Intorno al Congresso Internazionale Comunista
Col ritorno da Mosca del compagno Amadeo Bordiga, che ha partecipato al secondo Congresso della Internazionale Comunista in rappresentanza della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano, siamo in grado di dedicare la più ampia trattazione al Congresso stesso ed ai suoi risultati. Proseguiremo a svolgere l’illustrazione dei deliberati di Mosca con una viva e larga campagna intesa non solo a spiegarne il valore generale ma anche a difenderne con ogni nostra forza la più efficace applicazione al movimento italiano, di cui particolarmente il Congresso ha voluto occuparsi, preparando così le battaglie del prossimo Congresso Nazionale del nostro Partito – e preciseremo quale posizione assuma in questa situazione la nostra Frazione astensionista.
Siamo sicuri di essere seguiti col più vivo interesse da tutti i nostri compagni e lettori – ai quali d’altra parte presumiamo sia ben noto il materiale documentario del Congresso già pubblicato sulla stampa del Partito.
I dibattiti e le decisioni
Non è possibile attenersi all’ordine nel quale si sono effettivamente svolte le discussioni del Congresso, poiché il sistema adottato condusse le discussioni sui varii argomenti ad intrecciarsi tra loro.
Per ciascun tema incluso nell’ordine del giorno venne nominata una commissione incaricata di uno studio preliminare delle conclusioni del relatore, portandole poi alla discussione plenaria del Congresso. Questa si concludeva in generale con un voto di massima, ed il rinvio delle tesi alla Commissione per introdurvi gli emendamenti emersi dal dibattito e per la definitiva redazione. Talvolta, essendovi importanti e controverse modifiche, l’argomento ritornava dinanzi al Congresso per la decisione. Infine restava ancora alla Commissione, o ad una «piccola Commissione» eletta nel suo seno, il lavoro di compilazione «stilistica» del testo inglese, francese e tedesco.
Quanto alla distribuzione della materia da trattare nei diversi accapi dell’ordine del giorno, essa fu tale da condurre sovente a sovrapposizioni, e a ripetizioni della stessa questione. A nostro giudizio, sarebbe stato preferibile un altro criterio di suddivisione degli argomenti: procedere innanzi tutto ad un dibattito generale sui princìpi programmatici del Comunismo, fissandoli in una ben precisa enunciazione, e quindi, su tali basi, passare alla discussione dei varii problemi di azione e di tattica che dal Congresso attendevano la loro soluzione.
Le questioni tattiche si presentarono invece in ordine non logico, spesso sotto l’aspetto dell’applicazione ad un singolo paese, e in genere le soluzioni date, a giudizio di chi scrive, non presentano quel grado di omogeneità che sarebbe stato raggiunto, se si fosse adottato un metodo più organico pei lavori del Congresso, non lasciando che vitali questioni di principio fossero abbordate di passaggio e trattate in modo incompleto.
La preparazione ai dibattiti del Congresso, svoltasi ampiamente in seno al movimento comunista di tutti i paesi e nella stampa comunista internazionale, fu integrata dai compagni del Comitato Esecutivo di Mosca con alcuni scritti critici e polemici in cui era svolto l’insieme delle loro vedute. Tra questi scritti primeggia il lavoro di Lenin, che tanta eco ha sollevato, dal titolo (se si vuole letteralmente tradurlo): Il «sinistrismo» malattia d’infanzia del comunismo.
Il C.E. presentò inoltre una relazione sulla sua opera che, assieme alle relazioni della rappresentanza dei singoli partiti, fu acquisita senza speciale discussione agli atti del Congresso.
Non ci fu nessun tema sul quale si delineasse una forte opposizione alle conclusioni dei relatori, né – dove si eccettui la questione del parlamentarismo – vennero presentate conclusioni diverse da quelle del relatore al voto dell’assemblea. Questa, del resto, non ebbe neppure mai bisogno di addivenire a voti per appello nominale.
Cominceremo qui a notare alcuni punti salienti delle discussioni e dei deliberati, salvo a ritornare in appresso più ampiamente sui varii argomenti – mentre già da questo numero ci occupiamo partitamente della questione del Parlamentarismo e di quella del movimento italiano.
Il compito del Partito Comunista nella Rivoluzione
Le tesi presentate da Zinoviev su questo tema avevano netta struttura marxista. In teoria esse condannavano chiaramente le dottrine anarchiche e sindacaliste che negano o soltanto diminuiscono il valore della funzione del partito politico di classe. Queste scuole, dice la tesi 5, non hanno aiutato che la borghesia ed i socialisti controrivoluzionari – esse segnano un passo indietro rispetto al marxismo.
È inoltre ribadito il concetto che la stessa organizzazione soviettista, lungi dal rendere superfluo il Partito o da sostituirlo nella direzione dell’azione proletaria, non ha contenuto rivoluzionario se non in quanto è penetrata e diretta da un forte partito comunista. Questo dev’essere basato su una disciplina di ferro, a tipo militare, con una stretta centralizzazione. In ogni paese non deve esserci che un solo partito comunista, sezione della III Internazionale.
Nella discussione alcuni delegati di correnti sindacaliste fecero una opposizione, non di principio, ma quasi sempre basata sul riconoscimento di quelle considerazioni sotto l’aspetto limitato di necessità inderogabili del movimento rivoluzionario russo, accompagnato da riserve più o meno esplicite sul loro valore generale, pel movimento di tutti i paesi.
I compagni del Comitato Esecutivo, senza decampare dal terreno teorico marxista, fecero dei passi in questo senso. Invece di sostenere a quei contraddittori che non accettando quei principii cardinali essi non erano comunisti né veri rivoluzionari, Lenin, Trotzki e gli altri seguirono il metodo convincente di dimostrare ad essi che, pur avendo paura delle parole: partito, politica, potere, Stato, riconoscevano però per la necessità dell’azione qualche cosa di non molto diverso.
È stata, infatti, riconosciuta la cittadinanza nell’Internazionale Comunista, nonché il voto deliberativo nei suoi congressi politici, agli I.W.W. americani, agli Shop Stewards inglesi, ai sindacalisti francesi (sinistra della C.G.T.), alla Confederazione del Lavoro Spagnola, rappresentata da un anarchico, e quindi anche alla Unione Sindacale Italiana, il cui delegato giunse a congresso chiuso.
Le condizioni d’ammissione nell’Internazionale
Su questo argomento scottante si svolse una discussione notevole, sebbene caratterizzata dal fatto che quasi tutti gli oratori si occupavano a preferenza solo del proprio paese. Zinoviev e Lenin pronunziarono interessanti discorsi passando in rassegna soprattutto la situazione francese, tedesca ed italiana. Al dibattito – come anche al resto del Congresso – ebbero diritto di assistere con voto, consultivo, i rappresentanti del Partito Indipendente Tedesco e del Partito Socialista Francese, a cui non furono risparmiate le più aspre rampogne.
Il compagno Bordiga parlò nel senso di chiedere la massima severità sulle condizioni d’ammissione; e propose alla tesi 16 questo emendamento:
«I partiti che conservano ancora oggi l’antico programma social-democratico hanno il dovere di sottoporlo a revisione e di elaborare un nuovo programma nel quale siano contenuti in modo non equivoco i princìpi della III Internazionale. La minoranza che nel congresso voterà contro il nuovo programma e l’adesione alla III Internazionale dovrà in forza dello stesso voto essere esclusa dal Partito. Quei Partiti che hanno già aderito alla III Internazionale senza adempiere tale condizione dovranno convocare al più presto un congresso straordinario per uniformarvisi».
Tale emendamento fu accettato anche in commissione e dev’essere quello che nel testo definivo figura al N. 21 con questa dizione:
«Quei membri del Partito che respingono per principio le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale Comunista devono essere espulsi dal Partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati al Congresso straordinario».
In genere le condizioni furono completate ed inasprite, ma il senso della discussione fu che in massima i «ricostruttori» potranno entrare sotto certe garenzie nell’Internazionale. È nostra opinione che in certi paesi e soprattutto in Francia vi è il pericolo dell’entrata di elementi troppo destri.
Questioni nazionale e coloniale – Questione agraria
Le tesi preparate da Lenin su questi argomenti, nelle quali è originalmente condensata l’esperienza storica della politica estera ed interna della prima Repubblica Proletaria, segnano un nuovo indirizzo nella tattica dell’Internazionale. L’attitudine che esse assegnano al movimento comunista rivoluzionario, espressione delle masse dei proletari salariati, di fronte agl’interessi dei popoli delle colonie e dei paesi arretrati – come di fronte agli interessi dei vari strati della popolazione rurale – rappresenta innegabilmente una rettifica di tiro nel metodo dell’intransigenza classista come è stata fin’ora accettata dalla sinistra marxista.
Chi scrive non ebbe occasione di parlare su i due argomenti, ma condivide talune obiezioni sollevate da Serrati. Il Soviet tratterà senza dubbio a fondo questi argomenti, su cui sarebbe prematuro impegnare le opinioni di tutti i compagni che seguono il nostro orientamento.
La questione sindacale
Le tesi predisposte da Radek su «Il movimento sindacale, i comitati di fabbrica e la III Internazionale» corrispondevano alle note posizioni polemiche del Partito Comunista Tedesco contro l’opposizione (K.A.P.D.) ed erano indirizzate contro quelle tendenze che abbiamo più volte definite neo-sindacaliste.
A parte certe affermazioni che riserbano ancora ai sindacati un valore rivoluzionario che ci pare eccessivo, queste tesi ribadiscono il punto di vista marxista più volte sostenuto su queste colonne. Tanto i sindacati che i comitati di fabbrica diventano rivoluzionari in quanto sono conquistati e diretti dal Partito Comunista. I comitati di fabbrica non possono sostituire i sindacati, che, organizzati per industria, rappresenteranno una parte molto più importante nella organizzazione economica del comunismo. Si conchiude che la tattica dei comunisti non deve essere quella di boicottare i sindacati tradizionali, anche se diretti dai riformisti e dai gialli, ma di penetrarli e conquistarli.
La recisa condanna della prima tattica è giustificata sopratutto da Radek col pericolo di allontanarsi dalle masse. Noi siamo stati sempre d’avviso che questa tattica è da condannare, ma soprattutto per la ragione molto più profonda, che essa scaturisce dalla erronea concezione generale secondo cui l’azione proletaria poggerebbe anziché sulla lotta politica del Partito per la dittatura proletaria, su un’azione economica di organismi sindacali «rivoluzionari» che, espropriati i capitalisti, assumerebbero direttamente la gestione della produzione.
A Mosca questa posizione di principio non fu messa in evidenza, ma s’insistette nella direttiva pratica di lavorare in qualsiasi sindacato giallo.
L’opposizione, del canto suo, si guardò bene dallo sfoderare le sue dottrine sindacaliste, e si limitò a chiedere qualche eccezione locale, che si dovette concedere per non sconfessare gli organismi sindacalisti rivoluzionari formalmente compresi nell’Internazionale.
Per l’organizzazione sindacale internazionale si è arrivati a conclusioni su cui non è difficile equivocare, come ci pare sia capitato al compagno Graziadei nella sua – d’altronde scrupolosa – relazione sull’Avanti! (puntata II).
I comunisti devono entrare anche nei sindacati diretti dai riformisti ed aderenti al segretariato di Amsterdam. Non appena però una organizzazione sindacale nazionale è nelle mani dei Comunisti, questi devono distaccarla da Amsterdam e farla aderire alla Sezione Sindacale dell’Internazionale Comunista.
Si noti poi che i Sindacati a direttiva sindacalista rivoluzionaria, anche non diretti dai Partiti Comunisti, anche costituiti sulla base della tattica del boicottaggio dei Sindacati di Amsterdam, sono accolti come abbiamo detto nell’Internazionale e nei suoi congressi politici.
Il nuovo statuto dell’internazionale prescrive però che nei prossimi congressi i Sindacati dovranno farsi rappresentare pel tramite dei rispettivi Partiti Comunisti, dei quali non può esservene che uno in ciascun paese. Sarebbe da chiedersi se, questa disposizione riguardi anche i suaccennati organismi sindacalisti rivoluzionari.
I compiti principali del Congresso Comunista
La relazione su questo tema fu costituita dal magnifico discorso inaugurale pronunziato da Lenin a Pietrogrado. Le tesi da lui redatte ribadivano i concetti delle altre risoluzioni del congresso e quindi non dettero luogo a discussioni se non su alcuni punti: accenniamo all’attitudine da tenersi con gli elementi anarchici proletari che secondo Lenin devono essere indotti a passare al comunismo con una propaganda persuasiva; alla questione italiana di cui ci occupiamo altrove ed infine alla grossa questione dell’adesione del movimento comunista inglese al Labour Party. Sostenuta da Lenin questa proposta fu approvata con forte opposizione. Ci limitiamo per ora a dire che non condividiamo né i criteri di metodo né la valutazione della situazione politica inglese su cui Lenin si basa.
Ricordiamo anche che la compagna Pankhurst prospettò l’obiezione decisiva che i comunisti inglesi della sinistra non sono per il distacco dalle masse, visto che sostengono la necessità di lavorare nelle Trade Unions, ma solo vogliono star fuori dalla organizzazione del Partito politico laburista rappresentata da un sinedrio di piccoli borghesi controrivoluzionari.
La costituzione dei Soviet
Le tesi di Zinoviev su questo tema espongono gli stessi concetti teorici e tattici sostenuti dal nostro giornale contro quasi tutto il Partito.
Sebbene in molti paesi i comunisti abbiano interpretato la costituzione dei Soviet (o di qualche cosa che essi così battezzavano) come una parola d’ordine del Comunismo, nessuna opposizione si ebbe in proposito, e quasi nessuna discussione.
Le questioni di organizzazione
Il Congresso ebbe quindi ad occuparsi delle quistioni di organizzazione: movimento femminile, movimento giovanile etc.
Fu votato il nuovo Statuto della Internazionale previe discussioni e intese con i delegati della gioventù, dei sindacati etc.
Il concetto fondamentale è quello della centralizzazione e della disciplina. I poteri del Comitato Esecutivo di Mosca sono molto ampii, tra un congresso e l’altro, sul movimento in tutti i paesi.
Il C.E. si compone di cinque membri designati dal Partito Comunista Russo a cui si aggiunge un rappresentante dei partiti più importanti, impegnato a risiedere a Mosca. Il partito Italiano dovrà inviare il suo delegato; in via transitoria fu riconfermato nella carica Serrati.
L’organo ufficiale «L’internazionale Comunista» oltre che in russo, francese, tedesco e inglese, d’ora innanzi sarà stampato anche in italiano.
Dopo il Congresso il C.E. tenne sedute su moltissimi argomenti, con l’intervento di varie delegazioni, e prese tutte quelle decisioni di ordine interno che non è qui il luogo di esporre.
Le questioni del parlamentarismo
I lettori del Soviet sono troppo bene edotti sui precedenti della questione, sia per la trattazione fattane da noi in Italia, sia per la copiosa riproduzione di quanto si è affermato e scritto al proposito in altri paesi.
Le tesi di Bucharin, in conformità al parere del Comitato Direttivo, conchiudevano per la partecipazione obbligatoria all’azione elettorale e parlamentare, a scopo di agitazione rivoluzionaria e con carattere affatto antitetico al metodo socialdemocratico.
La commissione – a cui non prese parte alcun italiano, come anche avvenne per le altre commissioni in seguito ad un incidente di cui forse riparleremo – era presieduta dal compagno Trotzki il quale presentò una introduzione storica la quale venne premessa alle tesi. Il compagno Bordiga, giusta il mandato conferitogli dalla nostra frazione chiese di presentare delle tesi in opposizione a quelle Bucharin-Trotzki. Egli venne nominato correlatore ed invitato a partecipare alle sedute della commissione per sostenervi le sue tesi.
La commissione procedette ad una discussione di massima alla quale partecipò il compagno Bordiga e che si concluse con l’approvazione delle tesi Bucharin con due voti contrari. Nella discussione tesi per tesi Bordiga partecipò solo per sollevare la questione delle elezioni amministrative alla quale non eravi alcun accenno. Egli rilevò che dal confronto della tesi 6° (vedi più oltre il testo riportato identicamente nella 3° tesi Bordiga) con la tesi 7° secondo la quale non può parlarsi della utilizzazione delle istituzioni democratiche che allo scopo della loro distruzione; si poteva logicamente concludere in senso negativo per la conquista dei poteri nei comuni, nei consigli provinciali, nei consigli dipartimentali o cantonali dei vari paesi. Questa contraddizione non fu riconosciuta dalla maggioranza che anzi introdusse una apposita tesi di cui crediamo utile dare il contesto.
«Nel caso che i comunisti abbiano la maggioranza nelle istituzioni comunali, essi dovranno: a) condurre una opposizione rivoluzionaria contro il potere centrale borghese; b) fare tutto ciò che può giovare alla popolazione povera (misure economiche, attuazione o tentativo d’attuazione di milizie operaie armata ecc.); c) mostrare in ogni occasione i limiti, che lo Stato borghese pone a mutamenti veramente grandi; d) sviluppare su tali basi una viva propaganda rivoluzionaria, senza temere il conflitto col potere statale; e) in date circostanze, sostituire le amministrazioni comunali con consigli locali di operai ecc. Pertanto l’intiera attività dei Comunisti nell’amministrazione comunale deve essere parte del lavoro generale di dislocazione del sistema capitalistico».
La discussione
Nella seduta del Congresso Bucharin svolse la sua relazione ponendo in rilievo che gli esempi di parlamentarismo comunista scarseggiano, di fronte ai casi numerosissimi di degenerazione dell’azione parlamentare. Egli riconobbe che vi erano due correnti astensioniste assai diverse: una francamente sindacalista e anarcheggiante e l’altra che partendo da premesse marxiste giungeva alla conclusione, erronea secondo il relatore, dell’astensionismo. Egli cercò di sostenere però che taluni argomenti di Bordiga collimavano con quelli anarchici.
Seguì il discorso di Bordiga che sarebbe inutile riferire lungamente. Egli difese le conclusioni presentate affermando la stretta relazione di esse con i postulati marxisti; polemizzò con le tesi Trotzki-Bucharin e con gli argomenti favorevoli all’elezionismo contenuti nella brochure di Lenin.
Si limitarono gli oratori a tre per ogni tendenza. Per gli astensionisti parlarono due sindacalisti ed il compagno Herzog del Partito Comunista Svizzero, per gli elezionisti fu principale oratore lo stesso Lenin che pronunziò un breve discorso polemico contro il punto di vista di Bordiga. Parlarono in ultimo i relatori ed il compagno Bordiga si limitò a brevi rilievi sulle interessanti obiezioni di Lenin. Questi aveva detto che tutte le convulsioni rivoluzionarie degli ultimi tempi avevano avuto origine da crisi parlamentari, e quindi che la presenza di un gruppo comunista nel parlamento offriva in tali situazioni una possibilità d’intervento diretto per influire sulla situazione politica. Secondariamente, secondo Lenin, se è difficile organizzare un’opera rivoluzionaria nell’ambiente borghese del parlamento, non è questa una ragione per rinunziarvi, poiché anche dopo la vittoria rivoluzionaria occorrerà sapere organizzare e dirigere ambienti borghesi e piccolo-borghesi. Bordiga osservò che considerazioni di tal genere allargavano il campo della questione e si distaccavano alquanto dal metodo degl’intransigenti marxisti fondato sull’abbandono, in date situazioni storiche, di forme di azione che pur essendo mezzi pratici di intervento diretto nelle situazioni politiche, divenivano nello sviluppo della lotta di classe prive di efficacia rivoluzionaria. Mentre noi riteniamo che sia già venuto il momento di scartare la tattica elettorale, l’argomentare di Lenin, se noi non abbiamo frainteso il suo pensiero, è di tal natura che potrebbe anche condurre a rimettere in discussione la tattica dell’appoggio o della partecipazione ai Ministeri. Il campo della quistione resta dunque sintomaticamente allargato: noi crediamo che al di fuori del problema elettorale questa resti una quistione aperta nel movimento internazionale comunista, e che bisogna considerarla alla luce dei postulati generali della dottrina e del metodo dialettico marxista.
Il voto dette, se ben ricordiamo, una ottantina di voti alle tesi Bucharin e undici voti contrari. Avendo il Bordiga chiesta la votazione delle sue tesi augurando che non fossero votate da quelli che non ne accettavano le premesse marxiste, esse raccolsero soltanto i voti del Partito Comunista Svizzero, del Partito Comunista Belga e di un gruppo Comunista Danese. (Il compagno Bordiga non aveva voto deliberativo). Bordiga dichiarò, sicuro di interpretare il pensiero dei suoi compagni, che non era ammissibile parlare di divisione tra i comunisti su questo problema e che la disciplina del congresso internazionale avrebbe dovuto essere da tutti indistintamente riconosciuta.
Le tesi astensioniste
Crediamo necessario per completare la documentazione riprodurre la traduzione delle tesi presentate dal nostro delegato a Mosca a nome della frazione.
1. – Il parlamentarismo è la forma di rappresentanza politica propria del regime capitalistico. La critica di principio dei comunisti marxisti nei riguardi del parlamentarismo e della democrazia borghese in genere dimostra che il diritto di voto accordato a tutti i cittadini di tutte le classi sociali, nelle elezioni degli organi rappresentativi dello Stato, non può impedire che tutta l’impalcatura governamentale statale costituisca il Comitato di difesa degli interessi della classe capitalistica dominante, né che lo Stato si organizzi come l’istrumento storico della lotta della borghesia contro la rivoluzione proletaria.
2. – I comunisti scartano nettamente la possibilità che la classe lavoratrice giunga al potere attraverso la maggioranza dei mandati parlamentari, in luogo di giungerci col mezzo della lotta armata rivoluzionaria. La conquista del potere politico da parte del proletariato, che costituisce il punto di partenza dell’opera di costruzione economica comunista, comporta la soppressione violenta ed immediata degli organi democratici, che saranno sostituiti dagli organi del potere proletario, i consigli operai. La classe degli sfruttatori essendo così privata di ogni diritto politico, si realizzerà la dittatura del proletariato, ossia un sistema di governo e di rappresentanza di classe. La soppressione del parlamentarismo è dunque un fine storico del movimento comunista: di più, la prima forma della società borghese che deve essere rovesciata, prima della proprietà capitalista, prima della stessa macchina burocratica e governamentale dello stato, è proprio la democrazia rappresentativa.
3. – Sarà lo stesso per le istituzioni municipali o comunali borghesi, che è falso contrapporre teoricamente agli organi governativi. Infatti il loro apparato è identico al meccanismo governamentale borghese: esse devono parimenti esser distrutte dal proletariato rivoluzionario e sostituite dai soviet locali di deputati operai.
4. – Mentre l’apparato esecutivo militare e poliziesco dello stato borghese organizza l’azione diretta contro la rivoluzione proletaria, la democrazia rappresentativa costituisce un mezzo di difesa indiretta che agisce spargendo fra le masse l’illusione di un processo pacifico della loro emancipazione, l’illusione che la forma dello Stato proletario possa essere anche a base parlamentare con diritto di rappresentanza alla minoranza borghese. Il risultato di questa influenza democratica sulle masse del proletariato è stata la corruzione nel campo della teoria come in quello dell’azione del movimento socialista della II Internazionale.
5. – Il compito dei comunisti nell’ora attuale, nella loro opera di preparazione ideale e materiale rivoluzionaria è prima di tutto di liberare il proletariato da queste illusioni e da questi pregiudizi diffusi nelle sue stesse file colla complicità degli antichi capi social-democratici, per distoglierlo dalla sua via. Nei paesi in cui un regime democratico esiste da lungo tempo ed è profondamente penetrato nelle abitudini delle masse e nella loro mentalità, come anche in quella dei partiti socialisti tradizionali, questo compito ha una importanza assai rilevante e si presenta in primo piano tra i problemi della preparazione rivoluzionaria.
6. – La partecipazione alle elezioni e alla attività parlamentare poteva, nel periodo in cui nel movimento internazionale del proletariato la conquista del potere non si presentava ancora come una vicina possibilità, e non poteva ancora parlarsi di preparazione diretta alla realizzazione della dittatura proletaria, offrire delle possibilità di propaganda di agitazione e di critica.
Dall’altro lato in quei paesi in cui una rivoluzione borghese fa ancora il suo corso e crea nuove istituzioni, l’intervento dei comunisti in questi organi rappresentativi in formazione può offrire la possibilità di influire sullo sviluppo degli avvenimenti, per far sboccare la rivoluzione nella vittoria del proletariato.
7. – Nel periodo storico attuale, aperto dalla fine della guerra mondiale con tutte le sue conseguenze nell’organizzazione sociale borghese, dalla rivoluzione russa, prima realizzazione della conquista del potere da parte del proletariato, e dalla costituzione della nuova Internazionale in opposizione al socialdemocratismo dei traditori – ed in quei paesi ove il regime democratico ha da tempo compiuta la sua formazione, non esiste alcuna possibilità di utilizzare per l’opera rivoluzionaria dei comunisti la tribuna parlamentare, e la chiarezza della propaganda non meno che l’efficacia della preparazione della lotta finale per la dittatura esigono che i comunisti conducano una agitazione per il boicottaggio delle elezioni da parte dei proletari.
8. – In queste condizioni storiche il problema centrale del movimento essendo divenuto la conquista rivoluzionaria del potere, tutta l’attività politica del partito di classe deve essere dedicata a questo scopo diretto. È necessario spezzare la menzogna borghese secondo cui ogni scontro tra partiti politici avversari, ogni lotta per il potere, deve svolgersi nel quadro del meccanismo democratico, attraverso elezioni e dibattiti parlamentari, e non si può riuscirvi senza romperla col metodo tradizionale, di chiamare gli operai alle elezioni a cui essi sono ammessi a lato dei membri della classe borghese, senza smetterla con lo spettacolo dei delegati del proletariato che agiscono sullo stesso terreno parlamentare con quelli dei suoi sfruttatori.
9. – La pratica ultra parlamentare dei partiti socialisti tradizionali ha troppo diffusa la pericolosa concezione che ogni azione politica consista nell’azione elettorale e parlamentare. d’altra parte il disgusto del proletariato per questa pratica di tradimento ha preparato il terreno favorevole agli errori sindacalisti ed anarchici che tolgono ogni valore all’azione politica del partito. È per questo che mai i partiti Comunisti non otterranno un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario marxistico, se essi non baseranno il loro lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese.
10. – La grandissima importanza che si dà praticamente alla campagna elettorale ed ai risultati di essa, il fatto che un periodo abbastanza lungo il partito consacra ad essa tutte le sue forze e le sue risorse in uomini, in stampa e per fino in mezzi economici, concorre da un lato ad onta di ogni discorso da comizio o di ogni dichiarazione teorica, a rafforzare l’impressione che si tratti della vera azione centrale per gli scopi del comunismo, e d’altro lato conduce all’abbandono quasi completo del lavoro di organizzazione e di preparazione rivoluzionaria, dando all’organizzazione del partito un carattere tecnico affatto contrastante con l’esigenze del lavoro rivoluzionario tanto legale che illegale.
11. – Per quei partiti che sono passati per deliberato della loro maggioranza alla II Internazionale, il fatto di continuare a svolgere l’azione elettorale impedisce la selezione necessaria dagli elementi social-democratici, senza la eliminazione dei quali l’Internazionale comunista fallirebbe al suo compito storico e non sarebbe più l’armata disciplinata ed omogenea della rivoluzione mondiale.
12. – La natura stessa dei dibattiti che hanno per teatro il parlamento e gli altri organi democratici esclude ogni possibilità di passare dalla critica alla politica dei partiti avversari ad una propaganda contro il principio stesso del parlamentarismo, ad una azione che sorpassi i limiti del regolamento parlamentare; allo stesso modo che non sarebbe possibile di ottenere il mandato che dà diritto a parlare, se si rifiutasse di sottomettersi a tutte le formalità prescritte dalla procedura elettorale.
Il successo delle schermaglie parlamentari non sarà mai in ragione che dell’abilità nel maneggiare l’arma comune dei principi sui quali l’istituzione stessa si fonda e delle ficelle del regolamento; così come il successo della lotta elettorale si giudicherà sempre dal numero dei voti o dei mandati ottenuti.
Ogni sforzo dei partiti comunisti per dare un carattere completamente diverso alla pratica del parlamentarismo non potrà che condurre al fallimento le energie che si dovranno dedicare a questa opera di Sisifo, e che la causa della rivoluzione comunista chiama senza ritardo sul terreno dell’attacco diretto al regime dello sfruttamento capitalista.
L’internazionale comunista e la situazione Italiana
Occorre stabilire chiaramente quanto a Mosca si è fatto e si è detto circa il Partito Socialista Italiano, per sventare fin da ora qualunque gioco inteso a seminare equivoci, da qualunque parte venga.
Si parlò la prima volta della quistione italiana nella discussione delle condizioni di ammissione.
Al Partito Italiano si accenna nella brochure di Lenin, e più volte nelle tesi proposte dal C.E., sempre nel senso di deplorare la presenza in esso della destra riformista, spesso facendo i nomi di taluni dei caporioni parlamentari.
Nella relazione di Zinoviev sulle condizioni di ammissione e nel discorso di Lenin furono svolte nel modo più ampio severe critiche al Partito Socialista Italiano, su quegli argomenti che su queste colonne sarebbero una ripetizione.
Alle obiezioni di Serrati circa la poca conoscenza dell’argomento, Zinoviev rispose esibendogli il voluminoso zibaldone riguardante i socialisti italiani e le loro pecche, nonché osservando che quelle critiche erano state avanzate dalle correnti di sinistra del Partito, e suffragate da tutte le relazioni degli stessi delegati italiani presenti a Mosca.
Se i compagni del C.E. sono incorsi in inesattezze ed in errori di valutazione, è solo su dettagli secondari – se in Italia essi chiedono l’applicazione di criteri più severi che in altri paesi è cosa da vagliare a parte – il fatto è che essi hanno posto il dito sulla piaga e proposto quei provvedimenti che i veri comunisti in Italia esigevano da tempo.
Serrati rispose con dichiarazioni e proteste, Graziadei avanzò riserve, Bombacci e Polano ribadirono le critiche dei compagni russi e si associarono alle loro rampogne. Quanto a Bordiga egli non interloquì che per trattare una questione di indole generale e senza parlare dell’Italia.
Alla fine della discussione Serrati dichiarò di accettare le tesi, interpretandole nel senso, a lui più comodo, che il P.S.I. avrebbe avuto tutto il tempo per procedere, senza fretta e coi piè di piombo, a qualche eventuale epurazione. Si ebbe delle repliche molto secche da Lenin e dal relatore, e non precisamente gli applausi del Congresso.
Del partito italiano parlò ancora Bucharin nella relazione sul parlamentarismo deplorandone la politica socialdemocratica in Parlamento, e credo se ne parlò di passaggio altre volte, causando dichiarazioni degli italiani.
Ma la grossa questione doveva venir fuori con la discussione delle tesi di Lenin sui compiti del II Congresso dell’Internazionale.
La rispettiva commissione invitò tutti noi italiani e ci pregò di dire il nostro parere sulla famosa tesi 17 il cui testo primitivo era questo:
«In ciò che concerne il partito socialista italiano, il II Congresso della III Internazionale trova fondamentalmente giuste la critica di questo partito e le proposizioni pratiche che sono state pubblicate, come indirizzate al Consiglio Nazionale del Partito Socialista Italiano a nome della Sezione Torinese del Partito, nel giornale «L’Ordine Nuovo» dell’8 maggio 1920, e che corrispondono integralmente a tutti i principii della III Internazionale.
«Per queste ragioni il II Congresso della III Internazionale prega il Partito Socialista Italiano di convocare al più presto un Congresso straordinario del partito per esaminare queste proposizioni e tutte le decisioni dei due congressi dell’Internazionale Comunista, particolarmente a proposito del gruppo parlamentare e degli elementi non comunisti del Partito».
Nessuno dei delegati italiani accettò questa formulazione. Serrati e Graziadei osservarono che nel Consiglio Nazionale la sezione di Torino si era schierata contro la Direzione del Partito sulla questione dello sciopero piemontese, e il valorizzarla equivaleva a sanzionare, oltre alle sue accuse, il suo atteggiamento «contrario alla disciplina». Bombacci osservò che era anche pericoloso valorizzare le tendenze sindacalisteggianti dell’«Ordine Nuovo» e la sua interpretazione del movimento dei Consigli di Fabbrica. Polano sostenne che, essendo la Commissione Esecutiva della Sezione Torinese formata in gran parte da astensionisti, si veniva ad approvare l’opera della nostra frazione, sconfessata sulla questione parlamentare. Bordiga rilevò anch’egli la possibilità dell’equivoco circa la sanzione a tutto l’indirizzo dell’«Ordine Nuovo», che, oltre ad essere contrario alle direttive del Congresso sulla questione sindacale e della costituzione dei Soviet, era stato fautore dell’unità del Partito fino a poco prima del Convegno di Milano.
Lenin e Bucharin dichiararono formalmente che non avevano inteso esprimere un giudizio sull’indirizzo dell’«Ordine Nuovo», su cui non erano abbastanza documentati, ma solo indicare la citazione precisa di un documento al quale soltanto si riferiva la loro approvazione.
Venne quindi solo modificata in tal senso la forma grammaticale: «proposizioni indirizzate dalla Sezione etc. ed apparse nel numero … etc.».
Inoltre, su proposta di Bordiga, venne aggiunto in fine del 2° periodo: «e del lavoro da svolgere nei sindacati».
Serrati cercò invano di evitare l’invito a convocare il Congresso affermando che era già indetto quello ordinario: fu anzi specificato il termine di quattro mesi.
***
Abbiamo insistito sulla questione dell’«Ordine Nuovo», ma vogliamo fare una piccola digressione per aggiungere che lo facciamo per chiarire bene le cose, e non già per farci belli noi della maggior corrispondenza tra la nostra posizione e quella del Congresso Comunista.
Non solo noi eravamo e siamo in dissenso sulla questione del Parlamentarismo, ma abbiamo altre riserve da fare – salva la disciplina – su questioni anche più importanti contemplate dai deliberati del congresso. Non poniamo quindi la nostra candidatura – né come uomini, né come giornale, né come Frazione – al perfetto tipo del comunista quale lo ha dipinto il Congresso.
Ma osserviamo che tra i massimalisti elezionisti anche di estrema, anche finalmente persuasi dell’antica nostra tesi della cacciata dei socialdemocratici, non vi è quasi nessuno che non sia stato eterodosso sulla questione dei consigli di fabbrica, e soprattutto su quella della costituzione dei Soviet.
Chiudiamo questa noticina osservando che, se si volesse impersonare in una figura del movimento italiano la massima corrispondenza con le tesi di Mosca, è il compagno Misiano che avrebbe diritto di essere prescelto, per l’attitudine da lui tenuta fin’oggi, specie nel Consiglio di Milano.
***
La quistione del partito italiano ritornò al Congresso in seduta plenaria. Serrati tornò a protestare, Bombacci e Polano ad assentire, Graziadei a tentare di arrotondare gli spigoli chiedendo una sanzione all’attitudine della maggioranza massimalista a Bologna.
Bordiga dichiarò in tre parole di disinteressarsi della forma dell’emendamento, e di interpretare il pensiero del congresso ripetutamente espresso, soprattutto da Lenin e Zinoviev, nel senso che per la trasformazione e il rinnovamento del Partito Socialista Italiano non solo non sono da concedere dilazioni e temporeggiamenti, ma è affermata la responsabilità di tutta la frazione massimalista elezionista e dei suoi uomini per aver mancato fin da Bologna a quel compilo inderogabile, portando nella III Internazionale un partito che non aveva il carattere comunista.
Egli rilevò di non avere mai accennato prima in Congresso alla quistione italiana, dichiarando che i conti sarebbero stati fatti in Italia sulla base dei deliberati del Congresso.
Non abbiamo il testo preciso delle tesi approvate, ma dubitiamo che ci sia l’emendamento Graziadei, che il presentatore ritiene sia stato accettato.
La “lettera agli italiani”
Dopo la chiusura del Congresso i delegati italiani furono invitati ad una speciale adunanza del Comitato Esecutivo nella quale fu letto un progetto di lettera ai compagni italiani predisposto da Bucharin con talune aggiunte di Zinoviev.
Tale lettera dette luogo a vivaci discussioni. Bombacci, Polano e Bordiga ne condividevano l’intonazione di massima e ne riconoscevano l’opportunità, l’ultimo enunciò solo alcune obiezioni circa i passi che riguardavano il movimento dei consigli di fabbrica e il movimento sindacalista.
Serrati, contrario all’idea stessa della lettera, polemizzò con osservazioni di dettaglio, alcune delle quali avevano qualche fondamento, ma che assolutamente non potevano inficiare il concetto fondamentale della necessità che il supremo organo dell’Internazionale invitasse in modo formale il movimento italiano ad uniformarsi alle decisioni del Congresso e a darsi un vero contenuto comunista che oggi manca.
Il C.E. si riservò di dare alla lettera redazione definitiva, ed il testo ufficiale fu dato, al nostro ritorno dall’Ucraina, quando lasciammo Mosca, al compagno Serrati.
La lettera, dopo una esposizione della situazione sociale e politica italiana e la affermazione che essa è eminentemente rivoluzionaria, dice che, pur respingendo il metodo delle azioni frammentarie e slegate, occorre creare le condizioni di un movimento rivoluzionario generale e tener presente che ogni giorno di ritardo può essere un vantaggio accordato alla borghesia che va organizzando la propria difesa. Quindi sono passate in rassegna gravi deficienze del nostro movimento, la incapacità e la incertezza della maggioranza del Partito di fronte alle gesta dei destri nel Parlamento e nei sindacati operai.
La lettera conclude dicendo che tutte le condizioni dell’Internazionale sono poste al Partito Italiano in forma di ultimatum: se esse non saranno adempite l’Internazionale si vedrà costretta a rivolgersi direttamente ai lavoratori d’Italia: ciò vuol dire ad espellere dal suo seno il P.S.I..
***
In conclusione, nell’Internazionale comunista e nel suo congresso l’atteggiamento del Partito Socialista Italiano è stato giudicato con grande severità, e le relative decisioni sono improntate ad una intransigenza forse più rigorosa di quella applicata per altri paesi.
A parte ogni altra considerazione, non può negarsi che questo fatto è in relazione ad un convincimento formatosi nei compagni di Russia e degli altri paesi: che il proletariato italiano sarà presto chiamato a svolgere una parte importantissima sulla scena della storia, e forse a dare il segnale della lotta rivoluzionaria nell’occidente capitalista.
Ecco perché da Mosca si ripete la nostra parola d’ordine di Bologna: guardiamoci negli occhi e dividiamoci da coloro che domani nell’ora suprema non saranno dei nostri – ecco perché Mosca sottolinea felicemente il nostro motto preferito: chi non è con noi è contro di noi!