Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Programma Comunista 1967/10

Le colombelle della diplomazia borghese, ultimo grido del falso comunismo

Fino a qualche tempo addietro, i predicatori «comunisti» del pacifismo presentavano almeno la «pace» come una realtà imposta da movimenti di massa. Era, alla luce del marxismo, una concezione fasulla, perché la pace presuppone l’abbattimento NON PACIFICO del capitalismo; ma poteva accampare una vaga, lontana «giustificazione» di tipo quanto meno plebeo e «giacobino». Oggi, il grido di «pace» (seguendo il filo della sconcia conferenza di Karlovy Vary) è divenuto semplice implorazione ai capi di governo – compreso il governo di Santa Madre Chiesa – perché concludano un patto di «disarmo» e di «sicurezza collettiva» nel più perfetto stile «ginevrino» di triste memoria.

Il Papa vola a Fatima? I «comunisti» lo pregano a mani giunte di intercedere affinché «le nuove proposte di trattative per una composizione onorevole del conflitto [«all’onorevolezza» delle soluzioni diplomatiche si sono dunque ridotte le prospettive del… comunismo?!] non siano respinte, ma siano piuttosto studiate e finalmente accolte». Un passo ancora, e i nostri post-stalinisti pregheranno Paolo VI di intercedere presso la Madonna, e Longo finirà per avere le visioni come le pastorelle di Fatima – tanto più necessarie ora che, nel mondo democratico della pace perpetua, oltre al Vietnam comincia a riscaldarsi la temperatura del vicino Oriente, e proprio alle soglie di Terrasanta.

Salamelecchi di U Thant, genuflessioni al rappresentante di dio su questa valle di lacrime: e sarebbero questi gli eredi di un movimento chiamato a rovesciare il mondo per ricostruirlo dalle fondamenta? Puah, che schifo!

Hong Kong insanguinata

Per l’ennesima volta nella sua storia più che centenaria, il diadema nella corona britannica in Asia si è incastonato di pallottole sparate da sbirri e soldati su proletari manifestanti per un po’ più del loro gramo riso quotidiano.

È il più recente anello di una lunga civilissima catena. Gli inglesi misero pianta stabile nell’isola di fronte a Canton per spacciare di là, indisturbati, quei balsami civilizzatori ch’erano l’oppio e la Bibbia: a suon di cannonate, naturalmente. Sull’isola, fortilizio irto di bocche da fuoco eruttanti civiltà, crebbe un vigoroso, sfruttatissimo proletariato. Un giorno del «lontano» 1925, i civilizzatori britannici aprirono il fuoco su quello scandalo pubblico che era un corteo di proletari di Hong Kong-Canton, gente che non consumava né oppio né Bibbie – il che era già una grave pecca – e che, soprattutto, aveva alle spalle milioni di operai e contadini cinesi in poderoso risveglio. Fu un massacro.

Ma venne il secondo e più grave scandalo. I vivi, sepolti i loro morti, entrarono in sciopero e, PER UN ANNO ESATTO, Hong Kong rimase paralizzata fra lo sgomento dei mercanti, dei civilizzatori laici, degli ammiragli, e dei missionari. Caddero altre vittime proletarie; ma ci vollero i buoni uffici del governo cantonese del Kuomintang, vestitosi da «rivoluzionario-nazionale», per indurre gli operai a riprendere il lavoro. Oggi Pechino manifesta contro il secolare sfruttamento (a suon di «gatti dalle sette code») della civilissima Albione; ma quello che pretende di essere un governo proletario non mette negli imperialisti bianchi i brividi che nel 1925 una classe lavoratrice non imbastardita dalle ninnananne democratiche, staliniane o maoiste, aveva loro messo in corpo. Hong Kong è, per Pechino «rossa», una buona piazza commerciale, un luogo di traffici, il paradiso degli intrallazzi con S. M. il Capitale straniero. A Pechino strillano, ma Hong Kong è al sicuro: i proletari forse otterranno una ciotola di riso in più, ma l’insegna del bastone inglese continuerà a dondolare sulle loro teste.

Ed ora il Medio Oriente…

Sarà guerra, prima che questo numero esca, o ci rimetteranno una pezza nel tormentato Medio Oriente? Una cosa è certa: il fascismo è stato vinto 22 anni fa, la «pace» democratica ha steso le sue ali sul mondo, di «aggressori» non dovrebbero essercene più in questa madre terra pacificamente coesistente. E invece, ogni anno scoppia un nuovo bubbione. Che cosa dimostra ciò, se non che il capitalismo, qualunque sia la sua camicia, è lordo di sangue e sangue ancora?

Adesso si dirà che gli arabi sono «socialisti», e quindi la colpa è di Israele con dietro i soliti monopoli; si ribatterà che «socialista» è lo Stato dei kibbuz, e che i monopoli fioriscono all’ombra degli eredi di Maometto, colpevoli dunque questi e non quello. E ciascuno sosterrà la «giusta» causa di chi gli fa più comodo.

Per noi, colpevole è solo il regime della merce e del salario, del profitto e della caccia ai mercati. Finché questo regime infame sta in piedi, un «aggressore» e un «aggredito» di turno ci saranno sempre: e sangue scorrerà a fiotti. Schiacciate l’infame!

L’America latina e lo stalinismo imbarazzato di “Che” Guevara

Erano necessari diversi anni di una guerra spietata e il tradimento sempre più aperto di Mosca e di Pechino, paghe di lanciare dichiarazioni platoniche e di fare al popolo vietnamita l’elemosina di forniture militari, perché nel campo cosiddetto « socialista » qualcuno mettesse infine il dito sulla vergogna del « comunismo » d’oggi e riconoscesse quello che da tempo denunziamo: che « il Vietnam è tragicamente solo ». E, per arrivare a questa constatazione, « Che » Guevara ha dovuto girare al largo dalle capitali del « socialismo » e immergersi nella giungla sud-americana in cui nuove guerriglie covano!

« La solidarietà del mondo progressista per il popolo vietnamita – egli ha detto nel manifesto pubblicato all’Havana il 16-4 — assomiglia all’amara ironia che, per i gladiatori del circo romano, significavano gli incoraggiamenti e gli applausi della plebe ».

Ma Guevara ha un modo tutto suo di invitare i combattenti a scendere nell’arena. Il suo manifesto ricorda, a chi l’avesse dimenticato in questi lunghi anni di « coesistenza pacifica », che lo stalinismo non è necessariamente pacifista, o meglio che la frase «rivoluzionaria» e l’avventurismo politico non sono se non dello stalinismo che si vergogna di se stesso. Anche Stalin, dopo di aver messo le manette al partito comunista cinese e averlo consegnato a Chang Kai-scek, pretese il lancio rischioso dell’insurrezione cantonese. Si trattava allora di offrire qualche trofeo « rivoluzionario » agli applausi di un congresso che doveva completare l’opera politica della controrivoluzione, decapitando la sinistra russa. Malgrado la sua fraseologia altisonante, la linea di « Che » Guevara non avrà la stessa portata oggettiva mondiale, ma può ancora distrarre molti proletari dalla lotta diretta e cosciente contro il Capitale.

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Egli denuncia anzitutto la « guerra d’insulti» a cui, per paura di una guerra mondiale, russi e cinesi si limitano. Ecco tutta la spiegazione ch’egli dà alle masse della loro mortale politica di coesistenza pacifica: Hanno paura! La sua soluzione non esce neppure essa da questa interpretazione psicologica e morale: « Dato che gli imperialisti, con la minaccia della guerra, esercitano il loro ricatto sull’umanità, la giusta risposta è di non aver paura della guerra ». Tutto qui. E come Guevara potrebbe riconoscere che solo gli interessi nazionali della Cina, non le rodomontate « antirevisioniste » delle guardie rosse, determinano e determineranno tutto il suo atteggiamento verso il Vietnam? Come potrebbe mostrare che la sola base oggettiva della « coesistenza pacifica » è il legame sempre più stretto del mercato orientale con i destini dell’imperialismo e non, per esempio, la psicologia del colchosiano imborghesito? Se parlasse questo linguaggio, Guevara dovrebbe confessare nello stesso tempo che fra Mosca, Pechino e Washington l’esistenza non del « socialismo cubano », ma di uno Stato nazionale indipendente nel Mar dei Caraibi, è veramente possibile solo se la lotta contro l’imperialismo si sviluppa su tutto il continente sud-americano. Anche questo noi l’abbiamo detto quando l’« isola della libertà » navigava perigliosamente fra Mosca e Washington. Naturale che Guevara preferisca chiudere gli occhi sulle realtà della politica mondiale e si limiti a dire: Noi non abbiamo paura!

In fondo, « Che » Guevara reclama una grande guerra contro l’imperialismo. È il voto più o meno confuso di tutti i popoli oppressi che sanno di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare da un rovesciamento dei rapporti imperialistici attuali: « L’imperialismo – egli scrive – è un sistema mondiale, tappa suprema del capitalismo, e lo si deve battere in un grande scontro mondiale ». Per dei pacifisti belanti che spiegano l’imperialismo con la « politica insensata » di qualche individuo, e che credono di vincerlo respingendo qua e là un’aggressione, sostenere che l’imperialismo è un sistema mondiale, è già spingersi molto lontano sulla via del « dogmatismo » … Per noi comunisti, tutto ciò non basta affatto. Catalogare gli effetti diversi e palpabili dell’imperialismo non significa ancora conoscerne la natura. Come ha mostrato Lenin, non si sa nulla dell’imperialismo finché non si dice dove e come può essere abbattuto. La risposta di Guevara a queste due « questioncelle » è la peggiore possibile.

Alla questione di sapere dove l’imperialismo sarà vinto, « Che » Guevara risponde come tutti i pacifisti: s’immagina che l’imperialismo possa essere seppellito nel Vietnam o sul terreno di qualunque altra lotta nazionale in nome del « buon diritto » e della « libertà » dei popoli. Solo che eleva questa bestialità alla seconda o terza potenza assegnando all’America latina il compito di « creare il secondo o il terzo Vietnam, o il secondo e il terzo Vietnam del mondo ». Ecco che cosa il rivoluzionario cubano intende per « scontro mondiale »! Si tratta evidentemente di una lotta fra Stati, non di una lotta di classe. Stalin, che pure credeva alla morte dell’imperialismo in seguito a un tale scontro, aveva almeno il buon gusto di presentare il suo fallimento come la conseguenza naturale di una guerra imperialistica mondiale che colpisce al cuore stesso i più poderosi bastioni del Capitale. « Che » Guevara non si spinge neppure fin là. Egli si immagina che l’imperialismo americano possa cadere senza che cada l’America capitalista. E dissimula questa illusione piccolo-borghese sotto formule confuse come questa: « distruzione dell’imperialismo mediante l’abbattimento del suo bastione più forte: la dominazione imperialistica USA ». Questa frase dice esattamente quello che vuol dire. Guevara non può prendersela che con una forma di dominazione del capitale: non chiama a distruggere i rapporti economici e sociali su cui poggia lo sfruttamento sia dei popoli coloniali che del proletariato americano.

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Quale specie di scontro mondiale segnerà dunque la fine dell’imperialismo? La storia ha mostrato che non ci si deve aspettare nulla da uno scontro, pacifico o violento che sia, fra Stati. Alla fine della II guerra mondiale, invece di dare il promesso scrollone per rovesciare il dominio del Capitale, Mosca diede « democrazia » internazionale sulle spalle di tutti i Vietnam del mondo. Guevara finge di ignorare questa tragica lezione di un quarto di secolo, per rimproverare candidamente a Mosca e Pechino di aver « esitato a fare del Vietnam una parte inviolabile del territorio socialista, correndo i rischi di una guerra su scala mondiale ». Miseria dell’anti-imperialismo borghese! Esso non sa più a che santo votare le Nazioni per aggrapparsi alle sue chimere: né il diritto delle genti, né l’eroismo dei popoli, né l’etichetta « socialista » potrebbero garantirne la « inviolabilità ». E l’inviolabilità del Vietnam non dipende neppure essa dalla ripetizione sotto altri cieli della terribile « esperienza vietnamita »: il Vietnam sarà inviolabile solo quando i proletari americani porteranno questa guerra nel cuore stesso della metropoli! 

Non ci si venga a trattare da « utopisti »! Le masse del mondo intero non hanno bisogno di lezioni di storia né di esortazioni morali per fare la rivoluzione. Hanno bisogno di chiare parole d’ordine che mostrino loro il cammino da seguire per battere sicuramente e fermamente il nemico. Ora, da quando l’Internazionale Comunista è morta trascinando con sé la sola occasione storica di collegare la lotta dispersa dei popoli coloniali all’assalto diretto alle metropoli, chi ha soltanto iniziato questo lungo, difficile, ma fondamentale compito di educazione politica e di preparazione rivoluzionaria del proletariato americano e mondiale? Abbia le armi in pugno o il deretano in poltrone diplomatiche, la democrazia piccolo borghese manifesta sempre più la sua impotenza e il suo tradimento. La guerra del Vietnam non sarà vinta nelle risaie né nella giungla sud-americana. La condizione assoluta della vittoria è di trasformarla, da New York a Los Angeles, in guerra di classe!

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Vediamo ora come « Che » Guevara crede di poter abbattere l’imperialismo secondo la strategia che egli si è fissata, quella dell’attacco periferico. Egli chiama bensì ad una grande guerra contro l’imperialismo; ma in realtà si limita a preconizzare una guerriglia. In Bolivia, nel Guatemala, in Colombia, nel Venezuela, persino nel Brasile, è la guerriglia che egli esalta, arma e teorizza, assicurando però che queste lotte possono prendere una dimensione continentale che, in ogni caso, egli si propone di dar loro. 

« Vi è una così grande identità fra le classi dei diversi paesi – scrive – che esse giungono ad una identificazione di carattere « internazionale americano » molto più completa che in altri continenti ». È questo, in effetti, un atout della rivoluzione nell’America latina. Ma ecco come Guevara lo intende: « Lingua, costumi, religione, lo stesso padrone, sono i fattori che le uniscono »! Insomma, Guevara promette di identificare degli interessi di classe comuni a tutti i paesi dell’America latina, ma non riesce a trovare che degli… interessi nazionali.

Occorre enumerare qui i molteplici fattori etnici, religiosi, nazionali o imperialisti che avrebbero potuto fare l’unità della penisola indocinese, dal Maghreb arabo, o dell’Africa Nera? La storia recente ha mostrato che, nell’epoca imperialista, la forza dei fattori nazionali-borghesi non era più sufficiente per costituire dei blocchi statali solidi. Invece, « Che » Guevara lascia interamente da parte una delle carte migliori della rivoluzione americano-latina: l’esistenza di un proletariato molto più evoluto che dovunque in altri paesi nel Terzo Mondo; che ha subito un lungo e duro sfruttamento da parte della sua borghesia; che ha conosciuto diverse versioni nazionali di peronismo; e le cui lotte di classe potranno sole dare alla rivoluzione sud-americana tanto un’ampiezza continentale quanto uno sviluppo internazionale. Tanto basta a farci ritenere un delitto la ripetizione su questo continente della « esperienza vietnamita ». Noi non soltanto ci auguriamo, ma siamo sicuri, che la rivoluzione in America latina prenderà strade più dirette per abbattere il Capitale!

Dopo di aver passato sotto silenzio il ruolo politico e gli interessi di classe del proletariato sudamericano, dopo di aver predicato la « galvanizzazione dello spirito nazionale » alla prova della guerriglia, « Che » non esita a rivendicare un « vero internazionalismo proletario » al servizio della rivoluzione in quei paesi. E la sola parola d’ordine che lancia è la vecchia formula delle « brigate internazionali », così miseramente provata nella fornace spagnola del 1936. Guevara non farebbe nulla di diverso se volesse tendere ai proletari lo stesso trabocchetto che tese loro, trent’anni fa, la « democrazia » internazionale, violenta o non violenta. Sotto coperto d’internazionalismo, essa lasciò loro la « scelta », secondo il proprio temperamento e le proprie convinzioni personali, di esigere pacificamente dal governo Blum l’invio di aerei nella Spagna repubblicana, o di andare a battersi agli ordini degli staliniani, degli anarchici, e di altri becchini dell’Internazionale Comunista.

Anche « Che » Guevara invoca degli « eserciti proletari internazionali ». Anche per lui, in questi eserciti, la « bandiera sotto la quale si lotta diventa la causa sacra della redenzione dell’umanità, in modo che morire sotto le insegne del Vietnam, del Venezuela, del Guatemala, del Laos, della Guinea, della Colombia, del Brasile, per non citare che gli attuali teatri della lotta armata, è egualmente glorioso e desiderabile per un americano, un asiatico, un africano e perfino un europeo ». Egualmente glorioso? Ma il vero internazionalismo proletario non è un’avventura etica, come nei romanzi di Malraux; non è una « libera » scelta della persona umana sulla causa in nome della quale si batterà secondo il proprio concetto della Giustizia. L’internazionalismo proletario è l’espressione di una lotta di classe, di una coscienza politica e di una organizzazione internazionale del proletariato in guerra contro la dominazione del Capitale.

È solo nella prospettiva di questa guerra a morte che non ci è indifferente vedere sotto quale bandiera nazionale combattano i proletari del Vietnam o degli USA, delle colonie o delle metropoli. Se i primi non sono sempre giunti fino alla comprensione dell’internazionalismo comunista, almeno non l’hanno mai ignorato e rinnegato nella pratica, come spesso hanno fatto i secondi. Ma presentare una causa nazionale, per giusta che sia, come la « causa sacra della redenzione dell’umanità », è a colpo sicuro sabotare tutte le possibilità offerte all’internazionalismo proletario dalle contraddizioni crescenti dell’economia e della politica mondiali.

Noi siamo i primi a rallegrarci che le ostilità siano aperte nell’America latina. Ma che sia una guerra di classe e non una guerriglia!

Siamo stati i primi a denunciare la solidarietà platonica del « comunismo » russo-cinese verso il Vietnam. Ma il solo linguaggio dell’internazionalismo proletario è un linguaggio di classe.

Noi chiameremo i proletari di tutti i paesi non a « morire sotto le insegne del Vietnam », ma a riunirsi per prendere d’assalto le grandi metropoli del capitalismo, tagliando così il nodo gordiano di tutte le guerriglie e di tutte le rivoluzioni della storia.

È tempo di finirla con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria! 

È tempo che i proletari del mondo intiero ritrovino la loro teoria rivoluzionaria!

I pesci grossi sono sempre liberali

Grande baccano sull’esito favorevole del Kennedy Round: si sta «liberalizzando» il commercio! Ed è vero, ma che cos’è il libero scambio – scriveva Marx 120 anni fa – se non la libertà del capitale? Si ridurranno gradualmente i dazi del 30-35%: ma il divario fra gli attuali dazi americani e quelli degli altri paesi resta, e gli USA avranno il doppio vantaggio di dover pagare sulle loro esportazioni dazi più bassi, proteggendo nello stesso tempo la produzione interna con dazi sempre più alti di quelli con cui le controparti «si difendono». Ancora: le riduzioni concernono solo i prodotti industriali; dunque, se ne avvantaggiano le nazioni economicamente più potenti. I famosi paesi sottosviluppati, infine, che esportano materie prime agricole alimentari e industriali, si troveranno nella situazione di prima, cioè di fronte a muraglie ben difficili da superare, giacché nessuna riduzione è stata concordata in campo agricolo; mentre l’America, con ipocrisia tutta puritana, ha ottenuto a tutto ed esclusivo vantaggio suo la fissazione di un prezzo minimo del grano più alto del precedente con la nobile e… altruistica scusa di voler finanziare grazie ad esso gli «aiuti» ai popoli affamati – aiuti che, stabiliti in 4,5 milioni di tonnellate, cioè nella metà del consumo italiano, rappresentano – come ha perfino ammesso un borghesissimo giornale inglese – la classica briciola lasciata cadere a milioni e milioni di poveri dalla imbandita mensa di Epulone. Un altro borghesissimo giornale ha poi riconosciuto che le misure decise schiacceranno ulteriormente le piccole e medie imprese, facendole ingoiare dalle sempre più grandi…

«La libera [e libera fino ad un certo punto] concorrenza genera il monopolio», scriveva Marx. Oggi diremmo che rafforza il già esistente monopolio dei potenti della terra e aggrava il distacco fra questi e gli invano aspiranti a raggiungerli. È il senso generale della «libertà», non per nulla cara al tenero cuore (cioè al portafogli gonfio) del borghese.

Democrazia e fascismo nell’“imbroglio” greco

Il colpo di stato militare in Grecia ha gettato nella sorpresa e nello sgomento i democratici di tutti i colori, dai più ingenui ai più scaltri.

Nel giro di poche ore, nella notte dal 20 al 21 aprile, il paese che per primo aveva conosciuta la democrazia (allora assai meno mistificata di oggi, perché nel popolo non si includevano gli schiavi, e quindi la lotta per la democrazia significava solo una lotta di nuovi ceti possidenti, armatoriali e commerciali, per accedere alle leve dello stato prima tenute dai proprietari terrieri e schiavisti), rimaneva decapitato di tutti gli «eletti del popolo» in barba alla tanto discussa immunità parlamentare, fino al giorno prima all’ordine del giorno della politica e dei contrasti tra monarchia e governo da una parte, e parlamento dall’altra. Nessuna reazione dei partiti e dei sindacati si verificava, come se neppure esistessero. E il popolo, il famoso popolo? Nessun segno di vita. La sua stessa preparazione elettorale, succo della democrazia, lo aveva reso impotente. In compenso, all’estero il coro delle anime democratiche inscenava una resistenza verbale contro il fascismo e la reazione in Grecia.

Ma dov’erano le squadre irregolari dei fascisti, quella notte e ancora oggi? A compiere il putsch-modello non erano forse state le legali forze armate che, fino al giorno prima, erano considerate l’efficiente palladio della democrazia? Chi gettava fango sulla dea libertà e sul feticcio della sovranità popolare, se non lo stato democratico? Non è questa la prova (l’ennesima prova) dell’identità di sostanza fra stato democratico e stato fascista? 

Il parlamento è stato offeso ed anzi gettato nel letamaio della storia. Ma che cos’è mai, questo parlamento? Esso è solo uno dei principali organi dello stato borghese, un organo che serve alla sua difesa in modo indiretto perché la lotta dei delegati operai per le sue poltrone raggiunge lo scopo di deviare dal giusto cammino rivoluzionario la classe soggetta. A toglierlo di mezzo non è stata, d’altra parte, la violenza proletaria, ma un altro organo essenziale dello stesso stato borghese: quello che più e che meglio degli altri provvede alla sua difesa diretta, cioè l’esercito. Ma tutto questo non lo vogliono e non lo possono intendere i nostri bravi democratici, in specie quei progressisti di «sinistra» – comunisti ufficiali in testa – per i quali i valori «eterni» della democrazia non hanno certo il significato astratto che attribuisce loro il «popolino» cui essi li ammanniscono mattina, mezzogiorno e sera. Per lor signori, i cosiddetti ideali democratici, finché restano in piedi e finché se ne parla, rappresentano la garanzia che il loro campare a sbafo è assicurato. È dunque comprensibile la loro costernazione nello svegliarsi all’alba del 21 aprile e apprendere la sventura abbattutasi sulla patria della democrazia. Non sono tuttavia solo le questioni di pagnotta che spiegano l’interesse dei democratici per la squallida vicenda. Essi, giustamente, si preoccupano di veder fallire così all’improvviso e con facilità impressionante i loro sforzi teorici e politici per conservare allo stato borghese la forma più elastica e idonea allo svolgimento delle sue funzioni d’ordine (dell’ordine economico borghese) e di repressione: appunto la forma democratica.

Ora, a favorire le illusioni di una possibile restaurazione di forme politiche democratiche nelle teste dei piccolo-borghesi e dei controrivoluzionari di professione dei partiti di sinistra, siano essi aderenti alla Internazionale Socialista o si richiamino a Mosca, interviene anche la propaganda di quello stesso imperialismo americano che, nei rovesciamenti di regimi più o meno popolari degli stati giovani e ancora gracili (Indonesia!) o anziani e già ossificati, non solo non è mai estraneo ma spesso recita la parte segreta del protagonista. Con la faccia tosta e l’ipocrisia tipica dei gangsters, i dirigenti americani hanno anch’essi minacciato (bum bum!) il regime militare greco, invitandolo a ripristinare la democrazia. Certo, per loro non si tratta di ritornare ad un passato che essi stessi hanno contribuito a liquidare, ma vorrebbero almeno l’apparenza di una forma democratica o di una «democrazia guidata», che continui a fare della Grecia l’amica della loro.

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Lo spettacolo cui ci tocca di assistere è dunque sempre quello ributtante che mira ad incatenare il proletariato rivoluzionario nelle maglie del dilemma fasullo «democrazia o dittatura» nel modo in cui la borghesia lo ha sempre posto attraverso i suoi ideologi e i suoi servi e ruffiani, scelti fra le file dei socialdemocratici o dei «comunisti». E il nostro compito è esattamente l’opposto: chiarire ai proletari i termini della questione che l’oppio democratico tenta di occultare con le tecniche più raffinate. Per questo noi diciamo agli operai che gli unici a non essere stati presi alla sprovvista dal putsch greco siamo noi. Non solo: quello che è accaduto in Grecia, come ieri in un altro paese e come domani dappertutto, è stato da noi previsto con precisione di giudizio teorico e storico per lo meno dall’immediato dopoguerra, quando, di fronte alla vittoria militare della coalizione democratica sugli stati fascisti, soli sostenemmo che, in realtà, chi usciva trionfante dal grande macello era il fascismo come metodo di governo borghese, e non la democrazia, intesa questa come forma di stato più atta ad assorbire gli urti della lotta politica e sociale.

Abbiamo sempre detto che il fascismo non è il prodotto di una «degenerazione» puramente politica, ma il portato necessario dello sviluppo capitalistico, che alla concentrazione del capitale fa seguire una concentrazione del potere politico. La lotta per la democrazia poteva avere un senso rivoluzionario, e lo aveva certamente, quando era condotta contro l’apparato statale feudale ed assolutistico delle autocrazie della prima metà del secolo scorso in Europa. E ciò perché i suoi scopi erano in primo luogo storicamente realizzabili e in secondo luogo non erano fine a se stessi ma si inquadravano in quella strategia della rivoluzione permanente, di cui parlava Marx nel 1850 e che vedeva nella democrazia solo una condizione più favorevole (rispetto a quella del dispotismo feudale) per la lotta del proletariato verso la distruzione della stessa democrazia borghese e del suo portamento.

Al contrario, oggi, la «lotta per la democrazia» (progressiva o no, come piaceva dire a Togliatti) è concepita dai partiti borghesi e dai partiti operai opportunisti nel solo modo in cui è possibile concepirla: in senso conservatore e reazionario cioè per mantenere in vita delle istituzioni e costituzioni che la storia ha ormai svuotato di qualunque contenuto. La pretesa di voler ringiovanire ciò che ha fatto il suo tempo è dunque assurda quanto la pretesa di ripristinare il frammentarismo delle piccole aziende capitalistiche con la lotta ai monopoli. 

Allo sbocco fascista, cioè accentratore, disciplinatore, militarista, lo stato borghese perviene insomma sotto la spinta delle contraddizioni sempre più forti che travagliano la società borghese, e che si manifestano o con la lotta rivoluzionaria del proletariato per scardinare le basi stesse del dominio di classe (come in Italia nel primo dopoguerra) o con la lotta intestina all’interno della stessa borghesia, che non ha saputo adeguare le sue strutture politiche alle necessità del momento e si permette ancora il lusso di tradizionali frazionamenti politici in lotta per particolari e ristretti interessi di gruppi (Francia degli anni cinquanta, Grecia degli anni sessanta).

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Queste conclusioni di carattere generale, pur essendo valide per tutti i paesi, presentano forme di lotta variabili da paese a paese a causa di particolari componenti storiche.

Così, in Grecia, l’attuale lotta tra democrazia e fascismo si presenta con quello aspetto di lotta tra democrazia e monarchia che è stata un po’ la nota dominante della vita politica greca fin dalla costituzione del paese in nazione. Infatti, l’indipendenza nazionale greca dall’impero ottomano nel terzo decennio del secolo scorso fu conquistata non ad opera esclusiva delle rivolte del popolo ellenico con la sua borghesia in testa, ma anche grazie all’intervento di potenze straniere in quel periodo coalizzate contro i Turchi per il dominio del Mediterraneo. L’Inghilterra in particolare, con la distruzione della flotta turca a Navarino, evitò il soffocamento della rivoluzione greca, ma la «moderò» a sua guisa, modellando il giovane stato indipendente col introdurvi la monarchia (e sopprimere così la prima repubblica) in una sua persona di fiducia: Ottone di Baviera prima (1832) e Giorgio I (1863) poi. Non c’è dubbio, quindi, che il «peccato originale» della monarchia greca risale al fatto di essere un’importazione, anzi imposizione, straniera per salvaguardare gli interessi imperialistici del padrone che l’aveva insediata: essa non aveva alcuna tradizione nazionale e non ebbe nessun merito storico nello sviluppo politico ed economico della nazione, per cui la lotta incessante fra popolo e re, o per meglio dire tra parlamento (leggi borghesia) e corona, espresse la volontà di liberarsi dalla soggezione imperialistica da parte di una nazione che, per la sua debole struttura economica, conservava molte delle caratteristiche dei semicoloniali. Comunque, sarebbe un errore attribuire a queste condizioni politiche l’arretratezza greca. Non si può fare la storia a base di se e di ma; tuttavia è lecito supporre, sulla base di esperienze storiche di altri paesi, che anche una monarchia più «nazionale» non avrebbe sostanzialmente cambiato il destino del paese, legato e condizionato dai deboli fattori economici interni e dalla lotta in campo internazionale fra paesi assai più potenti. Se è quindi vero che la monarchia greca non si mise mai al più completo servizio della borghesia, è anche vero che non va affatto considerata come una monarchia di tipo assolutista, perché, come mostrano le successive costituzioni, essa non poté mai allontanarsi dal tipo di monarchia parlamentare.

Ne consegue che, nella lotta che ancora oggi si svolge fra i due poteri, sarebbe sciocco vedere nella monarchia qualcosa di reazionario e preborghese: il re svolge in Grecia lo stesso identico ruolo che svolge un presidente della repubblica. Questi non dispone di alcun potere e, se si intromette nella vita politica, lo fa come espressione non di inesistenti interessi di classe feudali ma di interessi di classe capitalistici, che i gruppi stessi della borghesia non riescono a salvaguardare efficacemente, e che anzi mettono in pericolo con la sterile lotta dei partitucoli in cui sono rappresentati.

La forza della monarchia risiede solo nella debolezza dei partiti politici, che sono nello stesso tempo lo specchio di un’economia arretrata e soggetta all’imperialismo e l’espressione di una coscienza politica in ritardo sullo sviluppo economico che pur innegabilmente si è avuto negli ultimi anni. Non essendo la borghesia greca riuscita ad esprimere un forte partito o delle coalizioni di una certa omogeneità, la sua vita parlamentare è stata tra le più tormentate, e ciò ha costituito una minaccia continua per la stabilità del regime. Ora, non ci vuol molto a capire che una cronica instabilità di governo è sempre meno compatibile con le esigenze del dominio borghese in una fase storica come l’attuale, in cui i contrasti interni e la lotta di concorrenza fra le borghesie in campo internazionale hanno raggiunto vertici mai conosciuti.

Nessuna formazione politica in Grecia ha mai avuto vita lunga e facile, e le scissioni e riunificazioni attorno a «personalità» più o meno logore non hanno finora mai prodotto uno schieramento forte ed omogeneo con indirizzo politico ben definito. Tanto la destra di Papagos negli anni 1952-56, quanto quella di Karamanlis (l’ERE) che si è considerata sua erede fino al ’63 o l’ERE odierna che fa capo a Canellopoulos, sono state piuttosto delle informi coalizioni di partiti, che dei partiti veri e propri. Altrettanto si può dire di quell’Unione di Centro dei partiti di opposizione di cui è il portabandiera Giorgio Papandreou, quando si consideri lo sgretolamento al quale negli ultimi tempi è soggiaciuto. Trascurabile è poi il ruolo di quei partiti di sinistra (compreso quello comunista, che è fuori legge dalla fine della guerra civile del 1946-’49) riuniti sotto la sigla dell’EDA.

* * *

Con questo panorama politico — le cui basi sociali esamineremo in un successivo articolo —, è inevitabile che l’instabilità di governo sia all’ordine del giorno, e per fatti e attriti che non hanno nulla di veramente serio. Senza voler risalire troppo indietro, basta ricordare gli avvenimenti susseguitisi dalla salita al trono di Costantino II nel 1964, quando Papandreou divenne primo ministro, per concludere che il colpo di stato non solo era prevedibile ma si imponeva con tutta la forza di circostanze obiettive. Infatti, da allora le crisi si sono susseguite alle crisi, gli scontri fra parlamento e governo, fra parlamento e re, non si contano più, come non si contano le minacce di scioglimento della camera e di nuove elezioni e gli incarichi a questo o a quel leader di partito. E poi gli incalliti democratici si meravigliano dell’«inatteso» colpo militare e piangono sulle sorti della democrazia in generale e di quella greca in specie!

Chi cercasse le famose «responsabilità» del colpo di stato militare razzolando in questi pettegolezzi di cronaca, non verrebbe a capo di nulla, come chi volesse stabilire chi, in una guerra, è l’aggressore e chi l’aggredito. Che ne sia stato l’autore Costantino o i militari, o entrambi preventivamente accordatisi malgrado le apparenze contrarie, non importa gran che, ed è sciocco indicare il responsabile nel solo aggressore chiudendo gli occhi sull’aggredito. Per noi, si sa, non sono le persone singole né i gruppi, ma l’intera struttura economica e sociale con le sue componenti interne ed esterne che spiegano lo svolgersi dei fatti sulla ribalta politica, e a proposito di componenti esterne non bisogna dimenticare che in Grecia l’imperialismo britannico è stato sostituito da quello americano fin dai tempi della guerra civile, in cui gli U.S.A. fecero il loro ingresso armato in quel paese per evitargli di finire sotto un regime «comunista» e nella sfera di influenza russa (fu allora che si sfoderò la cosiddetta «dottrina del contenimento»).

Il colpo di stato era dunque il necessario epilogo di una situazione ormai insostenibile; e con esso il supremo interesse di classe della borghesia, legato alle esigenze dell’imperialismo americano, dovrebbe trovare un assetto meglio rispondente ai problemi posti dalle contraddizioni attuali. Noi certo non auguriamo un compito facile ai restauratori dell’ordine ad Atene, ma da questa nuova lezione della storia traiamo una nuova conferma al nostro atteggiamento verso la democrazia e verso il fascismo. Per noi, una democrazia efficiente come quella del dollaro o della sterlina, o uno stato fascista, restano due nemici in pari grado mortali, e la loro forza repressiva può essere debellata e vinta solo dalla lotta armata proletaria internazionale. Chi pretende di «combattere» il fascismo greco appellandosi agli ideali della democrazia, e sperando così di mobilitare i proletari ellenici, tradisce i loro interessi storici e ne rafforza la schiavitù economica, politica e ideale. Peggio ancora se la lotta al fascismo greco dovesse — come pretenderebbero i «comunisti» bastardi — svolgersi con l’aiuto dell’azione internazionale di altri stati borghesi, i quali se ne fregano altamente di simili esteriorità politiche e degli ideali piccolo-borghesi che commuovono solo gli opportunisti. Questi si sono assunti il compito storico di confondere le idee ai proletari per deviarli verso obiettivi che non sono i loro. La nostra parola d’ordine è e resta quella della lotta contro il capitalismo e il suo stato, qualunque sia la sua forma politica.

Nostri manifestini sindacali

Per le tramvie

COMPAGNI TRAMVIERI!

Alla offerta irrisoria dello 0,50% di aumento, al blocco salariale fino al 1970, alla proposta di introduzione dell’«agente unico», le centrali sindacali, mentre in apparenza oppongono delle controproposte atte a salvare la faccia di fronte ai lavoratori, in realtà avallano tutti i punti imposti dal padronato:

Durata del contratto: l’accettazione del blocco per tre anni immobilizzerà ogni richiesta dei lavoratori, eliminando così per tutta la durata del contratto anche le scarne lotte fino ad oggi condotte e realizzerà inoltre l’intento delle aziende di sopprimere ogni contratto aziendale con l’accettazione della proroga.

Agente unico: con la loro politica opportunista e di conservazione, i bonzi accettano questa istituzione in omaggio e nell’interesse dell’economia aziendale, in modo che nessun miglioramento di vita e di lavoro vada ai lavoratori. Questa istituzione tornerebbe a vantaggio dei lavoratori solo a patto che i sindacati la subordinassero alla drastica riduzione dell’orario di lavoro. Così come essi la propongono, servirà solo ad aumentare il profitto delle aziende, determinando una diminuzione di occupati e l’aumentato sfruttamento dei lavoratori rimasti.

È chiaro che nel prossimo incontro del 20 aprile tra bonzi sindacali e dirigenti aziendali si arriverà al pateracchio finale, alla presentazione di un contratto in pratica già accettato. Questo è il frutto della politica di tradimento che la C.G.I.L. conduce alla coda dei sindacati di emanazione padronale C.I.S.L. e U.I.L.

OPERAI! LAVORATORI!

La vostra organizzazione non si batte nel vostro interesse, ma contro di voi, per il conseguimento di obiettivi conservatori e coincidenti con gli sporchi interessi dei bonzi venduti alla borghesia, quali il riconoscimento giuridico del sindacato, che li farebbe automaticamente diventare i funzionari delle future corporazioni dello Stato capitalista.

OPERAI! LAVORATORI! Opponetevi a questo disegno che significherebbe il completo disgregamento del fronte proletario e rivendicate:

aumento generale dei salari
estensione massima dello sciopero
unificazione della lotta con i vostri compagni delle autolinee
riduzione drastica e generale dell’orario di lavoro!

Aprile 1967.


Per gli autotrasporti

LAVORATORI DEGLI AUTOTRASPORTI!

A più di diciotto mesi dalla scadenza del contratto, la vostra vertenza è ben lungi dalla conclusione e, quand’anche questa verrà, non avrà risolto minimamente le vostre necessità.

Più di ogni altra, la vostra lotta è stata caratterizzata da sospensioni da parte dei sindacati, da rappresaglie da parte delle aziende e delle autorità costituite, quelle stesse autorità che demagogicamente i sindacati opportunisti, con la solita pratica del piagnisteo, sollecitano a schierarsi con voi contro i padroni fingendo di dimenticare che sono state costituite proprio dallo stato capitalistico per la repressione della vostra giusta collera.

La vostra lunga lotta solitaria mai ha veduto schierati con voi in un massiccio sciopero generale gli autoferrotranvieri e tutti gli operai del vostro stesso settore, ma da soli la conducete da mesi, poche ore per volta, azienda per azienda, e, ogni volta che spontaneamente siete insorti contro le angherie delle direzioni aziendali, prima ancora delle forze dell’ordine gli stessi bonzi sindacali hanno represso la vostra combattività.

Le centrali sindacali tutte unite, non nel vostro interesse, ma per il vostro annientamento e per asservirvi completamente allo sfruttamento capitalistico, vi dicono che le vostre condizioni miglioreranno con le «riforme dei trasporti» e per queste vi fanno lottare.

COMPAGNI, OPERAI,

opponetevi a questa politica di tradimento e di conservazione sociale. Niente cambierà per voi, sia che dipendiate da aziende private, o municipalizzate, o statali. Lo Stato capitalista, basato sullo sfruttamento, esigerà sempre tutte le vostre energie in cambio di niente!

LAVORATORI, OPERAI,

gli stessi autoferrotranvieri stanno pagando caro l’isolamento in cui i sindacati li hanno relegati. Unite le vostre forze ed insieme imponete forti scioperi generali rivendicando:

AUMENTI SALARIALI, IN SPECIE A FAVORE DEI PIÙ BASSI!

RIDUZIONE DRASTICA E GENERALE DELL’ORARIO DI LAVORO!

CONCLUSIONE DELLE TRATTATIVE DURANTE LA LOTTA!

Aprile 1967.

[RG-45] Significato e valore delle nostre ricerche sul corso delle economie capitalistiche

Si è voluto in questo rapporto dare in rapida traccia un riassunto di tutta l’opera di critica economica compiuta nel secondo dopoguerra dal nostro Partito Comunista Internazionale per combattere lo stalinismo russo e i suoi seguaci fuori di Russia, nonché per dimostrare che la reale economia russa nulla ha a che fare col socialismo, ma è tanto capitalista e mercantile quanto quella di tutti i paesi occidentali sviluppati; e per condurre un confronto tra gli svolgimenti dell’economia, e soprattutto della produzione industriale, nell’URSS, e il contemporaneo svolgimento nei paesi dichiaratamente capitalisti, riferendo tutta la discussione e l’indagine ai criteri fondamentali della dottrina economica di Marx e di Engels e alla sua rivendicazione da parte di Lenin e della III Internazionale nei suoi primi anni gloriosi, il tutto con particolare riguardo alla dimostrazione della legge storica per cui il tasso d’incremento della produzione industriale, riferito all’anno, obbedisce ad una legge di decrescenza nel tempo, e ciò tanto nei capitalismi occidentali storici quanto nel neo-capitalismo russo, che il nuovo opportunismo stalinista tenta di gabellare per il socialismo, o addirittura il comunismo, teorizzato da Marx e da Lenin.

La svolta con la quale l’Internazionale Comunista di Mosca e di Lenin disertò la sua posizione di baluardo della vera teoria rivoluzionaria marxista, vilmente tradita dalla II Internazionale revisionista e socialpatriotta, e degenerò nella direzione di un nuovo socialpatriottismo e di un nuovo più grave tradimento di marca revisionista ed opportunista aggravata, noi la riferiamo al novembre del 1926, quando si riuniva a Mosca la VII Sessione del Comitato Esecutivo allargato dell’I.C.

In tutti i precedenti Congressi ed Esecutivi Allargati, la Sinistra marxista italiana aveva già portata la sua voce in difesa del puro marxismo rivoluzionario e contro le prime manifestazioni di una tattica troppo aperta ed elastica che faceva presentire l’avvento di un nuovo opportunismo rinnegatore, opponendosi già nel VI Allargato del marzo 1926 alle posizioni di Stalin e simpatizzando con l’opposizione di sinistra del partito russo e col suo principale esponente Leone Trotsky.

Nel VII Esecutivo Allargato venne in discussione il fondamentale problema dei compiti economici del potere proletario in Russia, e Stalin, appoggiato tra i grandi capi russi quasi dal solo Bucharin, che era passato dalla sua parte, sostenne che il partito russo dovesse dedicarsi unicamente alla costruzione dell’economia socialista nella sola Russia, oltre che alla eventuale difesa militare dello stato rivoluzionario se una coalizione di stati capitalisti avesse deciso di assalirlo per sconfiggere e distruggere le conquiste della rivoluzione.

La tesi opposta fu svolta in discorsi storici e memorabili da Zinoviev, che era stato fino allora il segretario dell’I.C., da Kamenev e soprattutto da Trotsky, i quali sostenevano che compito principale del partito comunista russo e dell’I.C. doveva invece essere lo sviluppo della lotta proletaria in tutto il mondo per rovesciare i poteri borghesi e capitalistici in tutti gli stati, potendo solo questa essere la base per iniziare l’avvento dell’economia socialista non già in un solo paese o nella sola Russia, ma in tutto il mondo in cui già si era sviluppata l’economia capitalista.

Le due tesi inconciliabili furono da quel momento storico irrevocabilmente contrapposte, ma sventuratamente la soluzione stalinista conservò il predominio nella direzione dell’I.C., cui sola preoccupazione divenne quella di eliminare i veri rivoluzionari della Sinistra da tutti i partiti comunisti aderenti.

Questo riferimento storico non deve essere inteso nel senso di una completa identificazione tra l’opposizione di sinistra di Trotsky in Russia e l’opposizione della Sinistra italiana ed internazionale, in quanto le nostre prime denunce contro la tattica troppo elastica e flessibile, falsamente definite come leniniste si erano gli anni precedenti urtate alla resistenza anche dello stesso Trotsky, che aveva contro la Sinistra europea sostenuto Zinoviev nelle sue formule equivoche sul fronte unico e sul governo operaio. Sulle stesse questioni della degenerazione dello Stato russo, la nostra critica non combacia del tutto con quella di Trotsky perché non abbiamo mai condivisa la spiegazione che, dopo la conquista del potere da parte della classe lavoratrice contro lo stato feudale e borghese, si fosse formata in Russia una nuova forza controrivoluzionaria operante come una nuova classe, e che essa si ravvisasse nella burocrazia dell’apparato statale e magari dello stesso apparato del partito.

Le due opposizioni a Stalin e ai suoi seguaci coincidevano solo nel sostenere che la sciagurata formula della costruzione del socialismo in un solo paese significava l’abbandono deciso di ogni fiducia nella rivoluzione proletaria internazionale, alla quale lo stesso Lenin aveva sempre dichiarato che si dovesse subordinare la rivoluzione russa e la stessa salvezza dello Stato da essa formato.

Le asinerie di Stalin

L’errore economico sociale di Stalin condusse storicamente ad un ancor maggiore errore nel senso tattico e politico perché, quando divampò la II guerra mondiale da tempo prevista dai comunisti e da Lenin, Stalin non esitò a schierare la Russia al fianco di una delle due alleanze capitaliste, prima con Hitler, poi con l’Intesa democratica, sebbene vada detto per una giusta valutazione di Stalin che la sua visione storica era diversa da quella di un semplice blocco con l’una o l’altra parte, perché egli pensava o mostrava di pensare ad una prospettiva in cui una Russia sola patria del socialismo, accresciuta di forza economica, si sarebbe parimenti accresciuta di forza militare fino al punto di affrontare e battere in due guerre successive i due schieramenti in cui si era divisa la borghesia mondiale.

Ma il rinnegamento di tutte le posizioni teoretiche e programmatiche sul terreno dell’economia e dei principi fondamentali del marxismo non potevano non condurre allo stesso disastro in cui era rovinata la vecchia Internazionale per aver dato credito alle formule della difesa della patria nazionale e del progresso democratico, in cui gli stalinisti ed anche i poststalinisti russi hanno fatto naufragare miseramente tutte le formidabili energie rivoluzionarie che si erano destate dopo la storica rampogna di Lenin ai traditori del 1914 e dopo le prime vittorie proletarie in Russia, che non dovevano essere abbandonate solo per le gloriose disfatte in Germania Ungheria ed anche Italia.

Oggi, gli stessi comunisti cinesi non danno mai, nelle loro critiche ai capi sovietici, che accusano di un nuovo revisionismo, peso sufficiente a quella prima infame svolta: e loro stessi da autentici allievi di Stalin, da molti anni rivendicano il compito del tutto analogo di costruzione del socialismo nella sola Cina, perdendo così ogni diritto di lottare per un ritorno a posizioni puramente classiste e rivoluzionarie.

Purtroppo i cinesi hanno dimenticato che uno dei primi crimini dell’Internazionale di Mosca ormai soggiogata da Stalin, fu di ingiungere ai gloriosi lottatori operai e contadini del primo comunismo cinese che entrassero nel partito controrivoluzionario e borghese di Ciang Kai Scek, fornendo una ultima prova che i democratici piccoloborghesi sono sempre pronti a prendere il posto della borghesia e di ogni classe reazionaria per annegare nel sangue la rivoluzione socialista e comunista.

Tornando alla Russia, la prima opera cui si dedicò la dirigenza stalinista fu di rinvigorire la grande industria, sola base per una futura armata nazionale da rovesciare sull’Europa e sul mondo realizzando la celebre esportazione con le baionette della rivoluzione, sempre avversata dalla nostra scuola come si può vedere dai nostri testi storici a proposito degli errori sulla « guerra santa rivoluzionaria ».

Stalin e il suo movimento si volsero oltre che all’industria anche all’agricoltura, anzi pretesero di avere conculcata l’opposizione russa anche per giungere alla pretesa e falsa collettivizzazione delle campagne, perseguita con l’espropriazione dei contadini ricchi.

Questa politica dello stalinismo vantò di avere realizzato la forma colcosiana e lo stesso ultimo scritto di Stalin sui problemi del socialismo, del 1952, dove rivelava che ancora in Russia, sebbene ogni opposizione fosse già stata soffocata nel sangue delle famosissime purghe, si levavano voci per denegare ogni carattere socialista alla struttura del colcos, che risulta dalla combinazione di due settori, uno di piccola proprietà borghese-contadina e l’altro di proprietà non sociale, ma puramente cooperativa nello stretto senso borghese, perché il colcos come azienda vende i suoi prodotti sul mercato e detta le sue condizioni allo stesso stato che si pretende socialista oltre che popolare.

Stalin respinge con indignazione la proposta di alcuni compagni di espropriare il colcos per attuare un socialismo integrale, e dimentica che non solo Trotsky, ma proprio Lenin aveva ben previsto che la storica alleanza tra proletari e contadini russi si sarebbe nel futuro storico sciolta per dar luogo ad una lotta di classe e ad una guerra civile. Ma evidentemente lo stato ed il partito, come li aveva voluti il tradimento staliniano, stavano dalla parte dei contadini contro gli operai dell’industria e delle città, che con bassissimi salari dovevano pagare a caro prezzo gli alimenti prodotti nelle campagne.

Al testo di Stalin che abbiamo citato contrapponemmo il nostro Dialogato con Stalin apparso nel 1953, anno della sua morte.

Difendevamo le tesi marxiste, che Stalin aveva infrante soprattutto per affermare, anche davanti ai dubbi sollevati da alcuni suoi seguaci, che una economia socialista, come quella che pretendeva esistesse e funzionasse in Russia, poteva e doveva produrre merci, ossia obbediva alla legge del valore di scambio.

Ricorremmo a Marx, Engels, Lenin per dimostrare all’aberrante Stalin che la produzione e lo scambio delle merci sono la caratteristica ed il sintomo principale che l’economia attraversa la fase storica del modo capitalista di produzione, e che quanto si pretendeva di aver costruito in Russia era dunque puro e schietto capitalismo mercantile. Stalin prendeva aperta posizione contro altre ben note leggi di Marx, principalmente quella della tendenza storica alla discesa del tasso del profitto del capitale, pretendendo che la storia avesse smentito Marx e che il capitalismo moderno, anziché vedere discendere il saggio del profitto, tendesse all’aumento della massa del profitto.

Come rispondemmo, e come meglio sarà detto nella prossima seconda edizione del Dialogato con Stalin che stiamo preparando Stalin bestemmiava il suo Marx e dimenticava che lo aveva sempre ignorato: Marx nel Libro III de Il Capitale aveva previsto in tutte lettere che, attraverso la discesa del saggio del profitto, si sarebbe attuata storicamente una salita della massa del profitto capitalistico che corrispondeva alla fase dell’imperialismo, poi studiata da Lenin, sul quale a torto marcia Stalin pretendeva di appoggiarsi.

Ci servimmo invece proprio di passi di Lenin per stabilire che il capitalismo è una delle forme storiche mercantili, che il postcapitalismo, ossia il socialismo, sarà la prima a non essere più mercantile, tesi centrale di tutta l’opera di Marx che Stalin rinnega quando ammette trionfalmente le merci ed i valori di scambio in Russia, dimostrando che solo sulla dottrina marxista della merce e del mercato si è potuto costruire tutta la dottrina di Lenin sull’imperialismo ed anche tutta la critica di lui all’origine della prima guerra mondiale non da conflitti tra ideologie storiche, ma proprio da quella contesa per la conquista dei mercati mondiali in cui chiaramente la politica staliniana tendeva a schierare la gloriosa Russia rivoluzionaria.

Le false posizioni di Stalin da noi denunciate nel vecchio testo sui problemi economici del socialismo fin dal nostro Dialogato con Stalin del 1953, erano state riaffermate dallo stesso Stalin prima della sua morte naturale, ed anche prima della sua morte politica nel memorabile XX Congresso in cui prevalse Krusciov. Infatti vi è un rapporto di Stalin del 10 marzo 1939, pronunciato al XVIII Congresso del P.C. dell’U.R.S.S., anche se tale documento è stato reso noto in Italia solo dopo la seconda guerra in quanto l’edizione degli stalinisti risale al 1952 – a parte il fatto che le note idee di Stalin sono contenute anche nelle sue prime opere diffuse subito dopo finita la seconda guerra come I principi del leninismo ed altri. Il discorso che citiamo è importante perché già contiene uno specchietto statistico in cui si confronta la produzione industriale in Russia e negli altri paesi del mondo come USA, Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, dando gli indici degli anni dal 1934 al 1938 e assumendo l’indice 100 per la produzione di ogni paese nell’anno 1929. Al XX Congresso, per quanto si siano rinnegati Stalin e le sue enormità teoriche e politiche, si seguì questa falsariga nel presentare il confronto tra le economie occidentali e quella russa; e, come dimostrammo ulteriormente nel nostro Dialogato coi Morti, riferito appunto al XX Congresso russo del 1956, nulla si seppe dire per denunciare il completo antimarxismo di questo metodo di confronto tra le economie capitalistiche e la pretesa economia socialista.

Le cose rimesse a posto

Le parole di Stalin che seguono immediatamente il citato prospetto sono le seguenti: « Da questo prospetto risulta che l’Unione Sovietica è l’unico paese al mondo che ignora le crisi e la cui industria è in ascesa continua. Da questo prospetto risulta poi che negli Stati Uniti in Inghilterra e in Francia, è già incominciata e si sviluppa una grave crisi economica ». Tale considerazione viene poi estesa al Giappone e all’Italia. Lo specchio di Stalin, modello ed origine di tutti quelli che dopo hanno pullulato, contiene il grave errore della scelta arbitraria dell’anno di riferimento. Infatti l’anno 1929 era proprio quello in cui si aprì la grandiosa crisi economica americana, che fu risentita in tutta l’Europa ed in un certo senso anche in Russia, e per conseguenza la scelta dell’anno di riferimento era troppo favorevole a tutti i sistemi capitalistici e sarebbe bastato scegliere un altro anno qualsiasi per ottenere risultati ben diversi.

Da detto specchio si può infatti desumere che, arrivando all’ultimo anno considerato che è il 1938, vigilia della seconda guerra, nella sola Russia la produzione si era quasi quintuplicata nei nove anni, mentre negli altri paesi era diminuita in quanto, ad esempio negli Stati Uniti il 100 di partenza del 1929 era divenuto il 72 nel 1938. Coloro che si vantavano di avere sconfessato Stalin come capo e maestro perseverarono diabolicamente nel suo errore antimarxista centrale, che era questo: Nei paesi capitalisti la produzione discende col tempo, mentre all’opposto nei paesi socialisti essa aumenta, considerando quindi il programma socialista come quello di giungere ad una struttura economica in cui la produzione industriale possa diventare grandemente maggiore di quella degli anni precedenti, analogamente al fatto che nell’epoca borghese era stata molto più potente che in quella feudale. È dunque un socialismo mentito che si riduce alla peggiore apologia della civiltà borghese e dell’economia produttiva capitalista, marciando in direzione totalmente opposta a quella gloriosamente segnata da Marx e da Lenin.

Noi denunciammo quindi come falso l’antistalinismo del XX Congresso e dei suoi protagonisti, che non erano altro in tutti i campi che scimmiottatori e perfino peggioratori dello stesso Stalin. Infatti, nel rapporto di Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito Comunista Russo, svoltosi dal 14 al 25 febbraio 1956, vi è la brutta copia dello specchio originario di Stalin e lo si trova a pagina 13 dell’edizione Editori Riuniti. L’anno di partenza è sempre il 1929 per il quale vige l’indice 100, e gli indici successivi si spingono fino al 1955, ultimo anno precedente il Congresso. Il periodo è quindi di 26 anni, ossia, come dice il testo, di 1/4 di secolo. La conclusione che noi subito confutammo nella nostra stampa è la stessa di Stalin. Infatti nei 26 anni la produzione russa è divenuta 20 volte maggiore, mentre quella ad esempio degli USA poco più del doppio. Viene anzi formato il molto artificioso indice complessivo dei paesi capitalistici, che è ancora più basso, perché in 26 anni va da 100 a 193, al quale basso livello si atterrebbe nella detta fonte proprio l’Italia che presenta per il 1955 l’indice 194. Il migliore indice dei paesi non russi è per il momento quello degli Stati Uniti, che è 234, mentre molto minore è quello dell’Inghilterra e della Francia, la quale ultima dà solo 125.

Fin dai giorni del XX Congresso svolgemmo la nostra critica marxista di queste banali falsificazioni, che furono poi compendiate nel volume Dialogato coi Morti, dopo che nelle nostre riunioni generali di partito e nei nostri resoconti avevamo dato procedimenti statistici degli indici della produzione industriale per tutti i paesi, considerati cominciando da quelli dei più antichi e classici, come soprattutto l’Inghilterra.

Stabilimmo anzitutto che il vero confronto tra paese e paese, o tra periodo di molti anni e altro periodo dello stesso paese, può farsi seriamente solo riferendosi al saggio di incremento annuo della produzione industriale. Formammo un prospetto di lavoro in cui, per i vari possibili tassi di incremento annuo della produzione industriale indicati in cifre percentuali, era calcolato l’incremento corrispondente per numeri variabili di anni che figuravano nel prospetto. Con l’uso di tale elaborato si può, sapendo il tasso annuo e il numero degli anni, leggere subito l’incremento relativo per il periodo di quei tanti anni, e viceversa, dato l’incremento percentuale di periodo e il numero di anni del periodo, leggere il saggio annuo di incremento.

Le leggi che presiedono a simili ricerche, e delle quali mai i russi si erano occupati, sono esposte in quelle nostre pubblicazioni e nei nostri prospetti statistici e diagrammi e soprattutto riepilogate nel Dialogato coi Morti che reca a pagina 127 un prospetto generale storico. Secondo tale prospetto le cifre di tutti i paesi, ivi compresa naturalmente anche la Russia che dimostra di avere puramente una delle tante economie capitaliste, sono riferite ad 8 principali periodi storici: pace, anni 20, 1880-1900; imperialismo, anni 13, 1900-1913; prima guerra, anni 1913-1920; ricostruzione, anni 9, 1920-1929; crisi, anni 3, 1929-1932; ripresa, anni 5, 1932-1937; seconda guerra, anni 9, 1937-1946; ricostruzione, anni 9, 1946-1955.

Conclusioni generali

Le conclusioni generali sono queste: Il ritmo di incremento di ogni paese decresce col tempo ed è alto per i capitalismi storici al loro inizio come per le riprese produttive che seguono le grandi guerre distruttive e le grandi crisi generali. La dimostrazione di questi principi è più evidente ancora che nel quadro descritto, che riporta incrementi di periodo e i corrispondenti incrementi annui medi, ove si ricorra anche ai nostri prospetti statistici dati alle riunioni e nei quali ci siamo sforzati di spingerci storicamente più indietro, fino agli albori del sistema capitalistico in Europa e in America partendo dalla metà del secolo XIX.

In ricerche posteriori che anche si trovano nella nostra stampa abbiamo dimostrato che basterebbe sostituire per l’indice 100 di partenza l’anno 1929 di bassissima produzione con l’anno 1932 di produzione in aumento, per ottenere periodo per periodo o paese per paese indici di incremento molto diverso e che maggiormente ancora smentiscono la pretesa preminenza russa. Uguale dimostrazione abbiamo dato prendendo come anno di partenza il 1945 e dimostrando che la Russia ha man mano ceduto il primo posto o uno dei primi posti alla Germania, al Giappone e perfino all’Italia. Abbiamo inoltre estesa la dimostrazione con prospetti molto eloquenti a tutti gli indici annui della produzione russa ufficialmente forniti, ed anche a quelli relativi alle successive serie di piani quinquennali o, quantomeno, di quinquenni.

Naturalmente tale ricerca è in continuo corso nel nostro movimento o nella nostra stampa, e indubbiamente nell’avvenire presenteremo altri quadri statistici ed altri diagrammi grafici da cui emergerà la prova che i fatti storici dell’economia confermano i criteri da noi affermati e difesi traendoli dall’autentica dottrina marxista e svergognando i suoi falsificatori.

L’ex miracolo tedesco

Dopo l’industria dell’acciaio, è in crisi l’industria automobilistica tedesca. Si legge su La Stampa del 13-5:

« Nel gennaio scorso le immatricolazioni sono state del 22,22 per cento inferiori al periodo corrispondente del 1966, e la flessione, continuata nel febbraio (21 per cento in meno) si è poi accentuata nel marzo con un nuovo calo del 29 per cento, sempre rispetto al corrispondente periodo del ’66.

« Nei primi tre mesi del 1966 si fabbricarono in Germania 847.226 automobili, nel primo soltanto 571 mila 176, circa un terzo in meno. Si calcola che le industrie nazionali abbiano perduto, in tre mesi, un miliardo di marchi.

« Turni di lavoro ridotti e licenziamenti in massa sono stati fra le prime conseguenze della recessione. Alla Volkswagen quest’anno gli operai hanno perduto 42 giornate di lavoro con relativo salario, ed in maggio i giorni di lavoro risultano ridotti ad undici. Alla Ford tedesca, che ha lo stabilimento a Colonia, si è lavorato in media tre settimane al mese durante il 1967. La Opel di Rüsselsheim, che è la seconda fabbrica tedesca in ordine di importanza, ha intanto licenziato seimila operai, cioè un decimo delle sue maestranze. Forti contraccolpi vengono segnalati anche nella produzione delle imprese che riforniscono le industrie automobilistiche, dal settore dei cuscinetti a sfera a quello delle materie plastiche.

« Nell’industria tedesca in genere, il numero dei disoccupati ha oscillato negli ultimi tempi fra le 500 e le 700 mila unità. E se si considera che nel frattempo hanno lasciato la Germania almeno duecentomila operai stranieri, fra italiani, greci, turchi, spagnoli, il numero dei posti di lavoro risulta vieppiù ridotto. Ci avviciniamo a quella quota del tre per cento di disoccupazione che gli economisti, almeno in Germania, reputano pericolosa ».

Ben venga la crisi del capitalismo tedesco e del suo mistico « boom eterno », e ritorni a fiammeggiare la lotta di classe!

Il pelo maoista ed il vizio opportunista Pt.3

Nelle puntate precedenti di questo articolo, apparse nei numeri 7 e 8 del « Programma comunista », abbiamo dimostrato come le tesi dei filocinesi sui caratteri generali dell’attuale periodo storico costituiscano la negazione più completa della dottrina e dell’analisi marxiste pur sotto la veste di un chiassoso richiamo alla tradizione rivoluzionaria, nella quale peraltro includono anche lo stalinismo, di cui noi dimostrammo già dal 1926-27 il ruolo controrivoluzionario che doveva trovare il proprio coronamento nel 1939-45 con la seconda tragica tournée socialsciovinista.

Secondo costoro, dunque, il cuore del capitalismo e del movimento sociale sarebbe emigrato nella cosiddetta « zona delle tempeste » dove ormai si giocherebbe la mano decisiva della partita storica. Il capitalismo avrebbe allestito nelle metropoli industriali un meccanismo anticrisi, il cui funzionamento potrebbe essere vanificato solo dall’eventualità di una sconfitta militare dell’imperialismo nelle giungle e nelle savane dei paesi sottosviluppati. Di qui tutta la mitologia sulle « nazioni emergenti » e la predicazione dell’appoggio da parte del proletariato mondiale alle borghesie nazionali di Asia, Africa e America Latina, che sole avrebbero la materiale possibilità di far saltare quella che i filocinesi chiamano l’« internazionale capitalistica », schiudendo così la porta alla crisi e alla vittoria proletaria in Occidente.

Tutta questa tirata teorica, o meglio pseudoteorica, che, come abbiamo mostrato, volge le terga alle Tesi 1920 del Comintern sulle questioni nazionale e coloniale, e in ultima analisi si riduce a prospettare senza nessuna originalità una fase di stabilità sociale per l’Occidente, serve a contrabbandare il programma stravecchio della pugnalata alla schiena dei proletari. Saremmo infatti dinnanzi ad una « nuova » fase storica del capitalismo con caratteristiche tali da assegnare al proletariato delle metropoli imperialiste, e quindi mondiale, non il ruolo di principale forza eversiva come nella concezione di Marx e di Lenin, bensì quello di ala o di « seconda linea » in un preteso schieramento antimperialista. Allora, sputano fuori i maoisti, ci vuole un programma particolare transitorio nella attesa millenaria dell’ultima fase del capitalismo, visto e considerato che il povero Lenin non aveva capito un accidente.

Il „programma transitorio”

È appunto di fronte alla realtà, quella dea che i traditori del marxismo sempre invocano affinché stenda il suo manto a protezione di tutte le possibili voltate di gabbana, che il « nuovo » programma transitorio d’azione dei filocinesi rivela le stimmate della putrefazione opportunista. Non il soffio purificatore, come pretenderebbero, di una elaborazione dottrinale e programmatica mirante alla riscossa proletaria, ma l’alito fetido dei mastini della borghesia pronti ad azzannare alla gola gli operai.

Ma sentiamo dunque la musica del nuovo « Sturm und Drang » maoista:

« Le parole d’ordine e le lotte per obiettivi transitori e parziali, da un lato possono portare a miglioramenti delle condizioni dei lavoratori, dall’altro costituiscono una valida palestra di formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse… La questione delle riforme può costituire una trappola per le masse lavoratrici, perché la borghesia se ne serve per modifiche utili al proprio sistema, ingenerando nel contempo pericolose illusioni » (citiamo sempre dal « Programma d’azione » di Nuova unità e le sottolineature sono nostre).

Si noti la contrapposizione tra i miglioramenti delle condizioni dei lavoratori e la formazione della « coscienza rivoluzionaria delle masse ». I primi assumono subito una consistenza corporea, mentre la seconda resta una pura e semplice formula rituale circondata di nebbia. E nella parte finale della citazione abbiamo l’opera d’arte: una parola, quel « può » buttato lì con fare noncurante in quella che dovrebbe essere la tesi antiriformista, la trasforma nella constatazione, che non è una posizione politica, secondo cui le riforme possono essere un imbroglio… ed anche non esserlo (quest’ultima sì però è una tesi politica… riformista!). Continuiamo ad ingoiare setole di maiale sminuzzate…

In sintesi: 1) sono possibili stabili miglioramenti delle condizioni di esistenza dei lavoratori in regime capitalista; 2) vi sono riforme che non sono una fregatura. Questi gli gnocchi che galleggiano nell’acqua della pentola filocinese!

Parla Marx

Procediamo con ordine e dimostriamo anzitutto come il primo argomento dei giallognoli italici rivesci la concezione marxista sui rapporti tra il partito politico comunista e l’azione economica del proletariato. Scrive Marx in Lavoro salariato e capitale: « Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo… Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito… quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiarsi essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé ».

Risulta chiaro che il proletariato non può veder migliorate le proprie condizioni economiche senza che peggiorino le condizioni sociali di esistenza prese nel loro insieme. In parole povere, se l’operaio può comprare di più, egli paga tale beneficio materiale apparente con un’ulteriore schiacciante intensificazione dello sfruttamento.

D’altra parte, sottolinea Marx, il fatto che all’aumento dello sfruttamento si accompagni un miglioramento delle condizioni economiche degli operai si presenta come un caso del tutto eccezionale: « Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro salario… Se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato ». In generale, cioè, un aumento del capitale, che è la condizione indispensabile di un aumento del salario, tende piuttosto ad abbassare il salario reale al di sotto dei suoi limiti precedenti.

Marx sottolinea ulteriormente questo concetto in Salari, prezzi e profitti: « In tutti i casi che ho considerato, e che sono il 98 su 100, avete visto che una lotta per l’aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti ed è il risultato necessario di precedenti variazioni nella quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, della estensione o dell’intensità del lavoro estorto, delle oscillazioni dei prezzi di mercato dipendenti dalle oscillazioni della domanda e dell’offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazione degli operai contro una precedente azione del capitale. Se considerate la lotta per un aumento dei salari indipendentemente da queste circostanze, e prendete in considerazione solo i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni ».

Da tale constatazione fondamentale si ricava il rapporto tra l’azione economica del proletariato e il partito quale depositario del programma rivoluzionario comunista. 

I conflitti economici tra salariati e capitalisti non vengono scatenati artificialmente dal partito agitando la parola d’ordine dei miglioramenti della condizione operaia sic et simpliciter, ma sono il prodotto permanente dello stesso meccanismo capitalistico che tende continuamente ad abbassare il livello dei salari sotto il minimo esistenziale. Appunto perché tali conflitti sono necessari, insopprimibili, fisiologici, la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori non è l’obiettivo del partito (fosse pure « parziale » o « transitorio » come dicono i filocinesi), bensì il mezzo che il partito usa come cinghia di trasmissione in seno alle masse del programma rivoluzionario, l’occasione per allargare il campo della lotta e condurre un sempre maggior numero di operai alla constatazione che occorre puntare su mete più vaste.

Azione economica e azione rivoluzionaria

Si legge ancora in Salari, prezzi e profitti: « Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o da mutamenti di mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le sue miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: « un equo salario per un’equa giornata di lavoro » gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: « soppressione del sistema del lavoro salariato ».

In conclusione, mentre la posizione dei marxisti è: dall’impossibilità di uno stabile miglioramento delle condizioni dei lavoratori in regime borghese, allo schieramento e all’azione rivoluzionaria per la distruzione del capitalismo attraverso la mediazione del partito depositario della coscienza comunista; la posizione dei filocinesi è invece: formazione nelle masse di una coscienza « rivoluzionaria » (sic!) basata sull’idea che sia possibile una evoluzione interna del regime capitalista tale da eliminare quell’incertezza del domani, che definisce il destino dei lavoratori nell’attuale società come quello di moderni schiavi salariati. Siano mille volte maledetti, questi diffusori di oppio sociale!

Pagine ardenti della nostra storia

Il 1º agosto 1922, i dirigenti riformisti e massimalisti dell’Alleanza del Lavoro, che sempre si erano rifiutati di adottare la martellante proposta comunista della fusione di tutte le vertenze operaie in un’unica azione nazionale, proclamarono alla chetichella, senza alcuna preparazione delle masse e solo per favorire una soluzione ministeriale « a sinistra » (Turati aveva appena salito in questa speranza lo scalone del Quirinale), che non venne, lo sciopero generale. Questo riuscì una prova imponente di combattività proletaria anche perché il P. C. d’Italia diretto dalla sinistra mise la sua rete clandestina a disposizione di una pronta diramazione dell’ordine « segreto »; ma i bonzi lo interruppero dopo tre giorni subendo il ricatto di un ultimatum fascista, e lasciando così alle squadracce nere, paralizzate dall’azione generale, di avventarsi poi ad una ad una sulle splendide roccaforti operaie rimaste in spavalda lotta armata contro i manganellatori spalleggiati dalle forze dell’ordine (carabinieri, bersaglieri, marina da guerra) – e Bari, Ancona, Parma, Genova, ecc., caddero.

Il nuovo governo Facta, intanto, esortava le « fazioni » alla concordia nazionale nel ricordo dell’« unione sacra » in guerra, e minacciava severi provvedimenti contro i violatori della « pace sociale ». Solo il P. C. d’I. raccolse coraggiosamente la sfida, esso che gli « storici » d’oggi – servi del padrone di turno – accusano di « passività », « distacco dalle masse », « immobilismo », ed altre menzogne rivolte alla Sinistra, loro eterna bestia nera.

L’8 agosto « Il Comunista » usciva – come tutti i quotidiani di un Partito che non si sarebbe mai neppure lontanamente sognato di praticare il « policentrismo » – con questo articolo di fondo della Centrale, che riproduciamo perché soprattutto i giovani ne traggano ispirazione e passione nella lotta tenace per ritornare a quelle ardenti battaglie.

La lotta continua

Le gesta della controffensiva fascista, aiutate nell’azione dalle guardie regie e dalle autoblindate che rastrellano i quartieri operai e prendono d’assalto le trincee e le barricate improvvisate dalla generosa azione proletaria, ed altresì dalla circolazione dei treni che insieme alla mobilitazione dello sciopero generale ha permesso i concentramenti degli squadristi, le imprese schiavistiche sono continuate nella giornata di ieri, con l’incendio di sedi e giornali operai.

Le orge di tricolore ed i pretesi passaggi di sindacati operai al fascismo, le soppressioni di amministrazioni locali rosse, completano il quadro sulle cui tinte caricano tutti senza distinzione i giornali borghesi compresi i quattro paltonieri del nittismo.

Ma la resistenza operaia non è crollata. Dove si può si assestano dei colpi e spesso non si manca il segno. Il fascismo imparerà che malgrado l’incredibile somma di vantaggi che ha la sua posizione di combattimento rispetto a noi , non resterà più solo a vantarsi di aver colpito. Lasciando a disposizione della gente schiavista il logico sostegno dello Stato borghese, sarebbe forse bastato che i capi dell’Alleanza del Lavoro non avessero smobilitato lo sciopero nel momento più idiota – se erano dei caconi tanto valeva mollare prima dello scadere dell’ultimatum fascista, e togliere almeno a questo un alibi comodo per azioni preordinate in un piano molto più vecchio dello sciopero, e se erano degli uomini di fede e di lotta non dovevano troncare il movimento proprio quando le rappresaglie stavano per scatenarsi ed avevano bisogno della mobilitazione dell’avversario per localizzare i propri colpi – oggi la situazione sarebbe diversa.

Malgrado tutto, non si illudano i condottieri dell’azione a sfondo fascista e tanto meno i pochi rammolliti che conducono la barcaccia statale, che questa lotta segni la fine della resistenza antifascista; la verità è l’opposto, [testo illeggibile] non fa che indicare la strada e segnare l’inizio di una disperata guerriglia in cui ogni casa diverrà un fortilizio e l’odio e la maledizione serviranno a forgiare dal nulla le armi quando mancassero ferro ed esplosivi.

Basta vedere che razza di paura ha fatto alla borghesia il semplice invito nostro ai comitati dell’Alleanza per convocarsi e decidere su una nuova ondata di azione rossa.

I capi dell’Alleanza del Lavoro tacciono. Non spiegano che cosa hanno voluto fare, con quali obbiettivi hanno lanciato lo sciopero, perché ne hanno deliberata la cessazione, dietro quali passi e quali accordi, e con chi.

La responsabilità di chi senza dare spiegazioni alle masse che trascina dietro di sé, ingaggia un’azione che ha sempre svalutata e diffamata, e quando questa rasenta il culmine la stronca improvvisamente, è responsabilità che dev’essere la pietra sepolcrale di metodi e di gruppi dirigenti.

Urge che i lavoratori si sostituiscano a costoro: di qui la proposta da noi fatta.

Intanto il governo del signor Facta emana un suo documento onanistico e buffone con cui invoca la pace tra le fazioni.

Questo testo merita da noi la semplice dichiarazione che per quanto riguarda la “fazione” comunista, la si riconsegna al portalettere con scritto su: “si respinge – Al mittente”.

Non abbiamo bisogno di incomodare la nostra dottrina, secondo cui il proletariato deve prendere la iniziativa della lotta rivoluzionaria di classe.

Prima di arrivare a tanto, basta rilevare l’ipocrisia e l’impotenza che sono servite a vergare la parola dei poteri ufficiali. Raramente essi hanno fatto tanto schifo.

Sotto le parole di pace vi è una minaccia. Non è per i fascisti, è per i rossi. Si preparerebbe un nuovo Novantotto, con stati d’assedio e tribunali eccezionali. Dal punto di vista critico noi potremmo osservare che forse non riuscirà alla borghesia il conciliare la reazione classica di Stato e di polizia con quella moderna del martellamento fascista, che ha bisogno del purissimo ambiente della “libertà”, quella libertà che lasciamo del resto invocare ai minchioni, noi che tendiamo alla dittatura rossa che pesti sulle libertà degli incendiari e degli assassini di oggi. Non si sa quindi quale dei due tipi di repressione sarà per prevalere: i fascisti non paiono disposti a smontare il loro ingranaggio per cedere la bandiera del risamento nazionale ad un qualunque Bava-Beccaris, che non saprebbe condurre i tramways elettrici con la perizia dell’onorevole Aldo Finzi, e supererebbe probabilmente i capi fascisti nella seminagione dell’odio.

Ma se il programma che ha regalato alla vacuità rivoltante del presidente del consiglio il neoministro dell’interno, amico e cooperatore di tattiche socialdemocratiche, dovesse attuarsi, alla minaccia non possiamo che rispondere – questa volta – “si accetta”.

Ormai si sa che nel futuro prossimo della vita italiana, il ballo sarà animatissimo. A voi, signori del governo!