favore dell’Intesa colle note ragioni: democrazia, irredentismo. La sinistra si batte non meno decisamente anche contro questa guerra, coerente alla fiera rampogna data fin dall’agosto al tradimento dei socialisti francesi e tedeschi, e alla violenta polemica condotta contro le giustificazioni della guerra con motivi nazionali, democratici ed anche di «difesa» sostenendo la tesi della guerra imperialista su tutti i fronti e per tutti gli stati impegnati. La estrema sinistra si amputa senza esitare della personalità di Mussolini, buttato fuori praticamente senza che nessuno lo segua.
Maggio 1915. Gli interventisti stanno per avere la meglio: il 24 sarà dichiarata la guerra all’Austria, il 19 a Bologna si riuniscono Direzione del Partito con delegati della base e della federazione Giovanile, Gruppo parlamentare e direzione confederale. Estremi sinistri e giovani propongono decisamente lo sciopero generale ad oltranza al momento della mobilitazione. La Direzione (ormai con una posizione di centro) sostiene di mantenere l’opposizione alla guerra politicamente e parlamentarmente, ma di non scatenare l’azione di massa. L’argomento anche dei destri è che lo sciopero fallirebbe o verrebbe schiacciato o provocherebbe l’invasione nemica. Già qui la sinistra pose la questione in pieno: voi non temete che lo sciopero non riesca, ma che riesca; voi vi sentite legati alla causa e alla difesa dello Stato nazionale, voi stessi che ammettevate l’insurrezione come aveva detto Turati in caso di mobilitazione a favore dei tedeschi nel 1914, ma per motivi democratico-borghesi e non classisti. Turati nella sua replica fece omaggio alla chiara posizione della sinistra teoricamente coerente nel definito «disfattismo» e antidifesismo della patria. La maggioranza boccia la mozione di sciopero.
25-27 febbraio 1917. Si tiene a Roma una riunione privata ma non clandestina del partito. La destra attacca la direzione e viene battuta. Ma la maggioranza di sinistra si divide in due: la direzione si avvia alla formula passiva: non aderire e non sabotare. La sinistra vuole un’azione nelle masse per chiedere la fine della guerra. La votazione non riesce chiara: la destra è battuta con 2670 astensioni, il centro su una mozione di piena adesione e plauso alla direzione raccoglie 6395 voti, la mozione della sinistra non poteva fare il gioco della destra mettendo la direzione in minoranza e dopo le sue critiche vota per la pura approvazione dell’opera della direzione: raccoglie ben 22841 voti. Non è rintracciabile la mozione presentata da Bordiga su «La pace e il dopoguerra» espressione della posizione rivoluzionaria e antipacifista.
Ottobre 1917. Il fronte italiano cede per la nota franaattribuita alla propaganda disfattista (in verità molto timida) dei socialisti e gli austriaci si portano al Piave. La destra del partito colta da smarrimento si vede negli estremi di difesa del patrio suolo e vuole decampare dalla opposizione e se non entrare in un governo di unità nazionale almeno votare i crediti per la difesa. La troppo debole Direzione si vede a mal partito e il vecchio Lazzari grida di non potere essere alleato agli austriaci. Non è il caso di prenderla tra due fuochi col rischio di gettare un altro partito dell’Internazionale nella vergogna del socialpatriottismo: la sinistra ottiene una riunione del tutto illegale a Firenze della sola frazione di maggioranza (18 novembre 1917).
La sinistra si schiera subito su una aperta posizione di azione rivoluzionaria: propone di dichiarare la solidarietà allo sciopero torinese avvenuto nell’agosto (dopo il quale Serrati e gli altri erano in carcere) nel senso di assumere la responsabilità politica del rifiuto a combattere delle truppe. Sebbene i documenti leninisti non siano ancora giunti in Italia, la mozione Bordiga, restata stavolta in minoranza chiede l’espulsione dei riformisti e di tutti i difesisti e la proclamazione dell’azione violenta contro il potere borghese in guerra e in pace da parte del proletariato per abbattere borghesia e capitalismo. La mozione non si possiede. Per Torino assisteva la prima volta Gramsci, che allo scoppio della guerra era stato interventista. Febbrilmente attento, egli non parlò. Non si hanno le cifre, ma l’opposizione a Lazzari fu forte: forse i due quinti (ripetiamo della frazione di maggioranza).
Settembre 1918. Congresso pubblico del partito socialista a Roma. Bordiga è militare. Per la sinistra si batte una forte corrente basata sulle forze di base di Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Puglia. Dovrebbe esistere resoconto con nomi e cifre del voto: prevalse la politica della direzione. Tra i sinistri: Di Vagno, D’Agostino, Aspettati, Salvatori, Barberis e molti altri.
Dopoguerra I
Novembre 1918. Notizie internazionali sempre maggiori, sempre maggiore orientamento verso la Russia rivoluzionaria bolscevica e la nuova Internazionale. La Direzione ha finora sempre monopolizzato i rapporti internazionali (Zimmerwald, Kienthal, prime delegazioni russe in Italia, primi compagni bolscevichi che giungono illegalmente). Ferve la corrente di sinistra ma comincia ad imperversare la tendenza frenetica a sfruttare la popolarissima opposizione del partito alla guerra finita con una falsa vittoria nella sarabanda elettorale.
Il giornale di Napoli «Il Soviet» apparso in fine dell’anno proclama per il primo l’adesione totale a Mosca, alle teorie del leninismo marxista, alla dittatura e al terrorismo (fin dal 1917 si batteva su queste tesi l’Avanguardia dei giovani: sarebbe preziosa una collezione e la rubrica settimana per settimana: La luce dall’Oriente che ribatteva sulle notizie di agenzia il trionfo storico del più ortodosso marxismo).
Nello stesso tempo il giornale si dichiara contro la partecipazione alle elezioni per dedicare tutte le forze alla rivoluzione proletaria in Europa.
A questa data la sinistra prende il nome di Frazione Comunista Astensionista. Il seguito può dai compagni lettori essere studiato sul numero di Prometeo dedicato alla formazione del partito comunista d’Italia, fondato a Livorno il 21 gennaio 1921.
A ottobre 1919 al congresso di Bologna gli astensionisti (forti a Napoli, Torino, Firenze, Arezzo, Novara, ecc.) sono piccola minoranza. La grande maggioranza massimalista vota per l’adesione del partito a Mosca, ma soprattutto vota per le elezioni con tutto il partito integro.
Alla vigilia del voto, gli astensionisti, compiendo lo sforzo di vincere l’innata intransigenza sui principi e le direttive, propongono nettamente ai massimalisti di votare insieme, abbandonando la pregiudiziale anti elezionista, a condizione che si adotti l’espulsione dell’ala destra turatiana, perchè contraria apertamente alla dittatura proletaria e alla violenza rivoluzionaria.
Non vi è un attimo di esitazione né si sblocca una sola sezione: la proposta è respinta, 150 seggi parlamentari sono all’orizzonte.
Basteranno questi pochi cenni, per seguitare la «veridica istoria» di come è nato il partito comunista in Italia, e chiarire molte idee, naturalmente non ai lacchè della politica stalinista burocratica, ma ai pochi onesti ricercatori, che non fanno la ricerca al fine di essere graditi alla plateale polemica antirussa e alle agenzie di Washington.
L’andamento della trattazione fin qui seguita potrà aver generato l’impressione che non si sia seguito l’ordine cronologico degli avvenimenti. Per gli obiettivi fissati, non si poteva né sistemare gli avvenimenti nel senso orizzontale suddividendo artificiosamente il corso storico dell’Internazionale in annate; né si poteva disporli nel senso verticale, allineando l’una accanto all’altra le evoluzioni dei singoli partiti-membri dalle origini alla fine. Bisognava invece usare ambo i metodi, considerando i partiti comunisti ora nei loro rapporti reciproci attuali, ora ravvicinando di colpo i termini della loro evoluzione, in maniera da far risaltare il contrasto o la coerenza delle posizioni occupate in successioni più o meno gravi di fasi e di periodi. Tale criterio era l’unico corrispondente al nostro scopo.
Questo scritto non vuole essere una fredda cronologia di fatti o, peggio, un’esposizione di avvenimenti storici a «superiore alle correnti». È invece un atto di polemica che si prefigge di difendere posizioni eminentemente di parte, e cioè: 1) La Sinistra Comunista Italiana, di cui il Partito Comunista Internazionalista assicura la continuazione nel tempo, resta alla resa dei conti l’unica corrente teorica e politica marxista, salvatasi nel naufragio della Terza Internazionale; 2) Il Partito Comunista d’Italia, di cui il Partito Comunista Italiano è solo un apocrifo doppione, sopportò il massimo urto, nella polemica tattica in seno alla Terza Internazionale, da parte del bolscevismo, l’opposizione ordinovista di Gramsci e Togliatti non avendo posseduto giammai, neppure al Congresso di Lione del 1926, la maggioranza effettiva nell’interno del P.C. d’Italia.
Il metodo seguito nelle precedenti puntate e che osserveremo sino alla fine di queste note, ci ha permesso, benché la sostanza dei contrasti di corrente esistenti tra i gruppi considerati sia stata estremamente sintetizzata, di dimostrare che il comunismo raggiunse la sua espressione più compiuta in Russia e in Italia. Ma un’ulteriore discriminazione si impone. Già abbiamo detto – e ripeterlo fa parte del nostro metodo – che l’enucleazione dei gruppi marxisti in Italia non fu una mera fotografia del bolscevismo russo. La Terza Internazionale rappresentò soltanto il punto di incontro e la tappa comune cui i due movimenti, sorti autonomamente in diverso ambiente storico, confluirono, facendo corpo unico almeno nelle questioni non attinenti strettamente la tattica, che, inasprendosi, dovevano poi opporre inconciliabilmente la Sinistra Italiana al bolscevismo.
La differenza fondamentale delle origini dei due movimenti fratelli consistette nel fatto che il bolscevismo si sviluppò, a cominciare dall’ultimo decennio del secolo scorso, nell’ambiente storico originale dell’incrocio di due rivoluzioni. Nella decrepita società zarista il bolscevismo, benché gli avvenimenti dovevano poi dimostrarne la incomparabile potenza rivoluzionaria, si trovò ad operare in condizioni sociali ed intellettuali caratterizzate da profondi sommovimenti rivoluzionari. Questo vuol dire che in Russia il bolscevismo fu il meglio preparato, perché fondato sulla dottrina marxista, dei partiti rivoluzionari antizaristi, non l’unico partito rivoluzionario lottante contro lo zarismo. La stessa borghesia ed il contadiname povero tendevano potentemente, sebbene con esitazioni gravi ed incertezze programmatiche, a frantumare la roccaforte dello Stato degli zar e le tendenze sociali innovatrici si espressero in un ricco repertorio di correnti ideologiche, spesse volte importate di peso dall’Occidente capitalista, e di movimenti politici. Di conseguenza, il bolscevismo si trovò a lavorare in circostanze storiche favorevolissime caratterizzate, come abbiamo visto, dalla estrema fluidità delle posizioni ideologiche in lizza, che impedivano l’organizzazione della borghesia capitalista quantitativamente scarna, ma certo non inerte – in solido partito politico. D’altra parte, la tangibile confluenza dei partiti socialdemocratici o populisti con il radicalismo borghese, testimoniavano permanentemente del loro carattere di organismi antiproletari.
Diametralmente opposta era la condizione storica presente in Italia, e in genere nell’Europa occidentale. Qui la rivoluzione borghese non solo era pervenuta da tempo al pieno consolidamento della dominazione del capitalismo e dello Stato borghese, ma aveva prodotto – in connessione con lo sviluppo intensivo dell’industria – stabili e tradizionali partiti operai opportunisti a programma riformista. In Italia, le difficoltà erano aggravate, dal principio del secolo, dal fatto che il ritardo della formazione dello stato nazionale produceva un conseguente ritardo nella storia politica, sicché solo col giolittismo prendeva salde radici la moderna forma demagogica della democrazia parlamentare. Fu gioco facile per il riformismo spacciare le concessioni parlamentari e sindacali della borghesia dominante per altrettante tappe della marcia verso la lontana meta del socialismo. E ciò spiega – sia detto qui per inciso – l’astensionismo dei marxisti nel primo dopoguerra, che i bolscevichi, Lenin in testa, non vollero comprendere, applicando al marcio occidente europeo la tattica usata nei confronti della Duma zarista, che fu teatro non delle sporche commedie a cui ci hanno avvezzati i nostri parlamentari, ma dello scontro di tre classi nemiche di tre epoche storiche: zarismo, capitalismo, socialismo. E per ora chiudiamo la parentesi antiparlamentare, riservandoci di riprendere in seguito la questione.
La politica di opposizione alla guerra imperialista condotta dal P.S.I., che in sostanza non andò oltre la radicalizzazione verbale delle posizioni già conosciute alle correnti neutraliste o austriacanti esistenti nella stessa borghesia, rese estremamente ardua la lotta dei marxisti italiani, ancora inquadrati nella sinistra del P.S.I.. Fu facile ai riformisti mascherare la loro politica controrivoluzionaria con equivoche formule di opposizione alla guerra o addirittura con platoniche adesioni al movimento zimmervaldista. Al contrario, in Russia, i bolscevichi poterono addurre prove schiaccianti alle accuse di complicità con l’imperialismo mosse al partito menscevico, fondandosi sulla politica del governo di Kerensky verso la guerra.
Nonostante l’estrema disuguaglanza delle condizioni obiettive – favorevoli al massimo per il bolscevismo, sfavorevoli al massimo per il marxismo italiano – questi doveva arrivare, per suo conto, a formulare in maniera compiuta il programma della rivoluzione socialista. Che l’insurrezione proletaria e la conquista del potere si verificò in Russia e mancò in Italia, non prova nulla contro la tesi che il bolscevismo andò soggetto a gravissimi errori che la Sinistra Italiana seppe evitare e condannare fin dalle loro origini. La storia della Terza Internazionale sta lì a provare come il bolscevismo, invincibile demiurgo della saldatura della doppia rivoluzione antifeudale ed antiborghese in Russia, fu inferiore al compito di manovrare le forze della rivoluzione proletaria operanti nell’ambiente storico – Europa occidentale ed America – a stabile dominazione capitalista. Le aberranti tattiche inaugurate col Fronte unico e conclusesi col Fronte popolare, non dovevano conservare le formazioni rivoluzionarie costrette a segnare il passo per la stabilizzazione del potere borghese, ma, al contrario, dovevano causare la dissoluzione della Terza Internazionale e creare le odierne disastrose condizioni di confusione e di smarrimento che tanto ostinatamente si oppongono allo sviluppo di sane correnti rivoluzionarie.
Topografia ideologica dell’Ordinovismo
La Terza Internazionale si era scissa dalla Seconda Internazionale sulla questione della conquista del potere, che i gruppi comunisti negarono potersi effettuare con mezzi legalitari, nonostante le lusinghe del riformismo. Ma la comune adesione al principio rivoluzionario non impedì che nella nuova associazione internazionale si riproducessero le vecchie scissioni teoriche che, prima, durante e dopo la guerra imperialista, avevano diviso l’ala rivoluzionaria del movimento operaio. Se si trascurano le divergenze di ordine secondario, la materia fondamentale del dissenso fu la questione del compito del partito. Il partito comunista centralizzato era la condizione indispensabile dell’insurrezione e della conquista del potere? Poteva concepirsi la vittoria sulla borghesia senza la direzione del partito di classe e l’esercizio della dittatura rivoluzionaria?
Secondo la risposta a tale cardinale questione, possiamo dividere la Terza Internazionale in tre correnti. Esistevano formazioni politiche che rispondevano con un reciso rifiuto, negando la necessità del partito. Erano costoro i sindacalisti della spagnola C.N.T. (Confederacion Nacional del Trabajo) che contava un milione di iscritti, il movimento dei «shop steward committee» in Inghilterra, i sindacalisti americani, i sindacalisti rivoluzionari di Francia. Tutti costoro, abituati a lavorare nei sindacati e negli organismi aziendali, erano apertamente ostili al principio del partito politico centralizzato, in cui temevano di vedere riprodursi il burocraticismo conservatore che, per lunghi anni, avevano rinfacciato ai capi socialdemocratici.
La corrente che potremmo definire mediana non negava le funzioni del partito politico e respingeva le deviazioni sindacaliste, ma non arrivava a legare il principio del partito alla rivendicazione programmatica della dittatura rivoluzionaria, attardandosi nel vicolo cieco della cosiddetta «democrazia operaia». Rimanendo all’epoca dei primi due congressi dell’I.C. potremo includere in essa il comunismo tedesco ispirato alle dottrine delle K.A.P.D. e la sinistra tribunista di Olanda.
Contro ambo le correnti, si schierava il marxismo conseguente, i partiti che puntavano senza esitazioni sulla instaurazione della dittatura del proletariato e lavoravano per la costituzione in tutti i paesi di combattivi partiti comunisti. A queste forze, nerbo della nuova Internazionale, si debbono le «21 condizioni di ammissione». Vi figuravano in testa il bolscevismo e la Sinistra Comunista Italiana.
Va da sé che non si pretende di incasellare rigidamente in tre scompartimenti tutto il ribollire di indirizzi e di tendenze del movimento internazionale. Ma non è meno vero che le distinzioni che abbiamo schizzate corrispondevano alla realtà. Infatti, le «condizioni di ammissione» obbligavano le formazioni che chiedevano di far parte dell’Internazionale, non solo a rompere col riformismo ed il socialpatriottismo, ma pure a costituirsi in partiti comunisti.
Rimane ora da situare ideologicamente la corrente di Gramsci, Tasca, e, buono ultimo, Togliatti, che del periodico «L’Ordine Nuovo», apparso a Torino nel maggio del 1919, prese la denominazione di ordinovismo.
L’ordinovismo non rappresentò una corrente del marxismo. Neppure costituì una versione dell’operaismo da cui si originavano i movimenti sindacalisti. Fu un movimento spurio a base interclassista, un’appendice ritardataria della ideologia risorgimentale riscritta in linguaggio marxista, che prese le mosse dalla condanna delle stridenti contraddizioni sociali esistenti tra la zona industriale del settentrione d’Italia e quelle agricole del meridione, dovute al particolare corso della rivoluzione industriale nella penisola, e pervenne a teorizzare l’industrialismo di fabbrica, senza peraltro riuscire a discriminare l’essenziale caratteristica dell’industria capitalista, che non è costituita solo dalla titolarità privata del possesso dei mezzi di produzione e dei prodotti, ma soprattutto dalla organizzazione aziendista della produzione.
L’impresa industriale e commerciale conserva la sua natura e funzione capitalista, anche se rilevata dallo Stato o da organismi operai, perché perpetua le forme della produzione mercantile volta a realizzare profitto monetario, e quindi conserva il principio del lavoro salariato. Sostituendo all’imprenditore privato l’organismo collegiale del consiglio di fabbrica, Gramsci e Tasca si illudevano, nel 1919, di aver scoperto la via maestra della rivoluzione proletaria. In realtà, il carattere della rivoluzione borghese non è espressa dal binomio industria-imprenditore privato, ma al contrario, da quello industria-ditta, proprio cioè dalla formula che l’ordinovismo idealizzava. Che la ragione sociale dell’impresa risponda al nome di una persona fisica oppure alla sigla anonima del consiglio di fabbrica, non cambia la struttura. L’impresa continua a funzionare in vista del profitto aziendale.
Fin dalla guerra mondiale, e proprio a causa di questa, divenne chiaro che lo sviluppo dell’industria capitalista in Europa e in America aveva raggiunto il culmine del suo ciclo, esaurendo definitivamente la sua funzione progressiva: poteva conservarsi oltre soltanto in forme parassitarie, cioè mantenendosi a costo di sperperare masse enormi di forza di lavoro sociale nelle crisi e nei conflitti generati dall’imperialismo. La rivoluzione socialista si poneva allora, e si pone con maggior ragione oggi, non l’indefinito accrescimento della produzione, che dovrà venire drasticamente limitata nei rami parassitari e antisociali imposti dagli interessi della conservazione borghese, ma bensì lo spezzamento dei rapporti di produzione capitalistici. Ora, l’azienda è appunto un rapporto di produzione capitalista. Nella radicale trasformazione della produzione operata dalla dittatura del proletariato, gli interessi aziendali lasciati in eredità dal capitalismo, dovranno cedere, volenti o nolenti gli organismi di fabbrica, agli interessi superiori della classe operaia dominante. Ciò perché interi rami della produzione capitalista verranno soppressi.
L’ordinovismo, fondando l’azione rivoluzionaria del proletariato sugli organismi aziendali, segnava un passo indietro non solo rispetto al marxismo, ma persino allo stesso sindacalismo rivoluzionario che, ripudiando il partito politico, affidava la rottura dei rapporti capitalistici alle grandi organizzazioni sindacali di massa, che sono pur sempre un superamento del parcellamento aziendale delle rivendicazioni operaie. Divinizzando l’industrialismo ed affidandone la direzione al movimento dei consigli di fabbrica, l’ordinovismo esprimeva le esigenze della produzione industriale borghese, del rachitico capitalismo italiano. La prova decisiva è data dalla politica del P.C.I., che alle teorizzazioni ordinoviste di Gramsci e Tasca conseguentemente si ispira. Il partito di Togliatti oggi è alla testa del movimento, più posticcio che effettivo, che pretende di incrementare la produzione industriale e di meccanizzare la agricoltura, gabellando per socialismo un volgare programma di riforme, per giunta utopistiche, nel quadro dei rapporti capitalistici. La feticistica esaltazione della produzione industriale, la maniaca fissazione della produzione per la produzione che ignora la fondamentale rivendicazione socialista di subordinare la produzione all’allentamento dello sforzo di lavoro sociale, da Gramsci sono passate nella odierna direzione del partito di Togliatti, perdendo per via il brillante involucro intellettuale del pensatore sardo. E come si inneggia alla brutale avanzata dell’industrialismo in Russia, per nulla consapevoli delle forme capitalistiche in cui essa si svolge, così si sogna dai falsi marxisti del P.C.I. un’Italia formicolante di industrie dalle Alpi a Capo Passero, per nulla imbarazzati dal fatto che contemporaneamente si invoca la polverizzazione del possesso terriero, che storicamente costituisce un formidabile ostacolo alla industrializzazione.
Vedremo nella prossima puntata quale sia stata la posizione della Sinistra di fronte all’ordinovismo.
Dal comunicato ufficiale pubblicato il 31 gennaio a Mosca, sulla realizzazione del piano di Stato nel 1953 si rilevano alcune cifre «curiose». Che la produzione dell’industria metallurgica, elettrica e chimica sia aumentata percentualmente dal 1952 più della produzione dei beni di consumo industriali e più ancora degli agricoli non è da stupire, e non è un fenomeno soltanto russo. È nell’ambito della produzione per il consumo che si notano quelle tali «curiosità», non nuove certo sotto il sole capitalistico ma certo non molto sintomatiche della… costruzione del socialismo. Per esempio, la produzione dei tessuti di cotone e di lana è aumentata rispettivamente del 5 e del 9%, ma quella delle seterie del 78%. La produzione di burro e le forniture di pesce sono aumentate del 3%, la produzione di formaggi e latte del 9%, quella della carne e dello zucchero del 12%, ma quella dei frigoriferi è cresciuta del 59%, quella degli aspirapolvere del 100%, quella degli apparecchi televisivi del 120%. Essendo riconosciuto che gli articoli correnti di abbigliamento e gli alimentari di prima necessità sono tuttora insufficienti per il fabbisogno generale, è chiaro che i fortissimi aumenti nella produzione dei suddetti articoli rispondono alle esigenze di uno strato molto sottile della popolazione, a consumi di lusso — anzi considerato il livello generale di vita, di ultralusso. La vantata intensificazione della produzione per il consumo — la grande «bandiera» di Malenkov — va dunque in seterie, frigoriferi ed aspirapolvere, e nel caviale o nella sciampagna che, con grande soddisfazione dei turisti occidentali, la pubblicità sovietica vanta lungo le sue autostrade? Non burro, ma cannoni e apparecchi televisivi: sarà questo il «socialismo in un solo paese»?
Abbiamo in rubrica per questo turno la forma prima della rendita differenziale. Ne è stato spiegato il concetto con l’esempio della cartiera azionata ad acqua invece che a vapore, che vende allo stesso prezzo ma produce a costo minore: tale premio nasce da una differenza sul “prezzo di produzione”, ed è rendita.
Ma è tempo di passare alla terra agraria. Da quando la umana specie coltiva la terra per ricavare alimenti vegetali, due sono gli aspetti fondamentali del problema: l’occupazione, la conquista della terra da un lato, ossia il variare del rapporto tra la terra incolta e quella coltivata e dissodata – la fertilità della terra dall’altro, variabile secondo le condizioni naturali e gli effetti del lavoro degli uomini, ossia la sua attitudine a dare più frutto e chiedere meno sforzo.
La storia economica, ossia la storia base della specie, si aggira tra questi termini: quanta terra è ancora possibile mettere a coltura – quale minima fertilità determina il dissodamento degli incolti, in relazione al commisurare gli sforzi di lavoro e i consumi alimentari.
Ciò fin quando, nel tempo capitalista, tutta la terra disponibile, la più fertile come la meno fertile, si vede sfruttata. E la specie ha troppa fame.
Gli uomini, nella nostra dottrina, si offrono da mangiare col proprio lavoro e non è la natura che li invita a pranzo senza che debbano pagare lo scotto, o senza che, trovati senza soldi in scarsella, paghino – stile anglosassone – con la condanna a lavare i piatti in cucina. In tempo-lavoro.
Alla poesia e alla letteratura e alla favoleggiata età dell’oro – la quale, dato che ogni mito nacque nella reale vita e non nel sogno puro, vi fu, ma non caratterizzata dal raccogliere senza aver faticato, bensì dal lavorare e mangiare, nelle gioiose intrepide prime comunità, senza che vi fosse ancora la proprietà della terra – appartiene l’omaggio alla “alma genitrice dei frutti”. Genitore del frutto è il lavoro.
Fertilità naturale
“Ricardo – rileva Marx iniziando la trattazione – ha pienamente ragione quando enuncia i seguenti principi:
“rendita – (ossia rendita differenziale; egli presuppone in generale che non esista altra rendita all’infuori della rendita differenziale) – è sempre la differenza fra il prodotto ottenuto con l’impiego di due quantità eguali di capitale e di lavoro” (Principles, p. 59)”.
Marx precisa che questo è vero per il sopraprofitto in generale (come nel caso della cartiera col salto idraulico), ma trattando di rendita fondiaria occorre aggiungere l’altra condizione: sulla stessa quantità di terreno.
Questo caso dei capitali uguali (nel capitale investito dall’affittaiolo s’intende compreso il salario dei braccianti) è il caso più semplice, ma in pratica raro: quando, sia pure sulla stessa superficie di terra, si impiegano capitali ineguali per prodotti ineguali, il confronto si fa egualmente considerando il proporzionale reddito dei vari capitali: ove questo rapporto (saggio del profitto) cresce, vi è un sopraprofitto e quindi una rendita differenziale.
Spieghiamoci con un esempio: su un terreno il capitale di 100 mila lire ha dato il profitto di 15 mila: saggio del 15 per cento. Su un altro, il capitale è 200 mila e il profitto 40 mila, il saggio dal 15 per cento (che avrebbe dato 30 mila) è salito al 20 per cento, con un sopraprofitto pari a rendita differenziale di 10 mila lire, ossia del 5 per cento.
Ricardo ha anche ragione a considerare causa del fenomeno della rendita la ineguaglianza di prodotto, di resa produttiva:
“Tutto ciò che diminuisce la ineguaglianza nel prodotto ottenuto sulla stessa terra o su terra nuova tende a diminuire la rendita; e tutto ciò che accresce questa ineguaglianza ha necessariamente un effetto contrario, tende ad accrescere la rendita”.
Per semplicità di esposizione, Marx dopo aver fatto cenno di tutto quanto influisce sulla fertilità della terra nel senso economico-sociale, ossia sulla convenienza di esercirla, si limita a considerare la “fertilità naturale”, quella dovuta alle risorse chimiche del dato terreno, quali le ha sviluppate la natura geologicamente e organicamente fino a che quel terreno è “vergine” e successivamente la stessa coltura e lo stesso grado di sviluppo sociale della tecnica agraria. Vi sono altri fattori della fertilità, ossia dell’utilità di esercizio, cioè la ubicazione del terreno rispetto ai luoghi di consumo del prodotto, la ripartizione delle imposte fino a che non è proporzionale alla resa (la famosa sfottutissima perequazione fondiaria degli umoristi), la disparità tra il progresso agricolo nelle varie provincie (vedi Italia: nel famoso nord industriale l’agricoltura è più sviluppata e la terra produce di più), la diversa disponibilità di capitale industriale per i fittavoli (vedi Italia, idem con patate).
Marx si ferma un momento sugli effetti dell’ubicazione: uno dei soliti colpetti al sistema capitalistico, in cui è l’essenziale di tutte queste analisi (peggio per il poltrone che si stanca e si scoccia, cupido solo di barzelletta o fattaccio). Da un lato il capitalismo diminuisce gli effetti dell’ubicazione e sfrutta anche il cocuzzolo delle montagne per far soldi, creando nuovi mezzi di trasporto e mercati nuovi, ma dall’altro aumenta l’effetto dell’ubicazione delle terre, in quanto separa l’agricoltura dalla manifattura, costituisce grandi centri, isola certe regioni. Qui, o attualisti pruriginosi, la botta va al discorso di ieri di Malenkov, in materia di programma della società futura.
Il nostro omaccio annunzia che per costruire il comunismo (la espressione abusata di costruzione del socialismo è di squisitissimo stile capitalista: non solo puzza di filosofia volontarista ma risponde al vero momento della dinamica capitalista e al suo vero motore: non importa abitare e godere la casa, ma costruirla, non attira l’affare a getto uniforme che è la resa della fabbrica, ma l’affare di investire capitale in accumulazione progressiva, in riproduzione accelerata, nel fondarne una nuova), dunque per costruire il comunismo, bisogna sì esaltare la produzione dei beni di consumo che difettano gravemente per quantità e qualità, ma soprattutto continuare “la politica dell’incremento dell’industria pesante che è la base dell’economia sovietica e la pietra angolare della difesa dell’ URSS”.
Mentita: pietra angolare dell’economia comunista sarà la frammistione dell’agricoltura e della manifattura, l’abolizione dei grandi centri, la fine dell’isolamento di regioni, come quelle in cui si situano i deserti per l’attività atomica.
Perfino l’architetto Wright arriva a profetare il gigantesco sfizio che si prenderà la rivoluzione mondiale, tutt’altro che in sede di costruzione: piantar patate sull’area del grattacielo della Società delle Nazioni. Come finì col cadere la statua di Napoleone dall’alto della colonna Vendóme, così finirà col cadere quel capolavoro imbecille.
I quattro terreni
Siccome le patate, dopo aver dovuto far saltare tutto quel calcestruzzo di fondazione, risulteranno un po’ care, ci limitiamo con Marx alla sola fertilità naturale e immaginiamo quattro appezzamenti di terreni uguali in superficie, nei quali viene applicata la stessa lavorazione con la stessa spesa di salari e materie o logorii, ma dai quali si ricavano diverse e progressive quantità di prodotto.
A è l’importante personaggio “terreno peggiore”: ve lo presento.
B, C, D, sono i terreni migliori.
Qui viene una difficoltà abituale nella lettura di Marx: le unità di misura. Marx, anche quando semplifica, esemplifica. Si scusi il gioco di parole: egli dà cifre corrispondenti in pratica a dati concreti del suo tempo e per lo più dell’Inghilterra, il che lo costringe a cacciarsi nel ginepraio delle non decimali misure inglesi: sterline, scellini, pence; libbre, once, grani – con tutte le loro diaboliche frazioni. I traduttori, come una volta per sempre Engels avvertì, esitano a cambiare le unità e le cifre e invero quei pochi che lo fanno cadono spesso in gravi cantonate.
In questo caso per i quattro terreni la misura è decimale: si tratta di un’ara, 100 metri quadrati, la centesima parte dell’ettaro (purtroppo i professori e tecnici agrari italiani si aggirano ancora tra moggia, versure, tomoli, trabucchi, giornate, ecc. Misure tuttavia espressive perché nacquero da quote di lavoro o di prodotto).
Il prodotto (grano) è indicato in misure. Il capitale, la rendita, ecc., in scellini. Per il momento il prezzo è costante: 60 scellini a misura.
I compilatori o traduttori non possono non aver fatto qualche scherzo: 60 scellini sono tre sterline ossia circa 5.250 lire italiane di oggi. Se la misura è il bushel inglese di circa 36 litri, corrisponde a una trentina di chilogrammi e ne verrebbe fuori il prezzo del grano a quintale di 17 mila lire, che è troppo. In ogni modo il terreno peggiore non può produrre 30 quintali di grano ad ettaro: in quanto il migliore produce 4 misure ad ara e quindi 120 quintali: il che è assurdo. Seguiremo quindi lo specchio classico di Marx, salvo a provare con dati di oggi e dell’agricoltura italiana (va bene?) che la dimostrazione non fa una grinza.
Terreno A. Questa ara di pessimo terreno non dà che una misura di grano, che venduta al prezzo medio dà il ricavo lordo di 60 scellini. Bene.
In tutto il presente sviluppo si suppone che il capitale che viene investito sull’ara di terreno è sempre 50 scellini; tanto ha speso il capitalista fittavolo per ricavare i 60 scellini di grano. Dunque il margine è 10 scellini.
Altra supposizione è qui che il normale medio profitto del capitale sia del 20 per cento e quindi i 10 scellini di guadagno sui 60 di ricavo finale bastano solo al profitto capitalista: non resta sopraprofitto: la rendita è zero.
Significato sociale: su questo terreno peggiore, pagati i salari e le altre spese e assicurato il guadagno all’impresa agraria, non resta nulla per il proprietario fondiario. Allora o il terreno non si coltiva (fino a che non crescerà il prezzo del grano) o si cerca di averne rendita nella seconda forma: investendo altro capitale.
Rizzando la scala
Riassumiamo: terreno A. Prodotto 1 misura, venduto per 60 scellini. Capitale anticipato 50 scellini. Guadagno 10 scellini. Profitto dell’imprenditore 10 scellini. Rendita zero.
Marx espone a fianco della ripartizione dei 60 scellini quella del prodotto. Di una misura, i 5/6 rimborsano il capitale anticipato, 1/6 è profitto industriale, nulla è rendita.
Rimboccate le maniche, passiamo al terreno B. Con la stessa estensione e la stessa spesa questo produce il doppio: 2 misure di grano. Evidentemente si ricavano dalla vendita 120 scellini. La spesa è stata sempre 50 scellini, il profitto del fittavolo 10 scellini, restano ancora 60 scellini. Ecco la prima rendita differenziale che il fittavolo pagherà come canone di affitto al proprietario.
Dunque: prodotto 120 scellini, capitale 50, profitto 10. Rendita 60. Ed anche: prodotto misure 2, capitale 5/6, margine totale 7/6, di cui 1/6 profitto, 1 misura rendita.
Terreno C. produce 3 misure di grano. Ricavo lordo 180 scellini, capitale sempre 50, margine 130, profitto sempre 10, rendita 120. Ovvero: prodotto 3 misure, capitale 5/6, profitto 1/6, rendita 2 misure.
Ed infine il terreno D. Prodotto 4 misure e quindi 240 scellini. Margine sul solito capitale spese di 50, scellini 190. Sempre 10 al profitto di impresa. Rendita 180. Ossia prodotto 4 misure, profitto 1/6, rendita 3 misure.
Nella scaletta stabilita, mentre estensione del terreno, capitale e profitto di fittavolo restano uguali, varia il prodotto da 1 a 2, a 3, a 4 misure. La rendita manca nel primo caso e poi è di 60 scellini per B, 120 per C, 180 per D.
Supponendo che i quattro tipi di terreno, moltiplicati se volete per milioni, formino tutta l’agricoltura di un paese, Marx si forma i totali: 4 are, 10 misure raccolte ossia 600 scellini, 200 scellini di capitale speso, 40 scellini di profitto. Rendita totale 360 scellini, ossia il valore di 6 delle 10 misure prodotte.
Fin qui dunque è costante anche il “prezzo di produzione” del grano, in 60 scellini per misura, che comprende il capitale salari, il capitale costante ed il profitto al saggio medio industriale.
Si suppone anche che tutto vendasi al mercato al prezzo di produzione ignorando i soliti scarti occasionali. La rendita non viene dal vender caro e non viene dal mercato; non viene da scarto di prezzi ma da un sovraprodotto che va a vantaggio di chi tiene la “chiave” dei cancelli dei migliori terreni, che può interdire al capitale e al lavoro. Ma non vi è rendita alcuna se non viene “portato dentro” capitale-lavoro, ossia denaro che ha comprato lavoro morto e compra lavoro vivo.
Dati dell’attualità
Può meravigliare che la rendita di un terreno salga da zero a 3/4 del prodotto totale, ferme restando le remunerazioni dei lavoratori e dell’impresa. Invero la difficoltà dell’esempio sta nel supporre che vi siano terreni la cui produzione per solo motivo di capacità intrinseca varia da 1 a 4, mentre vi si compie con la stessa spesa la stessa quantità di lavoro. Quando varia di tanto la produttività organica, varia anche il capitale e il lavoro da apportare: il che si risolve con la seconda forma.
Ma dato che il ragionare astratto riesce ostico da un lato al pigro, dall’altro allo scettico, sarà bene scegliere un esempio, usando l’aggettivo che detestiamo, concreto e (puah) attuale.
Il presente catasto italiano tassa le varie qualità di terreno secondo la unità superficie (ettaro) in doppio modo. Il reddito imponibile dominicale determina l’imposta dovuta dal proprietario fondiario, ossia rappresenta la rendita vera e propria (a rigore, dalla rendita padronale risulta dedotto l’importo della tassa, il che appunto come Marx diceva non disturba se l’imposta è proporzionale alla rendita, come in Italia). Il reddito imponibile agrario serve di base all’imposta dovuta dal gestore del terreno e quindi esprime il profitto industriale, quello che nell’industria non agraria viene pagato come ricchezza mobile o in altre forme.
Vedremo che non è assurdo avere terreni di qualità progressiva con rendite dominicali molto variabili contro redditi agrari poco variabili e neanche avere rendite più forti dei redditi. Ciò avviene soprattutto nel caso dei seminativi, che sono la più gran parte dei terreni coltivati. In Italia su 28 milioni di ettari agrari, se escludiamo incolti produttivi, pascoli e prati permanenti, ne restano 15 e mezzo: di questi 13 sono seminativi.
Un comune italiano, di quelli ove è presente il terreno peggiore, ed infatti vi è “latifondo” sotto bonifica e sotto scorporo, dà per le “classi” di seminativi questa scala di tariffe (la tariffa esprime il reddito attribuito ad ogni ettaro) sempre in lire dell’anno ante bellico 1939.
Reddito dominicale. Prima classe L. 550. Seconda 400. Terza 300. Quarta 190. Quinta 95.
Reddito agrario. Prima classe 180. Seconda 170. Terza 160. Quarta 130. Quinta 80.
Per ancora maggiore chiarezza riportiamo queste cifre a lire odierne, con la moltiplicazione prudenziale per 40.
Rendita. Prima classe 22.000. Seconda 16.000. Terza 12.000. Quarta 8.000. Quinta 4.000.
Profitto. Prima classe 7.200. Seconda 6.800. Terza 6.400. Quarta 5.200. Quinta 3.200.
Osserviamo ora che in genere la rendita è alta assai più del profitto. Ma nella quinta qualità è appena maggiore, nella prima è più che tripla. Da qui, ancora una volta vedesi quanto è fesso lo Stato democristiano coi sotto coda comunisti ad espropriare dove l’imponibile è basso e quindi a prendersi, pagando bene, le rendite da 4.000 e lasciare godere quelle da 22.000 ed oltre.
Seconda osservazione: mentre il profitto varia poco, ossia del doppio, la rendita varia moltissimo, ossia del sestuplo.
Terza osservazione: se consideriamo le tre prime classi, abbiamo che con un profitto che scarta di poco (tra 6.400 e 7.200) e quindi risponde sensibilmente alla prima forma di Marx, la rendita varia fortemente: 12.000, 16.000, 22.000. Cercheremo di seguire questi numeri, tratti dalla pratica, per lo specchio analogo a quello di Marx.
Il prezzo del grano medio è 8.000 lire per quintale. Il dato medio che ci manca è il saggio del profitto, ossia il rapporto fra questo, che fissiamo con buona concordanza alla tariffa a lire 8.000, e il capitale spese.
Per trovare dei numeri che pure essendo dedotti lo sono razionalmente, ci serviamo di un interessante specchio di conti colturali nel più volte usato trattato di economia agraria. Essi riguardano quattro esempi di poderi della Valle Padana a coltura completata da allevamento zootecnico, su moderne unità di 50-60 ettari. Tali conti elaborati in tutto dettaglio per vendite, spese, ecc., sono in lire di anteguerra, ma a noi interessano i rapporti al prodotto lordo. Il conto è presentato infatti non come bilancio patrimoniale ma come esercizio annuo, ed il prodotto lordo si divide tra mano d’opera, spese e logorii, interessi, profitto e rendita e quindi si presta alla nostra interpretazione. La media delle conclusioni è la seguente: su ogni 100 di prodotto, la mano d’opera è 28, le altre spese 33, gli interessi di capitale 7, l’utile di impresa 8, la rendita 24.
I dati nel senso marxista di questa produzione sono: capitale costante 33, capitale variabile 28 (basso dunque il grado di produttività o tecnologico, appena 1,18, mentre l’industria era già a 4 medio nel tempo di Marx, oggi almeno ad 8); capitale totale anticipato 61, profitto capitalista (interesse e beneficio di imprenditore) 15, da cui: saggio del profitto circa 25 per cento, e plusvalore circa 45 per cento. Margine totale 39, ossia il 65 per cento: quindi profitto 25, sopraprofitto, che diviene rendita, 40 per cento. Sono questi rapporti al capitale anticipato totale di 61.
Ai tre casi della realtà dobbiamo aggiungere il caso A che la tariffa non può darci, perché affibbia rendita a tutti i terreni. Dobbiamo avere il profitto costante di 8.000 assunto per i tre casi superiori e dato che il saggio congruo è il 25 per cento, il capitale anticipato sarà 32.000 lire. Il ricavo dovrà essere 32.000 più 8.000, più rendita zero, ossia 40.000 lire; un simile terreno deve produrre appena 5 quintali per ettaro di grano, a 8.000 lire al quintale. Per passare da tal caso ai casi successivi non dobbiamo che prevedere un maggior prodotto, tale da dare l’aumento di rendita da zero a 12.000, 16.000, 22.000, delle prime tre classi in tariffa.
Il gioco è fatto
Terreno
Prodotto
Capitale
Guadagno
Rendita
Q.li
Lire
Anticipato
Q.li
Lire
Q.li
Lire
A
5
40.000
32.000
1
8.000
–
–
B
6,5
52.000
32.000
2,5
20.000
1,5
12.000
C
7
56.000
32.000
3
24.000
2
16.000
D
7,75
62.000
32.000
3,75
30.000
2,75
22.000
Totale
26,25
210.000
128.000
10,25
82.000
6,25
50.000
Dati costanti: capitale investito per ettaro 32.000 lire, profitto dell’affittaiolo 8.000 lire. Prezzo di vendita del grano 8.000 lire al quintale.
Supponiamo che questo quadro dia tutta l’Italia agraria. Tutto il prodotto del lavoro dei salariati della terra è 210.000. Di questo abbiamo visto che la mano d’opera è 28 per cento, ossia circa 59.000 lire. Il profitto di capitale è 82.000 lire. La rendita padronale 50.000. In altre parole dei 26,25 quintali di grano, i contadini ne mangiano 7,4 soltanto; 4 li mangia il capitalista; 6,25 il barone fondiario.
Dai due conti restano fuori invero 8,6 quintali e 69.000 lire. Quesnay direbbe che sono acquisti della classe manifatturiera e riserva semina; noi diciamo che sono capitale costante.
Che diceva Ricardo? Lavoratori e imprenditori, facciamo lega e sopprimiamo i 6,25 del landlord, dopo di che voi braccianti avrete lo stesso 7,4; noi imprenditori 10,25.
Che direbbe un modesto sindacal-socialista? Sopprimiamo, o lavoratori, i 6,25 del barone e anche i 4 del capitalista e avremo a disposizione 17,65.
Che dice l’ufficio agrario (quach! quach!) del partito comunista italiota? Il barone vero è quello del terreno A e tutto al più da tabelle di scorporo quello dei terreni A e B. Ma i proprietari dei terreni ad alto reddito, non meno dei loro fittavoli, son fior di gentiluomini e desiderabili elettori del partito. Ed allora espropriamo solo le rendite del latifondo: quintali 1,50 contro 26,25. Siccome le pagheremo in moneta corrente, le stesse passano ad interesse di capitali, ossia alla classe imprenditrice: questa sale da 4 a 5,50 e i borghesi fondiari scendono da 6,25 a 4,75. I ceti monopolistici sono sistemati. I proletari? Come le stelle stanno a guardare.
Che dice Marx, con noi sfrontati plagiari? Vada in malórsega tutto lo specchio e se occorre chi lo ha fatto, purché si spianti il monopolio fondiario della terra e il monopolio capitalista del prodotto. Perché ora si tratta del prezzo del grano e della fame: noi avremo allora il quadruplo del grano e rinunzieremo ad avere come pietra angolare alla Malenkov la bomba atomica gratis.
Qualche altro rilievo per far vedere che i nostri dati economici sono plausibili. L’affitto di quei terreni, ridotto in grano, come oggi spesso si pratica, risulta di 1 quintale e mezzo all’ettaro: adatto a quei terreni di scarsa resa e va poi salendo a 2 e a 2,75, con le categorie superiori. Tuttavia non sarà male notare che abbiamo lavorato su dati dell’ultimo anteguerra e che se si facessero oggi gli estimi catastali, i redditi d’imprenditore agrario avanzerebbero notevolmente rispetto alle rendite dei proprietari fondiari in generale. Mentre poi le rendite sono in proporzione della superficie, i profitti unitari invece non sono proporzionali come finge il catasto, ma il prodotto unitario cresce con la dimensione dell’azienda, andando dal piccolo affitto delle aziende al grande della citata dimensione poderale optimum. Il piccolo colono e mezzadro paga forti rendite, si deve appagare di scarso profitto e se è lavoratore compensa dando suo esagerato tempo di lavoro.
Altro raffronto è il valore venale di quelle terre. Quando il professionista valutatore chiama valore capitale il prezzo pagato per la terra nei trapassi di titolare, usa espressione impropria. Il conto economico agrario ben si presta a mettere in rilievo il divario tra la contabilità borghese e la contabilità marxista del capitalismo (quella del socialismo non è contabilità in denaro). Il prezzo della terra viene a suo punto in rubrica, ma non è capitale dice Marx.
Al tasso del 5 per cento le nostre tre terre valgono all’ettaro lire 240.000 – 320.000 – 440.000. Lo diciamo per far vedere che sono cifre del mercato reale; ma soprattutto per far notare la differenza tra questi valori patrimoniali e il capitale. Questo è l’anticipo annuo dell’impresa agraria: abbiamo visto che in tutti quei casi è costante ed uguale a 32.000 lire. Ma il valore dell’impresa stessa ed impianti è altra cosa. Poniamo che essa abbia attrezzi, aratri, trattori, animali da tiro, una scorta di semi e concimi, tanta moneta da far fronte alle spese dell’anno (32.000 appunto) e se si vuole un certo accorsamento e fiducia commerciale per cui un sostituto, salvo tuttavia l’avviso del locatore e il periodo di contratto, la vuol rilevare: pagherà forse capitalizzando anche al 5 o poco più l’utile netto annuo di 8.000 lire e quindi un 15.000 lire. Ecco quindi come i signori borghesi proprietari e impresari parlano del modesto lucro del 5-6 per cento e noi ad ogni passo sbattiamo loro sul naso profitti al saggio del 25%, sopraprofitti a rendita al saggio del 40%, plusvalore al saggio del 223% (profitto 82 + rendita 50 = 132 di plusvalore, il tutto diviso 59 di salari = 2,23), come nel nostro caso.
La macchina si mette in moto
Abbiamo fermata un momento la macchina della storia della terra dissodata e del prezzo degli alimenti per fotografarla nello “specchio”. Il suo motore non è dunque l’energia raggiante diventata chimismo, ma il fatto sociale che un certo numero di operai agricoli può produrre quintali 26,25 e consumarne 7,4; il che vuol dire che recupera e riesce a vivere consumando solo la quarta parte di quanto ha prodotto e raccolto. Se invece di essere il lacrimabile sacro individuo anagrafato listato e schedato dalla moderna civiltà, egli fosse Robinson, o se egli fosse già La Specie, spogliatasi della santa larva della Persona, lavorerebbe due ore invece di otto. Ma avrebbe rinnegati i tempi gloriosi della Libertà. Come si definisce il lavoratore salariato? Un venditore di libertà.
Abbiamo tenuto fermo il prezzo su 60 scellini (conviene, dopo la data dimostrazione a quelli dell’ultima moda, tornare alle cifre di Marx) e da questo punto non preoccupiamoci più che del valore relativo delle varie quantità, supponendo che nella tabella sia notata la produzione di una intera società.
Gli uomini, che tutti hanno il difetto di mangiare, sono giunti a tale numero che occorrono dieci misure di grano (dieci milioni, se volete), per mangiare tutti e non essere costretti a ricorrere alla brioche. In tale situazione il dissodamento e la coltura hanno raggiunto il terreno A che stabilisce quindi il prezzo di produzione, ossia di vendita e di acquisto: 60 scellini.
“Il prezzo di produzione del terreno peggiore (…) è sempre il prezzo di mercato regolatore”.
I terreni migliori che potrebbero vendere a meno non fanno che seguirlo. Più il capitalismo dissoda ed incivilisce, più costruisce – e con lui il capitalismo sovietico – la fame. Eppure occorre che dissodi.
Supponiamo che invece della costanza dei prezzi vi sia una serie crescente di prezzi. Questa Marx la chiama serie discendente della tabella. Non ci atteggiamo a rendere a lui il servizio che egli rese a Quesnay. Ma il testo è tanto esatto quanto stringato e arduo.
Leggo la tabella non più in serie costante ma in serie discendente dall’alto in basso rispetto ai prezzi. Per A il prezzo non può che essere 60. Ma in B, se io abolissi la rendita come vuole Ricardo, la stessa cifra di 60 scellini non occorre più per una sola ma per due misure: prezzo 30. Passo a C; la stessa spesa anticipata più profitto di 60 scellini mi ha dato tre misure: prezzo 20. Infine per D, sempre a rendite soppresse, il prezzo di produzione è 15.
Che cosa vuol dire? Se non vi fosse rendita il prezzo di produzione e di consumo scemerebbe con l’aumentata fertilità del terreno. Il sistema capitalistico lo inchioda sulla resa del terreno più fetente.
Che cosa vuol dire se non ci fosse la rendita? Vuol dire che nessuno vieterebbe ad altro di coltivare, lavorare e raccogliere. Se infatti esistesse terra libera si potrebbe aumentare la produzione senza aumentare il prezzo, a condizione di trovare terra della stessa fertilità di quella precedentemente dissodata dagli uomini.
Storia del dissodamento
E allora leggiamo il quadretto magico in serie ascendente per le righe, discendente per i prezzi. Supponiamo che ascendente sia detto – è detto – in senso storico. La popolazione era limitata e bastavano un tempo 4 misure, che si traevano dal terreno D. Fino a che vi fu terreno libero altrettanto fertile per natura, il prezzo rimase 15; 50 scellini di spese e 10 di profitto della impresa davano 4 misure.
Aumenti l’esigenza della popolazione (non si confonda questa analisi nel campo della produzione coi giochi di concorrenza, offerta e domanda che danno scarti ugualmente probabili nei due sensi), occorrano 7 misure e non 4, ma sia finito il terreno D: si deve ricorrere al C. Ma questo non dà che 3 misure con lo stesso prezzo di produzione; il prezzo, per questo terreno, non può essere che 20. Che avviene? Sale da 15 a 20 anche il prezzo delle 4 misure di D: chi primo lo aveva occupato si mette a papparsi una rendita di 20 scellini per 4 misure di grano.
Crescono i ventricoli e si deve passare le 7 misure e ricorrere al meno fertile B. Ma su questo, ormai lo abbiamo capito al volo, si produce a 30: tutti vendono a 30 (notate di passaggio che la capacità di acquisto è pari per tutti i lavoratori e quindi precipita mentre il prezzo sale; nel calcolo i vari terreni sono lavorati con lo stesso salario globale e unitario). In B non vi è ancora rendita, ma vi è in C, di 30 scellini e 1 misura e in D sale a 60 scellini e 2 misure.
Infine per nuove richieste di bocche si dà mano al terreno A. Questo esige i 50 scellini di capitale e 10 di profitto e non elargisce che una misera misura. I prezzi scattano a 60 ovunque. B vede la rendita di 60 scellini, una misura. C quella di 2 misure e 120 scellini. D quella di 3 misure e 180 scellini, già trovata scendendo lungo la scaletta, più promettente di quella che Cristiano saliva a spintoni verso le tenere braccia di Rossana. Ed è nientepopodimeno che Carlo Cyrano Marx a gridare a questo stupefacente capitalismo moderno: monta, dunque, animale! ché poi ti buttiamo giù noi in volo planato.
Adesso invece si supponga di cominciare da sopra e scendere. Si aveva il solo terreno A e il poco grano aveva il prezzo di 60. Si ha bisogno di altro grano e al tempo stesso si scopre il più fertile terreno B. Qui si produce a 30 ma si vende ugualmente a 60, con la rendita di 60 scellini. Al momento dell’esigenza di maggior produzione, la scarsa offerta poteva far salire il prezzo sopra 60; dissodato B tutto va a posto. La gente cresce e appare una nuova tendenza all’aumento: si trova e dissoda il più fertile C: si frena il prezzo a 60 e C ci guadagna una rendita di 120. E così via.
Marx sviluppa diverse ipotesi sulla messa a coltura di terreni progressivamente migliori, progressivamente peggiori e compresi alternativamente tra i peggiori e i migliori già dissodati. Egli mostra che comunque si scelga la serie si ha sempre formazione di rendite differenziali, a sviluppo della rendita totale. Con ciò egli confuta West, Malthus e Ricardo, che tutti dicono esservi sempre progressione dal terreno migliore al peggiore, ossia decrescente fertilità dell’agricoltura. Nel modo capitalista di produzione le cose procedono verso l’aumento del prezzo reale del grano, anche quando si va verso un aumento notevole della superficie coltivata e un miglioramento produttivo per unità di superficie.
E’ dunque legata unicamente alla società capitalistica la tesi che non conviene dedicare capitali all’aumento di fertilità del suolo (il che meglio si vede nello studio della seconda forma) perché cresce il prodotto sì, ma diminuisce il profitto delle successive anticipazioni, cosa che fa orrore al capitale.
La legge della fame
La conclusione a cui Marx tiene a pervenire è questa: il valore di mercato di tutta la massa prodotta è sempre maggiore del suo prezzo di produzione, nel campo dell’agricoltura. Mentre è noto che nel campo dell’industria, malgrado sopraprofitti e sottoprofitti, e magari perdite aziendali, che si incrociano nel tempo e nello spazio, la massa del prodotto sociale ha in teoria prezzo di mercato uguale al prezzo di produzione, ossia al valore calcolabile in ragione del tempo-lavoro.
Infatti, tornando al famoso quadro, nei quattro casi il prezzo di vendita è lo stesso: 60 scellini e quindi tutta la massa si vende a 600. Invece il prezzo di produzione è diverso: 1 misura di A a 60; 2 misure di B a 30, ossia 60; 3 misure di C a 20, altri 60; 4 misure di D a 15, altri 60. In totale 240 scellini per 10 misure, e quindi 24 scellini a misura è il medio prezzo di produzione.
Il prezzo di mercato, dunque, rappresenta il 250 per cento del prezzo di produzione di tutta la massa delle derrate.
Se un simile criterio si applicasse al nostro specchio a valori di oggi e con meno rilevanti scarti di fertilità (da 5 a 7,75 mentre in effetti si hanno casi di produzione ben oltre i 40 quintali per ettaro: tuttavia da trattare sotto la seconda forma; capitali maggiorati) avremmo 5 quintali a 8.000, 6,5 a 6.200 di prezzo di produzione; 7 a 5.700; 7,75 a 5.100. Il totale è 160 mila lire per quintali 26,25 e il medio prezzo di produzione risulta di 6.100 al quintale contro 8.000 del prezzo di mercato, che dunque è più caro al 131 per cento.
Ma quella che è fondamentale è la illustrazione che Marx dà di questa legge inesorabile: capitalismo uguale caro-pane. Essa non deriva dal fatto che i capitalisti siano singole persone o società o collettività o Stati: deriva dalla natura mercantile dello scambio, dalla famigerata legge del valore, che a detta degli stalinisti, dal pontefice allo scagnozzo, regge economia capitalista e socialista!
Meditiamo dunque lo squarcio che viene.
Il cancro mercantile
“E’ questa la determinazione da parte del valore di mercato [anziché del prezzo di produzione], quale esso è imposto sulla base del modo di produzione capitalistico, per mezzo della concorrenza che crea un valore sociale falso”.
Che cosa intende qui Marx con l’espressione valore sociale? Una cosa opposta al valore mercantile che sorge dall’incontro di due individui economici: fatto elementare su cui l’economia borghese vorrebbe costruire tutta la meccanica economica. Valore sociale di un prodotto è tutta la somma di lavoro che esso costa alla società, divisa per tutta la massa ottenuta, calcolata in tempo medio di lavoro sociale. Tale valore comprende lavoro accumulato, lavoro attivo e anche quota di sopralavoro per servizi generali: purché nessun termine divenga forma-merce né forma-capitale:
“E’ questa una conseguenza [il risultato di falso valore sociale] della legge del valore di mercato, alla quale sono sottoposti i prodotti della terra. La determinazione del valore di mercato dei prodotti [finché vige questa legge], quindi anche dei prodotti della terra, è un atto sociale, quantunque esso sia un atto socialmente inconsapevole e involontario, fondato necessariamente sul valore di scambio del prodotto, non sul terreno e sulle differenze della sua fertilità”.
Concedete un rischioso omaggio alla legge del valore mercantile, del pareggio tra valori di scambio equivalenti per uguali valori di uso e non potrete far nulla per impedire che ogni misura di grano si venda a 60, senza chiedersi se è di quelle prodotte a 60, o a 30, o a 20, o a 15, e senza che nulla possa far sì che tutte si vendano a 24. Notate che Marx qui parte in battaglia non contro i 10 di normale plusvalore che vanno al capitale, ma contro i sopraprofitti-rendite che sono mediamente di 36. L’insieme di tutte le pretese libere e volontarie scelte dei milioni di atti di mercato su cui si vuole fondare l’economia borghese (anche in Russia) non conduce ad altra regolamentazione, che quella di una società che anche come complesso è incosciente e impotente.
Ed ora ancora una volta (avete fatto una collana di queste perle?) si viene alla spiegazione e definizione della società comunista:
“Si immagini che la forma capitalistica della società sia abolita e che la società sia organizzata come una associazione cosciente e sistematica [cinque sole parole, da incidervi col bisturi nella duramadre]: allora i 10 quarters rappresentano una quantità di tempo di lavoro indipendente, una quantità eguale a quella che è contenuta nei 240 scellini. La società non acquisterebbe dunque questo prodotto del suolo ad un prezzo due volte e mezzo il tempo di lavoro effettivo che vi si trova contenuto; la base di una classe di proprietari terrieri verrebbe con ciò eliminata”.
Dunque tutta questa critica cade ove solo si accetti la teoria ricardiana di sopprimere il privilegio fondiario, passandolo allo Stato?
“Mentre, quindi, è corretto affermare che – conservando il modo attuale di produzione, ma supponendo che la rendita differenziale vada allo Stato – i prezzi dei prodotti della terra, rimanendo invariate le altre circostanze, non cambierebbero [Ricardo], è altrettanto erroneo dire che il valore dei prodotti non cambierebbe se la produzione capitalistica fosse sostituita dall’associazione [= comunismo]”.
Ricardo sostiene con questa seconda tesi che il profitto capitalistico normale non è una forma parassitaria, ma è consona al giusto valore, come lavoro, di ogni merce, quando la rendita sia sparita. A lui direttamente e a tutti i difensori del capitalismo risponde qui Marx:
“L’identità del prezzo di mercato per merci dello stesso tipo [detta in altre parole, sempre la legge del valore] è la maniera in cui il carattere sociale del lavoro si afferma nel modo di produzione capitalistico, ed in generale in ogni produzione fondata sullo scambio di merci fra individui”.
Non si costruisce socialismo: si demolisce mercantilismo
Dunque anche in tempo capitalista si realizza un valore sociale e non individuale delle merci. Ma fino a che la via per fissare questa quantità di valore risulta da atti economici personali, tra cui è quello del versare un salario in moneta contro tempo di lavoro, il valore sociale ottenuto risulta falso. Per la stessa sua fondamentale eguaglianza su tutto il mercato, tale valore non esprime lo sforzo medio sociale, calcolabile solo coi dati reali della produzione e in una produzione non per il mercato, che sola sarà non incosciente ed involontaria:
“Ciò che la società nella sua qualità di consumatore, paga di troppo per i prodotti della terra, ciò che costituisce un deficit per la realizzazione del suo tempo di lavoro nella produzione agricola, costituisce attualmente un plus per una parte della società, i proprietari terrieri”.
Il male, dice Marx con questo passo, non è che i proprietari fondiari mangino questa conquista differenziale, mani sul ventre; il male sta nel fatto che, determinando tutti i valori secondo il mercato e con la legge del mercato, non è possibile superare l’incoscienza, l’anarchia e l’impotenza della organizzazione sociale. E fino a che il paragone mercantile sarà il metro di tutti gli atti economici, non sarà possibile passare dal capitalismo alla “associazione” comunista.
La portata della teoria di Marx sulla rendita, in certi passi difficile, sta nel contenere la critica essenziale di tutto il capitalismo. Per riportare i prezzi di mercato ai valori nella produzione non basta sopprimere i beneficiari dei premi che si stabiliscono tra i primi e i secondi; è invece vero che tali sempre più mostruose dilapidazioni sorgeranno fino a quando l’inizio degli atti produttivi e i calcoli di essi si baseranno sui fatti della sfera di circolazione delle merci, con l’applicazione della legge del valore.
Tutte le forme di parassitismo dei monopoli commerciali e industriali, cartelli, trusts, aziende di Stato e Stati capitalisti, non hanno bisogno di una nuova teoria sotto il pretesto asino che Marx abbia dettata la teoria del capitalismo nell’ipotesi della concorrenza.
Essendosene Marx della concorrenza beffato, o meglio, avendo provato che essa è un fenomeno inessenziale al capitalismo, la teoria del monopolio e dell’imperialismo, si trova già tutta scritta: all’ultima frase e all’ultima formula: nella dottrina della rendita agraria.
Volete per questo nuovi brevetti? Volete voi integrare le deficienze di Marx? Basta per liquidarvi una frase poco aulica: flanelloni a spasso!
Trieste leva il capo coronato tra nembi! I cantieri, le fabbriche, i magazzini, le botteghe artigiane languono. Evviva l’8 ottobre! Ma, niente paura: la statistica ufficiale resa pubblica dal G.M.A. parla solo di 18-19.000 «disoccupati oscillanti». È vero che il giornale indipendentista allunga un pochino la coda portando la cifra a 30.000. Chi avrà ragione?
Comunque, a giudicare dalle manifestazioni carnevalesche, non c’è che da rallegrarsi. Il carnevale triestino si è infatti trasferito in gran pompa — previa una sapiente preparazione radiopropagandista e giornalisticamente confezionata da Il Lavoro e dall’Unità — nella ridente cittadina di Muggia, dove, «felicissimo e sorridente», il sig. compagno sindaco, presente sulla tribuna coi «notabili» durante tutta la sfilata arlecchinesca, ha infine premiato con un paio di bigliettoni da mille dal Comune stesso disposti i vincitori di cotanta impresa.
Il primo cittadino di Muggia proletaria ha poi tenuto un bel discorso alla radio locale battendo sull’utile e sul dilettevole — l’utile degli onestissimi signori osti, rivenditori, commercianti ed azzeccagarbugli locali, il dilettevole dei buoni e fedeli elettori operai che lottano e lotteranno per la pace, il pane e il lavoro e avranno in cambio… il carnevale. Alla faccia del marxismo! Ma è forse diversa la carnevalata di Montecitorio?
Il 7 c.m., in una riunione allargata con simpatizzanti a Trieste, sono stati discussi animatamente i punti contenuti in documenti del Partito pubblicati negli anni scorsi con particolare riguardo alla svolta finale della guerra, al passaggio dal fascismo alla democrazia, alla posizione della Russia e alle prospettive di una nuova Internazionale rivoluzionaria. Le riunioni continueranno.
Il gruppo di Piovene Rocchette, ricostituito con compagni giovani ed anziani ha ripreso in pieno la sua attività sulle basi programmatiche del Partito.