Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Battaglia Comunista 1952/II/15

Si prepara il carrozzone elettorale

Poiché, per concorde decisione dei numi tutelari della democrazia e della repubblica italiana, l’anno venturo sarà dedicato a nuovi ludi elettorali, non stupisce che i massimi problemi dai quali i nostri governanti sono assillati siano, oggi, quelli relativi alle combinazioni di piccola alchimia elettorale meglio atte ad assicurare il successo all’équipe che, al governo o fuori, regge le sorti della patria tre volte benedetta.

Combinazioni tutt’altro che difficili. A un osservatore superficiale e, ancor più, all’osservatore interessato, può essere parso (o, nel secondo caso, può aver fatto comodo far credere) che sensazionali novità covassero nello schieramento politico italiano. Si è parlato d’interferenze della Chiesa nella politica democristiana, come se fosse il capitalismo a servire la Chiesa e non la Chiesa a servire il capitalismo: si è parlato di slittamenti a destra del Partito di governo e di abbandono della politica di centro a favore di un accordo con le « destre », come se fosse il governo a servire il partito e non il Partito a servire il governo; si è parlato di irriducibili contrasti fra il pezzo grosso e i piccoli calibri della coalizione del 18 aprile, come se questi ultimi avessero mantenuta una qualunque ragione autonoma di vita. E, naturalmente, si è attribuito alla « abilità » e al senso di moderazione di papà Alcide, novello demiurgo dell’Italia democratica, il superamento davvero miracolistico di questi contrasti « fondamentali ». La verità è che De Gasperi, quando ha « fatto il punto » a Predazzo, non ha cambiato nulla, non ha creato nulla, non ha detto nulla che non fosse già esistente: ha soltanto dichiarato chiuso il periodo di vacanza e di svago durante il quale il regime dominante concede ai puledri vecchi e giovani di sbizzarrirsi fuori dello steccato, salvo poi richiamarli dentro, alla sferza degli ordini di scuderia, quando sta per cominciare la gara e le capriole non solo non servono più, nemmeno come forma di allenamento, ma nuocciono all’efficienza fisica dell’équipe. In altre parole, la politica della coalizione di centro non è determinata né da particolari capacità di individui, né da ragioni programmatiche, ma dalle esigenze obiettive del regime: la coalizione del 18 aprile può avere, in questi anni, subito variazioni di forma, ma non è mai morta, ragione per cui nessun bisogno v’era di ricostruirla; posti di fronte al problema delle elezioni, i coalizzati hanno ripreso meccanicamente e automaticamente il loro posto, quello di ieri, di oggi e di domani. Tutto lì.

Quello che i proletari devono ben mettersi in testa è che non sono mai le elezioni a decidere: l’esito delle elezioni è già deciso. I bollettini di voto non sono né prima né poi i creatori della storia « nazionale »: sono forze obiettive internazionali quelle che spostano gli aggregati dei votanti sulla linea del loro campo magnetico. Il responso delle urne è prescritto ed obbligatorio; è prescritto ed obbligatorio è il gioco delle coalizioni, dove né principii né i programmi e nemmeno i giudizi di competenza o di abilità di persone contano, ma unicamente la fedeltà alle regole del gioco. La commedia elettorale serve; è necessaria; guai se, nelle condizioni di fatto d’oggi, la si abolisse – sarebbe un duro colpo alla stabilità capitalistica: ma è appunto una commedia.

Del resto, sono gli stessi giornali borghesi a raccontarcelo. Sono essi a mettere l’improvvisa (improvvisa solo per la platea) conversione dei socialdemocratici e dei repubblicani alle formule elettorali della democrazia cristiana e l’attenuazione della rigidità delle sfere dirigenti di quest’ultima, in rapporto col viaggio di Pace in Italia, e coi severi moniti dei dirigenti economici e militari dei Piani atlantici degli Stati Uniti. Episodi, anche questi, per la platea; ma al cui fondo sta un fatto reale, che cioè la continuazione di una politica di centro, non soltanto nel fatto (giacché non è mai venuta meno) ma anche nella forma (che serve ad épater le bourgeois) risponde a concreti interessi internazionali, e vive in funzione di essi. La borghesia italiana può mugugnare; ma sa ben rispondere al suo interesse, né sarà Nenni a insegnarle il modo di curarlo. L’Italia che mendica il rispetto del suo ultimo lembo di orgoglio nazionale ferito (Trieste) e, più concretamente, dollari e commesse (Pella), sa anche che tutto questo comporta un certo gioco, e che le regole del gioco vanno rispettate. La politica filo-americana la farebbe anche un governo non di centro; ma che sia di centro, cioè di massima stabilità, è un punto di vantaggio, che il padrone imperialistico non desidera lasciarsi scappare — si chiami De Gasperi oggi, o magari Nenni domani.

Il carrozzone elettorale e governativo è già qui bell’e pronto. Le elezioni servono unicamente a dare all’uomo della strada l’illusione, la prossima primavera, di averlo « scelto » lui. È la solita carnevalata, di ogni anno e, se occorre, di ogni semestre.

La solita ricetta

Nel suo resoconto annuale sulla situazione economica, la Banca d’Italia è giunta a due conclusioni, nei riguardi della crisi che invade interi settori dell’industria nazionale: che la crisi è determinata dal rallentamento nella costituzione di scorte strategiche e dal ritardo nell’esecuzione dei piani internazionali di riarmo, e che, per restringerne la portata, occorrono provvedimenti intesi a favorire l’esportazione e a migliorare il potere di acquisto del mercato interno.

Queste conclusioni sono interessanti per due versi. Anzitutto perché sono un’esplicita confessione che l’economia capitalista internazionale si è retta e si regge unicamente in virtù della produzione di guerra. In secondo luogo, per la vanità dei provvedimenti di «economia di pace» che periodicamente vengono prospettati. È chiaro infatti che favorire l’esportazione ha poco senso in una congiuntura in cui tutti i Paesi tendono ad esportare al massimo e ad importare al minimo e la stessa ben più potente Inghilterra ci si è rotta le corna; mentre un allargamento del mercato interno grazie ad un aumento del reddito spendibile presupporrebbe quel regime di piena occupazione di cui si lamenta appunto la mancanza.

Ne risulta che le «conclusioni» della Banca d’Italia hanno un solo senso: la crisi è determinata da sfasamenti nei programmi di riarmo e nella realizzazione di provvidenziali conflitti bellici; per superarla, non c’è che una via – riarmarsi e combattere.

Dopo di che, anche il mercato interno si espanderà…

S.M. il riarmo

Il congresso dei sindacati britannici ha votato l’appoggio alla politica del riarmo, riconfermando la decisione di accettare i sacrifici necessari per la «difesa della libertà». Churchill ha continuato la politica di Attlee: è naturale che i sindacati appoggino, direttamente o no poco importa, la politica di Churchill.

Ridgway è stato a Bonn. Lo slogan è: Prezioso per l’Europa il contributo tedesco alla sua difesa. Dieci anni fa, Ridgway combatteva contro il «diabolico militarismo tedesco»…

Il governo conservatore vuol fare economia sui piani di riarmo. Si è dunque convertito al pacifismo? No, la faccenda è molto più semplice: Churchill e collaboratori sono convinti che lo sviluppo delle nuove armi e la massima meccanizzazione e tecnicizzazione permettano di raggiungere gli stessi effetti con minori spese. Invece di addestrare un numero enorme di divisioni, preferiscono che si doti di un’attrezzatura tecnica ultraefficiente l’armamentario dell’aviazione, della marina e dell’esercito. Spendere di meno per blindarci di più…

Da Mossadeq a Naguib

Non siamo né dei profeti né degli innamorati della cronaca sensazionale: non ci perderemo dunque, a proposito dell’Egitto e dell’Iran, né in fantasticherie su quello che potrà avvenirvi, né in pezzi di colore su quanto vi avviene. Ma lo sviluppo della situazione tipica di quei due Paesi e non di loro soltanto – sviluppo che non si misura né ad episodi né a periodi di tempo brevi, ma a cicli – ci sembra delinearsi con sufficiente chiarezza nelle linee generali.

La giovane borghesia nazionale egiziana e iraniana può aver risolto il problema spettacolare e immediato di un avvicendamento nel personale di governo, ma le forze che comandano la situazione – forze economiche, forze sociali – sono più forti di lei. La retorica nazionalista non basta a far funzionare la raffineria di Abadan né a mandare avanti le piantagioni di cotone: alla lunga – tanto più alla lunga in quanto si tratterà di salvare la faccia – Mossadeq o Naguib dovranno trovare un accomodamento col capitale internazionale. Questo può aspettare: loro no.

Ma l’incognita per entrambi è nel sottosuolo sociale. In tutti e due i Paesi le masse sono in movimento: non certo in modo chiaro e con direttive coscienti, ma con la violenza delle grandi esplosioni elementari; né saranno i palliativi di riforme agrarie votate da Parlamenti o decretate da generali, a frenarle. Mossadeq e Naguib hanno già fatto i galloni nella repressione di moti di piazza e di officina; e sarà anche la violenza del tumulto sociale, legato nel suo evolversi al tumulto economico di paesi in gran travaglio, a ribadire i loro legami con l’«odiato straniero», col capitale internazionale che oggi rifiutano.

Non esistono cortine di ferro sociali fra Oriente ed Occidente

Il nostro sforzo critico tende fra l’altro a dimostrare che, se cortine di ferro esistono fra Occidente ed Oriente, esse sono di natura puramente imperialistica e perciò contingente, ma le due grandi aree mondiali sono, sul piano sociale, identiche, e le indubbie differenze nel metodo di governo – relative a particolari situazioni e, nel fondo, molto minori di quanto sembri a primo aspetto – hanno tuttavia un obiettivo comune, la conservazione del regime del salariato.

Una delle tante differenze che le democrazie occidentali amavano fino a qualche tempo fa sbandierare sul terreno dei rapporti fra capitale e lavoro era che, nel loro ambito, il diritto di sciopero è riconosciuto, mentre nell’area orientale esso è categoricamente escluso. Da un po’ di tempo, tuttavia, le stesse democrazie vanno rivendicando la necessità di leggi limitative e seguono con soddisfazione gli sviluppi che in questo campo si riscontrano in diversi Paesi dimenticando tutto il baccano levato dagli altoparlanti della loro propaganda. Ed ecco, riportata con particolare giubilo, la notizia che nella Germania occidentale «democratizzata» – e tutelata nella sua perfetta democrazia dagli eserciti di tre «liberatori» – lo sciopero dei tipografi berlinesi è stato dichiarato illegale perché «politico», mentre per essere riconosciuto come legittimo lo sciopero deve essere «unicamente economico». Ma lo sciopero puramente economico non esiste, come non esiste lotta economica pura: quindi la decisione degli organi giudiziari tedesco-occidentali equivale alla liquidazione del diritto di sciopero. È chiaro che, quando il regime capitalista istituisce una distinzione fra scioperi politici e scioperi economici, esso pensa in realtà a qualcosa d’altro; la sua distinzione è fra le agitazioni passibili di essere manovrate e controllate in pieno da forze controrivoluzionarie e quelle che sfuggono non solo nel loro ulteriore sviluppo ma fin dall’inizio, a qualunque controllo ufficiale; fra quelle che riconosce come opportuna valvola di sfogo a normali trattative fra datori di lavoro e prestatori d’opera, e quelle che lo minacciano perché sono potenzialmente o attualmente dirette contro le basi del sistema. E solo queste ultime meritano il nome di sciopero.

Così, anche in questo settore dei rapporti sociali la cortina di ferro cade, e i due grandi settori del capitalismo mondiale si uniscono in una comune, caparbia decisione di difendere coi mezzi tipici del totalitarismo l’ordine costituito.

Il commesso viaggiatore

Pella è andato a Città del Messico facendo, prima, tappa a Washington. È andato a chiedere commesse per le nostre industrie; cosa che, alla lunga, farà piacere anche a Di Vittorio, essendo l’ideale confederale che l’operaio abbia dal regime esistente lavoro (o, che è lo stesso, galera) e non gli passi nemmeno per l’anticamera del cervello il desiderio di distruggerlo.

Pare che la missione abbia avuto fortuna: avremo la soddisfazione di costruire cannoni «off shore» e di portare il nostro contributo alla difesa «del mondo libero». È un raro privilegio, e il cuore dei nostri governanti era straziato dal timore di non farcela da soli.

Pella tornerà a dirci che, generosamente, gli americani sono disposti ad aiutarci per fruire del privilegio riservato ai «liberi». Sia lodato il Signore!

USA modello insuperato di Stato totalitario

Lo sciopero dei siderurgici, terminato dopo circa due mesi di sospensione del lavoro, ha portato in primo piano la questione dei rapporti tra sindacati e governo degli Stati Uniti. Non sarà male intrattenersi brevemente sull’argomento, che non si può ignorare, volendosi possedere una esatta cognizione del reale fondamento della dominazione del capitalismo in America.

L’enorme massa di materie prime contenute nel sottosuolo, il grado altissimo di concentrazione del capitale, l’estesissimo mercato interno, il controllo del mercato internazionale, ecc. sono dati che non bastano da soli a spiegare la mostruosa potenza dello Stato statunitense, anche se è vero che non si può prescindere da essi. Potenza dello Stato americano significa, ciò è perfino ovvio per i marxisti, potenza della classe capitalista, che controlla e monopolizza i mezzi di produzione. Ma è altrettanto chiaro, per chi segue il metodo classista, che la dominazione sociale e politica della classe borghese si fonda sui rapporti esistenti tra essa e le masse lavoratrici salariali. Ora il più ricorrente luogo comune in tema di democrazia americana, consiste nel concetto, caro ai pennivendoli, dell’apoliticismo delle mastodontiche organizzazioni sindacali statunitensi, di cui le più importanti – la Federazione americana del lavoro (A.F.L.) e la Associazione delle organizzazioni industriali (C.I.O.) – inquadrano insieme circa 14 milioni di lavoratori, vale a dire il 90% degli iscritti ai sindacati. Dalla supposta assenza di ogni indirizzo politico nell’azione delle onnipotenti gerarchie dirigenti, i famosi bosses, il giornalismo borghese deduce la sospirata confutazione della teoria marxista della lotta di classe, cioè del tipo di produzione sociale fondato sullo sfruttamento e l’espropriazione delle masse lavoratrici. In realtà, ciò che non esiste ancora, negli Stati Uniti, è la traduzione sul piano politico e ideologico, che non può essere che opera di un partito rivoluzionario, della lotta economica, reale e innegabile, tra imprenditori capitalisti e lavoratori salariati. Ciò è reso materialmente possibile, proprio per il politicismo, che neppure si tenta di dissimulare, della burocrazia sindacale dominante, la quale si inserisce direttamente o indirettamente nella macchina dello Stato, come elemento indispensabile e insostituibile della sua politica di conservazione sociale.

Il rifiuto, teorizzato da Samuel Gompers, il forcaiolo padreterno del sindacalismo americano e fondatore dell’A.F.L., di costituire un Partito politico del lavoro, continua ad essere il primo comandamento delle «tavole della Legge» dei suoi degni discendenti. Ma, sulle orme del capostipite, i gerarchi del sindacalismo americano non si peritano di riconoscere specifici obiettivi di ordine politico al movimento sindacale. Secondo il mensile Nel mondo del lavoro stampato in Italia con i dollari M.S.A., il criterio di azione del sindacalismo statunitense sarebbe condensato nella formula «Premiare gli amici del lavoro e punire i nemici». Difficile è trovare una espressione più eloquente dell’opportunismo controrivoluzionario di tutti i tempi e luoghi. Gli «amici» e i «nemici», da premiare e da punire, dei sindacati americani non escono, come parrebbe, dal quadro della classe capitalista. Qui ci troviamo di fronte a un caso chiarissimo dell’assoluta impossibilità di intendersi esistente tra l’opportunismo e il marxismo rivoluzionario. Per i marxisti, gli operai non contano «amici» nel campo sociale; essi non possono fondarsi che sulle proprie esclusive forze di classe, anche se il movimento rivoluzionario si presenta, in determinati paesi, come confluenza dell’azione del proletariato industriale e di quello agricolo. Né possono considerarsi tali i ceti intermedi che per la loro natura sociale non posseggono alcuna capacità di assumere posizione autonoma nel duello tra le classi fondamentali della società borghese, anche se costituiscono una pesante massa passiva di manovra nelle mani del Capitale. Con tale premessa, il marxismo deduce la tesi della necessità della esistenza di un partito autonomo di classe del proletariato, muvente sulle linee di un programma di azione eversiva nei confronti della classe borghese. Contrariamente, la assurda tesi della possibilità di trovare «amici» del proletariato nel seno della classe borghese, con i quali contrattare l’appoggio offerto come contropartita di concessioni salariali ammette apertamente il carattere eminentemente politico del movimento sindacale americano. Anzi, il rifiuto di fondare un partito autonomo del lavoro e di concepire il sindacato come una succursale della macchina fabbricavoti dei maggiori partiti politici americani, affittabile all’uno o all’altro in cambio di garanzie di appoggio alle eventuali azioni sindacali, esaspera il politicismo che caratterizza tutti i movimenti sindacali, e non solo quello americano. Infatti, da tale principio, dal fatto di concepire l’indirizzo politico del sindacato come «premio» da assegnare di volta in volta al partito politico «amico» dei lavoratori, scaturisce inevitabilmente la conclusione che il sindacato americano è legato a tutti i partiti politici in cui si schiera l’unitaria classe borghese dominante.

Tradizionalmente, i maggiori sindacati, A.F.L. e C.I.O., navigano di conserva con il partito democratico. Prova ne sia l’attivo appoggio dato alle rivendicazioni del sindacato siderurgico dal governo di Truman, in occasione del recente sciopero. È nel partito democratico che razzola il fior fiore dei bosses sindacali, comodamente annidati accanto ai rappresentanti dei piantatori conservatori del Sud, i re del tabacco e del cotone, accanto agli intellettuali radicaleggianti new-dealisti, agli industriali milionari del tipo di Averell Harriman. Ma, in linea di principio, i dirigenti sindacali, i quali, sia detto per inciso, costituiscono uno strato di autentici nababbi onnipotenti, non respingono accordi ed intese politiche con i repubblicani, anzi, in occasione di elezioni alle cariche cittadine e a quelle degli Stati dell’Unione, informano a tale principio la prassi abituale delle organizzazioni sindacali periferiche. Il che non succede in altri paesi, specie nell’Europa occidentale, ove, come in Italia e Francia, la linea politica dei vari sindacati è caratterizzata da rigida esclusivistica adesione e soggezione a determinati partiti, che egregiamente dissimulano, con abile manovra politica ed elettorale, la comune origine e funzione conservatrice. Negli Stati Uniti, invece, i sindacati, postulando l’adesione condizionata a qualunque partito politico disposto a difendere al Governo gli interessi dei sindacati, dimostrano con ciò solo che la pretesa apoliticità, o meglio apartiticità di principio, maschera a mala pena l’effettivo inserimento del sindacalismo U.S.A. nella macchina dello Stato. Allora, potremmo dire che la loro azione si ispira alla formula: «Legati a condizione con il partitismo, incondizionatamente allo Stato capitalista». E che significato ha in concreto l’inserimento dell’opportunismo nella macchina statale borghese, se non quello di totalitarismo?

La Sinistra Italiana ha caratterizzato in maniera netta, e fin dal suo sorgere, il fenomeno totalitario. Totalitarismo, fu spiegato al degenerante Komintern, è la fusione dei metodi classici di governo della borghesia capitalistica con il riformismo degli strati opportunistici della piccola borghesia e della aristocrazia operaia: il partito unico di governo borghese, inaugurato dal fascismo, doveva tradurre nella concreta realtà storica l’organica convergenza del capitalismo con il riformismo opportunista ed antirivoluzionario, denunciata dal marxismo fin dal suo apparire come corrente di pensiero scientifico.

Alla luce di tale principio che fa giustizia di tutte le menzogne e le apparenze esteriori della democrazia multipartitica, si conclude agevolmente che il totalitarismo borghese raggiunge il massimo della perfezione proprio nel preteso paradiso della democrazia, negli Stati Uniti, cioè nel paese in cui un partito operaio del lavoro non è finora esistito, nemmeno nelle forme tradizionali dell’opportunismo, in forme autonome e distinte, ma si è perpetuato, fin dall’epoca della intensiva industrializzazione dell’Unione, come appendice, meglio, come parte integrante del totalitario partito borghese americano al potere. A rigore, non bisogna attendere l’avvento del fascismo mussoliniano per poter dire: «Adesso nasce il totalitarismo». La verità è che il capitalismo americano, nonostante i giuramenti di rispetto alla democrazia fatti sulla Bibbia e sul dollaro, nelle forme tipiche del totalitarismo, proprio in quelle, si è sviluppato. E quando sentiamo dire che il fascismo o il nazismo o lo stalinismo debbano considerarsi quali prototipi del totalitarismo, perché irreggimentanti partito borghese e sindacato in una unitaria organizzazione di governo, rigidamente gerarchizzata, anzi quali agenti storici destinati ad estendere e generalizzare al mondo intero, a seguito di una guerra mondiale vittoriosa, le forme politiche del totalitarismo, non possiamo a meno di sorridere di compassione per gli asini che ragliano simili idiozie.

Il capitalismo americano non ha nulla da imparare in tema di totalitarismo, anzi è maestro agli altri capitalismi del mondo nell’arte di far indossare al totalitarismo gli abiti sbrindellati della democrazia. D’accordo, ciò non dipende, certamente, da particolari qualità soggettive della borghesia americana, che possiamo tranquillamente definire la più cafona e grossolana in tutti i rami della scienza e dell’arte. A conferma del determinismo storico, dipende dallo obiettivo sviluppo del capitalismo americano, in rapporto alle condizioni storiche e geografiche che gli sono state proprie, e di cui non è dato ovviamente discorrere in questa sede. Rimane comunque il dato di fatto innegabile che la democrazia del dollaro riveste di forme ingannevoli un totalitarismo che non abbisogna certamente di apporti d’oltre oceano per opporre una tremenda diga all’irrompere delle forze rivoluzionarie.

Al fondo dell'indifferentismo Pt.1

Il processo del mostruoso accentrarsi del potere, nel campo economico intorno agli istituti finanziari e bancari, in quello sociale nazionale intorno allo Stato, si è completato, in quello sociale internazionale dopo la seconda guerra mondiale, intorno ai due poli di Mosca e Washington. Le compagini nazionali sono spezzate in due (amplificazione ed internazionalizzazione di quanto avvenne in Ispagna nel 1936-39) e se, nel dominio economico, per quanto concerne il pernio del sistema capitalista – lo stabilimento del rapporto capitale-salario – l’apparato statale indigeno mantiene la sua importanza primordiale, in quello sociale e politico non è più la frontiera nazionale che costituisce il centro motore. A quest’ultima si è sovrapposta l’altra che trova i suoi due poli apparentemente opposti ma complici e solidali dal punto di vista storico: Russia, Stati Uniti.

Nei paesi compresi nell’orbita di Washington vediamo spezzarsi in due il campo sociale, ma non in corrispondenza con le due classi antagoniche della società borghese. Se è vero che la massa di manovra è costituita dai lavoratori, il programma di lotta su cui questi sono allineati non è quello della distruzione del regime capitalista, ma l’altro di una riforma dello stato borghese per renderlo più idoneo alla difesa di quelli che sono proclamati «gli interessi del popolo»; in realtà più rispondente alle attuali esigenze di una struttura economica basata sul principio del salariato.

Nei paesi compresi nella zona russa la situazione appare altra perché ogni raggruppamento sociale e politico richiamantesi a Washington è rigorosamente interdetto, essa è però sostanzialmente analoga poiché tutto il programma dell’attività economica sociale e politica è volto a difendere «l’integrità nazionale dalle infiltrazioni reazionarie» e dalle influenze del capitale americano.

I due demoni sono agitati nelle zone rispettive per salvaguardare due strutture sociali egualmente capitalistiche, per realizzare piani economici in difesa della pace o della libertà, gli uni e gli altri volti in effetti a portare al massimo lo sfruttamento dei lavoratori nelle attuali condizioni della tecnica di produzione, che da un lato impongono, con un vertiginoso aumento della produttività del lavoro, una formidabile estensione della massa dei prodotti, dall’altro lato ― in virtù delle basi stesse della società borghese ― determinano una progressiva diminuzione della parte relativa attribuita ai lavoratori della massa di questi prodotti, il che si estrinseca nel programma di austerità e di sacrifici in vista della difesa della libertà o della pace.

Nel 1918-21 assistemmo ad una frattura del mondo capitalista: a quella verticale opponente Stato a Stato e che si espletava nell’orgia di sangue della prima guerra imperialista si oppose clamorosamente nell’immediata fase di dopoguerra l’altra orizzontale dello spezzamento di ogni nazione nelle due classi fondamentali della società borghese; da una parte il capitalismo di ogni paese coalizzato per stroncare il movimento rivoluzionario originatosi in Russia nel 1917, dal’altra il proletariato do ogni razza e lingua che si concentrava in vista di sfondare il fronte borghese nazionale ed internazionale.

Senza o senza ancora un’orgia di sangue, l’attuale atmosfera internazionale che oppone blocchi e programmi di «indipendenza nazionale» è opposta a quella del 1918-21 che vedeva nella contesa storica l’urto di due classi con due opposti programmi internazionali. Non si insisterà mai abbastanza sulla differenza fondamentale di situazione storica fra i due periodi di dopoguerra; sul fatto che nel secondo agiscono da protagonisti unicamente apparati statali e in nessun paese partiti rivoluzionari autonomi da ogni potere costituto nel mondo.

Nella indicata atmosfera politica mentre le opinioni delle grandi masse sono fabbricate dall’uno o dall’altro dei due poli [ , ] negli sparuti gruppi che si sforzano di resistere all’invadere dell’offensiva ideologica borghese, non è facile mantenere fisso il punto di orientamento marxista; ed alcuni proletari ritengono avere risolto il problema unicamente perché i termini in cui questa soluzione si esprime hanno l’aspetto seducente di una radicale opposizione di classe.

Si dice che lo svolgersi dell’alternativa Mosca-Washington è indifferente al proletariato come lo è anche il risultato della contesa, non potendo la vittoria dell’uno o dell’altro avere alcuna influenza sulle sorti del movimento rivoluzionario.

Cominciamo con l’osservare che, mentre nel corso della prima guerra imperialista del 1914-18 il conflitto fra gli stati fu bensì parzialmente dissimulato e presentato come un conflitto sociale, e si pretese che le masse dovessero parteciparvi nel loro proprio interesse oltre che per fini nazionali, ottenendo successi importanti ma non irrevocabili; oggi invece tutti i veli sono caduti e si parla apertamente di obiettivi sociali e politici per i quali i lavoratori devono battersi e la mobilitazione dei cervelli o delle braccia ha raggiunto proporzioni molo superiori a quelle del 1914-18, come è provato dal fatto che, al contrario di quanto avvenne allora, oggi non si delinea nessun movimento di opposizione impostato su basi di classe e nessun movimento del genere è esploso dopo la fine della seconda guerra imperialista.

Dire che le sorti di un conflitto in cui le masse cadono, in misura totalitaria nell’inganno, e di fatto si battono guidate da inquadramenti che proclamano quei falsi obiettivi sociali, sono indifferenti al proletariato ed ai gruppi che pretendono rappresentarlo, é evidentemente un’ enormità che non regge di fronte al minimo esame critico. Qualcuno replicò: «o se ti è indifferente perché lo dici?» al che si può aggiungere: «se lo dici gli è perché non ti è indifferente» e se ne può dedurre che, come vedremo, la pretesa indifferenza nasconde lo accodarsi ad uno dei due inquadramenti.

I cosacchi del Kuban

È il titolo di uno strombazzato film russo, ma la presente nota non ha nulla a che vedere con la critica cinematografica. Allora? Consideriamo il film alla stessa stregua dei tifosi del «modo di vita» sovietico, cioè come un documento della realtà sociale russa. Ai competenti di cinematografia il compito di valutarne l’eventuale valore estetico.

Il film, per la stampa staliniana e le masse di agit-prop accorse in massa nelle sale di proiezione a bearsi della visione del «socialismo in atto», costituisce un «documento» di come si vive in Russia, ma, secondo noi, trattasi del documento di identità di un regime capitalista. Lasciamo ai tecnici della critica cinematografica, ripetiamo, la faccenda di giudicare il modo in cui è narrato il soggetto (una banale storiella d’amore fra due capi, di cui uno naturalmente appartenente al gentil sesso, di due colcos impegnati focosamente in un duello da «emulazione socialista»). Ci disinteressiamo, perché non competenti, del technicolor, degli esterni, del dialogo e via dicendo. Solo ci importa di additare le conclusioni che scaturiscono, sul piano della critica sociale, dalle situazioni raccontate nel film.

L’antagonismo dei protagonisti che poi si rivela essere mal compresa e reciproca passione amorosa, traduce psicologicamente lo antagonismo, che si può definire di libera concorrenza, che divide, sul piano commerciale, i due colcos (cooperative agricole) di cui «lui» e «lei» sono rispettivamente direttore e direttrice. Infatti, subito dopo l’introduzione da Sinfonia pastorale centrata sulla celebrazione della lavorazione meccanica della terra, il film cade nell’atmosfera mercantile e concorrenziale, che non si respira solo in Russia, ma dovunque la produzione è fondata sulle aziende produttrici di merci destinate al mercato. La retorica del film consiste nel presentare il conflitto di interessi fra i colcos sotto la specie di una leale, seppure accesa, competizione amichevole, o meglio di campionato sportivo, visto che ai vincitori si riveste il petto di medaglie onorifiche. La realtà è, invece, quella che il film non attinge, ma che si deduce necessariamente dalla comparazione con quanto si verifica nell’indissimulato sistema capitalista occidentale. I rapporti tra i protagonisti della favola d’amore del film non escono naturalmente dal quadro dei normali sentimenti che posseggono alternativamente i rappresentanti, nati sotto tutte le latitudini, dei due sessi della specie umana. Diversamente non sarà tra duemila anni. Ma a tutti gli spettatori deve essere riuscito evidente che i rapporti tra colcos in «emulazione socialista», nel film e nella realtà, fanno completamente astrazione dai sentimenti dei colcosiani, essendo basati sulla dura e impersonale legge della compravendita, della concorrenza commerciale, della lotta per il mercato, del profitto. Il che, diciamo noi, comporta che i colcos, e in genere le aziende industriali, agricole e commerciali di Russia, non si affrontano certamente, quando entrano in rapporti di affari, siccome due squadre di calcio, e nemmeno di rugby. Perché? Perché, la posta del gioco è il profitto, il massimo profitto, espresso in moneta, in rubli sonanti.

Del resto, non manca nel film una prova di quanto andiamo dicendo. Ad un certo punto dell’azione, quando fervono le transazioni commerciali nella fiera, cui le direzioni dei colcos della zona inviano per lo scambio le merci loro, «lei» dà ordine di ribassare del 25% le merci di cui è responsabile. Al che «lui», per non essere da meno, risponde ribassando le sue del 30%. Secondo la ingenua economia del regista, si tratterebbe di un dispetto di innamorati, inserito, a sua volta, nel più vasto incruento conflitto emulativo che involve i «collettivi» dei due colcos in parola. Ma, con tutto il rispetto ai colori sovietici, la legge della domanda e dell’offerta che regola ferreamente i mercati se ne infischia molto cinicamente delle avventure amorose degli uomini. La verità è che se il direttore Ivan Ivanoff del colcos XY perde le facoltà mentali e vende le merci al di sotto del loro costo, tutto il colcos corre verso quello spiacevole incidente che in linguaggio borghese si chiama fallimento.

Favole d’amore a parte, l’economia di aziende produttive industriali o agricole, come esistono in Russia e come il film prova, non ammette che una lotta accanita in vista del profitto, della accumulazione del capitale. Ora non si vede come la concorrenza e la proprietà privata (i colcosiani posseggono in privato, cioè sono liberi di vendere al mercato, i prodotti della terra) che in altri paesi producono il costume di vita che conosciamo, possa in Russia produrre quel paradisiaco regno dell’accordo e della idilliaca felicità di cui il film mena vanto. La caccia al denaro che sugli schermi americani produce terribili gangs di banditi, su quelli russi procrea il disinteresse, la vita a tempo di balletto, la serenità bucolica. Magia della propaganda!

Nelle campagne russe, e il film lo prova materialmente, esiste l’appropriazione privata dei prodotti, la speculazione commerciale, la concorrenza, ma non esiste la proprietà privata della terra, non esiste la figura del padrone terriero. Vero, ma che toglie ciò al contenuto capitalistico dei rapporti di produzione nell’agricoltura? Non solo esiste la lotta di concorrenza tra i colcos, ma nell’interno degli stessi, funzionanti come ditte capitalistiche a contabilità a partite doppie, si svolge necessariamente una permanente lotta per la spartizione dei profitti tra le famiglie componenti la cooperativa. E a frenare tali conflitti sociali si adoperano gli stessi sistemi autoritari e dispotici, che altrove sono impersonati nel padrone terriero. Così si vede nel film come la coppia di concorrenti-innamorati si sfidino a chi più spenda fior di rubli, dimostrando che i veri manovratori del denaro appartenente ufficialmente al colcos, sono i «compagni» direttori, cui spetta il diritto insindacabile di decidere se comprare ad esempio un pianoforte o una macchina da cucire. Però, il «compagno» direttore non è proprietario del denaro che amministra. Grazie tante. Nemmeno gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, ad esempio, sono proprietari del denaro sottoscritto dagli assicurati.

Che ne dite del «socialismo» dell’agricoltura russa in cui nemmeno i semi di girasole da sgranocchiare per passatempo sono fuori del meccanismo mercantile e monetario? A meno che il denaro con l’effigie del maresciallo Stalin non bruci le mani e non abbia orrore delle casseforti delle banche, il che non pare, noi continueremo a sostenere, con buona pace di tutti i felici cosacchi del Kuban, che il socialismo di Marx e di Lenin non ha nulla a vedere con il commercio e il denaro.

Cinema progressivo

È stato proiettato a Mosca in anteprima il documentario sulla Conferenza della pace di tutte le Chiese e gruppi religiosi dell’Unione Sovietica.

«Il documentario segue i delegati e gli ospiti stranieri durante il loro soggiorno a Mosca, la loro visita al mausoleo di Lenin ed al Cremlino, ecc. La macchina da presa ha colto il Patriarca Alexi di Mosca e di tutte le Russie mentre pronuncia un discorso, il Metropolita Nikolai di Krutiski e Kulomna mentre legge l’appello intitolato: „La Chiesa assieme al popolo nella lotta per la pace”, il patriarca Alexi che riceve i partecipanti alla Conferenza e gli altri delegati che hanno preso la parola. Il documentario mostra, infine, i delegati mentre officiano».

(Unità, 5-8-52).

La Coca-Cola degli atleti russi

Sulla Gazzetta Sportiva del 20 agosto, alcuni atleti russi a Helsinki appaiono fotografati con una bottiglietta di Coca Cola in mano, e dice il commento che in 6 settimane, nel villaggio riservato ai soli atleti stalinisti, ne sono state smerciate 5 mila bottigliette.

È vero che lo stalinismo, in Italia e in Francia, ha svolto per anni una campagna furibonda contro questa caratteristica bibita americana chiamandola nei manifesti «Coca Cola» e organizzando squadre di attivisti per prenderne a sassate i camions, ma noi siamo convinti che non solo le bibite americane entrano in Russia ma anche le bombe atomiche e tutte le altre armi che serviranno a sterminare i proletari di tutti i Paesi.

Il capitalismo non ha confini, quando occorre mettere più salde catene ai polsi dei proletari!

Una “rivoluzione sociale pacifica”

Nel n. 11 di questo foglio abbiamo brevemente commentato una polemica che si svolgeva tra il Notiziario della Pesca e il Timone, nella quale l’uno vantava l’opera governativa nei riguardi dell’assistenza sociale dichiarando che l’Italia ne ha il primato fra le altre nazioni, l’altro la definiva demagogica e rovinosa, poiché gli elevati oneri sociali, ammontanti a circa il 50 per cento dei salari corrisposti, non vengono redistribuiti sotto forma di assistenza alle classi lavoratrici ma, andando a finire nelle «ingorde fauci» di una burocrazia parassitaria, raggiungono il solo effetto di aumentare i costi di produzione e di soffocare quindi l’esportazione. Il Timone non si accontenta di fare simile critica, ma dà pure una ricetta per ovviare ai due mali citati. Questa consiste in una riforma degli istituti previdenziali, tesa allo scopo di far rendere questi almeno come quelli stranieri che, con minime risorse di contributi versati, riescono ad offrire migliore assistenza ai lavoratori e consentono alle industrie minimi costi.

Nel nostro commento affermavamo che l’affanno del Timone ha due semplici aspetti: uno economico, che vuol realizzare il massimo profitto capitalistico; un altro politico, consistente nel voler meglio tener soggetta la classe operaia grazie alla panacea dell’assistenza sanitaria ecc. Abbiamo inoltre sarcasticamente detto che nelle proposte del Timone per risolvere i due problemi non c’è nemmeno originalità, perché è un secolo che riformisti di tutti i colori ci raccontano le stesse cose.

Ma il Timone non ha capito niente o ha finto di non capire, perché ha commesso l’errore di confondere il nostro giornale con l’Unità o roba del genere, nel suo articolo intitolato «Rivoluzione sociale», apparso nel numero del 7-14 giugno 1952. Prima di passare a commentare il significato dell’articolo confutiamo un punto di esso nel quale ci si contesta l’affermazione che il peso di tutta la burocrazia grava sulle spalle del solo operaio attivo e mai dell’imprenditore. Tralasciamo la dimostrazione teorica e consideriamo solo la prova dell’esperienza che la convalida. Abbiamo mai visto finora la classe capitalistica nel suo insieme fallire sotto il peso di questi «oneri sociali» e restar sottomessa alla burocrazia verso la quale mostra tanto odio? No! Dunque, chi si sgola ad urlare contro i parassiti burocrati è solo il piccolo borghese che nell’affannosa lotta col grande capitale vuol trovare un rimedio alla sua imminente rovina. Egli non si rende conto, accecato com’è dalla concorrenza, che quando avviene in Italia non è un prodotto di fattori soggettivi quali lo «spirito egoistico» della burocrazia, ma un portato storico legato allo scarso sviluppo industriale rispetto a quello di altre nazioni dove perciò, essendo la popolazione attiva più numerosa, è possibile con minori prelievi dai salari disporre contemporaneamente di un migliore tenore di vita e di una larga assistenza sociale.

Andiamo a vedere ora in che cosa consiste questa «Rivoluzione sociale» e i mezzi e i metodi propugnati dal Timone per compierla. «Con l’ingranaggio delle tasse e più ancora e soprattutto con il meccanismo dei contributi sociali si può passare (sia pure senza accorgersene) dal regime capitalista al regime comunista o quanto meno ad un regime equivalente ad ogni effetto economico-sociale».

Sorvoliamo per brevità qualunque commento ai ragionamenti semplicistici ed assurdi che hanno condotto l’articolista a formulare simile teoria. Sorvoliamo pure il fatto che, mentre si fa tanto rumore per una riforma previdenziale, non si spreca una parola per la riforma tributaria (si vede che quella di Vanoni è sufficiente per cui il fisco e i suoi agenti potrebbero a onestà civica al… ). Osserviamo invece che, siccome tutti: democristiani, repubblicani più o meno storici, socialdemocratici, socialcomunistaliniani ecc., vogliono il comunismo o qualche «regime equivalente», nessuna meraviglia che la stessa cosa voglia pure il Timone. Naturalmente tutti offrono teorie apparentemente diverse per qualità e quantità di particolari riformistici ma tutte identiche nella sostanza: «avvicinare e conciliare due mondi: occidente e oriente, capitalismo e comunismo, iniziativa privata e impresa di Stato, datore di lavoro e lavoratore»… e chi più ne ha più ne metta.

Niente perciò urto armato fra classe capitalistica e classe proletaria, niente cioè rivoluzione politica, ma solo rivoluzione… sociale senza accorgersene! Che allegria!

Il marittimo

"Politique d'abord!"

Come è notissimo perfino ai lettori delle riviste politiche illustrate, la frase fu rilanciata in Italia da Pietro Nenni fin dai primissimi giorni in cui si trattava di raccogliere l’eredità di Benito Mussolini. Che senso poteva avere questa esigenza, ancora attuale dopo quasi un decennio di schermaglie? Essa alla fine espresse ed esprime in modo quasi leale il vero contenuto della miserrima vicenda delle lotte tra i gruppi politici successori del fascismo italiano.

A partire dalla estate del 1943, via Sicilia, via Salerno, via Anzio, fremendo nelle retrovie di una fretta che mancava del tutto ai corpi combattenti americani e associati, cui legava le gambe la notizia di avere di fronte scarni reparti germanici, tende a Roma una banda, meglio un mosaico di banderelle, di oppositori, di perseguitati, di esiliati, e in non pochi casi di schifati dalla inquadratura fascista qui governante. I capi politici ed i ministri in pectore dell’era nuova ci sono tutti, allucinati da un lungo digiuno di potere e di politico dimenamento.

Da destra a sinistra tutta questa gente non sbandiera programmi e principii universali, o internazionali: nessun gruppo di capi si prefigge di orientare la sua azione in Italia verso il risorgere di movimenti e partiti di battaglia per una nuova, rivoluzionaria, palingenesi della società europea e mondiale. Per tutti la lotta armata finisce colla vittoria delle armate di sbarco e la rottura delle ultime linee e formazioni tedesche; e si tratta di passare a rifare, a riordinare l’Italia. Nessun partito di lotta, di opposizione, e tanto meno di rivoluzione: tutti partiti di amministrazione e di governo, tutti in veste di eredi della già scontata rivoluzione, o secondo risorgimento italiano, che sta a cavallo delle date gloriose: 25 giugno, 8 settembre, 19 maggio, in cui dal suolo fiammeggiante della patria insorsero marescialli imperiali, re, imperatori, principi ereditari, pontefici romani; e capeggiarono le insurrezioni!

Quale la maggiore premura di questi gruppi dirigenti ansiosi di provarsi nel rimettere piede sul suolo ancora una volta redento? Ripetiamo, avessero essi avanzato, incalzato e vinto per un postulato rivoluzionario generale, per la conquista del potere in Europa e nel mondo alla classe proletaria, e quindi per lo smantellamento della società capitalista, che aveva partorito e partorirà fascismi e guerre, essi sarebbero stati fin dal primo momento pronti e maturi all’azione: organizzare, propagandare, agitare, inquadrare le masse per l’assalto demolitore ai pilastri del regime borghese anche nella riguadagnata Italia. Ma no; essi non hanno che il proposito di chiudere ogni lotta e scontro violento; e darsi al riordinamento contingente del paese rovinato a loro dire da venti anni di disamministrazione e ladreria fascista e da quattro anni di guerra, militarmente invero non impegnativa, ma catastrofica per i bombardamenti spietati „di propaganda” dei civilizzatori e liberatori.

Con tali propositi sarebbe stato logico fermarsi, guardarsi attorno, studiare, capire la situazione contingente – essi contingentisti per la pelle – di questo paese in cui ritornavano a ripristinare buon governo, sana amministrazione, rivendicata autorità ai competenti perseguitati (o infamia!) per motivi ideologici. Quindi esaminare i problemi tecnici, come ad essi piace dire, e darsi a preparare nel campo amministrativo legislativo e sociale le attesissime „riforme di struttura” per soddisfare un popolo, dopo la dominazione fascista, assetato di giustizia.

Il Pietro Nenni in questa fase non fu che il meno ipocrita di tutti. Ma che studiare, ma che capire, ma che vedere quali erano i mutamenti di struttura sociale tra il 1922 e il 1944 (il riformismo ci puzza ferocemente e appunto per questo possiamo dire con tranquilla serenità che erano mutamenti per quattro quinti positivi, mentre dal 1944 ad oggi sono per quattro quinti negativi), ma che darsi a preparare leggi sociali e piani di ricostruzione sensati! Ma che portare la soluzione di questi quesiti a livello della larga massa, riabilitandola dalla menomazione e minorazione fascista che aveva riservato ogni funzione decisiva alla gerarchia oligarchica! Ma che; ma che: politique d’abord!

Il diritto di stabilire i destini d’Italia per legge storica, passa con un colpo di bacchetta magica dal gruppo dei perseguitatori al gruppo dei perseguitati più illustri (nulla di male se ce ne scappa più di uno tanto poco illustre quanto nulla perseguitato); le urgenze della storia non lasciano il tempo di passare la bisogna al „popolo”, che è bastato liberare, e alimentare di inni alla democrazia, essendo automatico che questa vince ogni qualvolta al posto del carceriere riesce a sedersi il carcerato.

Ed allora quello che urge è spartirci – dice Nenni, esprimendo audacemente il generale segreto pensiero – la torta dei poteri e dei posti, schermagliando tra noi sopraggiunti secondo il potenziale che deriviamo da quanto abbiamo dietro le spalle – e chi al britanno, chi allo yankee, chi al gallico, chi al cosacco, in nome d’Italia, si poggia – e da quanto abbiamo davanti a noi come possibilità di fare gioco nel mobilitare i futuri elettori che, a partita giocata, e a vergogna della memoria fascista, saran convocati a liberi voti!

Chiaro che in simile periodo di abili mosse sulla scacchiera le „masse” ed il „popolo” ad ogni passo invocati, sono fuori del gioco. Sono dunque rapporti tra partiti, ognuno, ben definito e collegato su una sua tradizione storica di programma e di lotta, quindi chiaramente riconoscibile come espressione di interessi sociali? No; il risalire ai partiti, concesso che un partito in periodo di forti offensive subite ben può agire senza il collegamento ininterrotto a una base vasta, tramite piccoli gruppi e comitati clandestini ed esteri se del caso, non basta a spiegare la dinamica di un simile accaparramento.

Proprio nel caso di Nenni il dato partito è quanto mai mutevole. Egli è l’esponente del partito socialista che all’inizio della fase ventennale di parentesi è il più fiero nemico della Internazionale di Mosca e del partito comunista. Al 1943-44 il suo partito deve ancora spezzarsi in due e poi tre tronchi divisi radicalmente dall’asservimento ai russi da una parte e agli americani dall’altra. E se seguitiamo l’analisi degli altri partiti la storia vale lo stesso: la tradizione ventennale è lo stesso contorta, quanto ad appoggio e opposizione al fascismo, quanto ad atteggiamento di fronte alla monarchia, o di fronte alla chiesa: ci risparmiamo l’esame.

Politique d’abord, non vuole dunque solo dire: indietro la massa e la base, indietro la realtà anche contingente delle situazioni economiche, tecniche, costruttive, amministrative; siano di scena le formazioni politiche in cui la nazione si divide, ossia i partiti. Vuole dire indietro anche questi, che ancora non si sono né schierati né messi in attività (né più si sottrarranno, prima ad un conformismo unico „risorgimentale”, dopo a una coppia di conformismi convenzionalmente, retoricamente avversi tra loro, che più non si riscatteranno dalla passività di stile ventennio, e se volete di stile popolarprogressivo). Ed allora se le classi e i partiti non sono di scena, la formula, sfrontata ma veritiera, a quali rapporti di forza si riferisce? Quali sono gli attori sul palcoscenico, salvo ad indagare dopo se gli attori e specie i protagonisti non siano marionette di cui sono tirati i fili? Tutto si riduce ad un intrigo tra persone, tra „personalità”, tra „uomini politici”; ciò viene apertamente confessato. E dal 1944 ad oggi dietro questa lacrimevole scena e meglio che mai, molto meglio che nel ventennio, il capitalismo e l’affarismo più spinto, che divengono ad arte sempre più anonimi, imperversano nella loro dittatura: l’Italia, che quei signori dicono importare loro più dei loro principii universali di partito, l’Italia è amministrata nel modo peggiore della sua storia, non solo recente; si fanno da burocrati amministratori e tecnici più fesserie che mai, si ruba più di quanto si sia mai rubato. E questo stato di cose va, dato il metodo premesso, imputato in egual misura a partiti al governo e partiti all’opposizione, dato che si tratta di opposizione costituzionale, collaborazionista e „nazionale”.

Le inquadrature delle masse, affogate nel conformismo e nella corruzione riformista assistenziale e patronesca, che sviluppa la stessissima linea fascista, sono dunque svincolate dalla guida „di classe”, sono svincolate dalla guida „di partito” e sono costrette ad orientarsi solo sulla guida di „Uomini”, di „Capi”, di „Nomi” famosi.

I partiti che pretendevano di continuare il filone di quelli proletari non fanno più mistero di avere adottata questa, e questa sola bussola: morti deificati da una parte, e levati su altari (meno pericolosi come persone fisiche ma sempre pericolosi per l’uso traditore della loro fama), viventi idolatrati come Padri, Migliori o Perfetti, alla cui opera direttiva si attribuisce ogni virtù di fare la storia. Allo sforzo gigantesco dell’originario marxismo che dimostrò che l’economia è politica, la lotta sociale è politica, la guerra civile è politica, si surroga oggi la ignobile ammissione che è politica non lo scontro a vasto sfondo degli interessi delle classi e dei partiti che si affrontano, per e contro le rivoluzioni, ma è politica il basso caudeggiare un tipo dal nome notissimo, l’ammirazione cretina, l’adulazione più vile, da parte non di un singolo fessoide, che importerebbe poco, ma delle collettività organizzate.  IERI 

La facilità con la quale si verificò il fenomeno dell’opportunismo, che vale conquista subdola, che ad un dato momento esplode, delle organizzazioni della classe dominata da parte della classe dominatrice e dei suoi poteri, derivò anche, insieme a tutto il gioco delle formidabili risorse che possiede l’apparato tradizionale delle forme di produzione, da questo abuso fatto nelle file rivoluzionarie del culto delle persone e dei nomi. Citatemi i soliti (pochi ahinoi) esempi di dirigenti proletari che hanno svolto tutta la loro vita militante senza defezionare e deflettere: ed io terrò in piedi la tesi che l’elemento seguito, ammirazione, fiducia, attaccamento, anche a queste persone e a questi nomi non è stato elemento deteriore e dannoso.

Taluno ha ancora nelle orecchie il clamore dell’applauso strappato da Mussolini al congresso di Reggio del 1912 nell’invettiva contro Bonomi Cabrini, Bissolati e Podrecca: „il partito non è una vetrina per uomini illustri„. Eppure la perorazione veniva da un „vetrinista” nato, come mostrarono i fatti successivi, e basta riflettere che vari decenni dopo l’odio proletario per Mussolini bastava a ridare verginità ai traditori Bissolati e Bonomi, morti in odore di santità: tanto le masse sul terreno del giudizio sulle persone sono labili e fallaci.

Sostituita la fede cieca in un nome al rispetto dei principii delle tesi delle norme di azione del partito come ente impersonale, assicurata dal favore ingenuo delle masse e degli stessi militanti l’influenza di una persona, che alla pruriginosa ambizione, latente o meno, accompagnava doti (novantacinque volte almeno su cento assolutamente spurie) di ingegno, cultura, eloquenza, abilità e coraggio, riuscirono storicamente possibili le fenomenali svolte, le incredibili virate di bordo, con cui interi partiti e frazioni notevoli di partito spezzarono la linea della loro dottrina e della loro tradizione, e fecero sì che la classe rivoluzionaria abbandonasse o addirittura invertisse il suo fronte di combattimento.

Strati di militanti e folle proletarie incassarono incredibilmente mutamenti mirabolanti di formule e di ricette; e quando non caddero nell’inganno ebbero ondeggiamenti esiziali. Fallì ad esempio Mussolini nel tentativo di trascinare il partito socialista italiano nella ubriacatura di guerra, ma alla sezione socialista di Milano che nell’ottobre 1914 unanime lo urlava via, osò gridare partendo: mi odiate perché mi amate!

Una lunga e tragica esperienza dovrebbe dunque avere appreso che nella azione di partito bisogna adoperare tutti secondo le loro svariatissime attitudini e possibilità, ma che „non bisogna amare nessuno”, ed essere pronti a buttare via chiunque, anche se avesse fatto su ogni anno di vita undici mesi di galera. La decisione sulle proposte di azione ai grandi svolti deve riuscire a farsi al di fuori della „autorità” personale di maestri, capi e dirigenti ed in base alle norme prefissate di principio e di azione del nostro movimento: postulato difficilissimo, ben lo sappiamo, ma senza il quale non si vede via perché un movimento potente riappaia.

L’esaltazione per le res gestae, per le gloriose imprese di questo o di quel preteso condottiero di folle, il mareggiare oceanico alle sue tirate o ai suoi atteggiamenti, ha sempre servito di passerella alle più sorprendenti manipolazioni sui principii del movimento. Seguaci e capo molte volte avevano talmente vissuta l’esteriorità drammatica della lotta, che avevano ignorate, dimenticate, forse mai penetrate, le „tavole” di teoria e di azione senza le quali non vi è partito, non vi è ascesa e vittoria di rivoluzioni. E perciò quando il capo bara a sé stesso e agli altri e cambia le carte, avviene in mille casi lo smarrimento.

Sugli esempi ci siamo cento volte fermati. Scoppia la guerra imperialista 1914 e in tutti i paesi d’Europa autentici capi anche teorici del socialismo affermano coerente ai principii l’appoggio proletario alla guerra. Gli argomenti sono i più sfrontati: in Francia, Germania, Inghilterra, si tratta della maggioranza con tutti i più noti uomini che defeziona, in Italia ad esempio è una minoranza, ma vi è Mussolini appunto, capo dell’ala più rivoluzionaria; e ancora cronologicamente prima di lui tanti altri. Tutta questa gente ha fatto mille volte la spiegazione del Manifesto dei comunisti; oggi, impassibile, dichiara: è vero che „i proletari non hanno patria”, ma questa espressione vale per il periodo che precede la vittoria del proletariato. Ora il testo dice che questa, portando al potere la classe più numerosa, sarebbe la vera „conquista della democrazia”. Conclusione audace e brillante: in tutti i paesi, sia pure capitalisti, in cui vi è elettorato e parlamento, i proletari hanno avuta una patria, e devono difenderla!

Qualcosa crollava sotto i piedi di tutti i rivoluzionari, e mentre in Italia i socialisti dell’ala estrema si riavevano e gettavano già Benito, che sbalorditivamente era passato alla tesi: come lasciare sgozzare la libera Francia, come esitare tra l’Inghilterra e i dispotici imperi di centro?! – Lenin doveva schiaffeggiare Kautsky maestro dei marxisti radicali che chiamava alla difesa della democrazia germanica contro lo zarismo; e peggio ancora seppellire vivo il suo grande maestro Plechanov, teorico formidabile del marxismo, che addirittura sosteneva l’unione sacra con lo Zar di Russia!

Rifatto tutto, tutto riorganizzato, sollevata dal fango la bandiera, tutto ha potuto di nuovo vacillare e crollare, poiché i capi della Terza Internazionale e della Rivoluzione Russa di ieri, assicuratisi alle loro „ditte” la privativa, hanno potuto rimettere su – senza essere lasciati dal grosso del movimento – quelle stesse posizioni di principio e di azione già svergognate: difesa nazionale, collaborazione governativa, blocco democratico, legalitarismo costituzionale, e, con la continua copertura delle vecchie glorie personali dei vivi e dei morti, ogni giorno pretendono che tutta questa lordura sia conseguente con la teoria e la politica di Marx e di Lenin.

Qual meraviglia che un Nenni, dopo avere candidamente detto: qui non è questione delle vedute filosofiche sul divenire del mondo e della umanità, e nemmeno di esercitare utilmente campi, officine o ferrovie in Italia, ma solo di vedercela tra noi poche dozzine di divi del palcoscenico politico, nella salita e discesa delle azioni personali, acquisti il diritto di passeggiare sui principii fondamentali con divina indifferenza? Nell’articolo scritto dopo che lo hanno chiamato l’uomo più pericoloso in Europa, spiega che è stato lui a chiudere la fase rivoluzionaria (!) dell’immediato dopoguerra per passare alla distensione e alla pace. (Che accidente di fase rivoluzionaria? Allora stavano nel ministero di un Savoia, ora stanno all’opposizione accesa: erano belli e distesi già nel 1943, e prima, tra frati e staffieri di corte!). E tira fuori, come cosa notissima, un teorema di questo genere: se è vero come è vero, che la classe operaia esprime interessi universali e generali…!

Che ci potrebbe dire di più? La classe operaia non esprime e difende i suoi interessi contro quelli della classe borghese, ma consiglia, tramite i suoi grandi capi, la via migliore per la convivenza arcadica di entrambe in un governo italiano di nuovo tripartito, e in un patto di alleanza Washington-Mosca! Ed intanto non un operaio su mille riesce a confrontare queste tesi con quelle basilari di Marx sulla lotta di classe e sulla dittatura di classe, con i fondamentali criteri per cui negammo all’origine che si pervenisse nella storia a „valori” e fini comuni a tutti gli uomini, e definimmo tali successive formulazioni sempre come travestimento di interessi di una data parte, classe, della società…

La sfrontatezza e l’ignoranza dei capi arrivati e arrivisti fa fondamento sulla prona adesione dei ranghi, in cui tutti hanno rimesso il „controllo” sul rispetto ai canoni del partito alla solita formula: lo ha detto lui.  OGGI 

Se da queste alternative disastrose della lotta del proletariato esiste una uscita, questa sta nel prendere di fronte la vecchia questione del merito e demerito degli uomini, e riuscire a liberarsi dal criterio dominante di lasciare ai capi, anche se hanno passato di grandi lottatori, l’arbitrio di innovare e sconvolgere le regole della normativa comune ed impersonale.

Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta.

Un sintomo del fatto che con processi più o meno complicati, dati elementi si lasciano condurre dalla voluttà di avere una parte su quel tale palcoscenico, dalla libidine di sentir riecheggiare il proprio nome, e dallo sfizio di essere chiamato capo e titolare di un curriculum di meriti, e di alte prove sta nella disinvoltura, spesso incosciente, con cui leggermente si dimostra di non aver mai vagliato le direttive di base, e di improvvisare ad un dato momento dissensi da tesi a cui per anni non si era trovata eccezione; o viceversa di aderire a tesi di cui si era accertata la aperta condanna da parte della organizzazione.

Essendosi purtroppo avuti fenomeni di tale natura anche nel seno del piccolo movimento che raccoglie gli avversari della degenerazione stalinista, della terza ondata di opportunismo nella storia del proletariato, non è possibile non mettere in rapporto i due aspetti: la provata ignoranza e trascuranza delle tesi di base del partito, la tardiva posizione di controtesi che fin dall’inizio dell’impostazione programmatica erano scartate all’unanimità senza protesta o riserva di nessuno, e il riaffiorare del personalismo, della mania di fare „vera opera politica”, di valutare i problemi di partito come rapporti di persone e di gruppetti, di risolverli non con formulazioni di principio e di metodo ma con ridicole „garanzie” che dati ometti si prestino, si promettano o si insidiino.

Il piccolo movimento che ispira queste pagine ha condotto un lavoro poco chiassoso, ma non per questo meno notevole, ormai per lo spazio di otto anni, tendendo da un lato a ripresentare tutto il programma con coerenza unità ed organicità tra testo e testo, lavoro e lavoro, in maniera che della affrontata costruzione le varie strutture siano inseparabili, e quindi tutte da prendere o tutte da lasciare – e dall’altro lato sottraendosi ad ogni paternità personale grazie ad una incessante, ostinata dimostrazione che nulla è stato non solo improvvisato ma nemmeno scoperto, e che si sono soltanto fermamente ricalcate le classiche linee della sinistra marxista, ossia del solo marxismo, e della difesa che forze di varie generazioni e di tutti i paesi fecero contro le tre successive storiche inondazioni opportuniste, che debellarono tre Internazionali.

Orbene, è strano che tardivi critici, dopo tante e così ribattute ripetizioni, non si siano accorti di avere accettato tesi per otto anni, che poi, caduti in uno smarrimento curioso, vengono d’emblée a ripudiare. Se questo è accaduto, strano non è che venga da una specie di tendenza che – vecchia, vecchissima solfa – ha il dada degli uomini, della volontà degli uomini, dell’azione e dell’attivismo degli uomini… Questi, con iniziale piccola o grande, si vorrebbero dimostrare come necessari strumenti del moto rivoluzionario, in realtà è il secondo che piacerebbe asservire a piccole emozioni e soddisfazioni epidermiche dei primi.

Prima ancora che i gruppi italiani del Sud e del Nord potessero comunicare, e quindi fin dal 1944, fu apportato un testo o Piattaforma della Sinistra che servì poi di comune base. Tale testo diviso in capitoli apparve in vari numeri di Prometeo più tardi, tra il 1946 e il 1947. Il primo numero della rivista, del luglio 1946, nel Tracciato di impostazione ribadiva gli stessi concetti. Infine nel n. 3 dell’ottobre 1946 trovò posto un Supplemento alla Piattaforma, ancora in pubblicazione per capitoli, scritto in fine del ’45 dopo la pace e al primo delinearsi del conflitto tra sovietici ed occidentali. Punti, che oggi avrebbero sollevato dubbi teoretici, erano fin da allora e senza obiezioni solidamente e ripetutamente stabiliti: ciò basta per stabilire che gli elementi sbandati di oggi usano il lavoro di principio in modo artificiale, ed una ennesima volta danno esempio del metodo deteriore: fare scempio delle direttive teoriche e programmatiche per la sopravvenuta impazienza di provvedere a… politique d’abord!

Prenderemo il punto del cosiddetto indifferentismo rispetto al nuovo eventuale conflitto imperialista, che vuol vietare di prevedere diversi effetti dalle diverse alternative della guerra, che si ostina a fermarsi ad una bruta identificazione di tutti i „capitalismi” eguali tra loro sotto tutti i climi, che grida allo scandalo se si richiamano le notissime tesi marxiste, engelsiane, leniniste, sul diverso peso storico e sociale delle guerre nei vari periodi e nei vari continenti. In fondo un nuovo banalissimo „serratismo” come quello – battuto in breccia vigorosa dalla Sinistra italiana pur dove dissentiva da Lenin sulla tattica – con cui vennero rifiutate da dure meningi di vecchi militanti le tesi nazionali, coloniali, agrarie della Terza Internazionale. Strano poi che questi serratisti rinati e neo-semplicisti assertori del volgare dualismo che tutto riduce alla cantilena: operaio contro padrone, si rifanno alle coeve tesi di Lenin proprio e solo dove questi trangugiò il metodo parlamentare in Occidente. Strano e tanto „politico” nevvero?

Orbene costoro non lessero in quel supplemento di Piattaforma (Prometeo n. 3, p. 114) benché preceduto da una presentazione che lo rendeva testo impegnativo a fini dottrinari e pratici, la lunga dimostrazione sulla valutazione marxista delle guerre, contro l’indifferentismo. Chiamato proprio per nome e cognome.

Ma se il pubblico conosceva quel testo nell’ottobre del 1946, nel partito era noto ed accettato, esplicitamente e non tacitamente, un anno prima. „…Sarà certamente mossa alla impostazione ora delineata (ossia alla doppia critica degli allora incipienti crociatismi, cui si chiamava la classe operaia: quello occidentale contro il totalitarismo e per la libertà, quello orientale per il socialismo sovietico e popolare contro il capitalismo) l’accusa di dogmatico apriorismo, di cieco indifferentismo alle multiformi possibilità di sviluppo della realtà storica„.  „Adottate talune formule fisse: 'Lotta di classe’, 'Intransigenza’, 'Neutralità’, i comunisti di sinistra, senza prendersi la briga di compiere l’analisi delle situazioni nel tormentoso loro divenire, concluderebbero sempre per una sterile e negativa indifferenza teorica e pratica tra le strapotenti forze in conflitto„. „È mai possibile a marxisti, ossia a sostenitori dell’analisi scientifica più spregiudicata e libera da dogmi applicati ai fenomeni sociali e storici, asserire che sia proprio indifferente, per tutto lo svolgersi del processo che condurrà dal regime capitalistico a quello socialista, la vittoria o la sconfitta, ieri degli Imperi Centrali, oggi del nazifascismo, domani della plutocrazia americana, o del totalitarismo pseudo-sovietico? Con questa tesi insinuante l’opportunismo ha sempre iniziate e finora vinte le sue battaglie„. „…Noi affermiamo senz’altro che alle diverse soluzioni non solo delle grandi guerre interessanti tutto il mondo, ma di qualunque guerra, anche più limitata, hanno corrisposto e corrisponderanno diversissimi effetti sui rapporti delle forze sociali, in campi limitati e nel mondo intero, e sulle possibilità di sviluppo dell’azione di classe. Di ciò hanno mostrato applicazioni ai più diversi momenti storici Marx, Engels e Lenin, e nella elaborazione della Piattaforma del nostro movimento se ne deve dare continua applicazione e dimostrazione”.

Poteva sfuggire una così recisa posizione? Evitiamo di riportare la lunga seguente pagina che svolge dialetticamente la dimostrazione che questi diversi effetti delle guerre vanno previsti, ma nella fase storica presente e nella Europa progredita capitalisticamente ogni coalizione bellica da parte dei partiti proletari è tradimento.

Lo stesso svolgimento è richiamato nel Tracciato di impostazione (Prometeo n. 1, pp. 11 e 14) e nella prima Piattaforma (n.6, p. 265) ove è chiaramente svolta la utilità della ipotesi di vittoria di Hitler. Evitiamo le citazioni.

Chi avesse conosciuto questi testi sapeva che essi – organicamente, ripetiamo, sicché decentemente si può tutto respingere, ma mai una parte sola – conducevano parallela la dimostrazione di queste conclusioni: 1) Lo scioglimento delle guerre tra Stati influisce in modi diversissimi sulla lotta di classe sociale. 2) I marxisti respingono ogni definizione di „guerra ideologica” ossia di spiegazione della guerra come deliberata crociata per fini di principio e di idee generali. 3) Oggi (oggi vuol dire, nei paesi sviluppati, dal 1871) mai i comunisti possono e devono appoggiare uno Stato in guerra.

Successive esposizioni e studi, in Prometeo e nei Fili del Tempo, hanno ribadite queste posizioni limpide seppure complesse con esaurienti richiami storici e citazioni che confermano le vedute della scuola marxista nei detti sensi e nelle varie svolte. Ma da quei primi testi si dichiara come Marx – e ne vedremo altri passi veramente suggestivi – tifava per qualcuno in tutte le guerre della sua vita, e come la Prima Internazionale valutò dialetticamente in due sensi la guerra del 1870.

 I serratisti, se tutto questo non digerivano, dovevano dirlo a tempo. Dire ora che uscire dall’indifferentismo più equilibrato significa favorire uno dei due gruppi, che enunciare la tesi già allora scritta della tanto attesa catastrofe per l’Inghilterra di ieri, l’America di oggi, vale una conversione allo stalinismo, che cosa è, se non bassa politica nel senso Nenni? Quella largamente citata Piattaforma finisce con queste parole (1945): „Parola di azione semplice e chiara: né un uomo né un soldo per nessuno dei due„. E tale conclusione di prassi si fonda proprio su quei tre detti pilastri di principio.

Estenderemo la dimostrazione analoga ad altri punti di finto dissenso: tendenza della Russia, capitalismo di stato, appoggio alla nascita rivoluzionaria del capitalismo nelle prime fasi storiche, e simili…

Siamo dunque in presenza di un fenomeno che, in grande o in piccolo, abbiamo tante volte visto: prima si schierano quei birilletti che sono gli Uomini nell’infinito loro ridicolo, e nella loro spassosa presunzione „attivista” e „influenzista”, che conferma a fondo il determinismo poiché quanto gioca non è che un fisiologico prurito irresistibile. Poi si entra nel recinto dei principii e vi si agita la sconcia scure della confusione, rovinando il lavoro di anni ed anni. E le tesi si scelgono non in coerenza a quanto altra volta si disse, si ratificò e si diffuse, ma secondo la (facilissima ad ogni fesso) previsione sull’effetto in giro. Quante volte Marx ed Engels hanno amaramente ammonito quanto sia immancabile l’effettaccio di quelle: Meno teoria! Più azione! Più coraggio! Più battaglia! Meno calcoli sulle forze nemiche, indegne di veri eroi che ad ogni momento sono intenti a „passare alla storia”!

Tanto ciò è vero che in tutti questi casi, ai fini dello svolgimento di una stessa pratica manovra, si cambia più volte l’armamentario di principio, e si lanciano più tipi di improvvisate professioni di fede. L’uomo politico nato, sempre travolto nel fuoco dell’azione, pericoloso quanto un Nenni, legge e scrive distratto, e le tira fuori come gli viene. 

Talvolta gli si rimproverano le espressioni in altre lingue non tradotte. Sarà così per il titolo del presente Filo? Traduciamolo allora: politica da bordello!   

Un esempio di capitalismo di Stato nel Quattrocento italiano

Sicuramente l’imperialismo è la fase dell’evoluzione del capitalismo in cui le forme di gestione statale della produzione, alias capitalismo di Stato, sono quantitativamente in aumento. Ma questo capitalismo che spregiudicatamente rende manifesta la dipendenza e l’asservimento dello Stato al Capitale, non presenta nulla di inedito. E’ detto nella Relazione della Riunione di Napoli, tenuta il 1 settembre 1951: «Pel fatto della gestione di Stato esso si collega a cento esempi storici, da quello già ricordato dei Comuni d’Italia dove si affermò d’altronde la prima forma di investimento statale per la produzione industriale… E così sempre Stati e re armarono le prime flotte e fondarono le compagnie imperiali donde il capitalismo giganteggiò».

Tale importante argomento, che basta da solo a fare giustizia di tutte le rodomontate pseudo-teoriche basate sul «fatto nuovo» del capitalismo di Stato, venne trattato analiticamente nel Filo del tempo «Andamento ed investimento» (Battaglia Comunista, anno 1951, n.17). Fu mostrato inequivocabilmente come le repubbliche civiche indipendenti, citate nel Manifesto dei Comunisti, e rappresentanti il primo tipo di Stato borghese autonomo da imperatori e vescovi feudali, svolgessero funzioni svariatissime non solo nel campo politico, ma anche in quello economico, poiché regolavano tutta la disciplina dei mestieri e degli scambi. «Tali forme – si legge nel Filo citato – sono di decisivo capitalismo di Stato: esse vanno fino ad un aperto monopolio del commercio da parte delle autorità civica».

Molto meglio, visto che la presente nota è compilata su citazioni, riprodurre integralmente il passaggio del «Filo» che segue. Eccolo:

«La cosa riesce espressiva fino a sfiorare tipi di economia collettiva se ci rifacciamo alle repubbliche marinare; e non tanto a quelle che furono veri e propri Stati unitari con ampio territorio, come Pisa, Genova, Venezia, quanto alle più antiche con territorio limitatissimo: Salerno, Amalfi…

«Questi navigatori abilissimi dell’anno mille allacciarono le relazioni commerciali mediterranee, che poi divennero imponenti grazie alle repubbliche centro-settentrionali nei secoli. Nelle Crociate le armate occidentali, sotto le mura di Antiochia, di Laodicea, di Gerusalemme o a S. Giovanni di Acri, malgrado i successi militari avrebbero ceduto per difetto di organizzazione e di logistica senza le flotte di Venezia e di Genova che giungevano cariche non solo di armi ma di viveri, di mezzi per l’artiglieria del tempo e di provetti costruttori ed artefici di macchine belliche. Le potenti repubbliche ne trassero trattati di monopolio commerciale in date zone di Oriente».

Considerando le influenze determinanti che le Crociate esercitarono sulla evoluzione degli Stati dell’Europa Occidentale, e quelle che il commercio mediterraneo esercitò sulla formazione dei primi nuclei della borghesia, si desume la enorme importanza che ebbe l’armamento delle flotte nel Medioevo. Orbene, furono capitalisti privati ad armare le flotte delle borghesi Repubbliche marinare? Rispondeva il «Filo del tempo»:

«Occorre per costruire una nave un cantiere con molti operai di varie capacità, con una piena divisione del lavoro tra carpentieri fabbri, calafati, vetrai, cordai ecc. Ed anche per condurre una nave sul mare occorre numeroso equipaggio con specialisti, gabbieri, nocchieri e cosi via. Una tale organizzazione non era alla portata di nessun privato: nessun borghese era tanto ricco, le leggi medioevali lottavano per vietare al mercante o banchiere ogni arruolamento di operai, il signore terriero non aveva diritto sulla città marittima gelosamente indipendente né avrebbe avuta alcuna tecnica adeguata al costruire e guidare navigli.

«Facile arguire che il primo armatore, il primo investitore di capitale nella navigazione fu la Città, la Repubblica: Io Stato, dunque, primo capitalista.

Potremmo esumare altri esempi di imprese da capitalismo di Stato, cui furono costretti persino potenze feudali di primo ordine, come la Monarchia Spagna, che finanziò e organizzò la spedizione di Colombo che, con la scoperta dell’America, doveva provocare una colossale rivoluzione nel mercato mondiale, alla fine del 1400. Saltando i secoli, potremmo soffermaci altresì sull’esempio dello zarismo che, nonostante la sua natura di potere feudale, dovette per necessità statali creare l’industria pesante e di guerra, forme tipiche del capitalismo di Stato. Eguale compito era toccato alle monarchie assolute per quel che riguarda gli arsenali ecc. Ma preferiamo limitare il discorso agli investimenti e gestioni di poteri statali borghesi autonomi dalle burocrazie feudali. Sotto tale definizione, accanto alle Repubbliche marinare di Pisa, Amalfi, Genova, Venezia, si colloca la Repubblica di Firenze, il cui carattere borghese è molto ben dimostrato tra l’altro dalla acutezza delle lotte civili tra popolo «grasso» e «minuto», embrione della moderna lotta di classe tra borghesia e proletariato. Con la differenza che, nel caso della Repubblica Fiorentina, non è la costruzione di navi a fornire esempi di capitalismo di Stato, ma l’edilizia monumentale, e precisamente, l’erezione di Santa Maria del Fiore.

Le notizie sono prese da un articolo di Guelfo Civinini, apparso sul Giornale del 20-7-52. Trascriviamo i brani che ci interessano spogliandoli degli eleganti ornamenti letterari, che male si adattano ad una nota di giornalismo politico.

«Fin dal Mille – scriveva il Civinini – avevano signoria su tutta la Romagna e sul Casentino i conti Guidi di Poppi. Poi la contea si divise in due rami, quello di Modigliana e quello di Battifolle. Sulla fine del Trecento, Francesco di Modigliana prese armi contro Firenze. Sconfitto, ebbe confiscati dalla Repubblica tutti i beni, e fra questi la parte a lui spettante della foresta casentinese, sul versante che guarda la Romagna. In nome della Repubblica, i Consoli dell’Arte della Lana ne presero possesso (una statizzazione direbbero i delusi teorici da strapazzo che conosciamo) e la donarono all’Opera di Santa Maria perché i proventi di essa sopperissero alle spese necessarie pel compimento e l’abbellimento della costruzione. Lo stesso accadde, mezzo secolo dopo, a un conte di Battifolle che dovette cedere ai fiorentini il resto della foresta che guarda l’alta Val d’Arno e che l’Arte della Lana aggiunse a quella che l’Opera già aveva».

Non basta. Alla aggiudicazione di proprietà allo Stato si accompagnò la gestione statale della coltivazione e sfruttamento della foresta che implicò una organizzazione notevole di ampiezza, estesa com’era a vasto territorio, e comportante l’esercizio di un potere politico centrale.

«Divenuta la principale sorgente d’entrate per l’Opera – prosegue l’articolo – la foresta casentinese fu oggetto delle cure più gelose e più sagge per la conservazione e perché desse il maggior possibile rendimento. Ai Consoli della Lana (dunque a funzionari statali) erano riservate le più importanti attribuzioni relative a licenze di taglio alle zone di riserva, alla disciplina dei pascoli, alle revisioni annuali dei conti… Per le tortuose mulattiere che ancora scalano la linea crinale per affacciarsi dal versante romagnolo alla opposta sottostante Valdarno, dozzine e dozzine di buoi trainarono di greppo in greppo i tronchi giganteschi scortecciati. Tutti i Comuni limitrofi, romagnoli e casentinesi, furono obbligati da una convenzione a fornire il bestiame dei traini». Evidentemente, non occorre arrivare al totalitarismo imperialista per avere esempi dell’utilizzazione della forza politica a scopo di produzione capitalistica! Ma proseguiamo nella citazione: «In riva all’Arno il legname era accatastato nei depositi dei porti fluviali, misurato, segnato, numerato pezzo per pezzo, e registrato dalle guardie dell’Opera (ahi, ahi!) e lì rimaneva a stagionare in attesa delle piene». Il resto si intuisce: col sistema della fluitazione il legname della foresta casentinese arrivava a Firenze, ove era avviato nei cantieri del Duomo. Ma i reggitori della Repubblica di Firenze erano oltretutto borghesi e commercianti, anche se preoccupati di lasciare ai posteri opere d’arte che i loro discendenti non potevano mai più emulare. In breve: il legname «statale» arrivato a Firenze, non poche volte proseguiva fino a Pisa, e per i Fossi fino a Livorno. «Fu una miniera verde che diede a Firenze, nei secoli, tonnellate d’oro. Oltre l’utilizzazione diretta del materiale che occorse alla costruzione del Duomo, vasti furono i guadagni che l’Opera (oggi diremmo: l’Ente statale X Y) ritrasse dal commercio dei suoi legnami. Forni arsenali di artiglieria, quelli marittimi di Livorno, dei Cavalieri di Malta e del Mezzogiorno di Francia».

Che occorre ancora per concludere che lo sfruttamento delle foreste casentinesi, volto sia alla costruzione di un edificio meraviglioso sia alle esigenze puramente economiche di un vasto commercio di legname con relazioni internazionali e marittime, comportante la concentrazione di numerose unità lavorative quali boscaioli, taglialegna, trainatori, segatori ecc. e di colossali masse di denaro) irregimentate, amministrate e gestite da funzionari governativi, che altro occorre concludere che dava vita ad una azienda statale, che nulla aveva di meno delle imprese nazionalizzate? Eppure, si era nel 1400, cinque secoli prima delle statizzazioni inglesi e del «comunismo» russo.

Un’impresa del genere era assolutamente al di fuori delle possibilità potere feudale fondato sulla parcellizzazione delle forze produttive. Nessun dubbio adunque sulla natura capitalistica di essa. Ma pure nessun dubbio sul carattere non privato della gestione dell’Opera di Santa Maria. Nessun banchiere privato possedeva a Firenze i mezzi finanziari necessari ad una produzione che d’altronde esigeva l’esercizio del potere politico centrate. Quindi, impresa capitalista statale. Essa, siccome altri casi, costituiva l’eccezione, e non la regola? Già ma anche oggi, nella metà del secolo XX, avviene lo stesso. Per accertarsene basti constatare quello che esiste nell’Europa Occidentale, negli Stati Uniti, Canadà, Giappone ecc., che costituiscono senza dubbio la parte del mondo in cui il capitalismo segna in suo sviluppo più alto in senso qualitativo. Ora si registra in questi paesi super-industrializzati il più compiuto asservimento dello Stato al Capitale, manifesto nell’interventismo e del dirigismo statale della economia sociale? Sicuramente. Ma nemmeno questo è una novità, un fatto edito nel secolo XX. In realtà, fin dal suo sorgere, il capitalismo può avanzare nel campo puramente economico e sociale alla condizione immancabile della esistenza di un potere statale, il cui primo compito è di tutelare con la forza la conservazione dei rapporti produttivi propri del capitalismo. Sta a provarlo la storia delle Repubbliche marinare, in cui è contenuta in nuce tutta la quanta l’evoluzione della società borghese.

Una sintesi del pensiero di Gramsci

A Napoli, il 6 agosto, si è tenuta una riunione alla quale hanno partecipato anche compagni di provincia. Essa era destinata a quesiti e risposte relativi al materiale apparso nel n. 3-4 di Prometeo. Tra gli altri il quesito posto da un compagno: Quale fu lo sviluppo del pensiero di Gramsci, che lo conduceva soltanto nel 1926 a riconoscere il carattere unitario del pensiero marxista?

È noto che gli studi e la preparazione di Gramsci, prima che egli si interessasse del movimento sociale, lo orientavano verso la filosofia idealista e inevitabilmente verso la visione idealista della storia. Dotato di non comuni facoltà critiche egli fu colpito dall’audacia delle posizioni demolitrici marxiste e si liberò con grandi sforzi del precedente bagaglio culturale. Tuttavia nel 1914-15 è ancora trascinato dall’interventismo di guerra; nel 1917, abbagliato dalla luce della rivoluzione russa afferma che, avendo il proletariato trionfato nel paese meno capitalisticamente evoluto, resta confermata l’influenza dei fattori di idealità e di volontà nella storia. Ciò che più colpisce però il giovane studente Gramsci è il vedere nel concreto contatto che l’operaio di fabbrica, di scarsissima cultura, supera nelle sue concezioni di partito, con naturalezza, scogli contro cui si infrange la potenza dei massimi filosofi. Questo fatto ad una mente potentemente analitica, ma ancora avida di scegliere tra le grandi sintesi generali, non appare ancora come un risultato dei grandi fattori generali rivoluzionari, che dialetticamente si originano in un quadrante sociale ed agiscono in quello opposto, ma come una proprietà intrinseca di quella varietà umana che è l’operaio d’industria.

Gramsci, arrivato a Torino, è colpito dal contrasto tra la situazione dei pastori, artigiani, contadini poveri della Sardegna e quella degli operai industriali che lavorano nelle grandi fabbriche e non solo conoscono attività e soddisfazioni poliedriche di vita ed hanno bisogni multiformi, ma appunto danno vita ad un movimento potente anche nelle teorie; ben lontani dall’abbrutito e passivo contadino minimo. Istintivamente è portato a lottare contro questa „ingiustizia” e l’apologia della manifattura che egli legge in Marx gli fa credere che detta ingiustizia possa essere riparata dalla soppressione delle zone depresse con la conseguente generalizzazione dello sviluppo industriale: è già un rivoluzionario proletario, ma in realtà è ancora un rivoluzionario borghese. Questo spiega il suo incontro con la „Rivoluzione liberale” di Gobetti, il quale sostiene un secondo Risorgimento nazionale e liberale da portare alle estreme conseguenze. Ma di qui, soprattutto, la teoria dell’ordinovismo che considera di già realizzate le condizioni per la trasformazione socialista delle zone industriali qualora si rimuova l’unico ostacolo rappresentato dalla persistenza dell’imprenditore privato. L’azienda, la sua gerarchia, il suo funzionamento vengono idealizzati ed i „Consigli di Fabbrica” quale organo di gestione rappresentano il perno attorno al quale ruota il compimento della trasformazione sociale. Su tale schermo è visto il problema politico di partito ed anche quello sindacale: il gruppo parlamentare socialista e la Confederazione generale del lavoro sono combattuti, perché, con i contatti tra lavoratori ed industriali, attenuano la lotta in ciascuna fabbrica. Questo sistema aziendalista vuole una specie di polarizzazione di ciascuna molecola aziendale che sgangi nel suo interno le opposte polarità; non vede che esteriormente e a freddo la divisione in classi sociali della nazione, della società internazionale.

Per i marxisti, invece, e questo fu detto fin dal sorgere dell’ordinovismo da parte del gruppo del Soviet il cui terreno di lavoro era rappresentato dal Partito Socialista e dai sindacati inquadrati nella Confederazione generale del Lavoro, il problema va impostato su ben altre basi. Gli attributi diretti della società capitalistica sono: 1) la divisione del lavoro e il dispotismo nel quadro dell’azienda (secondo il nitido concetto di Marx, sviluppato nella recente riunione di Roma, ogni dipendente è schiavizzato dall’azienda come meccanismo materiale; la personificazione di essa azienda nel padrone è elemento accessorio e non necessario); 2) l’anarchia dei rapporti sociali nel seno della società; l’una e l’altra eliminabili unicamente con la generale lotta nazionale ed internazionale per abbattere la classe dominante e il suo stato politico.

L’azienda non è ossatura del nuovo regime costituitasi di già nella società borghese, non è cellula del nuovo tessuto sociale, ma ergastolo da infrangere e questo nella visione della lotta organica diretta dal partito di classe per distruggere il potere statale borghese e costruire, attraverso la dittatura proletaria, il massimo sviluppo industriale in tutte le zone, non però fondato sulle cellule che costituirebbero le aziende facentisi concorrenza fra di loro, ma centrato sulle esigenze della produzione generale. Non è dunque la industrializzazione generale la piattaforma della presa del potere e della gestione dell’economia da parte del „sistema dei consigli”: e l’errore regionale si connette a questo poiché una tale concezione non vede che occorre fin da ora colpire centralmente lo stato nazionale borghese che, per difendersi, fa appunto leva sulle differenze tra Nord e Sud, tra regione e regione, tra zone industriali e zone agrarie, servendosi talvolta dei contadini soldati e poliziotti contro gli operai; corrompendo altra volta talune categorie operaie elevate a detrimento del consumatore contadino e generale.

Ma Gramsci, il quale aveva aderito alla Terza internazionale, fu costretto ad abbandonare progressivamente il suo primitivo bagaglio ideologico di indole non proletaria; quando lesse le tesi di Lenin del 1920 sui Consigli di Fabbrica fece i primi passi verso la concezione marxista e nel 1926 fu costretto a dichiarare apertamente che la Sinistra aveva sempre avuto ragione proclamando che l’adesione al marxismo «comporta una visione ben definita e distinta da tutte le altre dell’intero sistema dell’universo anche materiale» (Prometeo, n. 3-4, Comunismo e conoscenza umana).

La trattazione di questo punto si innestò, a varie riprese, alla risposta ad altri quesiti relativi allo scritto stesso e tendenti specialmente a che fosse precisato il rapporto tra filosofia e marxismo.

Riunioni

A Trieste è stata tenuta una riunione allargata con la partecipazione di numerosi elementi giovani provenienti dallo stalinismo che, dopo l’intervento del relatore, hanno chiesto spiegazioni e chiarimenti. La riunione si è conclusa con idee chiare sui punti fondamentali della concezione rivoluzionaria comunista, e segnerà l’inizio di una serie di riunioni analoghe.

* * *

Una serie di riunioni interne di chiarificazione si è svolta a Portoferraio con la presenza di compagni di Piombino e Firenze. I punti fondamentali della posizione del Partito di fronte alla situazione in corso sono stati ribaditi e precisati nell’accordo pieno dei compagni. Nella riunione del 24 agosto, la sezione di Portoferraio ha inoltre deciso di organizzare su basi completamente nuove la distribuzione della stampa e di provvedere a diffondere un numero di copie molto maggiore dell’attuale. L’iniziativa, alla quale auguriamo il massimo successo, va segnalata a tutte le sezioni.