Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Programma Comunista 1962/22

Spezzettati nella lotta, divisi per contratto!

Sebbene (dalla data in cui andiamo in macchina), l’accordo sul contratto dei metallurgici nel settore privato non sia stato ancora raggiunto, quelle stipulato per le aziende tri-Eni permette di diagnosticare le tendenze che, in una misura o nell’altra, prevarranno ed esige co.munque un nostro rapido commento.

E’ un accordo che rispecchia i metodi di lotta usati: quindi è, come abbiamo mille volte predetto nel denunziare l’impostazione controrivoluzionaria di questi ultimi, in antitesi completa con gli interessi generali e finali della classe operaia. Lo é, anzitutto, per il fatto stesso di riguardare un solo settore dell’industria metalmeccanica (il settore „pubblico”); lo è per il contenuto delle sue clausole. Se infatti è vero, come è indiscutibile, che l’obiettivo delle lotte del lavoro contro il capitale è quello di accrescere e rafforzare la solidarietà degli sfruttati contro gli sfruttatori, e questo obiettivo deve animare e vivificare sia il metodo col quale esse sono condotte, sia le parole d’ordine e le rivendicazioni intorno alle quali sono sostenute; se tutto ciò è vero, come è indiscutibile, che non v’è una sola delle clausole fondamentali del contratto che non vada in senso opposto all’esigenza di cementare nei lavoratori il senso della comunanza e inseparabilità dei loro interessi, a qualunque categoria essi appartengano individualmente. Tutte le clausole fondamentali dell’accordo sanziona la divisione della classe lavoratrice e una divisione crescente!

Può sfuggire agli operai questa constatazione netta e categorica, quando vedono sanciti dal contratto una riduzione dell’orario di lavoro differenziata per categorie, un aumento dei minimi tabellari anch’esso differenziato (il settore cantieristico, il meno favorito anche nel campo della durata settimanale del
lavoro 46 ore, è pure quello che godrà di minori aumenti tabellari; 1’11% contro il 12 degli altri), un aumento e una rivalutazione delle qualifiche in base a nuovi parametri per cui le distanze fra manovali, da un lato, e operai specializzati e qualificati dall’altro, oltre che fra le sottocategorie di operai comuni, aumenteranno (il manovale comune guadagnerà all’ora 65,40 lire meno dello specializzato e 36,20 meno del qualificato, mentre prima il distacco era rispettivamente di 45,65 e 25,20) invece di diminuire? Sia detto per inciso: si era anche parlato di equiparazione delle donne agli uomini, e il principio è riaffermato nell’accordo, ma la sua attuazione pratica resta indefinita, giacchè il „mansionario” a base dell’inquadramento nelle nuove categorie attende d’essere precisato e l’esperienza dell’« equiparazione » del lavoro giovanile con quello adulto insegna che, in materia, le peggiori beffe son possibili. Quanto alla riduzione del tempo di lavoro, non può sfuggire a nessuno che si è lasciata tacitamente cadere la rivendicazione delle 40 ore (il massimo ottenuto, per il solo settore siderurgico, è di 43 settimanali), e che le riduzioni concordate andranno in vigore, «con scaglionamenti, nel termine di due anni». La capitolazione è dunque completa, e a indorare la pillola mon servono certo le „conquiste” minori in tema di scatti di anzianità e di trattamento malattia, o quella (da noi ripresa in esame, e respinta come « conquista », in altro articolo) del „sindacato nell’azienda”.

La nostra denunzia dell’operato delle centrali sindacali (agenti come un’anima e un corpo solo, malgrado le differenze di origine e di tradizione) non verte sul più o il meno che sono riuscite a ottenere al
termine di un’agitazione durata mesi e mesi: una battaglia può non concludersi con la vittoria, o con una vittoria completa. La nostra condanna riguarda i criteri, i metodi di impostazione, delle lotte e delle trattative ad esse conseguenti il cui risultato finale non a caso è sempre deludente per l’operaio soddisfacente per il padrone. Possiamo ammettere che un sindacato non riesca, pur avendo condotto una agitazione coerentemente classista, a strappare un aumento salariale, una riduzione del tempo di lavoro conformi agli obiettivi fissati in origine: ma non possiamo ammettere che negozi deliberatamente sulla base di una crescente differenziazione fra categoria e categoria dopo di aver lottato deliberatamente sulla base di un frazionamento aziendale e settoriale della lotta operata. Sotto quest’aspetto, il contratto stipulato aggrava la situazione anche perché (ed era logico, dato che si era partiti dall’impresa come l’alfa e l’omega) aggiungerà alle differenziazione per categoria le differenziazioni per azienda sancendo che i premi vengano negoziati a livello aziendale in tutti i loro aspetti e quindi approfondendo l’abisso fra le maestranze delle diverse aziende: quell’abisso di cui si sono sentite le penose ripercussioni nelle lotte pur cosi energiche del settore privato.

La trinità sindacale ha, inutile dirlo, giudicato positivo l’accordo: gli operai man mano che gli effetti reali delle sue clausole balzeranno lore agli occhi, non potranno non giudicarlo negativo. Anche un contratto strozzzinesco come l’attuale tanto più strozzinesco se sarà riprodotto nella stessa forma nel settore privato, dove la lotta è stata aspra e, da parte operaia, unitaria può essere vantaggioso se contribuisce ad aprire gli occhi ai proletari, e a mostrar loro che l’abbandono dei principii della lotta di classe si riflette necessariamente nella disunione e nello spezzettamento della loro classe a tutto vantaggio del capitale e dei suoi sgherri.

Competizione pacifica e paesi sottosviluppati Pt.2

Dopo di aver mostrato, contro il signor Popovic, che la malattia cronica dei paesi sottosviluppati ha radice proprio in quel «libero commercio» ch’egli auspica, apriamo il saggio «Brasile in rivoluzione», apparso sul numero di settembre della rivista «Esprit» ad opera di Josué de Castro – Nelson de Mello – Gilberto Paim.

L’America latina è da quasi un secolo un esempio tipico dell’insufficienza dell’indipendenza politica formale ai finì di un’autentica rivoluzione borghese in grado di aprire le vie all’industrializzazione capitalistica: esempio cospicuo che avrebbe dovuto, già all’epoca della conferenza di Bandung, mettere in guardia i facili esaltatori della «rivoluzione coloniale» come «liberazione universale dell’uomo» del tipo Jeanson o Senghor. Ora, nell’America latina, il possibile centro di una futura industrializzazione del continente sudamericano è appunto il Brasile. Nel saggio citato, troviamo a questo riguardo un’interessante indicazione, da cui risulta che il ritmo medio d’incremento dell’economia brasiliana è del 7% annuo, e il ritmo d’incremento della sola produzione industriale del 10%; ritmi, fa rilevare Josué de Castro, che sono i più alti fra i paesi del Terzo Mondo ad eccezione della Cina. Il Brasile, come tutti i paesi sottosviluppati, è stato finora sottomesso al mercato e all’esportazione delle materie prime (torniamo dunque al problema trattato in polemica col signor Popovic) e la tesi marxista della crisi cronica in cui versa il settore agricolo a causa della fluttuazione dei prezzi delle materie prime, da noi brevemente esposta, trova piena conferma nella succinta caratterizzazione che della storia dell’economia brasiliana traccia il De Castro. Da essa risulta che l’economia brasiliana, prevalentemente agricola, non ha avuto finora un suo campo d’applicazione ben definito; ma ha subito i vari cicli del mercato delle materie prime, così enumerati dall’autore:
«ciclo del legno del Brasile – della canna da zucchero – della caccia all’Indiano (sic!) – della miniera – dell’agricoltura nomade – del caffè e della raccolta del caucciù».
Il de Castro definisce questo tipo d’agricoltura, che caratterizza come «coltura estensiva dei prodotti d’esportazione», «sviluppo economico coloniale», e gli oppone «uno sviluppo dell’economica nazionale» basato su «un’agricoltura intensiva di mezzi di sussistenza» in grado di creare «il mercato interno».

Josué de Castro ha qui, secondo noi, esposto esattamente la vera condizione necessaria all’industrializzazione capitalistica di un paese sottosviluppato: il passaggio dall’agricoltura estensiva dei prodotti di esportazione all’agricoltura intensiva dei mezzi di sussistenza; il che equivale alla formazione del mercato interno. Ma l’autore ci fornisce un’altra preziosa indicazione: il 60% della popolazione brasiliana vive in condizioni inumane. Questa cifra, probabilmente comune a tutti i paesi del Terzo Mondo, basta da sola ad esprimere la vera difficoltà dell’industrializzazione autonoma di questi paesi nell’epoca dell’imperialismo. Che cosa significa, infatti, in tale epoca, la formazione del mercato interno? Da una parte, lo abbiamo visto, significa passaggio dalla produzione di materie prime per l’esportazione alla produzione dei mezzi di sussistenza in grado di costituire la parte variabile del capitale destinato all’industria; e per raggiungere questo primo risultato sarebbe necessaria una rivoluzione politica interna che colpisca gli interessi dei gruppi legati all’esportazione di materie prime e attui una trasformazione radicale delle campagne, distribuendovi una parte di quel 60% di popolazione che vive in condizioni inumane. Dall’altra, una rivoluzione di questo tipo, che equivarrebbe alla formazione del mercato interno, non può non colpire gli interessi di tutti i paesi industrializzati, a Oriente come ad Occidente, e non suscitare una feroce reazione e, se possibile, repressione da parte loro. Il paese sottosviluppato che, nell’epoca dell’imperialismo, attua la sua rivoluzione borghese, in quanto sconvolge il delicatissimo equilibrio del mercato mondiale delle materie prime va dunque incontro al boicottaggio e all’isolamento. Le difficoltà esterne si riproducono a loro volta all’interno. La reazione dei paesi industrializzati e la necessità di forzare le tappe dell’industrializzazione, portano a una centralizzazione del capitale, che precede la sua concentrazione. Ma questo, se è possibile nel settore industriale, non lo è altrettanto nel settore agricolo. Da un lato, l’enorme massa umana espropriata, il 60% ricordato dal de Castro, non è immediatamente assorbibile nell’industria; dall’altro, essa deve produrre mezzi di sussistenza per gli operai e far ciò con mezzi tecnici primitivi.

Da un lato, nel settore industriale abbiamo il punto di approdo nel capitalismo, la centralizzazione del capitale, senza che questa sia preceduta dall’accumulazione e dalla concentrazione; dall’altro, nel settore agricolo, abbiamo il punto d’inizio del capitalismo, la piccola produzione mercantile, senza che questa possa svilupparsi normalmente nell’azienda capitalistica a causa della sovrappopolazione miserabile delle campagne e delle esigenze dell’industrializzazione forzata. I due sviluppi, industriale e agricolo, s’inceppano a vicenda; ma, in ultima analisi, l’agricoltura rimane la vera pietra d’inciampo di ogni industrializzazione nell’epoca dell’imperialismo.

Josué de Castro formula questa contraddizione come
«contrasto fra la necessità sociale d’assorbire manodopera e necessità tecnico-economica di produrre a prezzi di concorrenza oggetti paragonabili a quelli che vendono i paesi industriali».
Non si capisce nulla delle difficoltà dell’industrializzazione nei paesi sottosviluppati, se non si comprende che questa «manodopera da assorbire», questo 60% che vive in condizioni inumane, non è il prodotto di un mercato interno in formazione, non è il prodotto della scissione dei piccoli produttori di merci in capitalisti da una parte e salariati dall’altra: non si tratta qui del processo descritto da Marx nella Sezione Settima del Primo Libro del «Capitale» per l’Inghilterra, o da Lenin nello «Sviluppo del capitalismo in Russia». Quest’enorme massa espropriata è il prodotto dell’erosione prodotta dall’imperialismo in decenni di asservimento e di rapina; questa erosione ha creato gli espropriati, ma non il mercato, né le fabbriche, né i capitalisti; ha reso enormi masse umane «libere» di morir di fame. La manodopera a buon prezzo, espressione di una mancata rivoluzione agraria anziché di una rivoluzione agraria già avvenuta, impedisce dunque la produzione di oggetti industriali a prezzi di concorrenza – non la favorisce, come crede il signor Popovic. Inoltre, il vero problema dell’industrializzazione non consiste nell’esportare prorotti industriali, e tanto meno materie prime, a prezzi vantaggiosi, ma nel creare il mercato interno, cioè nell’avviare lo scambio fra industria e agricoltura.

Di fronte a tutte queste difficoltà, Josuè de Castro è costretto a porre il problema della violenza, e a riconoscere che:
«Non si conoscono esempi di trasferimento pacifico del potere nel mondo moderno» (sic!).
«Gli esempi più drammatici si incontrano nella storia degli Stati Uniti… È possibile che il Brasile sia un’eccezione storica… È possibile, ma non è certo».

* * *

Perché la Cina spara? Perché la Cina minaccia? Perché è messa al bando così dal Palazzo dell’ONU come dal «campo socialista»? Perché la Cina è l’unico paese sottosviluppato, (sottosviluppato – nota bene – non feudale), che sia riuscito a portare a termine una autentica rivoluzione borghese, ad iniziare una autentica industrializzazione capitalistica. L’enorme territorio cinese, e la sua enorme popolazione, rappresentano un mercato immenso che si è sottratto alla sfera dell’economia coloniale, ed entrato nel processo di industrializzazione capitalistica ha sconvolto tutto l’equilibrio del mercato delle materie prime.

Questo fatto formidabile, se riuscirà a giungere a compimento, rappresenterà l’unico risultato rivoluzionario della seconda guerra mondiale. È interesse del capitalismo internazionale, a Oriente come ad Occidente, impedire che tale sviluppo si compia, che l’industrializzazione cinese s’affermi come un fatto irreversibile. Questa imprescindibile necessità di bloccare lo sviluppo della Cina, comune così all’URSS come agli USA, è tuttavia la più grande vendetta della storia nei confronti del capitalismo mondiale. Imposta da ferree leggi economiche, essa mette la Cina al centro delle contraddizioni mondiali del capitalismo, ne fa uno degli anelli più deboli (l’altro anello destinato a saltare potrebbe essere domani l’Europa centro-occidentale) della catena capitalistica. È possibile senza gravi conseguenze impedire a una macchina di avviarsi; non si può fermare di colpo una macchina in movimento senza farla saltare, e senza ridurre allo stesso tempo in briciole il pazzoide che osi tentarlo.

La politica dall’imperialismo nei confronti della macchina cinese lanciata a velocità vertiginosa, la politica USA del blocco di Formosa e del Pacifico, dell’URSS nei confronti della Mongolia esterna, dell’URSS che vende armi all’India e aizza lo sciacallo indiano contro la tigre cinese, è foriera di rovine così in Cina come nel resto del mondo. L’illusione di fermare la Cina è una follia degna soltanto dell’imperialismo giunto alla sua estrema fase di senescenza. La Cina può essere fermata in un solo modo: facendola crollare. Ma il crollo dell’industrializzazione cinese sarebbe allo stesso tempo il crollo dell’imperialismo, perché porterebbe con sé la ribellione del proletariato cinese e internazionale. La Cina di oggi riproduce, con un’analogia storica ma con in più tutta la terribile complessità sociale delle economie sottosviluppate e coloniali che abbiamo precedentemente analizzate (e nelle quali, cosa incomprensibile per i filistei, si pone il problema dell’imperialismo, non del feudalesimo), la Cina di oggi riproduce dunque, mutate nella forma e ingigantite nel volume, tutte le contraddizioni della Russia dal 1900 al 1917.

La politica folle dell’imperialismo ha già condotto a questo notevole risultato – mandare in frantumi i principi delle conferenze di Colombo e di Bandung, spezzare l’apparente omogeneità dei paesi afro-asiatici, opporre la Cina agli altri paesi del Terzo Mondo.

Quando, nel 1956, dopo i sorrisi della Conferenza di Ginevra, l’imperialismo giunse ad uno di quei «redde rationem» che periodicamente accompagnano i rapporti interstatali fra una guerra mondiale e l’altra, e le contraddizioni dell’imperialismo esplosero a Suez e a Budapest, Mao si rivestì di seta e di ventagli e lanciò per il mondo la teoria dei «cento fiori» di loto. Dopo sei anni, nel 1962, oggi che sembra delinearsi, col blocco di Cuba e di Berlino, un altro sussulto esplosivo delle contraddizioni imperialistiche, Mao si veste di ferro e fa echeggiare per il mondo la teoria delle «mille montagne e dei diecimila cannoni». A questo bel risultato ha condotto la politica di provocazione e di isolamento svolta dagli USA e dall’URSS, nei confronti della Cina! Se, prima del delinearsi della grande crisi economica, che tutti oggi temono e che noi da 15 anni attendiamo, l’imperialismo arriverà a un’altra crisi parziale, quale nuova teoria enuncerà Mao?

Sarà la teoria dei «vasti deserti» o la teoria delle «grandi acque»? Sparerà la Cina a Nord, o sparerà ad Est? Verso la Mongolia russa, o verso Formosa americana?

Oggi intanto la Cina, che con la Conferenza di Bandung diede inizio alla coesistenza pacifica, suona con il fragore dei cannoni il rintocco funebre della coesistenza. Questa lugubre campana è risuonata anche alla Conferenza del Cairo, nelle parole di Vladimir Popovic, il quale ha previsto la possibilità di una nuova crisi e di una nuova guerra mondiale. Le previsioni catastrofiche che il nostro Partito ha svolto dal 1945, escono oggi proprio dalle bocche dei rappresentanti del Terzo Mondo, dalle bocche dei cannoni cinesi! Ma, mentre alla Conferenza del Cairo la nota dominante è stata la vigliacca paura unita all’ottimismo volgare, nel rombo dei cannoni cinesi è il fragore stesso della crisi sotterranea del capitalismo che si fa sentire. La battaglia alla frontiera cino-indiana rappresenta la prova concreta che la coesistenza pacifica del Cremlino e del Pentagono è incompatibile non soltanto con la rivoluzione proletaria, ma con la stessa rivoluzione borghese.

«Non si conoscono esempi di trasferimento pacifico del potere».
Le parole del sociologo borghese Josué de Castro trovano nelle cannonate cinesi una formidabile conferma. Il proletariato internazionale saprà apprendere la dura lezione che la stessa borghesia gli ha impartito e gli impartisce!

Bottini asiatici

Se la «tregua» al confine himalaiano si convertirà in pace – la famosa pace che Krusciov raccomandava a Mao come più importante, oggi, della rivoluzione domani (come se la pace fosse concepibile senza il trionfo della rivoluzione proletaria, e come se il krusciovismo mirasse, anche solo per domani, a uno sbocco rivoluzionario della fetentissima crisi mondiale) – l’unico e vero risultato del conflitto scoppiato e rientrato sarà di aver aperto l’India all’invasione delle merci e dei capitali anglo-americani, e di aver fornito alla borghesia locale un ottimo mezzo per nutrire di nazionalismo esacerbato gli stomaci fin troppo vuoti delle grandi masse; in altri termini, di aver posto termine alla finzione neutralista di Nehru sul doppio terreno dell’ideologia e dei rapporti economici e politici, mentre non è affatto escluso che gli stessi «benefici» vengano, alla lunga, mietuti dalla Cina.

La verità è che, fra i tanti possibili mercati di sbocco di una produzione sovrabbondante in cerca di sbocchi, e di capitali inutilizzati in cerca di impiego, quelli indiano e cinese sono, per mille ragioni che non staremo qui ad esaminare, ma che varrebbe la pena di sottoporre a uno studio attento, i più appetitosi: infatti i nuovi mercati africani, a parte un’accanita concorrenza tedesca e giapponese, presentano tutte le limitazioni inerenti a strutture economiche fragili e arretrate, mentre quelli indiano e cinese offrono i vantaggi propri di paesi che si sono messi già da tempo, sebbene in misura diversa, sulla strada di un’accelerata industrializzazione capitalistica. Le missioni americane e inglesi che si sono subito precipitate in India per capitalizzare la ventata nazionalista e «resistenzialista» suscitata dalla guerra di confine (ventata da cui logicamente sono stati sommersi anche i «comunisti» nazionali, che hanno reso alla borghesia del subcontinente il duplice servigio di schierarsi a favore dell’union sacrée e di far mettere in galera, come suprema ricompensa, i fautori di un vago estremismo alla Mao) hanno oggi mano libera nel loro sforzo di assicurare il mercato del paese di Gandhi e di Nehru ai capitali (nella duplice veste di macchine-impianti e di danaro) in cerca di valorizzazione – il bassissimo costo della manodopera locale promette alti profitti – e alle merci, non solo cannoni, ma beni di consumo immediato, che nelle patrie occidentali si accumulano e non trovano sbocco.

L’affare lo faranno, è chiaro, soprattutto americani ed inglesi: anche sotto questo aspetto Krusciov si è svalutato, nella crisi di Cuba: non ha più carte buone da far valere.

La Cina, che si è fermata ed è difficile dire fino a qual punto vi sia stata costretta da fattori esterni od interni, si presenterà a sua volta come possibile mercato di sbocco, e di scambio, parallelamente all’India? Da tempo l’Inghilterra non solo traffica, ma tende a rafforzare i legami economici, con la Cina di Mao: Albione potrà con una mano dare a Nuova Dehli ciò che non riesce a infliggere a Pechino, e viceversa? E Washington, alla lunga, prenderà la stessa via? Se ne vedrebbero allora delle belle, nel «conflitto ideologico» fra russi e cinesi!

Sarebbe azzardato anticipare il futuro: non si dimentichi tuttavia che, negli ultimi anni, i rapporti commerciati URSS-Cina si sono talmente inariditi che, su quel mercato, c’è posto per chiunque sia pronto a ripetere le gesta mercantili del secolo scorso. «Il Giorno» del 16-10 mostrava che, fra il 1960 e il 1961, le esportazioni dall’URSS alla Cina (in milioni di rubli) erano precipitate da 454,5 a 97,2. Quelle di impianti industriati da 335,4 a 17, quelle di trattori e autocarri (in numero) rispettivamente da 1560 a 35 e da 13.666 a 710. Quelle di grano da 200.000 tonnellate a… zero, mentre, a loro volta, le esportazioni di riso cinese in URSS diminuivano da 414,000 tonnellate a 2500. Ora la Cina ha fame di macchine, di impianti, e di derrate alimentari e, «conflitto ideologico» a parte, l’URSS ha da pelare troppe gatte interne per essere in grado di rifornirla.

Dandone la prova a Cuba – una prova di debolezza sul terreno della forza – Krusciov avrà indicato a Mao il portone a cui battere, un portone di netta marca anglosassone? Sarebbe un altro degli innumerevoli servigi dell’…alta strategia cremlinesca alla conservazione internazionale borghese.