Col pretesto dell’Indocina un nuovo giro di vite
Le guerre localizzate hanno sempre, sullo scacchiere dell’imperialismo, una portata e dei riflessi che vanno ben oltre i loro interessi immediati e, a maggior ragione, i propositi e le dichiarazioni di quelli che vi prendono più o meno direttamente parte.
È facile, in un’era in cui tutti i rappresentanti della più sfrontata pirateria si sono abituati a recitar la parte dei liberatori e salvatori del mondo, trarre pretesto dall’interminabile guerra in Indocina per invocare crociate di redenzione dei «popoli oppressi» e di difesa della cosiddetta «civiltà» (di cui, d’altro canto, si annuncia in toni apocalittici la prossima e drammatica fine); ancor più facile è suonare su tutti i violini la solita canzone dell’argine da elevare al «comunismo» sovietico, col quale peraltro si stanno allacciando ottimi affari e non c’è ormai convegno di industriali e commercianti che non invochi la ripresa di rapporti di scambio più estesi. La verità è che, dietro tutto quest’affannarsi intorno a una guerra che non è di oggi e in cui davvero sarebbe difficile stabilire, se mai esistesse il metro per farlo, da che parte stia l’oppressore e da quale l’oppresso, si celano ben altri motivi con cui il sangue e la carne maciullate degli indocinesi non hanno proprio nulla a che vedere.
Questi motivi sono radicati nelle vicende interne dell’imperialismo, del regime capitalista nel suo insieme, e le affannose consultazioni diplomatiche intorno al nuovo «38º parallelo» hanno un nome solo: difesa delle basi fondamentali della società internazionale borghese. Non è certo per un casuale parallelismo che si ritorna a parlare di interventi, prossimi o differiti, in Estremo Oriente nel momento stesso in cui la «recession» batte alle porte del cuore mondiale del capitalismo, l’America. C’era già stato qualcosa di simile al tempo del conflitto in Corea, e l’intervento si era dimostrato risanatore. Ma oggi la «recession» è più grave: i disoccupati hanno superato di gran lunga i quattro milioni e mezzo, e il famoso marzo che, secondo Eisenhower, avrebbe dovuto portare una schiarita nell’orizzonte della produzione interna degli Stati Uniti si è chiuso non già con dichiarazioni ufficiali, ma col discorso pro-Indocina di Foster Dulles e coi suoi viaggi diplomatici lampo. Evidentemente, o con l’intervento diretto o con l’intervento larvato – fondato essenzialmente sulle forniture – si attende dall’Indocina, come dalla Corea, una valvola di sfogo; e, se questa valvola potrà essere tenuta aperta senza bisogno di carne da cannone metropolitana, tanto meglio: la… difesa della civiltà vuole così.
D’altro canto, il precipitare della situazione indocinese è arrivato in buon punto per realizzare un’altra spinta innanzi nella corsa affannosa dell’imperialismo, sotto la regia del suo grande centro mondiale. Era il momento della seconda crisi, politica questa ma con immediati riflessi economici: la crisi della CED, denunciata dalle bizze francesi, dalle impennate dei generalissimi, o dalle ritrosie inglesi ad impegnarsi in un sistema continentale chiuso. E qui non ci si venga a dire – proprio quando, ripetiamo, si allentano le maglie delle cortine commerciali fra Oriente ed Occidente – che la preoccupazione dominante americana era il possibile ingrandire dell’«avversario»: preoccupazione profonda era ed è sempre una, che la grande rete imperiale del dollaro si frantumi, che la presa diretta del dominio finanziario, economico e politico del dirigente occidentale s’indebolisca, e che il mercato subisca nuove e paurose contrazioni. Washington ha pazientemente tessuto la sua tela, che va oltre le frontiere del suo «spazio vitale» e tende i suoi tentacoli oltre la cortina di cartapesta; e non ha nessuna intenzione di permettere che si smagli.
Così, l’Indocina, se ha partorito le arlecchinate dei generali, ha già fruttato a Washington un passo avanti inglese verso una più stretta collaborazione con la CED e il ventilato progetto di un Patto del Pacifico (bel nome davvero, per i tempi che corrono), cioè due nuovi anelli nella catena che l’imperialismo tende unitariamente a costruire intorno al mondo, e di cui la politica del Cremlino non è che il necessario polo negativo.
Con buona pace degli azzeccagarbugli che attendono la pace dalla rivolta di qualche generale ultraconservatore o dal frondismo churchilliano, il lavorio diplomatico che trae pretesto dall’Indocina e il lavorio commerciale che tende a tradurre in soldoni la teoria staliniana della pacifica convivenza fra occidente ed oriente, non hanno nulla di contraddittorio: affari qui come là, ragioni di mercato e di conservazione sociale in entrambi i corni apparenti di un falso dilemma. Forniture militari, scambi mercantili, regimi di stato d’assedio e di «pace armata», sono tutti aspetti di una realtà sola, che si chiama esaltazione del profitto e quindi dello sfruttamento del lavoro umano, e irreggimentazione di tutti i popoli del mondo a questo fine supremo. Né la civiltà, né i valori morali, né l’occidente, sono in pericolo per questi signori: è sempre in pericolo il normale funzionamento del regime di estorsione del plusvalore, ed è sempre in moto la macchina per garantirlo.
Aveva venduto la pelle dell’orso
Come sospettavamo, il piccolo ma energico Romita aveva venduto (o gliel’aveva fatta vendere la stampa) la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Nel giro di tre giorni, il famoso piano per dotare tutti gli italiani di una casa si è ridotto alle proporzioni della statura del ministro, un po’ più alta di quella di Fanfani ma infinitamente più bassa del fabbisogno dei cavernicoli, baracchicoli, ecc., italiani.
Il piano di costruzione non è più di 5, ma di 8 anni (allungabili lungo il percorso…); e in questi otto anni non saranno più costruiti, neppure sulla carta, quattro milioni e mezzo di vani, ma 1 milione e 313 mila, di cui 480 mila ultrapopolari (saranno delle… baracche nobili?) e 833 mila popolari; i primi per iniziativa diretta dello Stato (specialista in pidocchieria) e gli altri per sovvenzione. 130.000 vani più di quelli che aveva promessi Fanfani: ci dite poco? Fanfani fa testo: l’essenziale è superarlo; quello che non è affatto essenziale è costruire case sufficienti per tutti. Dopo di che, avremo un po’ più di 100 mila vani all’anno, meno della metà di quello che la stessa stampa borghese più guardinga considera il fabbisogno necessario a colmare le esigenze del solo incremento naturale della popolazione. Ciò significa che la «falla della casa» tenderà non a ridursi, ma ad allargarsi ancora, anno per anno. Con ben altro spirito di iniziativa, piccolo ed energico Romita, hai provveduto a ricostruire le file della polizia nazionale! È vero che, prima della casa, bisogna provvedere i servizi: e la polizia è un servizio di prima necessità…
East-West trade: Il commercio carnale fra Occidente ed Oriente
Pare proprio, a giudicare da molti sintomi, che le esplosioni delle bombe H, oltre che l’effetto stupidamente reclamistisco di strappare via dal mappamondo innocui atolli corallini, produrranno quello di aprire ricchi canali d’oro sonante nella famosa (per i gonzi) cortina di ferro. La potenza dell’idrogeno potrà far sognare gli scrittori di fantascienza; i porci borghesi continueranno, nella cosiddetta era atomica, a tenere in conto solo la forza dell’oro.
Il periodo che attraversiamo presenta molti aspetti che autorizzano a considerarlo un anello di transizione. Perciò, è, in apparenza, così complicato, così contraddittorio. Infatti da un lato, si fa rintronare il mondo con gli scoppi atomici e si terrorizza la povera umanità con anticipazioni impressionanti di metropoli di milioni di abitanti cancellati dalla faccia della terra nello spazio di pochi secondi; dall’altro lato, si fanno correre nelle masse attonite messianici verbi di perpetua pace e di fecondo lavoro. I padreterni del mondo mentre inscenano tracotanti ostentazioni di forza militare, dirette ad impaurire i popoli, intrattengono colloqui segreti sulla produzione atomica ed il Cremlino, rinnegando quattro anni di furibonda lotta, si dichiara pronto ad entrare nel Patto Atlantico.
Sul piano non propriamente politico, cioè in materia di scambi commerciali tra gli opposti (fino a quando?) blocchi avvengono cose ancora più incomprensibili, per coloro che veramente hanno creduto e credono nella contraddizione di classe tra i governi americano-occidentali e quelli russo-orientali. Che succede qui? In America, esponenti del governo ammettono apertamente l’esigenza dell’allentamento dei vincoli imposti negli anni passati, e propriamente durante la guerra di Corea al commercio tra l’Est e Ovest. Il rapporto Randall (reso pubblico nello scorso gennaio) avanzava le prime caute ammissioni del mutato indirizzo di commercio estero del governo di Washington, che si spiegavano da sé tenute presenti le note condizioni di «recessione» (leggi: mancanza di smercio) della produzione americana. Poi sono venute altre precisazioni di fonte governativa. Recentemente, Stassen, che detiene la carica della F.O.A., cioè dell’organismo americano che ha sostituito l’E.R.P. e la M.S.A., è ritornato sull’argomento, incitando gli esportatori americani ad approfittare delle nuove direttive adottate a Londra, nei colloqui anglo-franco-americani, in materia di politica commerciale con l’Est.
Che significa dunque la rinnovata offensiva psicologica degli Stati Uniti, basata sul terrore della bomba H? Può darsi che significhi questo: per le esigenze delle rispettive economie, entrambe fondate sul mercantilismo capitalista, Stati Uniti e satelliti atlantici da una parte e Russia e satelliti orientali dall’altra parte, hanno improrogabile bisogno di scambiare merci: hanno quindi necessità di tregua politica e diplomatica. Dubitarne non si può, visto che la Russia, pur di raggiungere l’agognata intesa con gli Stati Uniti, non ha esitato ad offrirsi di entrare nella coalizione militare del Patto del Nord-Atlantico. Ma se distensione e associazione (a delinquere) internazionale deve esserci, a scorno di tutto quanto è stato detto e fatto durante la cosiddetta guerra fredda, la quale se fate bene i conti vedrete che è costata milioni e milioni di morti: se gli antichi amori tra americani e russi debbono rinverdire, ciò non può accadere in maniera che emerga la necessità economica, di fronte alla quale gli stessi padreterni atomici del Pentagono nulla possono. Ah no! Se i giovani di Washington, di Mosca di Londra perverranno a intrecciare le antiche relazioni dell’epoca dell’alleanza antihitleriana, pappandosi di amore e di accordo il pianeta, ciò dovrà apparire come una grazia elargita dai Governi, come una volontaria menomazione delle loro capacità di espansione nel mondo, cristianamente accettata per risparmiare ai popoli gli orrori della guerra atomica, descritta con così enorme abbondanza di particolari dalla stampa americana…
Molte apparenti stranezze e contraddizioni della politica americana si spiegano chiaramente con un altro non meno valido criterio, e cioè tenendo presente che, se unico è l’interesse di classe degli Stati di fronte al proletariato, differenti e contrastanti sono gli interessi particolari sorgenti sul terreno della concorrenza commerciale internazionale.
Fino ad oggi, le misure restrittive sugli scambi commerciali con l’Est, apertamente imposte dagli Stati Uniti, hanno contenuto e compresso le spinte antagonistiche esistenti nel commercio estero degli Stati occidentali altamente industrializzati. Ma che avverrà se la famosa legge Battle ed il COCOM saranno abrogati ed il commercio con l’Est liberato dagli attuali controlli? Non occorre essere profeti per prevedere che gli Stati Uniti dovranno, per conservare il predominio imperialistico, fare duramente pesare sugli alleati la loro schiacciante superiorità economica. Più verosimilmente, si premureranno di precederli nella corsa all’accaparramento dei mercati orientali (Russia, Cina, Stati dell’Europa orientale, Corea del Nord, ecc.).
È chiaro a tutti come l’Inghilterra morda il freno imposto alla espansione commerciale con l’Est. Il riconoscimento del governo di Mao-tse-tung, la riluttanza mostrata nell’intervento nella guerra di Corea, i disperati sforzi sostenuti da Churchill per ottenere incontri e conferenze tra i Grandi, e, da ultimo, la spedizione a Mosca degli affaristi britannici in cerca di commesse industriali, stanno a provarlo. Dietro il governo di Churchill, come dietro le commedie parlamentari dei laburisti, che ora biasimano gli esperimenti atomici statunitensi, dimenticando di essere stati i realizzatori dell’industria atomica in patria, stanno i banchieri della City, bramosi di pascolare, come ai bei tempi passati, sui mercati asiatici. Ma dietro il Dipartimento di Stato e il Pentagono stanno in agguato le molto più agguerrite bande di predoni dei plutocrati di Wall Street, ben decisi a conservare ed estendere la supremazia imperialistica conquistata con la seconda guerra mondiale.
Liberare dalle pastoie il commercio con l’Est! è il grido che infiamma i cuori della borghesia internazionale. Ma, a chi dovrà toccare la parte del leone nel banchetto di ordinazioni, di prestiti, di compravendita? e chi dovrà contentarsi delle briciole? Ecco il problema. E trattandosi di un problema politico, esso non potrà essere risolto che sul piano della forza.
Allora si spiegano benissimo le apparenti contraddizioni dell’atteggiamento del governo americano che mentre fa circolare negli uffici del Dipartimento del commercio con l’estero progetti e studi sulla ripresa in grande stile dei traffici Est-Ovest, fa stendere al Dipartimento di Stato e al Pentagono le linee direttrici del «New Look», cioè della nuova strategia fondata sulla rappresaglia atomica immediata, effettuata senza preavviso agli alleati. Allora si spiega il perché dell’accompagnare il «Rapporto Randall» e i colloqui commerciali fra Churchill e Stassen con l’intensificazione isterica del terrorismo atomico e con l’inasprimento – all’interno – della inquisizione maccartysta. Si spiega infine l’enigma della minaccia americana di internazionalizzare il conflitto in Indocina, mentre si avvicina la conferenza di Ginevra per i problemi dell’Asia, fissata com’è noto per il prossimo 26 aprile. Il ricatto imposto dagli Stati Uniti alla Russia e agli stessi alleati atlantici, non è stato mai così palese come oggi.
Il governo di Washington, eseguendo il comando della plutocrazia imperialista, sta intimando ad alleati e rivali di acconciarsi al suo predominio, nella svolta che si va preparando, pena il ritorno alla politica del conflitto periferico. Ma un inasprimento della guerra fredda e i tremendi sforzi che essa comporterebbe, potrebbero costare all’Inghilterra un ulteriore rovinoso indebolimento ed il definitivo smembramento del Commonwealth. Non sono riusciti gli Stati Uniti ad escludere, l’anno scorso, l’Inghilterra dal patto ANZUS, stipulato con Australia e Nuova Zelanda? La Francia che non è capace da sola di condurre la guerra in Indocina, quasi sicuramente perderebbe, in una eventuale ondata di bellicismo americano, i protettorati del Nord Africa (Algeria, Tunisia, Marocco) ove già gli Stati Uniti possiedono importanti basi aeree, arraffate durante la guerra di Corea, e vi godono sotterranee influenze politiche. La Germania, benché il governo di Adenauer sbandieri un atteggiamento oltranzista nei riguardi di Mosca, vedrebbe sfumare la non riposta speranza di pervenire alla riunificazione nazionale e alla riconquista dei mercati dell’Europa orientale, così amaramente rimpianti dai capitalisti tedeschi. E la Russia, la Cina, le democrazie popolari? Che hanno da attendersi da un eventuale irrigidimento della situazione internazionale?
Stando alle accademie pacifiste di Molotov, la Russia perseguirebbe la fine della tensione internazionale e il ristabilimento dei traffici commerciali Est-Ovest soltanto per amore della pace e per orrore della guerra atomica. Sappiamo che pensare del pacifismo russo. Uno Stato che ha raggiunto un tale livello di industrializzazione da scendere sul mercato mondiale a caccia di sbocchi (e abbiamo forniti decisivi dati al riguardo nell’articolo «La Russia a caccia di mercati esteri» nel n. 6) non può pretendere di godere della fama di grande potenza industriale e nello stesso tempo aspirare al primato di Stato-guida del pacifismo. I governi – e quello di Mosca ne è certamente uno – che tendono a procurare alla propria industria una vasta clientela internazionale, sottraendola magari a potenze esportatrici già piazzate, non possono parlare di pace che a puro scopo di demagogia. La guerra delle armi è solo la continuazione della guerra delle merci. Del resto (non sono merci le stesse armi?) mente alle leggi dell’accumulazione capitalistica. Le esigenze tiranniche dell’industria pesante e degli armamenti furono esaltate fino al parossismo, a scapito della produzione dei beni di consumo, cioè furono soddisfatte attraverso un feroce sfruttamento della forza-lavoro salariata. Andando al potere il governo Malenkov ha ereditata una situazione difficile. La piccola e media industria, da cui la popolazione dei paesi civili trae i mezzi di abbigliamento e di arredamento, sono rimaste notevolmente indietro. L’agricoltura ancora di più. Ciò non lo immaginiamo, né lo deduciamo dai soliti libri sensazionali alla Kravcenko. Ciò è detto, invece, senza perifrasi nel rapporto letto da Kruščëv al Comitato Centrale del P.C.U.S. nel settembre dello scorso anno (vedi l’Unità del 19-9-1953) da noi commentato a varie riprese. La recente decisione del Cremlino di porre a coltura una enorme estensione di 13 milioni di ettari, prova che i piani di industrializzazione hanno ignorato deliberatamente l’incremento della popolazione e l’accresciuto bisogno di pane per cui le stesse esportazioni di grano russo sono in pericolo continuando l’attuale corso economico. È chiaro, dunque, che un ulteriore irrigidimento della tensione internazionale, costringendo il governo di Mosca a fermare l’odierno piano di incremento dell’industria leggera e della produzione agraria e a buttarsi a corpo morto nella produzione di armamenti, aggraverebbe ancora più i pericolosi squilibri produttivi, col risultato che le basi sociali dello Stato ne rimarrebbero indebolite. Tale alternativa non si trova, ovviamente, nel rapporto Kruščëv. Ma la brutale soppressione di Beria e dei suoi amici basta a tradire le profonde preoccupazioni dei governanti del Cremlino.
Se a Mosca comandasse un governo rivoluzionario, e in quanto tale nemico mortale dell’imperialismo, il governo dei plutocrati americani non esiterebbe, potendolo, a causarne la rovina. Ma a Washington conviene che crolli quel grande pilastro della conservazione borghese, che è il governo di Mosca? Certamente no. Pur non rinunciando per un solo istante alla supremazia assoluta di primo Stato dell’imperialismo e della controrivoluzione, gli Stati Uniti possono permettersi di somministrare ossigeno al Governo Malenkov, nonostante lo spaventapasseri del Cominform, nonostante le frenetiche quanto bluffistiche campagne della Pravda. Lo possono, perché dispongono di mezzi di coazione altrettanto potenti quanto la rivolta antigovernativa, e molto meglio controllabili. Quali? I mezzi economici, che permettono di affittare governi, parlamenti e stati maggiori lasciando intatte le parvenze di indipendenza. I capi del governo di Mosca ben lo sanno, ma al tremendo pericolo di vedere sgretolarsi l’edificio sociale e politico per il fallimento dei piani di industrializzazione sono costretti a reagire in un solo modo: mendicando l’accordo politico con gli Stati Uniti, allo scopo di riottenerne l’assistenza economica goduta durante gli anni di guerra e interrotta dal sopravvenire della guerra fredda. Forse che offrendosi di fare parte del Patto Atlantico non hanno mostrato di pagare qualunque prezzo l’America richieda per i suoi «aiuti» economici? A tanto è arrivato un governo che si autodefinisce comunista, il quale ha amministrato la produzione sociale in modo che oggi è in grado magari di esportare automobili, mentre le masse lavoratrici delle città rischiano di rimanere senza pane! E per allontanare questo spettro, deve buttarsi, ad onta delle povere filippiche contro il maccartismo, ai piedi dei briganti di Wall Street!…
A che serve un Comet?
La distruzione del Comet «Yoke Yoke» della Compagnia aerea BOAC, scomparso nel Mar Tirreno, all’altezza di Paola, ha gettato nella costernazione la stampa e gli ambienti governativi di Londra. L’incidente è il terzo accaduto ai Comet usciti dalle fabbriche della «De Havilland Aircraft Company»: tre mesi or sono, al largo dell’isola d’Elba, si inabissò in mare un altro turboreattore della British Overseas Airways Company (BOAC); il 2 maggio 1953 a Bombay si registrò analogo disastro.
Il presidente della BOAC, Miles Thomas, alla conferenza stampa tenuta poco dopo l’arrivo della luttuosa notizia, ammetteva che i «Comet» della compagnia dopo il disastro dell’Elba, costato la vita a 35 persone, erano stati sottoposti a rigorosa revisione tecnica e riammessi in servizio con la piena approvazione del Governo. Tali notizie facevano dilagare nella stampa londinese, estremamente sensibile a tutto ciò che possa ledere il prestigio dell’aeronautica britannica, la sinistra ipotesi del sabotaggio.
Per quanto conosciamo la mancanza di scrupoli delle società capitalistiche, ammettiamo che la BOAC e la stampa inglese gridante al sabotaggio abbiano sinceramente compianto le vittime del disastro. Ma è pure vero che un Comet costa 500.000 sterline, cioè più di 800 milioni di lire. Non basta. La società De Havilland aveva in costruzione 45 Comet per conto di compagnie aeree nazionali e straniere; la sospensione delle ordinazioni causerà la perdita di circa 50 miliardi di lire. Ma quel che conta di più è l’enorme scadimento di prestigio arrecato all’aeronautica inglese dalla impressionante serie di disastri. Allora si comprende come una disgrazia occorsa ad una compagnia privata diventi un lutto nazionale.
Alla notizia del disastro, il Governo di Londra faceva il diavolo a quattro: il Ministro della Difesa mobilitava i migliori esperti per mandarli sul luogo del disastro, il Ministro dei Trasporti si levava a parlare ai Comuni, rinunciando all’uopo al suo viaggio in Canada, e, dopo aver espresso la «profonda simpatia» dell’Inghilterra per la compagnia aerea cui apparteneva il Comet, annunziava di aver disposto un’inchiesta ufficiale.
Conosciamo troppo bene il Governo di S. M. britannica per ritenerlo capace di commuoversi per un centinaio di vittime. Gli è che i turboreattori «Comet» della «De Havilland» sono l’orgoglio del nazionalismo e del residuo imperialismo di Gran Bretagna. L’ex regina dei mari, cacciata da tutti gli oceani, tenta disperatamente di cercarsi un trono di ricambio nella stratosfera, aspirando al primato mondiale in materia di tecnica aeronautica. A mala pena i boriosi discendenti di Clive e di Cecil Rhodes nascondono la feroce gelosia che loro ispirano i cugini americani: conquistare la supremazia nella costruzione aeronautica (si dice che in fatto di missili Londra sia tecnicamente più avanti di Washington) significa per i nostalgici dell’«Union Jack» riguadagnare il terreno perduto. Perciò, ogni «Comet» caduto ha fatto spasimare i cuori della borghesia inglese.
Non vale neppure la pena di dirlo, nel trambusto sollevato nella stampa nessuno si è domandato a che diavolo servano giganti dell’aria come i «Comet». Che non se lo domandino la BOAC e la De Havilland è più che ovvio; che non se lo chieda il governo, idem. Ma possono, e devono, domandarselo gli eserciti di operai e di tecnici che vedono immense ricchezze, capaci poniamo di trasformare in eden intere regioni desertiche, trasformarsi in turboreattori «Comet». A che serve, dunque, un Comet oltre che a realizzare utili aziendali immensi e rafforzare il prestigio militare dello Stato? Forse solo alle faccende amorose di tipi alla Frank Sinatra che hanno il lavoro a Hollywood e la moglie a Roma…
Una farsa e due attori comici
«Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Parole di Marx.
La situazione italiana è una situazione di farsa, e di una farsa recitata in commovente solidarietà e parallelismo da due attori-comici, non da uno solo come nel caso di Napoleone il Piccolo. Dall’alto della poltrona presidenziale e della sua superiore illuminazione cristiana, Scelba offre alle potenze del bene – leggi le potenze atlantiche – le sgangherate forze dello Stato nazionale italiano: l’offerta dell’olocausto ha i toni mistici del crociato in partenza per la Terra Santa, ma ahimè, anche con la… casa per tutti e le molteplici provvidenze fiscali, assistenziali e sociali di cui il programma governativo ci delizia, il crociato rischia di apparire, sulla scena mondiale, un povero Guerrin Meschino senza neppure le «pezze per i piè». Dall’alto del suo baldacchino di Migliore del Comitato Centrale, Togliatti si contorce fra gli spasimi della sua tormentata coscienza di uomo ansioso delle sorti della civiltà e della pace, ed è pronto ad immolarsi perché il crollo del mondo civile e della stessa vita non abbia ad avverarsi, è pronto ad abbracciare chiunque arda della stessa nobile fiamma di amor cristiano. Ahimè, il crociato rischia, anche qui, di attingere l’acqua con l’elmo bucato di Guerrin Meschino.
C’è veramente qualcosa di cinicamente farsesco, in questa concorrenza nella retorica umanitaria, da parte di uomini che sono stati gli araldi della guerra più recente e di una ricostruzione del mondo i cui frutti sono armi mille volte più distruttive di quelle di Hitler e una dominazione mondiale che non ha avuto bisogno né di Anschluss né di Gleichschaltung per erigersi sulle proprie basi! Coloro che hanno inneggiato alla «guerra di liberazione» sarebbero oggi gli araldi di una redenzione del mondo dalla vantata liberazione coi suoi frutti di tosco? Non scherziamo: sono gli araldi di una nuova «liberazione», cioè appunto dell’ennesima guerra, o di un’ennesima pacificazione imperialistica pari nei suoi effetti vicini e lontani al più sanguinoso dei macelli. Lo sono tanto, che Togliatti è pronto ad abbracciare Pella – cioè il nostalgico della passerella verso i neofascisti – perché avrebbe tentato «di impostare in qualche modo una politica nuova (!) nei confronti delle grandi Potenze imperialistiche che hanno spadroneggiato in Italia sotto De Gasperi» – cioè una politica, aggiungiamo noi, di rodomontate nazionalistiche, di sacri confini, di retorica irredentista, per tacere il resto. E i colleghi francesi di Togliatti inneggiano a Juin e De Gaulle per una ragione affine, e tutti insieme tendono la mano ai «cattolici sinceri», ai praticanti leali… del Vangelo, così come Scelba sarebbe pronto a buttare a mare inconsistenti riserve religiose o politiche e ad abbracciare tre volte Togliatti se – come può sempre avvenire – lasciasse cadere il suo anti-atlantismo. Le differenze di programma sfumano, in tutta questa banalissima farsa: la linea di divisione segue il piano dell’imperialismo, non quello dell’ideologia, e mai quello della classe.
Grottesco il gioco del crociato dell’atlantismo, grottesco quello del crociato del pacifismo. Possa il proletariato cercare lo scandalo non nelle aule giudiziarie e nelle cronache dei giornali a sensazione, ma nel baraccone di Montecitorio e nei suoi partiti!
"Oro di Mosca" made in Italy
Un articolo del 24 Ore, il portavoce del capitalismo lombardo, ha detto la parola degli industriali e degli esportatori settentrionali nella polemica sul finanziamento del P.C.I. Coloro – e in Italia sono milioni – che credono di aver capito tutto, considerando il P.C.I. e gli industriali come nemici mortali, se avessero letto la brusca presa di posizione del 24 Ore, comincerebbero ad aprire gli occhi. La parola detta dagli industriali è a favore del P.C.I.
Riassumiamo anzitutto i fatti. Le presunte rivelazioni sulle attività del P.C.I. (quando noi svelavamo negli anni passati i sotterranei legami affaristici tra non poche ditte esportatrici di Milano e Torino e Genova e gli uffici commerciali controllati dal P.C.I., la stampa di lor signori fingeva di ignorare completamente i fatti) hanno cominciato a piovere dal momento della pubblicazione sul Borghese del famoso «Rapporto sul comunismo in Italia» che ebbe, nello scorso febbraio, l’effetto non nuovo di coalizzare P.C.I. e D.C., gli ex soci del Tripartito, contro le accuse di affarismo. La stampa fiancheggiatrice del governo riprese l’argomento, e lo stesso Scelba, presentando il governo al Parlamento, confermava gli addebiti mossi al P.C.I. Più tardi, compariva sull’Europeo, il periodico a rotocalco stampato dall’editore Rizzoli, caro amico di Pietro Nenni, una riproduzione di un discorso pronunciato il 5 gennaio in America, ad un convegno di giornalisti, dall’ambasciatrice Clara Boothe Luce, in cui l’intrigante diplomatica metteva al corrente i propri connazionali delle tresche affaristiche che gli industriali italiani intrattengono con il P.C.I.
L’Europeo, condividendo stranamente le indignazioni a freddo dell’Unità e dell’Avanti! per le «intromissioni dell’ambasciatrice degli Stati Uniti», non negava il fatto delle cointeressenze indirette del P.C.I. nei traffici commerciali con i paesi del blocco russo, ma si prendeva beffe delle cifre messe in circolazione dal Borghese, dalla Luce e, infine, dello stesso Scelba, che si aggiravano, come è noto, sui 25-30 miliardi di lire all’anno. Per l’Europeo le provvigioni che il P.C.I. riscuote, tramite società di comodo che praticano il monopolio delle rappresentanze delle ditte italiane che esportano nei paesi del blocco russo, assommerebbero, sì e no, a 4 miliardi di lire all’anno.
Mancava, in materia, il parere degli industriali interessati, di quelli che sborsano fior di quattrini agli emissari camuffati del P.C.I. In verità, gli americani, se si considerano le alte lamentazioni fatte, dopo il 7 giugno, sugli sperperi degli aiuti americani al governo di Roma, e se si sa leggere tra le righe del discorso dell’ambasciatrice Luce, temono fortemente che le laute provvigioni incassate dal P.C.I., abbiano lontana origine statunitense. È notevole che dall’avvento di Scelba alla Presidenza del Consiglio accade spesso di leggere sulla stampa filo-governativa aspri attacchi alle compiacenze borghesi, dell’alta borghesia affaristica, verso il P.C.I. Recentemente, il solito Europeo ha commentato in termini addirittura offensivi una lettera di Indro Montanelli, nella quale lo scrivente ribadiva le sue accuse di collaborazionismo e complicità capitalistiche con il socialcomunismo, formulate, con il solito sensazionalismo, in un’«inchiesta giornalistica» pubblicata da Epoca sotto il vistoso titolo «Processo alla borghesia». Ma si tratti di lire o di dollari cambiati in lire, poco importa.
Il Borghese, Il Tempo, l’Europeo, Epoca, portavoci dei più genuini interessi borghesi, si azzuffano rinfacciandosi reciprocamente di «debolezze colpose verso il comunismo» e «cupidigia di servilismo verso gli Stati Uniti»! L’Europeo arrivava addirittura ad accusare Indro Montanelli di considerare l’Italia «un protettorato degli Stati Uniti». Polemica infra-borghese altamente significativa, perché dimostra che scegliere tra l’America e la Russia è un problema interno della borghesia! Fenomeno non nuovo in Italia, che, all’epoca della prima guerra mondiale, si divise nei partiti borghesi degli interventisti a favore dell’Intesa e dei neutralisti, e, durante la seconda guerra, ripetette il gioco nelle forme della vuota opposizione fascismo-antifascismo. Borghesi «filocomunisti», cioè filorussi, in Italia, sono schiere.
La parola, dicevamo, degli industriali lombardi è arrivata a favore del P.C.I. I ricchi borghesi, gli affaristi, gli speculatori, i banchieri, dell’Italia Settentrionale, quelli che l’Unità definisce «monopolisti e pescecani», hanno deposto a favore del P.C.I., nel «processo alla borghesia». Cosa scriveva il 24 Ore?
Fatto sintomatico. Il 24 Ore ha seguito lo stesso metodo dell’Europeo, cioè non ha smentito che il P.C.I. ricavi utili dai traffici Est-Ovest, ma ha cercato di minimizzare le cifre degli incassi. Non per nulla il multimiliardario editore Rizzoli è fratello di classe dei finanziatori del 24 Ore… Ma conviene riportare qualche passo dell’interessante articolo.
Il fondo del 24 Ore si faceva eco della notizia che il Ministero del Commercio estero «sta ponendo in atto, nei confronti di un notevole gruppo di aziende, che hanno sempre commerciato con i Paesi di oltre cortina, una serie di divieti o per meglio dire di controlli speciali, oppure di rallentamenti burocratici, praticamente destinati a frenare, per non dire arrestare i flussi di scambio oriente-occidente». Quale luttuosa notizia! Immaginatevi i gridi di dolore degli esportatori di Milano, Torino e Genova, cioè i padroni del 24 Ore! Costoro sanno benissimo che una cosa sono gli interessi della classe operaia italiana, un’altra del tutto opposta gli scambi Est-Ovest. Apriti cielo! I borghesi filorussi si sono domandati angosciosamente se non stava per trionfare la corrente oltranzista antirussa rappresentata ideologicamente dai Longanesi, dai Mondadori, dai Montanelli, dai Malaparte, dagli Ansaldo, dagli Angiolillo! Recentemente Il Borghese non ha forse stigmatizzato il comportamento di Marzotto, che, come è noto, vende tessili ai russi?…
«In qualche ambiente – scriveva allarmatissimo il 24 Ore – si afferma che le misure del Ministero del Commercio con l’Estero siano ispirate dal Ministero dell’Interno preoccupato dal fatto che talune organizzazioni politiche (quale tatto, per non dire P.C.I.!) potrebbero trarre qualche (sic!) beneficio dal mantenimento od anche dall’allargamento di questi traffici. Quando ci si incammina su questa strada, i miliardi fanno presto a scorrere. Tanto è vero che alcuni giornali (cioè tutti i giornali e le pubblicazioni governativi e atlantici!) hanno parlato persino di decine di miliardi di utili di intermediazione.
«Non è nostra intenzione – continuava il 24 Ore ormai lanciato nella difesa d’ufficio delle attività commerciali del P.C.I. – non è nostra intenzione entrare nel merito dell’attendibilità delle affermazioni in parola. Le esportazioni italiane verso i paesi di oltre cortina (esclusa la Jugoslavia) nel 1953 sono state di circa 25 miliardi, in gran parte effettuate direttamente da grandi aziende produttrici, comprese quelle controllate dallo Stato. Non si comprende quindi come da un così modesto traffico possano saltare fuori le decine di miliardi di mediazione a favore di alcune organizzazioni di partito». Il fondo terminava con una presa di posizione apolitica e, quel che più conta per gli esportatori lombardi, con l’allarmante prefigurazione degli ingenti danni che potrebbero derivare al commercio estero da una politica «vessatoria» verso gli esportatori che vendono sui mercati di oltre cortina. Nella chiusa si minacciava addirittura di citare il Governo per risarcimento dei danni!
Ah! se l’Unità avesse potuto rifarsi all’articolo del 24 Ore! Ma il P.C.I. non può ammettere di fronte al suo elettorato operaio di godere, nella polemica accesasi nella stampa borghese sul finanziamento del P.C.I., l’appoggio della plutocrazia capitalistica. Non può, pena sonori fiaschi alle elezioni delle Commissioni Interne nelle fabbriche, confessare che l’alto capitalismo esportatore è disposto, pur di vendere merci alla Russia, alla Cecoslovacchia, alla Polonia, ecc., a versare forti tangenti, pingui provvigioni nelle casse di società commerciali controllate dal P.C.I. Lo ammettesse apertamente, si decidesse a riconoscere di essere – come è – un partito ultraborghese coccolato dagli industriali, riuscirebbe forse a raggranellare più voti borghesi, ma subirebbe sicuramente tremende falcidie nel bottino di schede operaie. Allora, l’Unità deve tacere, far finta di non aver sentita l’arringa che il 24 Ore ha pronunciato a sua difesa. Ma il gioco avrà pur fine un giorno…
Un quesito sorge spontaneo: perché solo adesso il Governo e l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma tirano fuori «rivelazioni» sulle complicità di certa grassa borghesia italiana con il P.C.I.? Il Borghese ha pubblicato nel «Rapporto sul comunismo» (lo chiamano così, lo stalinismo, nello stesso momento che ne dimostrano la natura e le finalità borghesi!) una lunga sequela di società commerciali del «triangolo industriale», legate al P.C.I. alle cui casse versano gli introiti. Perché Il Borghese non ha svolto il suo minuzioso lavoro di ricerche e di demagogiche denunce fin dal 1947, anno in cui la Direzione del P.C.I. diede impulso alla costituzione di società di paglia? Facile rispondere: nel 1947, come prima, come subito dopo, il P.C.I. svolgeva la forzaiola politica di soffocamento delle agitazioni operaie che ben conosciamo. Ricostruito l’apparato dello Stato e rimessa in attività la macchina produttiva, il P.C.I. è oggi invitato a tirarsi indietro. Fate pure – dicono gli industriali del Nord ai politicanti di Roma – ma a condizione che ci garantiate la continuazione dei traffici con l’Est. La polemica è in pieno svolgimento. Ci ritorneremo sopra.
Per quanto riguarda il nostro apprezzamento sul problema del finanziamento del partito dall’estero ci basterà ricordare che quando esisteva in Italia un Partito comunista, un pubblico comunicato del Comitato Centrale proclamò che la Sezione Italiana dell’Internazionale Comunista, mentre curava la rimessa a Mosca di una piccola aliquota sulle tessere dei compagni, riceveva somme molto superiori come aiuto dal Centro dell’Internazionale comunista, cui i maggiori contributi venivano dal partito fratello di Russia. Non solo fu dichiarato questo apertamente, ma è da notare che nello stesso processo contro i comunisti del 1923 la magistratura non riuscì ad incriminare un simile rapporto di fronte all’argomento che infinite organizzazioni internazionali si finanziano attraverso tutte le frontiere per scopi paralleli.
Se quindi vi fosse in Italia un partito rivoluzionario, nulla di meglio e di più desiderabile che far venire soldi per l’organizzazione del movimento diretto a far saltare il potere della borghesia italiana. Non occorre dire che cosa resta togliendo i «se»: una multicolore gamma di movimenti mantenuti.
L’infezione laburista
Con malcelato compiacimento, la nostra stampa ha segnalato l’evoluzione che si va profilando nella socialdemocrazia tedesca, e di cui d’altra parte c’informa anche la stampa socialista indipendente della Germania occidentale e di Berlino. Intendiamoci: la socialdemocrazia ha ben poco da perdere del suo patrimonio «marxista», perché non ne ha conservato che i lembi di un involucro morto. Ma quello che sta verificandosi è un passo avanti sulla via della degenerazione, e questo passo avanti glielo ha indicato il laburismo inglese, la più aggiornata versione non diciamo neppure più dell’opportunismo, ma dell’aperto passaggio al servizio del regime borghese. Evidentemente, il regime di occupazione anglo-americano ha dato i suoi frutti.
Che cosa è dunque successo? Un gruppo di giovani socialdemocratici (di giovani, si badi bene!) di Colonia e di Berlino ha proposto un «aggiornamento» del programma del Partito che, come avviene per tutte le proposte degli innovatori ed aggiornatori, si risolve nell’accettazione del più rancido patrimonio ideologico borghese. In sostanza, si tratterebbe di buttare a mare anche l’ultimo vestigio di ideologia di classe, di ogni programma marxista, e di tutto l’armamentario di simboli e metodi di lotta che ancora vi si ricollega. Un socialismo, si è detto, senza bandiera rossa; un socialismo che, rinunciando ad ogni finalità eversiva del regime borghese, avrebbe come pilastri di teoria e di azione la «libertà personale, il miglioramento del benessere generale e la sicurezza sociale», e in cui il Partito sarebbe – come del resto è già in campo non solo socialdemocratico ma anche staliniano – il mediatore delle più diverse categorie sociali, un partito interclassista, di centro, «popolare» ed essenzialmente democratico, non materialista e marxista ma «umanista». La stessa relazione ufficiale della direzione socialdemocratica tedesca sottolinea che la sola premessa necessaria per essere socialisti è quella di essere convinti «della provvisorietà e dell’insufficienza di ogni ordinamento umano e lottare per l’avvento di un ordine che si avvicini il più possibile alla giustizia». Chi abbia letto i Nuovi Saggi Fabiani editi dai laburisti noterà che il programma è lo stesso: il fondamentale scetticismo ideologico, l’abbandono di ogni visione generale del mondo e della storia, la rinuncia ad ogni postulazione di classe, perfino la rivendicazione della «stretta concordanza fra l’idea morale del cristianesimo e il socialismo», infine il pieno inquadramento in una politica che è di addolcimento dei conflitti interni del capitalismo e di riforma blanda, pacifica, amministrativa, del regime del profitto. Tutto il resto non è che una conseguenza di questa premessa: piani di cogestione, struttura allentata del partito, indipendenza del gruppo parlamentare, rivalutazione delle «personalità», ecc.
Per parte nostra, dobbiamo francamente dire che preferiamo questa aperta dichiarazione di rinuncia ad ogni ideologia di classe e ad ogni impostazione marxista delle lotte operaie all’intruglio indigesto e gesuiticamente ipocrita che ancora ci presentano socialdemocratici «storici» e stalinisti di tutte le cotte. Meglio che chi ha messo in soffitta il marxismo e stracciato la bandiera rossa a favore della bandiera nazionale si presenti a viso aperto alla classe operaia, si mostri per quello che è, e non imbrogli con una merce di contrabbando chi ancora segue, per abitudine o per inerzia o perché rappresentano l’organizzazione più forte, i partiti degeneri del movimento proletario. Portino a fondo la loro esperienza, questi liquidatori della lotta di classe; in definitiva, liquideranno soltanto se stessi.
Mondo capitalista
Sul Tempo del 25-2-1954, Lamberti-Sorrentino: «Ho trovato “Slot-machines” nel Nevada anche negli uffici pubblici. Queste “Slot-machines” sono il più sporco e apparentemente innocuo gioco d’azzardo che sia dato incontrare sulla terra. Ogni gioco d’azzardo riserva al biscazziere una percentuale delle somme esposte dal giocatore che si chiama “cagnotte”. Nelle comuni bische italiane la “cagnotte” massima è del 10 per cento. Le “Slot-machines” sono costruite in modo da prelevare al giocatore il 25 per cento di quanto punta, e persino il 40 e il 50 per cento. Nessuno sfugge alle “Slot-machines”».
Tutta la società capitalistica è una «sporca» e «pubblica» slot-machine. È il fine che conta: vuotare le tasche del prossimo, che per la classe dominante – cristiana e cattolica – è tout le monde. Scandali valutari, traffico di licenze, di stupefacenti e di donne, e normale estorsione di pluslavoro sono altrettanti giochi con «cagnotte» per il biscazziere.
Mai la merce sfamerà l'uomo
Tendenti al mercantilismo
Tutto il nostro sforzo, per quello che vale, è volto a far risaltare che la presente “serie” sulla questione agraria mira a dar luce alle questioni basali, centrali, essenziali della teoria comunista, identica col programma sociale comunista. Che non si tratta di un’esposizione diffusa, di una descrizione in dettaglio, di una analisi approfondita delle minuzie per un settore preso come isolato dagli altri, in cui si voglia particolarmente erudirsi. Non abbiamo prescelta una disciplina, una materia come dicono a scuola, su cui dopo digerito tutto lo zibaldone siate chiamati a dare l’esame; il che significa acquisto del legale diritto di non tirarne più, vita natural durante, il succo vitale.
Tale diritto vi contestiamo, dichiarandovi con rammarico che la conquista del risultato completamente vivo e, nel senso non da buffoni, politico ed attuale (attuale per noi è il risultato in quanto, fondato poderosamente sui passati fatti, pretende di contenere audacemente i fatti futuri) non è possibile senza aver digeste le masse di dati, numeri, relazioni, formule e considerazioni che vi si arrecano.
Senza la teoria della questione agraria e della rendita fondiaria non è dato afferrare quel punto, a cui si riduce tutta la resistenza contro le degenerazioni dal marxismo, che premono in soffocanti volumi da tutti i lati.
La dottrina della rendita conduce direttamente alla condanna del mercantilismo, della distribuzione secondo scambi di equivalenti, che sola lascia afferrare quale è la vera e sola istanza, la rivendicazione una ed unitaria della rivoluzione comunista e del suo partito di classe.
La dottrina della rendita è indispensabile per giungere alla condanna senza attenuanti dei postulati, di falso socialismo, consistenti nell’utopia che la miseria sociale vada eliminata attraverso una purificazione della equazione di scambio, dalla quale debba espellersi lo “sfruttamento”, la famigerata “exploitation”, riducendo a zero il termine del plusvalore; togliendo la frode dal rapporto lavoro-merce-lavoro-moneta; lasciando vivere le forme, su cui gravita la condanna del lavoro; ossia la forma-merce e la forma-moneta, dunque la forma-salario.
Non vi è altra via e soprattutto non vi è più rapida via, per sciogliere il problema storico della nostra epoca: la Russia è capitalismo non socialismo.
Non solo l’assimilazione della geniale ricerca marxista sulla rendita agraria rende chiari i continui fendenti che nelle opere di Marx colpiscono il fantasma dell’equilibrio, della proporzionalità mercantile, ma rende incontrovertibile l’altro caposaldo per cui da sempre lottiamo: la struttura essenziale e irrevisionabile del marxismo esiste integra e conforme dai primi testi come la Miseria della Filosofia del 1847, agli ultimi e postumi a Marx.
Alle citazioni che con varia ma sempre rigorosa e impeccabile forma esprimono la verità: abbattere capitalismo significa abbattere mercantilismo, siamo di continuo ritornati: è a bella posta che ogni tanto le ripetiamo, nostra sola funzione essendo di ripetitori; chi vuol più brillìo di esercizi vada altrove con dio.
Ossature maestre
Nella classica Settima Sezione del Libro Primo del Capitale è affrontato il tema dell’accumulazione del capitale con un paragrafo dal titolo lapidario: Conversione delle leggi di proprietà della produzione delle merci in leggi dell’appropriazione capitalistica.
In tale sviluppo è messo in primo piano come non si colpisca affatto il sistema della proprietà sul capitale (e della proprietà sulla terra) se non si colpisce il principio della proprietà sul prodotto e ciò (intendasi bene) anche quando vantato da chi ha dato contro di esso altro prodotto “equivalente”.
Proprio l’equivalenza, principio e norma borghese in essenza, è quella che frega la classe che lavora.
Quando mi abbiate provato che in una società la terra sia “res nullius” (cosa di nessuno) e il capitale industriale “res nullius”, non mi avete ancora affatto provato che è società socialista. Dovete prima rispondere come si attribuisce, si appropria, si distribuisce, si fa circolare, il “prodotto del lavoro” e soprattutto contro che si scambia “la forza di lavoro”.
Chi, come inavvedutamente Stalin prossimo a fine, dice: con la legge dei valori equivalenti; ha detto che la forma economica è capitalismo. Autenticità di una confessione in punto di morte.
Ripetiamo ancora che tutto questo “sta scritto” e licenziamo la banderelle di fessi che, magari anche in odio a Stalin e a stalìnidi, vorrebbero provarlo con apporti inediti, intrugliandoci le cristalline formule con ingredienti fasulli, contributi originali.
Nel ricordato paragrafo è detto:
“Ma è anche a partire da quel momento soltanto che la produzione delle merci [storicamente ben precedente al capitalismo] si generalizza, diventando forma tipica della produzione; e solo a partire da quel momento ogni prodotto viene prodotto fin da principio per la vendita, e tutta la ricchezza prodotta passa per la circolazione. Solo dove il lavoro salariato costituisce il suo fondamento, la produzione delle merci s’impone di forza alla società nel suo insieme; ed è anche solo a questo punto che essa dispiega tutte le sue potenze arcane. (…) Nella stessa misura in cui la produzione delle merci si sviluppa secondo le proprie leggi immanenti in produzione capitalistica, le sue leggi della proprietà si capovolgono in leggi dell’appropriazione capitalistica. Si ammiri la furberia [ecco il passo famoso che a Stalin contestammo] di Proudhon che vuole abolire la proprietà capitalistica facendo valere di contro ad essa… le eterne [secondo lui Proudhon!] leggi di proprietà della produzione di merci!”
Abbiamo indicato con puntini in parentesi un periodo che ora spieghiamo. Vogliamo facilitare la pigrizia di certi lettori, non truccare le citazioni.
L’economia classica borghese era da tempo arrivata al punto in cui tuttora si invischiano gli “aggiornatori” e maniaci dell’ultimo portato. (Leggi se vuoi ordinovisti, leggi se vuoi socialbarbaristi e loro flirts). Il valore di scambio di una merce non viene da sismi (terremoti o brividi) del mercato, ma dalla quantità di tempo medio di lavoro che la realizza. E va bene. Lo scambio sul mercato avviene tra merci comprate e vendute secondo la legge celeberrima: esse contengono pari tempo-lavoro. Sta bene. Ma la merce forza lavoro fa eccezione: la si paga con un valore-tempo (salario) minore di quello che fornisce al compratore.
Dunque nel pagare l’operaio si “viola” la legge dello scambio equivalente.
Di qui il solito sgarro, anche di molti socialistoidi anteriori a Proudhon: La legge degli equivalenti è naturale, eterna, giusta, bisogna solo far sì che la si estenda anche alla remunerazione in moneta del lavoro.
E Marx a dare sul duro chiodo martellate tremende (poche a tuttoggi!): proprio finché vige la legge del valore, vige l’oppressione di classe, lo sfruttamento del proletariato. E’ proprio la legge dell’equivalenza negli scambi che dobbiamo buttare giù. Socialismo non è l’equità nello scambio, ma è la distribuzione senza scambio. Chiariamo un’altra cosa: quando leggete scambio individuale non pensate subito e solo al pettegolo individuo umano al mercato, ma meglio al blocco di merce in corso di singolo scambio: ci arriverete meglio.
Ed ecco il passo sospeso: ora calza come un guanto.
“Dire che l’intervento del lavoro salariato falsifica la produzione delle merci è come dire che la produzione delle merci non si deve sviluppare se vuole rimanere genuina”.
Sono dunque connotati infallibili del capitalismo, più che l’abusata privata proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, lo scambio tra equivalenti, la produzione di merci e il conseguente sistema del salario.
Giovanili certezze
Questa critica sta tutta e con le stesse formule nell’opera del 1847 contro Proudhon. Nel 1865 Marx, richiesto di un giudizio su quell’autore in un breve testo eccezionalmente importante, condensa i termini della sua critica sul terreno filosofico, economico storico; cita brani decisivi di 18 anni prima e aggiunge: per duro che sembri questo giudizio, io mi sento obbligato di mantenerlo ancora oggi, parola per parola. E si chiamano discepoli di Marx quelli che ad ogni passo rigurgitano: non vogliamo mica ripetere le frasi di trent’anni fa…!
E’ notevole che Marx, nel fare di ulteriori scritti del Proudhon non meno recisa condanna, dà atto a costui di un coraggioso atteggiamento di fronte a Thiers dopo la controrivoluzione del giugno 1848. Ma straordinario è lo schizzo della natura del piccolo borghese, anche quando ha coraggio ed ingegno:
“Due correnti opposte, contraddittorie, dominano i suoi interessi materiali, e di conseguenza le sue opinioni religiose, scientifiche e artistiche, la sua morale, insomma tutto il suo essere. E’ la contraddizione personificata. Se oltre a questo è, come Proudhon, un uomo di spirito, saprà subito giocar di prestigio con le sue proprie contraddizione ed elaborarle, secondo le circostanze, in paradossi sorprendenti, chiassosi, talvolta brillanti. Ciarlatanismo scientifico e accomodamenti politici. Sono inseparabili da un tal punto di vista. Non resta più che un solo movente, la vanità dell’individuo, e allora, come per tutti i vanitosi, non si tratta più che dell’effetto del momento, del successo del giorno. Così si perde necessariamente anche quella semplice finezza morale che, ad esempio, preservò Rousseau da qualsiasi compromesso, anche apparente, con i poteri costituiti”.
Avanti, cacherelli soliti, potete meglio descrivere quanto avviene in questo 1954? Ammutolite dunque?
“Forse i posteri diranno, per caratterizzare questa più recente fase della storia francese, che Luigi Bonaparte è stato il suo Napoleone e Proudhon il suo Rousseau-Voltaire”.
Forse diremo, per caratterizzare questa presente fase della storia italiana, che siamo ulteriormente discesi da “Boustrapa” Ugo Montagna, da Proudhon a Gianchetti Paiarli.
Chiudiamo il nostro excursus sulla scomunica del mercantilismo con pochi brani dell’opera su Proudhon, anteriore al Manifesto.
Dicemmo altra volta che Marx cita autori precedenti al Proudhon circa l’egualitarismo sempliciotto. Già il Bray, scrivendo nel 1839, concludeva per quel contrasto tra le corrette transazioni sul mercato e quella che si fa col pagare salario all’operaio; questa era definita non solo mere farce, una pura farsa, ma legal robbery: un furto legale: prima dunque che Proudhon avesse definita un furto la proprietà.
Non dobbiamo ripetere che la critica alla proudhoniana teoria della rendita fondiaria anticipa identicamente le costruzioni posteriori da noi ampiamente sviluppate: lo abbiamo fatto nella puntata “Metafisica della terra capitale” nel n. 3 del 1954.
Dopo aver largamente citato il Bray, Marx così confuta la sua illusione che il principio dell’uguaglianza negli scambi deve condurre al lavoro universale.
“Dunque, se si suppone che tutti i membri della società siano lavoratori immediati, lo scambio di quantità eguali di ore di lavoro non è possibile se non alla condizione che sia stato convenuto in anticipo il numero delle ore che sarà necessario impiegare nella produzione materiale. Ma una simile convenzione nega lo scambio individuale”.
…Ma oggi, dice Marx, il dato storico non è il produttore immediato, bensì l’azienda capitalista.
“Quello che è oggi il risultato del capitale e della concorrenza degli operai fra loro, domani, eliminato il rapporto del lavoro col capitale, sarà il risultato di una convenzione, basata sul rapporto fra la somma delle forze produttive e la somma dei bisogni esistenti”.
Ed avete qui, al solito senza preavviso, altra definizione della società socialista.
Ancora: tale convenzione è la condanna dello scambio individuale. Leggi (ombra di Stalin): il socialismo è la condanna della legge del valore.
E questo taglierà la testa al toro:
“Alla radice, non si ha scambio dei prodotti, ma scambio dei lavori che concorrono alla produzione”. (Quel tale comunismo primitivo che con la negazione della negazione attendiamo di ritorno). Nel seguito: “E’ dal modo di scambio delle forze produttrici che dipende il modo di scambio dei prodotti. In generale, la forma dello scambio dei prodotti corrisponde alla forma della produzione. Mutate quest’ultima, e di conseguenza muterà la prima. Così, possiamo riscontrare che, nella storia della società, il modo di scambiare i prodotti viene regolato dal modo di produrli. Lo scambio individuale corrisponde pertanto a un determinato sistema di produzione, il quale a sua volta riflette l’antagonismo delle classi. Non può esistere perciò scambio individuale senza l’antagonismo delle classi”.
Parafrasi: dove troverai scambio individuale ossia legge del valore, ivi dirai: ecco il modo capitalista di produzione. Hoc feci. Questo abbiam fatto.
La teoria della rendita che consente di stabilire la formazione del prezzo di mercato del grano (delle sussistenze alimentari) permette la dimostrazione che col grandeggiare della produzione capitalista non si arriva ad alimentare la specie umana, per alto che divenga il livello delle forze produttive. Ne deriva la previsione del crollo del capitalismo. Ma la cosa importante è la dimostrazione che per aversi tale crollo, è lo scambio di mercato, colla sua legge di equivalenti, che deve crollare.
La migliore fabbrica e il peggiore terreno
Esiste una netta antitesi tra la meccanica della formazione del prezzo delle merci per i manufatti industriali e per le derrate agrarie: questo il punto. Il marxismo sa che il modo capitalistico di ottenere i manufatti ne ha ridotto e seguita a ridurne il costo, il prezzo, il valore, il tempo di produzione, utilizzando le nuove caratteristiche: la cooperazione di grandi complessi di lavoratori nella manifattura; la divisione tecnica del lavoro entro l’azienda; la divisione professionale del lavoro entro la società. A tale grandioso passo in avanti della produttività del lavoro ha corrisposto la separazione del lavoratore libero (artigiano) dalle sue condizioni di lavoro (luogo proprio, propri strumenti e materie) e la sua trasformazione in proletario. Ma è indubitato che la conseguenza sociale generale è positiva: i manufatti rappresentano oggi un tempo di lavoro molto inferiore a quello che esigevano col lavoro parcellare: per esempio il falegname doveva forse sacrificare alcune giornate della sua opera per dotare la sua bottega di una nuova sedia, ma lavorando in una manifattura di sedie con poche ore di salario riesce a comprare una sedia dal capitalista.
Di qui la innegabile legge, non capita dall’altra nostra testa di turco Lassalle, che il tenore di vita dell’operaio storicamente migliora, quanto a soddisfazione di bisogni soddisfacibili con merci manifatturate; compatibilmente anche, dopo un duro periodo iniziale, con una certa riduzione delle medie ore di lavoro.
Infatti dal momento che siano sul mercato sedie fatte dall’artigiano, a tremila lire, e sedie della fabbrica a cinquecento lire, tutte le sedie hanno il prezzo di mercato di cinquecento: anche quella dell’artigiano. Conseguenza pratica: questo serra la sua autonoma bottega e si va a vendere al cancello dell’opificio.
Così ha trionfato la legge degli equivalenti, perché due sedie della stessa forma e grandezza e materia si pagano lo stesso e dieci sedie si pagherebbero il decuplo (qui la famosa proporzionalità di Proudhon), ma proprio in virtù di essa un altro produttore libero ha dovuto cadere nella schiavitù del salario. Gli ingenui ugualitari non hanno pensato che sul terreno dell’eterna giustizia cui sono così deboli da credere, se vanno date cinquecento lire al capitalista (che non ha fatto nessuna sedia) ne andrebbero date tremila all’artigiano che vi ha sgobbato sopra più giorni.
Comunque pare assicurato il progresso civile del nostro organo sedentario, dalle nuove risorse tecniche nella fabbricazione delle sedie, che ovunque abbondano: una volta nelle campagne erano un lusso e forse ricorderete uno sketch radiofonico in cui una vecchietta ricupera penosamente quella presa dai militari di occupazione per legarvi un ribelle da fucilare
Dunque il prezzo di una sedia è quello della sedia della fabbrica migliore, in cui a pari lavoro e capitale si ottengono più sedie; e soprattutto a pari capitale variabile, investito in salari operai (alta produttività, alta composizione organica del capitale).
Il capitalismo guadagnerebbe la sua partita di presentarsi come alfiere del maggiorato benessere se provasse che questo avviene, e con ritmo di sviluppo teoricamente illimitato (crisi, guerre e altre storie a parte), anche nella produzione dell’alimento base.
Qui cascò l’asino: e Ricardo stesso, che asino non era, dovette riconoscere che nell’agricoltura il prezzo di mercato non si regola su quello della più utile azienda produttiva, bensì su quello della peggiore. La dottrina della rendita differenziale, che egli fondò, si regge sul pilastro del prezzo di vendita del grano che, anche se raccolto sui terreni migliori, si adagia su quello che si determina nel caso della meno fertile tra le terre poste a coltura.
Ciò dà al capitalista Ricardo molto fastidio. Egli ha bisogno di un basso prezzo delle derrate perché questo significa basso salario, in quanto scema per l’industriale il livello del costo di sussistenza bastevole a riprodurre la forza umana di lavoro consumata nella sua officina. Tuttavia Ricardo non trova la scappatoia di negare che il prezzo del grano non sia quello, altissimo, che corrisponde alla produzione nel caso più sfavorevole e ciò sia quando è possibile estendere su altre terre la coltura, sia quando sulle stesse si porti capitale.
C’est la faute au foncier
La via di uscita di Ricardo e dei suoi è altra. Egli attribuisce la legge del peggiore terreno all’esistenza della rendita fondiaria, del monopolio della terra da parte del giuridico proprietario e constatando che già dal suo tempo è visibile l’esaurimento delle terre libere anche oltremare, sostiene che sarà possibile, salvi al capitalista agricolo i suoi redditi normali, ridurre i prezzi del grano e di ogni derrata se si sopprime il diritto del proprietario fondiario. Egli è per la nazionalizzazione della terra: lo Stato si sostituirà ai proprietari incassando la rendita sotto forma di imposta. Ricardo che non può dire: c’est la faute à Voltaire, o è colpa del capitalismo, dice che la colpa è del proprietario fondiario.
L’analisi di Marx che abbiamo seguito mostra che non è affatto così. O lo Stato applica un’imposta proporzionale alla produttività del terreno, ossia non fa che incamerare il canone che prima ritirava il proprietario, ed allora tutti gli specchi di computo stabiliti restano identici e il prezzo del grano seguita ad essere regolato come prima.
Ma di certo Ricardo proponeva che lo Stato stabilisse una quota fissa per unità di superficie. Allora sarebbe rimasto lo stesso, per i terreni migliori rispetto al peggiore che convenga coltivare (quello che dà il solo profitto medio dopo pagata ogni spesa di coltura), quel sopraprofitto che si convertiva nella rendita padronale: lo stesso andrebbe a vantaggio dei capitalisti fittavoli e non scemerebbe il prezzo del grano.
La dimostrazione di Marx stabilisce che la rendita padronale è la manifestazione di classe del fenomeno, ma non ne è la causa. La causa sta altrove, se tra il definirsi sul mercato, dopo le solite magiche oscillazioni di offerte e domande, del prezzo delle sedie e di quello del grano, vi è una così radicale differenza. Quando nella capanna della vecchietta nascono altri nipotini mentre la sedia è quella sola, ebbene, si siederanno col culetto sul pavimento. Ma nella madia le cose andranno in modo diverso: bisognerà pure che essa contenga ogni giorno una maggiore quantità di farina.
Quando tutta la terra coltivabile è occupata e quella da tempo utilizzata è stata migliorata con apporti di capitale, non si ha dove prendere altra farina per la popolazione. Mentre per le sedie la richiesta dipende dal prezzo, cosa su cui tanto vuotamente schiamazza l’economia borghese (lo stesso mercato che assorbe mille sedie a tremila, ne assorbirà diecimila a cinquecento) per la farina la richiesta non dipende dal prezzo, ma dal numero delle bocche.
Ecco perché, come Marx dice in quelle pagine ad ogni passo: tutta la farina si paga al prezzo dell’ultimo indispensabile quintale, prodotto sul peggiore terreno.
Supponiamo che la sedia fosse indispensabile ad ogni umano, in modo che la si debba acquistare senza discutere: credete voi che l’industriale seggiolaro avrebbe scrupolo a venderla a tremila, sebbene il prezzo di produzione sia cinquecento? Giusta la santa legge dell’equivalenza potrebbe farlo: fino a che trovo chi paga tremila l’ultima sedia, non ne venderò nessuna per 2.999 e incasserò su ogni sedia 2.500 di sopraprofitto.
Basterebbe per questo che la stessa importanza del numero delle bocche fosse assunta dal numero dei…!
Ed allora la chiave del problema non è nella presenza del fondiario, bensì nella natura del bisogno umano, nel carattere dei “valori di uso” che sono di due tipi: naturali e artificiali. Il capitalismo è l’epoca della soddisfazione dei bisogni artificiali e della insoddisfazione dei naturali. Per i primi non vi sono limiti alle quantità offerte: basta aprire nuove fabbriche (in generale) e adesso per “forzare la domanda”, come trovammo detto in Marx, vi è tutta una scienza, coi suoi professori, i suoi corsi, i suoi congressi. Si tratta del marketing, dell’arte di lanciare sul mercato nuovi prodotti e trovare sempre maggior numero di consumatori e volume di piazzamento. Pubblicità e artifizi di ogni genere concorrono a far sorgere dal nulla la nuova “domanda”. Ormai nel gergo capitalista non è produttore chi si rompe le mani e il resto a mettere insieme oggetti manufatti indispensabili, ma chi suscita nuove richieste di acquisto; quella specie di ruffiano ambulante che convince a comprare colui che non ne aveva il minimo prurito, prima che gli applicassero le magiche risorse del marketing.
Per i generi alimentari di prima necessità non occorre fare opera alcuna per persuadere a desiderarli: la natura ha provveduto. La legge del valore farebbe considerare insensata l’idea: facciamo mangiare a metà e un quarto di prezzo i consumatori cui possono provvedere i terreni buoni B, C, D e a caro prezzo, pazienza, quei soli pochi che assorbono lo scarso grano del terreno A. E’ troppo ovvio e facile prenderli tutti per la gola: data la limitatezza della terra, saranno ridotti a pagare tutti lo stesso: tutti la massima quota.
Sarà compito ulteriore vedere come il mondo capitalista, avallato da non pochi stenterelli nella sua sgonfiata di produrre sempre più ed oltre ogni misura, corre in vari altri settori verso la saturazione dei campi di produzione cui attingere e verso le rendite di monopolio e la “fame di tutto”.
La produzione borghese, avviata verso la possibilità di prendere il consumatore “non de solo pane” ugualmente per la strozza, si allena in tutti i campi colla sfacciata pubblicità ed il marketing all’arte di prenderlo per il sottosedia.
La legge differenziale vige
Ma, si potrebbe dire, vige proprio questa legge così strana, su cui convennero economisti borghesi e comunisti, che il prezzo del grano è dettato dal terreno peggiore? E se Ricardo fosse stato troppo pessimista nelle sue previsioni, se non avesse fatto i conti colle moderne risorse tecniche? Le statistiche non starebbero a mostrare che ormai abbiamo anche il pane a buon mercato, non solo le pennine di acciaio e gli aghi da rammendo?
Marx e Ricardo studiavano la questione a poca distanza dall’uscita della moderna economia dal mondo feudale, nel quale si attuava un certo compenso tra la produzione rurale di alimenti e quella urbana di merci varie. La popolazione urbana ridotta costituiva una domanda quantitativamente limitata di derrate, per quanto entro i dati limiti inderogabile (al che molto provvedevano gli Stati del tempo in vista di periodi di emergenza). La popolazione rurale di norma si nutriva dei suoi stessi prodotti in giri locali, e malgrado il maggior numero, qualitativamente faceva uso ridotto di merci manufatte, le più essenziali producendole con la diffusa industria domestica.
L’avvento delle nuove forme produttive, che nell’Europa continentale coincideva circa con l’avvento delle unità nazionali e delle forme costituzionali, allargò i bisogni e il ritmo della vita, ma si rese sensibilissima l’esperienza del relativo rincaro dei generi di consumo popolare: relativo sì ma reale, ossia riferito non solo all’inflazione quasi generale delle monete, ma anche alla reale disposizione dei mezzi di acquisto, specie delle masse urbane.
Gli stessi appartenenti alla generazione degli ultimi anni del secolo scorso ricordano che i vecchi della loro infanzia, soprattutto tra la povera gente, rimpiangevano ancora come una specie di età dell’oro perduta l’epoca che aveva preceduta l’unità nazionale, soprattutto per il buon mercato delle derrate sotto il Borbone o l’austriaco. Tutta la storia economica dei primi decenni dell’Italia unita è una storia di lotte delle classi misere contro il crescere del costo della vita, i dazi sul grano, le imposte sul macinato e il farinato e altri moderni oneri che avevano sostituita la fame generale ad una perduta e sia pure esagerata nel ricordo abbondanza di alimento.
Ora la corrente opinione considera che dopo di allora tutti gli indici dei consumi anche nelle regioni arretrate siano saliti generalmente, malgrado i periodi di gravi crisi che accompagnarono le prime campagne africane e le due guerre mondiali.
Non è dunque male avere l’aria di prendere sul serio il dubbio sulla verifica contemporanea della legge del “terreno peggiore” che determina il prezzo regolatore delle derrate agricole.
Ricordiamo il procedimento seguito fin qui. Abbiamo accettato la spiegazione ricardiana che la rendita sorge da un sopraprofitto, nei terreni condotti da un’impresa a tipo capitalistico con lavoratori salariati. Tra due terreni in cui lo stesso capitale e la stessa massa di giornate-lavoro danno diverse quantità di prodotto, si hanno diversi guadagni: se in entrambi i casi il fittavolo ha lo stesso profitto (dello stesso capitale) il premio che sorge nel caso del terreno più fertile è una differenza, un sopraprofitto, che si converte in maggiore canone di affitto, in rendita versata al proprietario fondiario.
Marx chiarisce che ciò dipende dal fatto che in ambo i casi il grano è assorbito dal mercato allo stesso prezzo, ossia al prezzo di produzione che compete al minimo prodotto, per compensare: salari, capitale costante, profitto normale. Ora appena si va in un terreno migliore questo stesso prezzo di produzione, che già ha remunerato lavoratore e capitalista, si può applicare ad un prodotto in quantità cresciuta, a più misure di grano: questa la rendita differenziale.
Passando ai numeri, ogni volta che il grano aumenta di una misura sale la rendita di 60 scellini; ovvero ad ogni quintale di 8.000 lire; ovvero ad ogni due staia 12 scellini.
Ora in tutti i quadri si sono applicati prezzi di vendita calcolati sul prezzo di produzione del caso peggiore, del primo terreno, nel quale si ha il profitto giusto giusto di capitale; ma rendita, come sappiamo, zero.
Un poco di scalette
Dunque abbiamo menata per buona la “ipotesi” che viga in tutti i terreni il prezzo dato dal terreno peggiore, a gran gioia del fondiario, a gran fregatura del consumatore. Ne è seguito che la rendita segue la legge differenziale nello scatto da un terreno all’altro: ossia, dicemmo, la rendita non è in proporzione del prodotto ottenuto, bensì gli “scatti” di rendita sono in proporzione degli “scatti” ottenuti nel prodotto.
Colla forma prima, mostrammo avverarsi tale legge quando si passa da un tipo all’altro di terreno. Colla forma seconda vedemmo che lo stesso avviene se sullo stesso terreno, per potenziarlo, si investe più lavoro e più capitale. Anche in questo caso abbiamo applicato sempre il prezzo di vendita del terreno peggiore ed abbiamo visto che, qualunque effetto abbia l’apporto di capitali sulla produttività e sullo stesso prezzo generale e sociale della derrata, non solo la rendita sopravvive, ma resta valida la legge del suo “scattare” per differenze proporzionali agli “scatti” del quintalaggio ottenuto.
Ed allora, come in ogni questione scientifica, se vediamo che nell’economia agraria effettiva questo avviene, ossia si va per scatti di rendita secondo gli scatti di fertilità, avremo dimostrato che la nostra ipotesi (prezzo stabilito dal terreno peggiore) era la giusta. Così l’ipotesi di Newton sulla attrazione dei corpi celesti resta dimostrata vera dalle leggi di Keplero tratte dalla osservazione, perché da quella “supposizione” si deducono proprio quelle leggi, che di fatto seguono i pianeti muovendosi nel cielo.
Per una tale verifica e fatte le debite riserve sulla validità dei dati, vogliamo ancora una volta ricorrere alle tariffe del catasto agrario italiano, formate coi valori monetari del 1939, in quanto queste tariffe per tutta una serie di colture e di tipi di terreno ci forniscono due dati: la rendita padronale ed il profitto di impresa agraria, chiamate imponibile dominicale e imponibile agrario. Abbiamo detto che dobbiamo fare riserve trattandosi di accertamenti burocratici legati a tutta una serie di formalismi, per quanto la burocrazia tecnica 1939 non fosse tanto rilasciata e debosciata quanto la odierna. Non pretenderemo quindi conferme nette, come quelle dei quadri fatti con formule teoriche, ci contenteremo di una certa collimazione fra il dato teorico ed il pratico.
Abbiamo dunque a disposizione alcune serie di terreni, per cui ci sono date cifre all’ingrosso attendibili, della rendita da una parte e del profitto dall’altra. Ma a noi occorre la cifra di valore del prodotto (la quantità non ci occorre poiché, derrata per derrata, tanto scatta la quantità tanto scatta il valore ricavato al mercato: da 1 quintale a 10 di grano, poniamo, da 8.000 ad 80.000 lire). Come sapere il valore del prodotto? E’ semplice.
Tutto il prezzo trovato al mercato si divide in questo modo. Il fittavolo lo incassa e paga la rendita al padrone. Poi verifica se si è rifatto di tutte le sue spese dell’anno: operai, sementi, concimi, interessi, ecc. Il di più che gli resta è il suo profitto di impresa: lo conosciamo perché il fisco ce lo presume nel suo reddito agrario. Ma sappiamo anche che nella media questo profitto è una certa parte della spesa, o capitale investito. Assumiamo in tutti i casi il 20 per cento, per tener conto che i redditi delle tabelle sono un poco più compressi delle rendite padronali, data la generale tenerezza per coloni, mezzadri e simili. Se quindi la tabella mi dice che il reddito è stato 1.000, io so che il capitale anticipato è stato 5.000, per rendere quei 1.000 al 20 per cento e che quindi il ricavo del fittavolo (a rendita pagata) è 6.000: sei volte il reddito. La vendita al mercato ha dovuto coprire quelle 6.000 lire più la detta rendita: se questa è stata 4.000, ho assodato che il prodotto totale è stato venduto per 10.000. Ripeto per chiarezza: ricavo al mercato 10.000. Rendita al proprietario 4.000. Spese del fittavolo capitalista 5.000. Profitto dello stesso 1.000.
Allora rizzando una scaletta di rendite e a fianco una scaletta di prodotti potremo vedere che salendo o scendendo scalini della prima si fa lo stesso per la seconda, che ad uno scalino forte della prima corrisponde uno forte della seconda, e via.
I numeri, questi furbacchioni
Italo comune di Vattelapesca. Cinque classi di agrumeto. Rendite dominicali progressive lire 1950, 2400, 3300, 4600, 5800. Redditi progressivi: 240, 250, 300, 330, 350.
Abbiamo detto che il valore ricavato dal prodotto, per il primo caso (V classe), risulta da sei volte il reddito di 240 e quindi 1.440, aggiunta la rendita di 1.950: il che fa 3.390. Se facciamo lo stesso conticino negli altri quattro casi avremo la serie dei prodotti lordi: 3.390, 3.900, 5.100, 6.580, 7.900.
Ora si tratta di fare le “differenze” che abbiamo chiamato scatti per la serie di rendite e poi per la serie di prodotti e comparare gli andamenti. Scriveremo il risultato dei quattro scatti in due righe sovrapposte:
Scatti del prodotto 510 1.200 1.480 1.320
Scatti della rendita 450 900 1.300 1.200
Riesce evidente la concordanza di andamento tra gli scatti considerati. Quindi si verifica che vige la legge della rendita differenziale. Se vogliamo renderci conto di quanto detto nella precedente puntata, ossia che la rendita non è proporzionale alla fertilità (prodotto totale sull’ettaro in questione), la cosa è immediata. Il peggiore terreno col prodotto 3.390 dà una rendita 1.950. Nel migliore il prodotto sale a 7.900. Se la rendita salisse nello stesso rapporto sarebbe (la regoletta del tre) di 1.950 moltiplicato 7.900 diviso 3.390 e quindi 4.500. Invece la rendita effettiva è molto maggiore: 5.800. Poiché la cosa andrebbe in lungo sceglieremo un solo altro esempio.
Seminativo irriguo del comune di Scaricalasino. Rendite 240, 400, 675, 925. Redditi agrari 160, 180, 220, 240. Prodotti calcolati come sopra caso per caso 1.200, 1.480, 1.995, 2.365. Avendo la scala solo quattro pioli, sono tre gli scatti:
Scatti del prodotto 280 515 370
Scatti della rendita 160 275 250
Anche qui si vede come la relazione tra gli scatti armonizzi bene.
Abbiamo svolto questi esempi su dati economici dell’attualità per dimostrare come la persistenza del gettito delle rendite agrarie in condizioni tra loro molto diverse e l’esaltarsi di un tale gettito quando anche l’impresa dell’affitto è più produttiva, confermando la legge differenziale dell’ascesa dei due gettiti, del proprietario da un lato, dell’industriale agricolo dell’altro, conferma la causa che mancando la renderebbe impossibile: il prezzo alto delle derrate agricole, che il pubblico dei consumatori paga secondo lo sforzo che la loro produzione costa nelle più sfavorevoli condizioni.
Non occorre insistere sul rilievo che tale onere del consumo alimentare rispetto al consumo di beni manufatti grava soprattutto sui bilanci più poveri, in quanto sono quelli in cui l’alimentazione forma una aliquota più alta che nei bilanci di maggior volume, comprendenti consumo ed utenza di svariate merci e prodotti non derivati dalla terra.
Riprendendo l’agenda
Dopo avere in quanto precede messa avanti la portata delle conclusioni cui arriva la marxista teoria della rendita e dopo avere mostrata la sua applicabilità piena alla moderna produzione agraria come corollario sia della prima che della seconda forma della rendita differenziale, siccome restano ancora molte cose notevoli da rilevare nello sviluppo di Marx per questa parte decisiva della sua opera, sarà il caso di riprendere l’agendina dall’autore stesso tracciata e da noi fin qui seguita.
Svolte le due forme della rendita differenziale, si passa al comma: Trasformazione del sopraprofitto in rendita.
Il testo originale come è noto è stato ricomposto in un dato ordine, che potrebbe non essere quello che l’autore aveva in mente nel predisporre i materiali delle varie stesure, diversamente condotte a compimento. Difatti la sintesi cui ci riportiamo viene data non all’inizio, ma proprio al punto cui nel nostro studio siamo giunti: dopo i capitoli sui vari casi e sottocasi della II forma della rendita differenziale, da noi seguita rimettendo a posto le tabelle di Engels.
Qui Marx svolge altri confronti sull’effetto delle successive collocazioni di capitale in uno stesso terreno B; fermo restando che vi è almeno altro terreno A il quale produce di meno e determina il prezzo di regolazione del mercato. Quando in B vi è un primo capitale uguale a quello speso in A, il maggiore prodotto di B rispetto ad A è come sappiamo tutta rendita.
Non è male insistere sul concetto dei vari prezzi, ancora una volta. Quello di A sia di 3 sterline (60 scellini) per la sola misura prodotta. B produca 3 misure e mezzo; e le può vendere, data la ressa dei mangiatori, lo stesso a 3 sterline ricavando 10 sterline e mezza. Ma un tale aumento di fertilità in B si suppone ottenuto non solo per la migliore qualità (che avrebbe condotto solo a due misure nel primo quadro di Marx) bensì anche da un maggiore investimento di spese, portato al doppio, ossia a 6 sterline. Vi è un margine di quattro sterline e mezza, che è rendita. La rendita di B prima di questo raddoppio di capitale agricolo sarebbe stata solo di 3, dovute alla misura in più che vi si raccoglie.
Non occorre seguire tutto questo sviluppo perché abbiamo già date le conclusioni cui Marx perviene, domandandosi quanti nuovi apporti di capitale B potrà attirare, anche ammettendo che ad ogni nuovo apporto lo scatto di prodotto in più sia meno sensibile.
Importa la definizione dei prezzi.
Terreno A. Prezzo di costo: spesa di 2 sterline e mezza per ara. Prezzo di produzione (occorre aggiungere il 20 per cento di profitto di capitale): 3 sterline. Prezzo di vendita: lo stesso, dato che terreni peggiori di A non ve ne sono. Quindi il prezzo di produzione proprio di A, 3 sterline la misura, diviene anche il prezzo regolatore del mercato, il prezzo generale.
Terreno B. Fino a che collo stesso capitale di 3 (compreso profitto) dà 2 misure, le vende lo stesso al prezzo regolatore di 3. Ma possiamo anche dire che il suo prezzo individuale di produzione è la metà: ossia solo una sterlina e mezza per ciascuna misura.
Ora il capitale sale al doppio, 6 sterline, il prodotto non al doppio (che sarebbe 4) ma a 3 e mezzo. Si vende per 10 e mezzo come detto: quale il prezzo di produzione individuale? Si capisce anche qui che individuo è il campo, non una persona umana o un praticante il mercato! Tale prezzo, con 3 misure e mezzo e la spesa di 6 sterline, sarà circa una sterlina e 14 scellini. Ora il punto è questo: il prezzo di produzione individuale è sempre più basso di quello generale di mercato, di 3 sterline. Dunque vi è tuttora rendita.
Il proprietario dunque può consentire molte successive messe di capitale sul suo terreno, senza temere che la rendita sparisca, ed anche se fosse vera in ogni caso la regola della decrescente produttività degli investimenti successivi. I fittavoli disposti ad investire si troveranno sempre, fin che è salvo il medio saggio di profitto dei capitali.
La conclusione è quindi che fino a che l’origine del fenomeno è una origine mercantile e vige la norma ferrea di ugual prezzo a merce uguale, il prezzo degli alimenti, ad una loro maggiore richiesta, non solo non scende come per i manufatti prodotti in grandissimi volumi, ma tende anzi a salire se è indispensabile, per nutrire le popolazioni, forzare il prodotto sui terreni già disponibili per l’esercizio.
Non culpa l’istituto proprietà – culpa l’istituto mercato.
Gli organizzatori dei giochi da circo
Avevamo rilevato come le organizzazioni sindacali avessero abbandonato silenziosamente alla loro sorte gli operai licenziati della Richard Ginori di Doccia. Ma pazienza: hanno voluto completare l’opera mandando in giro in bicicletta alcuni di questi operai e facendoli circolare per le città come «uomini-sandwich», con cartelloni davanti e di dietro invocanti la solidarietà (che in questo caso può significare soltanto l’elemosina) della popolazione.
Non contenti di aver lasciato alla chetichella il campo di battaglia, gli organizzatori «operai» trasformano in pietosi pagliacci le vittime dell’azione padronale e del tradimento sindacale. Ma tutto serve per far propaganda alla «gloriosa C.G.I.L.»; anche il gioco da circo sulle spalle di chi è rimasto senza pane, e a maggior svago di una classe dominante tanto più sicura di sé, quanto più fronteggiata da un «avversario» che fa costantemente e allegramente il suo interesse.
Poche parole, ma chiare
Il tradimento dei dirigenti delle organizzazioni «operaie» a danno della classe continua ogni giorno più evidente per gli operai più sensibili ai problemi interessanti la generalità del proletariato, che in vario modo manifestano la loro rivolta all’indirizzo dato alle «battaglie sindacali».
Nelle solite assemblee durante la mezz’ora del pranzo, è abitudine, a Trieste come ovunque, di comunicare gli «ordini superiori» da eseguirsi, sotto pretesto di chiamare la famosa base a decidere. È appunto durante una di queste riunioni e gli episodi che normalmente l’accompagnano che alcuni giovani simpatizzanti si sono assunti il compito – per essi normale come militanti rivoluzionari – di smascherare ancora una volta la funzione repressiva e conservatrice dell’opportunismo stalinista di fronte alle reazioni di classe di singoli proletari nauseati. Nelle poche parole di dibattito, gli operai presenti ed assenti devono vedere riassunto in sintesi il valore di due metodi di lotta e di due finalità.
Dall’alto della sua cattedra di politicante opportunista, l’oratore dell’assemblea di scuderia credeva di cavarsela come al solito, fidando nella supina obbedienza di un reparto considerato roccaforte dello stalinismo e quindi pronto ad accogliere senza fiatare le parole d’ordine di difesa della patria, della cara industria nazionale e locale e della democrazia. Ma l’inatteso intervento di uno dei giovani simpatizzanti lo faceva uscire in escandescenze sul consueto ritornello del «settarismo», dell’«anarchismo», ecc. A questo tentativo di portare la polemica fuori dell’argomento in discussione, un secondo giovane prendeva la parola e ritorceva le accuse chiarendo che non di anarchismo si trattava, ma di comunismo, e tacciando di tradimento i metodi di lotta impiegati che, del resto, hanno una lunga storia nel duro cammino di battaglia del proletariato. Sfruttando il margine ristretto di minuti, il giovane ricordava come tutte le esperienze di alleanza con i ceti medi, di rivendicazione democratica e, peggio ancora, patriottica, di riforma della società borghese, hanno trovato la loro irrevocabile condanna storica nella Comune parigina prima e nell’Ottobre rosso poi. La situazione, che poteva mettersi male per il gerarchetto, fu salvata dalla provvidenziale campanella di ripresa del lavoro. Fuori, intanto, si svolgeva la «serrata» dei commercianti e dei piccoli industriali, benedetta dai … sindacati proletari.
Meditino gli operai su questo piccolo episodio di scontro aperto fra il metodo democratico, pacifista e conservatore (come bene lo definì il giovane «ribelle») e il metodo rivoluzionario, che non tende una mano al capitalismo perché si risollevi dalla crisi, ma chiama gli operai a raccogliersi sotto la bandiera del marxismo per spingere la crisi al suo punto estremo – la rivoluzione proletaria.
Dalla Fabbrica Macchine di Trieste
Conferme sulle "conquiste sindacali"
Asti, aprile
Gli operai della Way Assauto di Asti, scesi in sciopero 36 giorni or sono sotto la guida «sicura e gloriosa» della FIOM, sono tornati mogi mogi al lavoro. Obiettivo di tale agitazione era come al solito l’adeguazione dei salari al crescente costo della vita; essa è stata caratterizzata da una accentuatissima intransigenza padronale giunta addirittura al punto di negare gli abboccamenti alla commissione interna. Il metodo seguito è stato quello dello sciopero a scacchiera e a ristretto carattere aziendale, destinato quindi a priori al fallimento ed a stancare, anziché gli industriali, le maestranze. Esso seguiva analoghe agitazioni che avevano avuto luogo nei vari piccoli stabilimenti astigiani e che erano finite con altrettante «vittorie».
Dopo più di un mese di numerosi discorsi fatti dagli attivisti socialcomunisti, di discussioni infinite sulla possibilità dell’agitazione, di richieste respinte o neanche accettate e di proposte inutili, vengono concesse L. 1700 mensili agli uomini e 1500 alle donne. Agli operai stanchi e delusi viene imposto di recuperare le ore perse con straordinari. Il datore di lavoro ridiventa così … il capitalista onesto di un tempo, ed incassa congrue parcelle sui contributi non pagati né durante le ore di sciopero né durante le ore extra.
E i proletari vengono invitati da alcuni attivisti a sostenere la FIOM che li aveva guidati in così gloriosa impresa con un versamento di L. 500!
Ed ecco la nostra parola: non è con il lancio di manifestini richiamanti gli scandali dei Montagna né tuonando contro la CED, che rappresenta un raggruppamento militare economico e politico di forze washingtoniane contro il diretto avversario, cioè contro un complesso altrettanto capitalistico benché camuffato dietro l’effige socialista, né con scioperi aziendali a singhiozzo, che si rimedia alla situazione odierna. Ogni rivendicazione salariale ha senso solo se inquadrata nella lotta generale per abbattere il regime borghese; ogni agitazione politica che tenda a migliorare, abbellire, riformare questo regime – e quindi a conservarlo – è contro gli interessi operai. Il proletariato non lotta per diminuire i profitti ma per eliminarli; non per rabberciare la società dello sfruttamento del lavoro, ma per distruggerla. Ogni altra impostazione delle lotte operaie non potrà – come purtroppo è avvenuto ed avviene – che risolversi nella delusione, nella sconfitta, e nel rafforzamento delle posizioni padronali. L’esperienza di oggi è il frutto – da noi denunciato sempre – dell’abbandono della via rivoluzionaria a profitto della via legalitaria, democratica e riformista. Non è un caso che avvenga quel che avviene: il comunismo ha sempre denunciato e non cesserà di denunciare le conseguenze inevitabili dell’abbandono della via maestra della lotta di classe.
Hanno detto
La guerra fredda è bella, ma scomoda
«Un mondo diviso in due non è un mondo in cui il commercio possa svolgersi normalmente. L’occidente e l’oriente, privati di mercati e di fonti di rifornimento, sono stati costretti a dirigere le correnti del commercio nel proprio ambito. Ciò ha certamente accresciuto le difficoltà degli scambi e di altro genere dell’occidente nonché il restringersi dei mercati unito alla severa concorrenza che ogni nazione ha sperimentato. Date queste circostanze è in grande interesse sia per l’occidente che per l’oriente restringere le limitazioni commerciali a quelle necessarie per la sicurezza militare».
(Thorneycroft, 22-3)
Le nostalgie del seminarista
«Molto più agevole si presenta un’azione che tenda a inserire le masse decisive del popolo italiano, che sono essenzialmente socialiste e comuniste da una parte e cattoliche dall’altra, nel grande movimento di cui auspichiamo l’attuazione su scala mondiale.
Naturalmente, anche le cosiddette forze intermedie hanno un valore. Quando però usciamo dai particolari e cerchiamo di vedere le linee generali del movimento odierno, il peso di queste forze intermedie ci appare sempre più piccolo. Saragat conta poco, poco contano i nostri ultimi liberali di fronte ai due campi sterminati che oggi occupano così gran parte del mondo. Potranno avere un valore, certo, anche queste forze intermedie, se comprenderanno che anche a loro si pone il compito di salvare il genere umano dalla distruzione. Certo è però, che una soluzione di salvezza sarebbe senz’altro raggiunta, ove si riuscisse a trovare un comprensivo contatto tra il mondo comunista e socialista e il mondo cattolico».
(Togliatti, 12-4)
Vita del Partito
Edicole
A Piovene Rocchette, « Programma Comunista è in vendita presso l’edicola Pattanaro, Via Libertà.
Pubblicazioni
A cura dei compagni belgi è uscita in bell’edizione ciclostilata la traduzione di « Proseguendo sulla questione agraria », uscita nel n. 2 di quest’anno del giornale. Ne teniamo alcune copie a disposizione dei compagni che desiderassero averla.
Distribuzione del giornale
E’ cominciata, per iniziativa dei giovani compagni milanesi, la distribuzione del giornale in zone. proletarie periferiche. L’esperimento ha avuto ottimo successo.