La Chiesa del Patto Atlantico
Da quindici anni circa dura in Italia il regime «clericale». La sconfitta militare subita dalla borghesia italiana ebbe per effetto il crollo del regime fascista, ma quanto è accaduto in seguito ha provato che il vecchio servitorame politico del periodo pre-fascista non era più idoneo ai compiti attuali dello Stato capitalista. Il capitalismo, come era stato previsto dal marxismo, procede inarrestabilmente nel senso della concentrazione dei mezzi di produzione, per effetto delle leggi dell’accumulazione del capitale. In tali condizioni storiche, gli schemi dello stato liberale appaiono irrimediabilmente superati: la classe dominante ha bisogno di strutture politiche rigidamente accentrate, adeguate appunto alla struttura monopolistica assunta dalla macchina della produzione economica e dello sfruttamento di classe. Perciò, il fatto che il monopolio politico, poco importa se talvolta mimetizzato, sia passato dalle mani del fascismo in quelle dell’organizzazione altrettanto accentrata e autoritaria del cattolicesimo, non stupisce il marxista.
La borghesia dell’epoca imperialistica ha bisogno, per tenere soggette le masse sfruttate e neutralizzare i propri contrasti intestini, di regimi politici fondamentalmente assolutisti, anche se verniciati di colori democratici. E in Italia, alla caduta del fascismo, soltanto l’organizzazione ecclesiastica e laica controllata dalla Chiesa cattolica, organizzazione autoritaria, centralizzata, gerarchica e anti-democratica quante altre mai, rispondeva a tali requisiti. Ciò spiega il prepotere del partito cattolico. Non potendo continuare a servirsi del servitorame fascista, e dovendo ripiegare su un surrogato del fascismo, la borghesia non ha potuto trovarlo che nella organizzazione della Chiesa. Non certamente dal secondo dopoguerra datano tra Capitalismo e Chiesa Cattolica quegli stretti legami che oggi tutti osserviamo. E neppure tale convergenza si è avuta al momento della firma dei Patti Lateranensi, voluti dal fascismo e riconfermati dalla repubblica democratica. Anche quando Stato e Chiesa erano ufficialmente divisi, l’organizzazione cattolica, in quanto forza di conservazione sociale, era un pilastro dell’ordine borghese. Ma è soltanto dalla fine della seconda guerra mondiale che la Chiesa cattolica ha assunto, sia pure indirettamente, tramite le sue organizzazioni laiche, funzioni di governo.
Tale svolta, che si può definire storica, non ha segnato una tappa nella decadenza della sola borghesia italiana la quale, mettendosi sotto i piedi tutte le tradizioni antivaticane e anticlericali di cui andava fiera prima e dopo la «breccia di Porta Pia», ha rinnegato irrimediabilmente una gran parte delle sue ideologie. L’aperto connubio tra capitalismo e Chiesa cattolica, tra sfruttamento dei corpi e sfruttamento degli spiriti, ha denunciato anche la realtà di una profonda decadenza del cattolicesimo che non solo in Italia ma in tutta la coalizione del Patto Atlantico, si è posto apertamente al servizio del capitalismo e della guerra, svelando contro ogni affermazione contraria, le innegabili finalità sociali della religione.
Se ieri strumento politico del capitalismo era il fascismo, oggi lo sono le gerarchie ecclesiastiche manovranti quel partito-marionetta che è la Democrazia Cristiana, e che neppure si preoccupano, tirandone i fili, di restare nell’ombra. Siamo allora tornati al «potere temporale» della Chiesa? Gli ordini religiosi si sono ripresi la rivincita sulla borghesia capitalista che divenne classe dominante sopprimendo appunto le vecchie strutture feudali? per dirla secondo il pregiudizio corrente in Italia «comandano i preti»? Non sono pochi coloro che danno a tali quesiti risposte assolutamente sbagliate, alimentando in se stessi e negli altri una confusione ideologica di cui soltanto il capitalismo può avvantaggiarsi. Non sarà inutile pertanto ribadire certe nostre posizioni.
1) A dispetto delle apparenze di forza e di prestigio della Chiesa Cattolica, che specie nelle sue sfere dirigenti sembra assumere i caratteri di una potenza sovrana, i rapporti tra essa e il capitalismo sono quelli che corrono fra padrone e mantenuta. La vera classe che detiene il potere effettivo è la borghesia, cioè la classe che gode del monopolio dei mezzi di produzione, della immensa macchina che da una parte spreme la forza di lavoro delle masse salariate e dall’altra accumula profitti. Se l’organizzazione della Chiesa Cattolica si taglia una larga fetta del profitto capitalista, ciò non prova affatto che sia la potenza economicamente dominante, ma solo che è uno strumento prezioso dello Stato capitalista e, in quanto tale, riceve un’aliquota del profitto che la classe capitalista accumula espropriando le classi lavoratrici.
La Chiesa cattolica, come del resto le chiese di tutto il mondo, riesce a durare, sotto il capitalismo, non per forza propria, ma perché lo Stato borghese stipendia le gerarchie ecclesiastiche, favorisce l’ingrandimento patrimoniale della Chiesa, protegge in mille modi le attività molteplici delle organizzazioni legate alla struttura chiesastica. Ma l’aiuto più possente che lo Stato borghese le fornisce garantendone la sopravvivenza, è costituito dal fatto che tutta la forza dello Stato capitalista e della classe che lo esprime è mobilitata ad impedire la propagazione delle dottrine atee. La prova determinante della soggezione completa della Chiesa cattolica allo Stato capitalistico è data appunto dal fatto che essa non dispone più direttamente di quello apparato repressivo di cui si valse attraverso i secoli per stroncare gli eretici e assicurare la propria sopravvivenza. Tale potere è nelle mani della classe borghese che dispone di tutti i mezzi di influenzamento delle coscienze (stampa, radio, cinema, televisione, ecc.), controlla l’organizzazione scolastica e – quel che conta – si giova di un apparato di repressione, ora scoperto ora ammantato di orpelli democratici, ma in ogni caso essenzialmente terroristico.
I sempre più stretti rapporti di dipendenza che la Chiesa Cattolica stringe col Capitale, stanno a dimostrare che le supreme gerarchie vaticane si rendono conto che il cattolicesimo non potrà sopravvivere al crollo del capitalismo. Esse sanno che la Rivoluzione Comunista segnerebbe insieme la fine del capitalismo e del cattolicesimo. Se il capitalismo ha bisogno dell’oppio della religione per intossicare le menti degli sfruttati ed educarle alla squallida filosofia della rassegnazione e della rinuncia, la Chiesa Cattolica ha non minore bisogno dell’aiuto dello Stato capitalista per proteggersi contro gli attacchi delle dottrine anti-religiose.
2) La patente subordinazione della Chiesa allo Stato capitalista favorisce potenzialmente meglio di mille argomentazioni la lotta rivoluzionaria contro la superstizione religiosa. I marxisti non disdegnano di usare nella lotta contro la ubriacatura religiosa certe armi ideologiche che furono foggiate dai rivoluzionari antifeudali del secolo XVIII. Ma badano soprattutto alle origini e finalità sociali della religione, preoccupandosi anzitutto di mostrare come essa, da stadio superiore dell’evoluzione della psicologia animale pervenuta al livello umano, sia divenuta,a mano a mano che la specie umana si divideva in classi sociali antagonistiche, uno strumento della dominazione di classe.
Il mondo fisico e psichico preesiste alla comparsa della idea di Dio. La stessa idea di Dio ha subito lungo i secoli un complicato processo evolutivo, partendo dal feticcio dei popoli preistorici, che a loro volta erano gli eredi biologici di specie ancora più rozze, per arrivare ai non meno assurdi dogmi cattolici. Ma in ogni tempo la religione è servita a governare i produttori, non certo le loro anime emigrate dopo la morte in un al di là la cui esistenza nessuno ha mai provato. E’ vero che il timore di una potenza sovrannaturale può essere valso a frenare gli istinti antisociali dei primi uomini, salvaguardando la continuità dei vincoli tribali e, con essa, la sopravvivenza fisica della specie attorniata da mille nemici naturali. Ma è altrettanto innegabile che nelle società civili, divise in classi economicamente nemiche, la religione, assicurando la pace sociale, ha lavorato unicamente per la conservazione dei privilegi della classe dominante. E tale funzione ha svolto attraverso tutti i quattro o cinque millenni dell’epoca civile, benché i fondatori delle grandi religioni, come Cristo, Budda, Maometto, ispirassero la loro predicazione alle inobliabili tradizioni del comunismo primitivo.
Ponendosi al servizio del capitalismo, la Chiesa cattolica ha fornito involontariamente le prove pratiche delle origini assolutamente terrene, sociali, delle credenze religiose. La religione appare oggi apertamente quello che, sin dalla scomparsa del comunismo primitivo, è sempre stata: uno strumento della dominazione di classe. Né le sue finalità sociali sono meno chiare; impedire che la sete di giustizia delle masse sfruttate le spinga a imboccare la strada della rivoluzione, a istruire il processo alla classe dominante, a condannarla spietatamente non nel fumoso regno dei cieli, ma su questa terra, nel quadro di nuove strutture sociali.
3) Se, ad onta del progresso scientifico che ha coperto di ridicolo le pseudo-dottrine della creazione dell’universo; se, ad onta della inequivocabile collusione tra Capitalismo e Chiesa, provata dai mille episodi di vita quotidiana che vedono il prete surrogare le stesse autorità civili dello Stato; se, ad onta della vulnerabilità della religione e della Chiesa Cattolica, questa e quella si perpetuano sfacciatamente, tutto ciò accade perché il proletariato, la forza storica che sola può, con l’attacco rivoluzionario, abbattere lo Stato borghese e i suoi molteplici strumenti di oppressione, resta immobilizzato dalle pastoie dell’opportunismo. Come si può concepire una liquidazione della superstizione religiosa «entro il capitalismo» quando si è costretti ad assistere alle infami politiche conciliazioniste dei sedicenti partiti operai, che ignobilmente appetiscono «dialoghi» e intrallazzi politici con le «sinistre» cattoliche? Quando accade che partiti che si autodefiniscono marxisti non osano dichiararsi materialisti ed atei, perché temono la scomunica papale e, ancor più, la perdita dei voti delle beghine e dei baciapile? In tali condizioni, la «crociata» della Chiesa cattolica contro l’ateismo è vinta in partenza.
Ma lasciate che il proletariato, finalmente liberatosi dalla piovra opportunistica, rovesci lo Stato capitalista e impianti la sua dittatura privando la Chiesa dell’appoggio finanziario e politico che ne assicura la sopravvivenza, e due millenni di vita non saranno sufficienti a impedire la morte per asfissia della superstizione religiosa e della superba Chiesa di Roma.
La religione non potrà sopravvivere all’ambiente da cui trae le sue linfe vitali: la società divisa in classi di cui il mondo ultraterreno diviso in inferno e paradiso è una fantastica copia a parti invertite.
Sottrarre le masse sfruttate all’oppressione religiosa è impresa vana in regime capitalistico. Soltanto una avanguardia della classe operaia, educata nel partito rivoluzionario, può formarsi una mentalità scientifica e liberarsi dell’intossicazione religiosa. I comunisti marxisti neppure per un istante accettano di occultare le proprie convinzioni anti-religiose e di sospendere la propaganda dei principi del materialismo dialettico; ma sanno che la estinzione della superstizione religiosa non è un fatto di mera educazione, essendo la lotta contro la religione legata indissolubilmente alla lotta rivoluzionaria contro lo Stato borghese.
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Per quanto detto, noi, ben lungi dallo scandalizzarcene, come i falsi comunisti affittati a Mosca, salutiamo come un fatto positivo l’aperto e inequivocabile arruolamento della Chiesa cattolica nell’apparato statale del capitalismo. Tale svolta prova in concreto gli stretti rapporti tra sfruttamento e religione. Le ideologie liberaleggianti sulla separazione tra Stato e Chiesa non ci seducono affatto. Non perché le consideriamo prive di valore storico. La rivendicazione della separazione della Chiesa dallo Stato ha avuto la sua ragion d’essere all’epoca del trapasso dagli ordinamenti feudali a quelli borghesi. Oggi, nell’epoca dell’imperialismo, tale rivendicazione è, a dir poco, antistorica. Il capitalismo nella fase finale della sua storia contro il proletariato e la rivoluzione comunista, ha chiamato a raccolta tutte le forze della reazione sforzandosi di sottoporle ad un controllo unitario entro l’ambito dello Stato. Le organizzazioni chiesastiche non potevano sfuggire al processo di fascistizzazione dello Stato borghese se per fascismo si intende non questa o quella organizzazione di partito, ma l’essenza dello Stato borghese nella fase imperialistica che dovunque, anche nei pretesi paesi democratici, ha assunto il controllo totalitario di tutte le attività sociali, nulla lasciando alla sedicente libera iniziativa dei gruppi e tantomeno delle singole persone. D’altra parte è sommamente istruttivo il fatto che la completa sottomissione della Chiesa cattolica alla dittatura del Capitale non sia stata ottenuta con mezzi coattivi.
Le gerarchie cattoliche – che taluno ha giustamente definito Chiesa della NATO – si sono rese conto che la sottomissione ai massimi poteri dell’imperialismo capitalista era l’unica alternativa al disastro. La Chiesa , appoggiandosi allo stato capitalistico e accettando di divenirne un esecutore politico, non smentisce certo le sue innegabili doti di lungimiranza politica.
Nel cielo che diventa sempre più vuoto di divinità le gerarchie ecclesiastiche non possono trovare un sostegno altrettanto solido quanto quello offerto dallo Stato borghese. Ma lo Stato borghese non è eterno. Presto o tardi, la rivoluzione proletaria si leverà a distruggere la macchina infame di repressione che tiene inchiodata alla croce dello sfruttamento l’enorme maggioranza della specie umana.
I comunisti internazionalisti non sbagliano mira. La religione, triste retaggio della preistoria umana, e l’oppressione psicologica esercitata dalle chiese, si combattono non con le vuote tirate anticlericali, ma con l’oscuro lavoro tendente a forgiare un’avanguardia rivoluzionaria destinata a guidare domani l’assalto allo Stato borghese. Fa parte di tale compito anche il sostenere e difendere senza infingimenti la dottrina marxista del materialismo dialettico.
Il nemico da combattere è il capitalismo, il mostro da abbattere è lo Stato borghese, che, a dispetto delle vantate conquiste del pensiero ufficiale ha potenziato tutte le organizzazioni a finalità reazionarie non rifuggendo dal riesumare le folli e micidiali ideologie nate nelle epoche più oscure della storia.
Addomesticamenti Sindacali
Chi non ricorda le splendide taglie scatenate e sostenute dai ferrovieri italiani non solo per rivendicazioni di categoria, ma in appoggio ad agitazioni generalizzate del proletariato industriale (di cui, anzi, costituirono non di rado la spina dorsale) prima, durante e dopo la carneficina 1915-18: i grandi scioperi che tanto fastidio davano ai bonzi riformisti (l’epistolario di Turati ne è una testimonianza senza veli) e che, non fosse per il sabotaggio socialdemocratico nel periodo culminante dell’agosto 1922, avrebbero segnato indubbiamente una svolta nella situazione della classe lavoratrice? Il Sindacato Ferrovieri, che ancora non si pavesava del patriottico aggettivo “italiano”, esprimeva dal suo seno le forze migliori della classe operaia e dava un contributo degno di nota non soltanto alle sue lotte rivendicative, ma al processo di separazione della sinistra rivoluzionaria dal corpo del vecchio PS, già tarato dalla presenza di una destra apertamente riformista e da un centro solo verbalmente estremista. Non a caso il fascismo trionfante, con uno dei suoi primi atti di governo, procedette alla radicale epurazione “per scarso rendimento” dei ferrovieri non disposti a piegare le ginocchia! Sapeva che « il mar-cio era li…
La ricostruzione del Sindacato Ferrovieri nel secondo dopoguerra avvenne bensì ad opera di alcuni fra i militanti distintisi allora nelle battaglie di classe, ma su un piano completamente diverso: i Gnudi, i Massini, ecc. si erano dolcemente inquadrati nel regime che un tempo avevano inflessibilmente combattuto, erano diventati pacifici, onesti democratici, pronti a collaborare con lo Stato nell’instaurazione di un clima di “comprensione reciproca” o, come dicono ora scimmiottando servilmente gli americani, di “relazioni umane”. Non rifaremo la storia di questi servizi resi a S.M. lo Stato e a S.A. l’amministrazione ferroviaria: ci basta, per oggi, sottolineare il modo e la forma in cui si sono potuti addomesticare gli organi cosiddetti rappresentativi della massa organizzata.
Si pensi soltanto alle Commissioni Interne, già organi di battaglia del “personale” ferroviario! La circolare 55200 del 17-10-58, emessa dal direttore generale ing. Rissone (altro bell’esemplare progressista) con la complicità di tutti i sindacati, provvede a fissarne senza possibilità di equivoci le attribuzioni e i limiti. Bontà sua, l’amministrazione “si mantiene del tutto estranea per quanto concerne il sistema di votazione” per la nomina delle C.I.: a lei interessa un altro punto, e cioè (comma 2 del par. 5) che “le C.I. devono concorrere a mantenere normali i rapporti tra gli agenti e la dirigenza dell’Impianto, in uno spirito di collaborazione di reciproca collaborazione per il regolare svolgimento del servizio”, ragione per cui (comma 3) “i capi degli Impianti devono avvalersi dell’opera delle C.I.; beninteso quando da parte dei componenti le medesime si dia palese dimostrazione di obiettiva valutazione dei termini delle varie questioni, e sia ben chiara la volontà di mantenere sempre la disciplina e il rispetto della gerarchia”, restando inoltre ben chiaro che l’attività delle C. I. deve rimanere circoscritta ai problemi relativi agli impianti cui esse appartengono con esclusione delle questioni di carattere generale (comma 1),, poiché queste ultime a… scanso di ogni pericolo rimangono di competenza delle “varie organizzazioni sindacali”; che le riunioni non devono mai avvenire “durante l’orario di servizio salvo casi eccezionali ed urgenti, riconosciuti tali dal dirigente dell’Impianto” nè superare la durata massima di due ore; che i membri C.I. non devono, nell’esplicazione del loro incarico, “occuparsi di questioni di carattere politico”, mentre le riunioni di personale, regolate da uno sbarramento di cavalli di frisia articolati in ben 13 articoli circa il luogo, il tempo e il contenuto (niente “politica”, soprattutto; vedi comma 7 del par. 1), vanno organizzate con la clausola che “i discorsi devono essere mantenuti entro limiti di correttezza, senza espressioni irriguardose verso chiunque o che possano alimentare i dissidi fra aderenti a diversi sindacati o comunque compromettere l’ordine pubblico” (formula, quest’ultima, buona a tutti gli usi, come sanno i dirigenti della P.S.). Inutile dire che le richieste di riunione devono essere accompagnate da indicazioni sulla data, l’ora, “le generalità degli oratori” (schedario poliziesco!), gli argomenti (censura preventiva!) ed essere
“presenziate da un rappresentante dell’Amministrazione all’unico [ci crediamo!] scopo di informare gli organi superiori circa gli argomenti trattati e l’andamento delle riunioni stesse” (comma 11, par. 1) mentre il presidente o promotore della riunione dovrà intervenire per “far cessare eventuali abusi o trasgressioni alle presenti (presidente-aguzzino) norme”
Da parte sua (e… bontà sua), la amministrazione è pronta ad instaurare le famose relazioni umane tanto più che, come si legge in altra circolare, esse “in definitiva, hanno riflessi favorevoli sulla produttività dell’azienda”, impegnandosi a considerare i dipendenti “come esseri umani in una struttura sociale” (il che non le costa nulla: anche il peggior sfruttatore considera i suoi dipendenti come “esseri umani”: è li anzi il trucco dello sfruttamento capitalistico l’individuo, la “persona” , (slegata dalla classe), a riconoscere l’importanza del lavoro” che essi svolgono, a stimolarne il « prestigio e l’amor proprio », e via discorrendo. Ne vale obiettare che queste sono disposizioni emanate dalla direzione, non dalle organizzazioni sindacali, prima di tutto perchè esse sono la logica applicazione degli statuti tipo dell’accordo confederale 1948 e 53 improntanti al criterio dell intesa e collaborazione col padronato, in secondo luogo perchè nessun sindacato ha eccepito nulla su tali norme.
I comunisti internazionalisti militano nel sindacato ferrovieri come semplici iscritti, non perchè attribuiscano un valore qualsiasi alla sua azione presente, ma perchè hanno il dovere di far sentire la voce del partito di classe e della tradizione rivoluzionaria alla massa organizzata e perchè sono certi che, in fase di ripresa proletaria, le sovrastrutture imposte dall’opportunismo alle organizzazioni economiche salteranno in aria e gli operai calpesteranno sotto i loro piedi le bardature protettive della collaborazione di classe. Intanto essi denunziano senza pietà gli statuti collaborazionisti delle C.I.; si rifiutano di far parte di organismi cosiddetti direttivi che si sono assunti
(e finché si assumano) compiti come quelli documentati più sopra o accettano limitazioni come quelle imposte dalla circolare di cui si è parlato; si battono e chiamano i proletari a battersi perchè le lotte rivendicative e gli organi della loro direzione siano impostati (come nessuno degli attuali partiti e sindacati farà mai) secondo principi non di collaborazione ma al contrario di aperta affermazione dell’inconciliabilità degli interessi operai e degli interessi padronali, ricusino di farsi strumento di “relazioni umane” nelle aziende, impongano l’estensione massima delle agitazioni senza contagocce e senza cronometri per regolarle, e infine mettano alla gogna ed espellano dalle loro file gli scagnozzi riformisti di tutte le bandiere. E’ una via lunga, ma dovrà essere battuta.
[RG-25] Questioni fondamentali della economia marxista Pt.1
Come è noto la presentazione delle formule che Marx dà al principio del Secondo Libro del Capitale e di cui si diede un primo accenno alla riunione di Parma, nella quale si è cercato di armonizzare la sola simbolica alle notazioni adottate nella prima parte degli Elementi di Economia marxista che furono pubblicati in Prometeo (serie autentica del secondo dopoguerra), e poi in Programme Communiste, come è stata già distribuita in forma ciclostilata per il Primo Libro lo sarà presto per il seguito suddetto.
Su queste colonne non ripetiamo la parte simbolica come fu trattata alla riunione, ma troviamo utile riesporre alcuni dei concetti base su cui si fermò il relatore illustrando le formule, in quanto sono molto utili ad introdurre la trattazione delle questioni sulla accumulazione del Capitale.
Marx nel Primo Libro come è ben noto tratta dello “Sviluppo della produzione del Capitale”. Il tema non è dunque quello della produzione delle merci, o beni di consumo, studiato nel suo procedimento proprio dell’epoca storica del capitalismo manifatturiero-industriale. Un simile titolo avrebbe lasciato adito a credere che la società borghese abbia per suo motore o suo fine la soddisfazione dei bisogni umani, e per questo abbia montata una certa macchina sociale di produzione. Ciò sarebbe tanto ingenuo ed incompleto quanto inficiato dall’influsso delle false dottrine degli apologeti del capitalismo, che tutta l’opera di Marx viene a demolire. Per affermare che motore del meccanismo sociale di classe proprio della borghesia è di produrre non merci, ma “capitale” Marx adotta con rigore il suo titolo, che avrebbe ben potuto essere: sviluppo della produzione del plusvalore nella forma capitalistica. In questo rilievo tanto preliminare ed elementare è già contenuta la tesi che per produrre oggetti a soddisfazione dell’umano bisogno non deve essere – e siamo già in pieno programma rivoluzionario – necessario più produrre capitale, produrre plusvalore, e nemmeno produrre “valore” ossia produrre “merci”. Abbiamo già le basi su cui poggiano le proclamazioni che stanno oggi, dopo tanto tempo da quelle pagine, al centro della battaglia da noi condotta: non si esce dalla economia borghese capitalistica se non quando si esce dalla economia mercantile – tutto l’immenso corso della economia russa dalla guerra civile fino ad oggi, per oltre un trentennio, non è che un ciclo storico primario della produzione di capitale e di plusvalore – e non vi è briciola di economia socialista.
Il Secondo Libro del Capitale tratta il “processo della circolazione del capitale” e dunque ancora una volta non si dice “circolazione delle merci nella forma storica capitalistica”. Novantanove su cento degli aggiornatori di Marx non hanno afferrato che da ottant’anni siamo per sempre usciti, con un passo tanto rivoluzionario quanto storicamente irreversibile, dalla vana contrapposizione su cui sono costruite le dottrine economiche borghesi, che studiano come campi separati la produzione e la circolazione.
Per il borghese, il professore filisteo, e il traditore marxista, ieri revisionista oggi “arricchitore”, nella produzione il capitale è soggetto attivo, la merce oggetto passivo, nella circolazione le merci fornicano tra loro in tutte le direzioni secondo la legge del pari scambio; per noi marxisti rivoluzionari sono mostri da sterminare il mercato e il capitale. Ove il primo sopravviva, giganteggia il secondo, turpe ermafrodita passivo ed attivo incessantemente nel processo osceno di figliare sé stesso da sé stesso.
Le metamorfosi
La Sezione Prima del Secondo Libro ha per titolo: Le metamorfosi del Capitale e il loro movimento circolatorio. Naturalmente i moderni ributtanti “scienziati” hanno più volte ironizzato questa teoria delle metamorfosi come un movimento letterario dell’eloquente autore che si ispirasse alle descrizioni dei poeti in gara di arte magica, da Ovidio a Virgilio a Dante. Ma si tratta qui di vera scienza libera da pastoie servili ed atta a raggiungere la classe oppressa e diventarne un’arma, diabolica certo agli occhi dei conformisti di cento colori. Sotto i nostri occhi di uomini comuni di questa epoca che nello stesso modo puzzava al tempo del testo e oggi, il capitale appare nella vita pratica e nel corrente linguaggio in diverse figure e sotto diverse forme che velocemente abbandona passando dall’una all’altra come le mitiche ninfe e i dinamici dannati dell’Inferno. Quale forma lo caratterizza, storicamente parlando, ossia in presenza di quale delle forme metamorfiche si può affermare che è nato? La ricerca importa perché questa è la forma nella quale ne possiamo leggere lo sviluppo, nella nostra scienza economica originale, ed è la forma nella quale la nostra prassi rivoluzionaria dovrà trovarlo per ucciderlo – è il cambiamento del mondo e non la sua spiegazione che da allora noi primi e soli perseguiamo.
Le figure essenziali sono tre. Ovvie sono al senso comune due: il denaro e le merci accumulate. Si dice capitalista il possessore di somma di denaro, ed anche il possessore di stocks, riserve di merci tali che sul mercato possano ad ogni momento convertirsi in denaro. Ma non bastano queste due forme a caratterizzare il capitalismo moderno, e la circolazione che si limitasse ad esse sole trasformandole l’una nell’altra non potrebbe dare nascita ai fenomeni del Primo Libro: la produzione del capitale vale la produzione del plusvalore. La metamorfosi diventa ternaria e la terza figura non ha niente di astratto, in quanto per darne all’uomo comune il senso concreto basta indicargli una fabbrica con uomini che vi entrano e ne escono, merci che vi entrano e ne escono.
Questa terza forma Marx la chiama il processo produttivo, e lo stesso corrente linguaggio ha scoperto il capitalista quando ha visto non più il tesaurizzatore di oro che visita la sua caverna o il commerciante che si indugia nel pingue magazzino, ma il re della fabbrica, ergastolo di uomini, il romantico Padrone delle Ferriere.
Queste tre figure, che nelle nostre formulette erano D il denaro, M la merce, P il Processo Produttivo, appaiono sullo schermo a turno e si dissolvono come per sortilegio l’una nell’altra. Ma la metamorfosi è continua, ciclica come dicono i signori scienziati dei nostri stivali. M, P, D, P, D, M… si può andare avanti all’infinito. La osservazione del tutto semplice di Marx è che non sta scritto in nessun posto che si debba “attaccare” con M come “prima sequenza” del film che gira. Nessuno ci vieta di attaccare da D, e nessuno di attaccare da P, e quindi tre possono essere le “proiezioni” del processo circolatorio. La cosa può sembrare freddo esercizio formale, ma presto il mondo avrà visto che lo scioglimento è semplicemente infernale; professori stipendiati e demagoghi venduti si daranno nei decenni venturi a dissipare la rivoluzionaria esplorazione di così facili e tremendi veri.
Siccome quello che si doveva scrivere non era uno squallido trattato universitario ma il dramma vivo della storia che si svolge, nella sua presentazione nel Primo Libro si è dovuto scegliere un personaggio che agisce: questi è il capitalista, ma non si trattava di scoprire un colpevole, né di risolvere la questione con la sua esecuzione personale. Si è trattato dall’inizio di mettere in luce piena ben altro che pettegole responsabilità individuali, e dopo aver ingaggiato quell’attore gli si chiese scusa di non averlo dipinto in tinte rosee.
Nella sceneggiatura iniziale come nelle formulette allineate da noi nel nostro didattico Abaco si parte da quel signore come da un detentore di denaro. Marx dice quindi che il “primo atto” del capitalista è quello di uno che dispone di denaro. Ma noi non siamo dei metafisici e non abbiamo più bisogno di essere dei mitologi; non si tratta di scrivere che “in principio era il denaro” ma di tracciare fedelmente il ciclo. Si tratterà poi di afferrare quell’anello in cui si racchiude la sua ragione di vita, che deve divenire una storica ragione di morte.
Borghesi, si gira!
Comunque lo schema è noto. Il primo atto è un atto mercantile, ossia il capitalista compra merci con una certa somma di denaro. Ma si tratta di due provviste di merci ben distinte, che notoriamente nel Primo Libro abbiamo distinto in capitale costante e capitale variabile, ossia c e v delle prime formule che non occorre ora riscrivere, e che ai fini dello studio sulla circolazione Marx simboleggia diversamente chiamandole con i termini equivalenti di mezzi di produzione e forze di lavoro. Gli atti di mercato sono finiti e come è noto nessuno ancora è stato… fregato. Il lavoratore per conto suo non ha avuto nemmeno anticipata la sua somma v , o salario. I conti si faranno dopo, alla fine del secondo atto. Fino ad adesso, e del resto sempre, nessuna violazione si è avuta della legge dello scambio tra valori equivalenti.
Entrando nel secondo atto del “funzionamento del capitale produttivo” il capitalista o la diabolica forza impersonale che agisce per lui, consuma quanto ha comprato; ossia i mezzi di produzione e la forza-lavoro. Il dramma è stato rappresentato e raccontato milioni di volte, e noi corriamo il rischio di essere ritenuti inutili scocciatori, ma non questo ci farà disarmare.
Nulla sarebbe stato possibile delle fasi culminanti del dramma che si va svolgendo se il capitalista compratore non avesse trovato separati i due tipi di merci che gli occorrevano, ossia da una parte i mezzi di produzione e dall’altra la forza-lavoro degli operai. Marx dice che questa spartizione è una condizione fondamentale, e che egli ha in altro luogo narrato come si svolse. Dunque tra le due classi è avvenuta una spartizione fondamentale, ma essa non è avvenuta all’atto di spartirsi i beni di consumo o di spartirsi nel campo sociale i redditi. Non si tratta, come pare all’ingenuo e anche al filisteo, che la società matrigna abbia diviso male tra ricchi e poveri, capitalisti e operai, una data massa o cumulo di merci o di soldi, quello che per i moderni sapienti di queste cose è il prodotto o il reddito nazionale. Questa sarebbe stata una truffarella volgare, ma talmente scempia che la seconda volta non si sarebbe più verificata. Altra è la carognata del capitalismo, e si riproduce a getto continuo, a ritmo incessante.
“Questo primo atto del processo circolatorio… suppone dei processi storici che hanno dissolta la primitiva associazione dei mezzi di produzione e della forza-lavoro ed hanno opposta la massa della popolazione, i lavoratori, come non proprietari, ai non lavoratori proprietari dei mezzi di produzione. Poco importa che prima della dissoluzione di questa associazione (tra lavoratore e strumenti produttivi) l’operaio abbia fatto parte lui stesso, come semplice mezzo di produzione, dell’insieme di questi mezzi (schiavismo e servaggio) o che lui stesso ne sia stato proprietario (società contadine ed artigiane). L’atto (primo) riposa dunque sulla ripartizione, non la ripartizione dei beni di consumo, ma la ripartizione degli elementi stessi della produzione, di cui i fattori materiali sono concentrati da una parte, mentre la forza di lavoro è isolata dall’altra” (pag. 58 vol. V Costes).
Quindi i mezzi di produzione devono già essere divenuti capitale, e questo nostro primo atto della prima rappresentazione non è veramente il primo. Comunque nel secondo atto avviene la “reazione” dei due elementi già separati e si attua il processo produttivo. Due corpi non possono reagire tra loro se precedentemente non sono stati tenuti ben lungi dal contatto, e siamo in regola con madonna scienza.