Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Comunista 1921-06-05

La questione agraria Pt.1

Elementi marxisti del problema

Volendo discutere dei compiti della dittatura del proletariato nel campo dell’economia agraria, e del lavoro dei partiti comunisti in mezzo alle masse dei lavoratori agricoli, è indispensabile fissare i caratteri del trapasso dal sistema di produzione capitalistico a quello comunistico in quanto si applicano all’agricoltura; e bisogna cominciare dal fissare bene quali sono questi caratteri nel quadro generale della concezione comunista marxista, anche nel caso tipico della produzione industriale. Crediamo indispensabile prendere le mosse da questo punto fondamentale, trattandosi di camminare attraverso enormità di ogni sorta che in materia sono state dette e scritte dai socialdemocratici.

La produzione a tipo capitalista

Un’enunciazione superficiale del socialismo o comunismo inteso economicamente è data dalla formula: passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva. Con maggiore precisione storica deve parlarsi di passaggio dalla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione e di scambio alla loro gestione collettiva. Non ogni forma di proprietà privata è proprietà capitalistica; ed è solo la forma capitalistica di proprietà che ci presenta le premesse sufficienti per passare al socialismo, al comunismo.

Quali adunque sono quei caratteri che ci consentono di definire un tipo di proprietà, e meglio diremo di produzione, capitalistico? Ricordiamolo brevemente.

Alla base del sorgere della produzione industriale capitalistica (di un capitalismo nel senso „commerciale” potremmo rinvenire i caratteri in epoche molto più remote – e la storia orientale greca e romana ci presenta fasi che potremmo addirittura definire imperialistiche, ossia corrispondenti ai più recenti aspetti del capitalismo moderno, ma per il nostro assunto non è il caso di considerare questo lato della questione: a noi importa definire il tipo della „intrapresa” produttiva capitalistica), troviamo una trasformazione essenzialmente tecnica delle risorse produttive. Prima i progressi della meccanica e la costruzione delle macchine, poi la scoperta della utilizzazione delle ingenti forze motrici fornite dal vapore e dall’elettricità, ci pongono dinanzi al principio del „lavoro associato”, ed in altri termini della „divisione del lavoro” applicati alla fabbricazione degli articoli manufatti.

Fino a quando i mezzi tecnici per produrre gli svariati articoli necessari agli uomini che la natura non offre direttamente, fino a quando i processi trasformativi delle materie prime sono allo stato rudimentale, e gli utensili a ciò adoperati sono di poco valore ed atti ad essere adoperati da un solo o pochissimi lavoratori, sopperendo con l’abilità nell’arte alla deficienza di essi, noi non vediamo sorgere il lavoro associato. L'”intrapresa” che produce scarpe, vestimenta, veicoli, ecc. ecc., è la piccola bottega del maestro artigiano nella quale egli si fa aiutare da pochi garzoni, più che altro allo scopo di tramandare le risorse della sua tecnica, e quasi sempre ai soli membri della sua famiglia. Ma quando la tecnica offre le nuove risorse produttive date dalle varie macchine utensili, dai telai, ecc., e poi dalle possenti macchine motrici che azionano a decine e centinaia le prime, allora risulta enormemente più conveniente dal punto di vista della intensità della produzione, della sua regolarità, se non della sua perfezione, della economia del lavoro ad essa destinato, il sistema della produzione in comune, in grandi stabilimenti in cui moltissimi lavoratori sono adunati, e ciascuno adempie date mansioni. Le maestranze si specializzano; l’articolo non passa tutte le fasi di manipolazione tra le mani dello stesso artigiano, ma è affidato a molti operatori successivi, ognuno specializzato nell’avvalersi di dati utensili, di date macchine più o meno complicate, ma facili a essere dirette dalla mano dell’uomo.

Non dobbiamo qui seguire nei suoi dettagli questo processo; ma ricordare che allora siamo in presenza di produzione capitalistica quando questo processo tecnico è compiuto. Poiché contemporaneamente una vera rivoluzione è avvenuta nei rapporti di proprietà. Col vecchio sistema dell’artigianato ogni lavoratore era proprietario degli arnesi che gli occorrevano, era in grado di procurarsi le limitate quantità di materie prime che gli abbisognavano, e restava quindi padrone ed arbitro dei prodotti del suo lavoro, che egli smerciava ritraendone per sé il valore.

Avvenuta la trasformazione tecnica, trasformati alcuni degli antichi maestri in industriali, una parte di essi, ed i loro antichi garzoni, in operai salariati, i rapporti economici sono divenuti diversissimi. Il lavoratore non vede che in una fuggevole fase il prodotto dell’opera sua; egli non è il proprietario dei complicati e costosi meccanismi tra cui vive; egli non ha alcun diritto di disporre dei prodotti del lavoro suo e dei suoi compagni.

Mentre a ciascuno dei lavoratori che prendono parte alla produzione viene dato un salario in denaro, i prodotti sono di esclusiva appartenenza del „proprietario” dell’intrapresa, dello stabilimento, delle macchine, degli stock di materia prima occorrente che egli provvede ad acquistare.

Non è nemmeno nostro assunto sviluppare la dimostrazione che questo sistema dà luogo ad uno sfruttamento dei lavoratori, ad una appropriazione di una quota del loro lavoro da parte dell’industriale, rappresentata dal guadagno che questi trae dalla sua azienda, mentre nel caso tipico egli non vi reca alcun contributo positivo alle attività produttrici.

Importa stabilire – cioè ricordare – come quel principio uscito dalla rivoluzione tecnica, di associazione e specializzazione del lavoro, si traduce nel campo economico nel fatto della „appropriazione privata del prodotto del lavoro associato” da parte dei capitalisti detentori dei mezzi di produzione. Questo concetto economico è quello che per noi definisce di massima il tipo capitalistico di produzione.

Deve passare in seconda linea il fatto giuridico della proprietà dell’azienda, della fabbrica. Il cardine del privilegio capitalistico sta in quest’aspetto economico del suo diritto astratto di proprietà sulle cose che non si trasformano nel processo produttivo, ma sono i mezzi della trasformazione che ci conduce al prodotto consumabile; nella disponibilità cioè „dei prodotti del lavoro associato” da parte di uno solo o dei pochissimi cui l’azienda appartiene.

Notiamo, per chiarire la distinzione, che l’azienda è un concetto immateriale, in quanto il proprietario dell’azienda potrebbe non esserlo dell’impianto di essa (fabbricati, macchine, ecc.) e quindi il suo diritto si traduce appunto sostanzialmente nella proprietà dei prodotti usciti dal lavoro di molti e molti uomini. Quindi l’espressione consueta „proprietà privata dei mezzi di produzione” si traduce con molta maggiore chiarezza nell’altra: „appropriazione privata dei prodotti del lavoro associato”.

Dalla produzione capitalistica al socialismo

Se il nostro socialismo è il comunismo critico di Carlo Marx, e non l’infantile utopismo di Tommaso Moro o di Saint-Simon, è solamente quando siamo giunti alla presenza di questa forma moderna di produzione capitalistica che noi possiamo parlare della „possibilità” di collettivizzazioni, di socializzazioni. Ancora una volta, il socialismo non può avere una formulazione etico-giuridica, ma deve essere un concetto economico-storico. I socialisti, i comunisti, sono coloro che mirano ad abolire la proprietà privata, a mettere tutti i beni in comune? Ciò può forse passare come formulario di propaganda, ma è formulario inesatto e che può generare equivoci gravissimi. Anche la bottega dell’artigiano era di proprietà privata; ma la proposta di collettivizzazione di essa non avrebbe senso alcuno, e se anche non cadesse per ragioni di anacronismo, non reggerebbe ad un superficiale esame inteso a vedere se affidando quella azienda alla gestione della collettività potrebbe sorgerne per questa un rendimento maggiore.

Nella produzione artigiana il lavoratore non è ancora diviso dagli strumenti della produzione, e perciò stesso non è diviso dal prodotto. Non vi è che una appropriazione privata del prodotto del lavoro privato, in minima misura „lavoro altrui”.

Quando la produzione capitalistica stacca il lavoratore dal possesso degli strumenti e dei prodotti del suo lavoro essa crea le condizioni di una rivoluzione economica, perché nella sua sempre maggiore estensione, crea condizioni di oppressione e di miseria per coloro che reggono tutto il peso della macchina sociale e ne sono i reali conduttori, avendo sulle loro spalle una minoranza di parassiti. Il socialismo è la formula risolutiva di queste contraddizioni proprie di una data epoca storica, la nostra.

Esso vuole abolire dunque la separazione del lavoratore dallo strumento di lavoro e dal prodotto, ma vuole e deve abolirla senza intaccare quella che è la reale conquista dei progressi della tecnica: l’associazione e la specializzazione del lavoro. Esso si formula così nell’obiettivo ultimo: tutti i prodotti del lavoro associato, non più ai privati, ma alla collettività, per la equa loro distribuzione a quelli che hanno effettivamente concorso a produrli. Abolizione dunque della proprietà privata, in quanto però essa abbia raggiunto questa forma speciale della proprietà capitalistica, ossia di aziende che inquadrino l’opera di molti produttori, e quindi più propriamente: abolizione della appropriazione privata dei prodotti del lavoro associato, socializzazione dei prodotti del lavoro associato, socializzazione delle aziende capitalistiche di produzione.

La forma economica della società socialista è dunque la gestione da parte della collettività di tutte le aziende in cui si esplica lavoro associato e specializzato, poiché allora soltanto esiste la convenienza di costruire il nuovo apparecchio economico che sostituisce l’esercizio da parte della collettività all’esercizio da parte dell’intraprenditore privato.

Alla produzione per imprese private, infatti, corrisponde un sistema di circolazione delle materie prime e dei prodotti basato sul libero commercio e sulla convenienza che ha ogni azienda di trovare, per acquistare e per vendere, le condizioni di tempo e di luogo più favorevoli. Se il socialismo della produzione è l’abolizione della disponibilità privata dei prodotti, la sua ripercussione nella distribuzione è l’abolizione del libero commercio dei prodotti, la cui distribuzione si fa centralmente da organismi che regolano la produzione al bisogno collettivo. Questa rete di distribuzione, per potere essere realmente vantaggiosa rispetto al libero commercio, non deve avere ad occuparsi di una miriade di piccoli centri di produzione di minima potenzialità, ma deve avere come base l’accentramento già avvenuto delle grandi forze produttive nei grandi impianti della moderna industria capitalistica.

S’intende che l’esercizio collettivo si estende logicamente ad altre intraprese che non hanno l’aspetto immediato di confezionamento di prodotti, ma in cui è vastissima l’associazione e la specializzazione delle attività singole, come i pubblici esercizi, molti dei quali non si concepiscono nemmeno in regime borghese come imprese private. S’intende che quando il tipo della grande produzione industriale domina l’economia spingendo al massimo tutte le sue conseguenze di sfruttamento e di parassitismo nel campo bancario e finanziario, esiste la maturità economica di condizioni generali per la socializzazione delle attività fondamentali economiche.

Non si discute qui dei metodi per giungere alla trasformazione economica (per noi consistenti unicamente nella rivoluzione politica che instauri la dittatura proletaria). Ma, anche quando la socializzazione delle grandi aziende sarà in atto, essa si arresterà logicamente dinanzi alle piccole aziende che fino ad allora fossero sopravvissute allo sviluppo del capitalismo, sia per loro speciali caratteri tecnici, sia per condizioni arretrate di qualche paese o provincia. Nessuna convenienza avrebbe la collettività proletaria ad addossarsi la gestione di queste piccole intraprese, da cui non si determina sfruttamento di manodopera, che ingombrerebbero inutilmente il lavoro formidabile dei nuovi organi economici. Però la socializzazione delle aziende importanti accelererà in genere talmente lo sviluppo del processo produttivo che non tarderanno le piccole aziende ad essere assorbite dalle nuove forme razionali che essa creerà.

In ogni modo la sopravvivenza di piccole aziende industriali dopo la conquista del potere da parte del proletariato, non solo non intaccherà il dominio della società da parte della classe lavoratrice, politicamente assicurato, ma non potrà nemmeno essere invocato come una mancata applicazione del piano di trasformazione economica socialista, se questa è concepita nel suo senso reale e scientifico, e non come una esteriore e immaginaria regola filosofica rispetto alla quale sia delitto l’esistenza anche di una minima isola di proprietà o di produzione privata. L’abolizione della proprietà privata è una formula inesatta, poiché nessuno per esempio vorrà abolire la proprietà degli oggetti personali nei limiti del necessario, e così via. Bisogna parlare di abolizione della forma capitalistica di produzione, e per la parte dell’economia in cui questa forma non ancora esiste, né si potrà applicare una collettivizzazione meccanica, né tanto meno attendere che tutta l’economia sia capitalisticamente formata, ma lasciar sopravvivere queste forme non capitaliste, finché spariranno di fronte alle forme comuniste, uscite dalla socializzazione di quelle capitalisticamente mature per la trasformazione economica da intrapresa privata ad intrapresa collettiva.

Intransigenza

È vano sperare che il partito socialista, per bocca dei suoi organi direttivi, dia un enunciazione dei suoi metodi, esponga se non i suoi principi fondamentali, almeno il suo programma di azione immediata.

È altrettanto indubitabile che questo non avviene non solo per la pochezza dei dirigenti di quel partito, quanto perché esso è in preda ad una crisi profonda e si trova in un momento in cui non sa, e non sa dire, che cosa vuole, a che cosa tende. Ma non è una crisi di tendenze contrastanti e contemporanee, un urto di tendenze “nello spazio”, ossia la divisione del partito in due correnti dissenzienti separate da una linea precisa di demarcazione, quanto una crisi di tendenza “nel tempo”, vogliamo dire una crisi di trasformazione della tendenza che tutto il partito segue nel suo complesso.

Non è facile ravvisare nel partito socialista una sinistra e una destra; eppure, malgrado l’assenza di contrasti nelle sue file, è inconfutabile la constatazione già detta che il partito non possiede un indirizzo preciso. Egli è che la crisi consiste nella involuzione di tutto il partito da una in un’altra tendenza, in un mutamento collettivo di direttive. Le opinioni del partito sono indefinibili non perché vi sia schieramento dei suoi militanti in campi avversi, ma perché il partito sta trasportandosi tutto dalle opinioni e dall’indirizzo di ieri su quelli di domani.

Ciò esclude che l’attuale crisi del partito si risolva in una scissione. L’unica tesi ostinatamente avanzata da tutti i suoi aderenti è quella della unità, se pure questa enunciazione ridicolmente superficiale non porta seco nessuna più esatta coscienza politica. È evidentissimo che, se una sinistra esistesse, non essendosi staccata per la forza attrattiva dell’estrema sinistra che si scisse a Livorno, e non ricevendo da parte di quest’ultima organizzata in partito nessuna ulteriore sollecitazione attrattiva, mai troverebbe la forza di abbandonare la destra. È non meno evidente che se una destra esistesse, non essendosi scissa quando nel partito militavano ancora i sinistri estremi, mai avvertirebbe un’incompatibilità con gli attuali sinistri. Ma destra e sinistra non vi sono più; vi è un partito che va da sinistra a destra; e se volete saperne la velocità, chiedetelo a Turati.

Perciò tirare fuori delle conclusioni dal dibattito che nelle file dei partito socialista si svolge fiaccamente intorno alla collaborazione o meno, è possibile solo a costo di un esame attento e scrupoloso che si sforzi di superare la muraglia cinese dell’inafferrabilità che questo partito – pertanto appunto pericolosamente disfattista della causa proletaria – presenterà per un pezzo nei suoi giochi di equilibrio non tra i destri e i sinistri, ma tra il passato e il presente, per coprire il percorso della sua involuzione.

Dai dirigenti del partito si pone ancora la questione di principio, pur cominciando ad accettare destramente la discussione contingente sulla possibilità o la convenienza della partecipazione ministeriale. Si pone la questione di principio senza saldezza né convinzione, ma per continuare nel gioco di sfruttare quelle “gloriose tradizioni” del partito che non i socialisti, ma noi del partito comunista oggi rappresentiamo. E si dice: collaborazione no, perché il partito è intransigente. Negli ultimi suoi congressi, compreso Livorno, il partito ha sancito un indirizzo secondo il quale è antisocialistico condividere con la borghesia il governo dello Stato. Dunque, per poter parlare di collaborazione si dovrebbe almeno tenere un altro Congresso che mutasse quell’indirizzo. Ma intanto di collaborazione si parla, e gli stessi intransigenti scendono a dimostrare che non è il momento di collaborare, lasciando intendere che non si esclude la collaborazione per domani.

Ora, in attesa che questa ostentazione di principi intransigenti si riveli caduca come il massimalismo dei bei tempi ultimi, nella previsione che questa inversione sarà condotta con grande accortezza ruffiana per non fare uno scandalo troppo grosso rispetto all’attuale vantato attaccamento alle tradizioni, si può fin da ora mostrare l’inconsistenza di questa base su cui ostenta di fondarsi il partito socialista, ma che non è sufficiente a reggerlo che come una traballante passerella verso ben altri atteggiamenti.

***

La tendenza intransigente si affermò come reazione all’andazzo riformista di dieci o dodici anni fa. Essa respingeva le proposte di revisione teorica e tattica avanzate dal riformismo, il quale assumeva esclusa la possibilità storica di una rivoluzione violenta, superata la inconciliabilità degli antagonismi di classe, delineata la possibilità di una graduale trasformazione del regime sociale verso le forme collettiviste attraverso riforme che lo Stato, sotto l’influenza della forza politica del proletariato, avrebbe attuate. Vi è una logica, in questa concezione, che rende inseparabili le sue due parti: negazione della prospettiva rivoluzionaria; affermazione della tattica di collaborazione di classe per intervenire positivamente in quel processo di lente trasformazioni che si presenta al posto dell’inasprimento delta lotta di classe e della finale catastrofe rivoluzionaria.

La critica di principio di questa concezione – merito indiscutibile, amiamo ripeterlo, della sinistra del partito socialista in quegli anni di crisi dell’Internazionale proletaria – fu tracciata, ma non portata a tutte le sue conseguenze. La posizione della frazione – giustamente detta rivoluzionaria intransigente – completamente intesa, contraddiceva alle asserzioni dei riformisti, traendo dalla convinzione del precipitare del regime capitalista verso una crisi rivoluzionaria la conseguenza che l’opera del partito consisteva nella propaganda delle idee e del programma socialista ed era incompatibile la collaborazione con l’opera minimalista di lenta modificazione delle condizioni esistenti.

In questa posizione eranvi gli ottimi elementi del ritorno alle formidabili efficienze rivoluzionarie del marxismo, tanto più pregevoli in quanto tutti gli altri partiti dell’Internazionale poggiavano pericolosamente a destra. Ma nelle reali direttive politiche quei principi furono lungi dal tradursi esattamente, lì partito, in realtà, rimase sempre schiavo del modo contingente di intendere le situazioni proprio del riformismo. A Reggio Emilia si mandarono via non i seguaci della dottrina riformista, ma solo coloro che in quella immediata situazione pretendevano accedere in nome del partito alla collaborazione borghese.

L’intransigenza pratica del partito, alla quale i riformisti, specie del gruppo parlamentare e della Confederazione del lavoro, facevano continui strappi, osservandola solo a costo di un continuo controllo della sinistra che in ciò esauriva le sue migliori energie, si fondò in realtà sempre sulle valutazioni delle situazioni contingenti che suggerivano agli stessi riformisti la conclusione che non era il caso di accettare proposte collaborazioniste nel senso ministeriale, lì fatto che il sopravvenire della guerra non riaprì, per peculiari ragioni che non occorre rammentare, il conflitto pratico tra riformisti fautori della collaborazione e intransigenti, contribuì a continuare l’equivoco di questa intransigenza formale che andava dimenticando le sue premesse rivoluzionarie.

Sterile e sciocca sarebbe l’intransigenza, se non la si concepisse come l’unica tattica che consenta l’allenamento e la preparazione ad una situazione rivoluzionaria. La negativa della collaborazione riformistica può esaurire in sé il compito degli intransigenti rivoluzionari fin quando la situazione non è tale da presentare prossime prospettive rivoluzionarie, fin quando il regime borghese si presenta in un periodo di funzionamento normale e si può parlare di farne la critica ma non ancora di demolirlo. Ma quando la situazione entra in uno stadio acuto e le basi stesse dell’attuale regime sono sconvolte, allora la questione cambia aspetto e dall’intransigenza teorica e tattica si deve passare alla preparazione diretta di una azione positiva. Allora l’antitesi col metodo riformista si viene a porre nella vera sua luce; poiché i rivoluzionari traggono a buon diritto da quanto avviene la conferma delle premesse generali da cui la loro tattica discendeva e riconoscono che si apre la fase in cui all’affermazione teorica che non si debba collaborare con la borghesia va aggiunta l’altra che è il caso di muoverne direttamente all’attacco.

Il partito socialista italiano, intransigente ma non organizzato in una struttura e in un’attività chiaramente corrispondenti alla sua negazione del riformismo, fu sempre fermato a mezz’aria quando si accinse a trarre di queste conclusioni Nel 1912 il riformismo dei “turatiani” con la sua contingente intransigenza elettorale trovò un terreno d’accordo che gli evitò di perdere la cittadinanza nel partito; durante la guerra, col suo neutralismo “contingente” e con la non meno contingente sua negazione del blocco di difesa nazionale, ottenne che il partito si fermasse innanzi alle responsabilità del “disfattismo” rivoluzionario.

Quando il partito si trovò dinnanzi alla congerie di problemi suscitati dal dopoguerra, tra cui si proiettavano le indicazioni della grande rivoluzione di Russia, in un inquadramento che non ripeteremo innanzi agli occhi del lettore, mentre in Italia tutto dava l’impressione che il crollante regime borghese non attendesse che chi si degnasse di dargli il colpo di grazia, ancora una volta esso seguì non una maturazione completa di coscienza e di organizzazione rivoluzionaria, ma quella adattabilità alle situazioni in cui si era sempre composto il contrasto tra le due ali che lo componevano, a parte l’eterno scontento di una estrema sinistra. Non costò molto ai riformisti, rimasti tali a costo delle esperienze della guerra, adattarsi al massimalismo a cui moltissimi accedevano per le suggestioni superficiali delle situazioni; perché la situazione “spingeva a sinistra”. Ancora una volta il riformismo, adattandosi saggiamente, evitò di essere sconfessato in principio e rimase nel partito ad attendere la sua ora. Gli antiriformisti erano allora sostanzialmente anche loro dei riformisti, in fondo, in quanto si lasciavano dettare conclusioni rivoluzionarie dalle interpretazioni superficiali di una situazione contingente. La prova di ciò sta nel fatto che in gran parte tutti coloro nulla avevano veramente inteso del contenuto programmatico e tattico di quel massimalismo a cui inneggiavano. E nemmeno qui ci ripeteremo.

In realtà, le conclusioni comuniste risultavano evidenti anche dallo sviluppo della lotta di classe tra noi, non nel senso di trovare una rivoluzione bella e fatta col solo disturbo di entusiasmarsi per essa, ma perché era possibile alla sinistra del partito completare gli elementi della sua critica del riformismo, sviluppando il suo atteggiamento intransigente dei tempi normali, nella dinamica rivoluzionaria che, nel periodo della estrema crisi borghese, chiama il proletariato ad assumere per sé e tutto per sé il potere, conquistandolo con forme opposte a quelle pacifiche e legali preconizzate dal riformismo, spezzando tutti i quadri dell’assetto sociale borghese.

***

Nella situazione attuale si è prodotto in Italia quello che è avvenuto negli altri paesi. lì riformismo non si è rassegnato a scomparire sol perché la storia ha distrutto il suo schema della pacifica evoluzione, ma propone la collaborazione borghese sostenendo che la crisi, per quanto acuta, si “stagnerà” senza che il sistema capitalistico venga abolito. E va al governo, per realizzare questo obiettivo, anche, ove occorra, partecipando alla reazione armata contro la parte rivoluzionaria del proletariato. I rivoluzionari, da questa verità, che nessuno contesta, del dissesto del regime borghese, traggono la conseguenza che siamo nell’epoca rivoluzionaria e che bisogna lavorare per la preparazione delle masse alla lotta finale.

La tesi dell’intransigenza negativa non ha più possibilità di esistere. E viene presentata da elementi che si chiamano centristi, perché sembrano stare tra le direttive rivoluzionarie dei comunisti e quelle del riformismo collaborazionista, al solo scopo di celare la loro indecisione e la loro marcia verso destra.

Non è quindi oggi più possibile che nel partito socialista continui l’antico gioco della convivenza – in un atteggiamento negativo sia per le riforme che per la rivoluzione – dei riformisti e dei rivoluzionari in principio. Anzi, mentre i rivoluzionari se ne sono andati e sono organizzati nel partito comunista, che affronta l’enorme compito di sgombrare il terreno dal disfattismo altrui, tutti quelli che sono rimasti nel partito socialista sono in viaggio verso il riformismo militante nella partecipazione ministeriale. E ben poco regge il ridicolo loro ripiego di dirsi, come una volta, “intransigenti”.

Quando Serrati dice: “collaborazione no, perché siamo intransigenti per principio e disciplina; andata a destra si, perché la situazione va a destra”, rivela di essere stato sempre, con tanti altri peggiori di lui, un riformista, in quanto il suo atteggiamento estremista gli era dettato da una situazione che sembrava trascinarli tutti a sinistra senza troppa fatica.

Ma successivamente, sostenendo ancora fiaccamente che non si deve collaborare, egli invoca l’argomento della insanabile crisi presente e dice che il partito socialista non deve essere cosi ingenuo da assumerne la responsabilità.

Ognuno vede che l’intransigenza postuma e castrata dei Serrati li caccia in un cul di sacco. Essi dicevano, con noi: siamo intransigenti, non collaboriamo, poiché il regime borghese non è suscettibile di essere rabberciato, e verrà un momento in cui risulterà evidente la sua incapacità a funzionare, e per questo momento occorre preservare le forze del proletariato. Oggi fanno questa constatazione che era allora una semplice previsione. Ma da essa non può uscire la continuazione di una intransigenza negativa, bensì una norma positiva. Chi non risponde nel senso comunista: preparazione all’azione rivoluzionaria e alla dittatura del proletariato, per quante possano essere le difficoltà da vincere, deve per forza rispondere: intervento nel governo borghese per rimediare al dissesto sociale. L’attesa sulla formula: intransigenza, si spiegava solo allorquando questa situazione di crisi non erasi delineata.

Quindi la vantata intransigenza dei socialisti è oggi una parola priva di senso. I soli intransigenti siamo noi, poiché chi non lavora allo scioglimento rivoluzionario della situazione collabora di fatto col regime presente. E se la partecipazione ministeriale è la forma estrema e palese ditale collaborazione, l’equivoco in cui permangono i pretesi intransigenti del PSI, in quanto serve solo, non a tracciare una direttiva sicura e chiara, che invano chiederemmo ai suoi assertori di precisare, ma a coprire la conversione verso il dichiarato ministerialismo, è la peggiore delle insidie che tengono il sacco alla causa della conservazione borghese.

Gli anarchici e noi

Ospitiamo di nuovo volentieri la lettera del Fabbri, anche se colpevoli di qualche ironia anti-anarchica, appresa dal nostro maestro Engels, il quale non ci ha però contemporaneamente appreso il “riformismo”.

Adunque, secondo la enunciazione della U.A.I., condivisa dal Fabbri, la distinzione tra violenza accettabile e non accettabile è che vi presieda la ragione, il senso di responsabilità e la coscienza del fine. Ahimè!, ché questa distinzione è quanto mai inconsistente, e sopratutto, come dicevamo nella precedente nostra nota, terribilmente antistorica.

È strano che proprio gli anarchici i quali fieramente si oppongono alla funzione ed alla disciplina di un partito, esigano poi dagli attori individuali o collettivi dell’atto rivoluzionario, un senso critico che faccia loro distinguere così sottilmente se l’impiego di certi mezzi di lotta risponda o meno a delle condizioni eticamente astratte.

Questo giudizio dovrebbe sorgere dalla ragione e dalla critica di ciascun rivoluzionario. È chiarissimo che tali condizioni non potranno mai essere raggiunte nella realtà tra le file del proletariato sfruttato, depresso, limitato nel suo sviluppo intellettuale e morale.

Gli anarchici si aggirano sul contrasto tra le condizioni sociali attuali e la illusione di far vivere in mezzo ad esse uomini perfetti e perfettamente coscienti che sarebbero gli antesignani della rinnovazione.

Intanto la definizione che essi cercano dare dei limiti dell’uso della violenza, conduce a porre in evidenza la tesi comunista della necessità di un Partito.

Per i comunisti è fatica sciupata fare disquisizioni sulla opportunità di sanzionare o condannare un atto di violenza.

Ma per far sì che le reazioni rivoluzionarie difensive e offensive della classe oppressa possano essere inspirate a una ragionevole proporzione di mezzo al fine, essi posseggono la soluzione concreta ed efficace dell’inquadramento nel Partito organizzato e disciplinato degli elementi di lotta della classe rivoluzionaria.

Perciò quella distinzione che non può trovarsi in astratte regole etiche né nella perfezione della coscienza e della valutazione di un individuo, sorge chiarissima e logica dalla condizione che la lotta e le sue fasi vengano dirette da un organismo collettivo che solo può realizzare una linea di azione razionalmente indirizzata al successo.

E questo organismo, il Partito, mentre svolge le sue forme di azione, non condanna ma spiega e cerca di inquadrare le tendenze spontanee che sorgono dalla massa ad azioni isolate e slegate, che si possono criticamente trovare mancanti (a meno che non si condannino in principio in base ad una morale tolstoiana) non di un certo crisma psicologico o etico, ma solo di una condizione reale: la disciplina collettiva.