Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Partito Comunista 9

Per la difesa intransigente del salario e del lavoro, contro i padroni, lo Stato borghese e i loro servitori sindacali e politici, risorga una opposizione sindacale di classe

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

A trent’anni dalla fine del secondo massacro mondiale, dalla caduta dei regimi fascisti, dal ripristino delle mascherature democratiche, nulla è cambiato per la classe operaia. Ritorna lo spettro della disoccupazione di massa, i salari vengono falcidiati, le «conquiste» economiche svaniscono, una più profonda e vasta crisi mondiale si sta profilando, e i grandi mostri statali pensano già ad una terza guerra universale, nel supremo tentativo di sopravvivere. Il capitalismo è costretto a potenziare i vecchi e tradizionali sistemi di violenza sociale per difendere i suoi privilegi, diffondendo miseria, fame e morte tra le masse dei lavoratori.

In questi termini ha preso avvio in tutti i paesi l’offensiva capitalistica contro la classe operaia. Ma questa offensiva, se è l’unico strumento del capitalismo internazionale per la sua sopravvivenza, è resa possibile dal rifiuto dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali a mobilitare il colossale esercito proletario in un’azione di difesa globale degli interessi dei lavoratori, svolgentesi nel senso di una vittoriosa controffensiva di classe.

In tal modo, partiti e sindacati, un tempo organi della Rivoluzione sociale e del «riscatto del lavoro», sono passati al servizio del padronato, dello Stato, del nemico di classe, dietro la formula fascista della «difesa dell’economia nazionale».

Se i lavoratori non ritorneranno alla lotta senza quartiere per fronteggiare i disperati attacchi della borghesia, il capitalismo riuscirà, ancora una volta, a superare la crisi presente, facendone gravare tutto il peso sulle spalle dei lavoratori.

L’inganno democratico, il trucco delle promesse, le manovre di gonfiare concessioni insignificanti, l’offa di rinsecchite briciole, in cambio della più completa fedeltà degli operai alla Repubblica borghese, per impantanarli nelle sabbie mobili della difesa della democrazia, della pace sociale, dello Stato, per dissuaderli dall’intraprendere la strada dura ma sicura della lotta senza quartiere, senza esclusione di colpi, organizzata e diretta da autentici organi di classe: ecco la manovra del blocco dei partiti borghesi, sostenuti dall’opportunismo traditore.

In questo senso giocano la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, il «salario garantito», i referendum passati e futuri, il voto ai diciottenni, e mille espedienti ancora: addormentare i vostri sani istinti di ribellione ad un regime così perfido, per stroncarli nel momento decisivo, quando sarà palese anche ai ciechi che la salvezza dei lavoratori dipenderà soltanto dalle armi che avranno saputo forgiarsi prima dello scontro frontale con le armate bianche e nere della borghesia.

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Se i padroni e lo Stato vogliono «ristrutturare» le aziende, riorganizzare la produzione, «riformare» la loro economia, lo facciano se ci riusciranno, ma va impedito energicamente, con ogni mezzo, contro padroni e Stato, che siano i lavoratori a pagarne il costo. Un sindacato, che vuol esclusivamente difendere gli interessi operai, non può concedere delle tregue al capitalismo, addomesticare le rivendicazioni elementari dei salariati, tentare al tempo stesso di salvare l’economia delle aziende e quella degli operai: o si sta da una parte o si sta dall’altra.

Oggi, mentre le classi padronali brutalmente dichiarano che i loro affari si possono salvare soltanto riducendo i salari dei lavoratori, comprimendo le condizioni di lavoro e di vita delle grandi masse lavoratrici, è necessità assoluta della classe operaia quella di battersi «senza riserve», per la difesa integrale, assoluta del salario e delle condizioni tutte del proletariato. Chi si rifiuta di operare in questa direzione è un nemico dei lavoratori. È altresì tragico il cullarsi nell’illusione, a bella posta diffusa dalle furfanterie della propaganda ufficiale, che nuovi governi, di «sinistra», popolari, radicali, possano ributtare indietro disoccupazione, inflazione e crisi. Se i partiti credessero veramente a ciò che promettono e propagandano, dovrebbero chiamare il proletariato ad anticipare con la lotta di classe la realizzazione di questi obiettivi, perché è solo con la lotta classista, e non con la pace sociale, che si pongono le premesse per il raggiungimento di tali risultati. Al contrario, è prassi quotidiana la denuncia, da parte dei falsi partiti operai e delle Centrali sindacali affittate allo Stato, di «corporativismo» e di «frazionismo» rivolte ai molteplici tentativi di crescenti gruppi di lavoratori di difendere il salario, il posto di lavoro, il pane, la loro vita di salariati, con la lotta diretta, fino al sabotaggio dell’economia aziendale, contravvenendo apertamente alle direttive pacifiste dei bonzi sindacali. Il padronato, privato o statale, si piega solo con la forza organizzata dei lavoratori, impiegata contro gli interessi delle classi che detengono il potere.

È anche tragico errore ritenere che una serie di atti eroici possa colmare l’assenza di direzione classista delle organizzazioni operaie; ovvero possa essere surrogata tale deficienza da un accordo, patto, blocco di partiti o gruppi che si definiscono «sinistri». Nell’ora presente, in cui la gran parte del proletariato è alla mercé della politica traditrice dell’opportunismo, e solo una infima minoranza si dichiara più o meno chiaramente e apertamente contraria a questa politica, è dovere di questi lavoratori, quale che sia la loro affiliazione politica o sindacale, di stringere le loro forze in una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE sulla base della più elementare rivendicazione, comune a tutti i lavoratori, della difesa, con tutti i mezzi nessuno escluso, del salario integrale agli operai, occupati e disoccupati e pensionati, per mezzo della lotta di classe.

PROLETARI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Per bloccare la tracotanza delle classi padronali e del loro Stato, per passare poi alla totale e irreversibile distruzione dei loro interessi, rovesciando sulle loro teste quella stessa violenza che, più o meno occultamente è intessuta dalle trame legali ed illegali della borghesia, occorre l’affasciamento delle vostre mani in un solo pugno rivoluzionario diretto dal Partito Comunista Rivoluzionario. In questa situazione in cui tutto appare sfumato ed ogni sforzo viene fatto per spezzare i reali contorni delle classi, sì che appaia difficile per l’operaio riconoscere il suo nemico e il servo del suo nemico, vi diciamo che, vi piaccia o no, non avete scelta: o ritornare sul fronte del combattimento di classe, o soccombere; o guardare a viso aperto i nemici dei lavoratori e sfidarli allo scontro, o restare disarmati e invischiati nelle trappole del legalitarismo democratico borghese e opportunista alla mercé dei colpi risolutori della reazione statal-fascista.

Per risolvere a vostro favore questa alternativa storica la prima condizione è quella di non subire passivamente i colpi che vengano portati al salario e al posto di lavoro, alla vostra vita, ma di reagire risolutamente, con tutti i mezzi, respingendo quanti vi suggeriscono la calma, il confronto «civile», democratico, legalitario, la difesa dell’economia, della nazione, della civiltà, le alleanze con mezze classi ruffiane.

IL SALARIO NON SI TOCCA! Sia questa la parola d’ordine per tutti i lavoratori.

Risorga una OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE per contrastare e vincere la politica collaborazionista delle centrali sindacali, premessa al risorgere di SINDACATI ROSSI, organi del proletariato combattente per l’emancipazione dei lavoratori, per il comunismo.

1º Maggio 1975

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)

Nova socialdemocrazia

A confermare ancora una volta la natura non rivoluzionaria e non comunista del PCI e quindi la sua volontà decisa di difensore dell’ordine costituito borghese, – in quanto non è possibile stare tra reazione e rivoluzione – è venuta puntuale e infame la «Dichiarazione Berlinguer», apparsa su l’Unità di domenica 20 aprile, a puntualizzare la posizione del partitaccio sui tragici fatti di Milano, dove un giovane è stato ucciso dai fascisti ed un altro dai carabinieri, e di Firenze dove un operaio è stato ucciso dalla Polizia. Nella «Dichiarazione» sono solennemente confermate le posizioni controrivoluzionarie del PCI, espresse in tre punti precisi:

1 – «Gli organi dello Stato vanno energicamente richiamati al loro dovere di mettere subito squadristi e terroristi nell’impossibilità di nuocere»; 2 – «vanno condannate e decisamente evitate, isolandone i promotori, le azioni che in qualsiasi forma – ritorsioni violente, assalti a sedi politiche e a locali pubblici e privati, aggressioni alle persone, ricorso alle armi – contribuiscono a una spirale di provocazioni e di disordini»; 3 – «La mobilitazione di tutte le forze democratiche, al di là delle divergenze su ogni altra questione, deve riportare la lotta politica sul terreno del civile confronto. In questo senso i comunisti fanno appello – nell’interesse della causa antifascista – alla distensione degli animi e alla vigilanza».

Sembra di rivivere il clima sudicio del «patto di pacificazione» lanciato nel 1922 dal PSI, l’allora partitaccio tipo PCI odierno. Anche allora si respingeva la violenza, il terrore in nome del «confronto civile» con cui si dovevano dirimere le questioni politiche e del potere, e si accusava il rivoluzionario Partito Comunista d’Italia di «provocazione». Anche allora si «esigeva» dagli organi dello Stato borghese di tutelare il «libero» e «civile» svolgimento della «lotta politica», di arrestare i «facinorosi», di colpire i «trasgressori» della legalità democratica. I fatti, come tutti dovrebbero sapere e ricordare, ammoniscono che ci fu sostanziale convergenza tra le forze dello Stato democratico e le squadracce fasciste, cosicché, ad ogni scontro, sul selciato rimanevano i lavoratori, in galera andavano gli operai, e i fascisti venivano sistematicamente scagionati, dopo essere stati spalleggiati più o meno apertamente dalla polizia statale, o al massimo venivano temporaneamente fermati per sottrarli alla punizione degli operai delle squadre rosse, per essere subito dopo rilasciati.

La collusione tra Stato e bande fasciste spezzò la resistenza operaia e aprì la strada al ventennio mussoliniano. Il disarmo politico, organizzativo, tattico e morale degli operai da parte del socialdemocratismo e delle direzioni riformiste dei sindacati operai favorì in maniera determinante la reazione statale e fascista, distruggendo il faticoso e continuo lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito Comunista d’Italia. Questa «tattica» controrivoluzionaria si ripete, con la variante che al posto del PSI c’è il PCI, che invece di avere una direzione riformista dei sindacati si ha una direzione tricolore delle organizzazioni dei lavoratori, anziché un forte Partito Comunista Rivoluzionario si ha un debole partito e le masse operaie sono oggi ferme.

Che cosa sia il «dovere» dello Stato, vediamolo nei fatti, e non nelle pie intenzioni. Constatiamo in questi fatti il comportamento «doveroso» dello Stato, cioè dell’esercito, della polizia, della magistratura. In tutte le organizzazioni fasciste sinora venute alla luce, come la «Rosa dei venti», la «Fenice», «Ordine Nuovo», «Ordine Nero», ecc. sono stati implicati alti ufficiali delle forze armate, della polizia, dei carabinieri e persino dei servizi di sicurezza; tutti i processi a carico di esponenti fascisti sono stati insabbiati o resi impossibili da manovre di «competenza» territoriale ed anche dalla materiale distruzione di «prove»; le grandi aziende hanno distolto i loro «fondi neri» per non bene identificate operazioni di sostegno politico; lo Stato ha disposto per legge il finanziamento ai partiti, quindi anche al MSI, che si vorrebbe fuori legge! Questo è il pratico e vero «dovere» degli «organi dello Stato». Tutti coloro che hanno voglia di sapere, sono a conoscenza che nelle Questure, nelle Prefetture, nei Comandi territoriali delle forze armate dello Stato, nelle palestre ginniche, negli aeroclub, si propaganda apertamente l’uso della violenza organizzata, si imbottiscono i crani di antioperaismo e anticomunismo. Ebbene, dinanzi a questa situazione di sempre più estesa organizzazione militare, palese o nascosta, delle forze della reazione capitalistica, che si prepara da decenni e non da ieri, i grandi partiti «operai» e le grandi centrali sindacali italiani, forti di molti milioni di aderenti, sanno solo indignarsi, protestare, «condannare», proporre referendum allo Stato borghese perché metta fuori legge un partito borghese! Mentre fuori dalle sacrestie dei partiti democratici si trama, si complotta, si organizza per schiacciare la classe operaia, per prevenirne la difesa, per impedirle di stringere le fila, i grandi duci del movimento operaio escogitano «petizioni» per un «civile confronto» lanciano appelli per la «distensione degli animi», «al di là delle divergenze».

Quando l’incipiente crisi economica nel mondo, che sta sconvolgendo tutti i paesi, nessuno escluso, sta già colpendo il proletariato con riduzioni salariali, chiusura d’aziende, disoccupazione; quando le «radici reali», le cause profonde dello scontro sociale stanno venendo con prepotenza in superficie e la violenza di una società putrefatta s’intensifica ogni giorno contro le condizioni economiche, materiali, fisiche del proletariato, per perpetuarne lo sfruttamento; queste organizzazioni che si spacciano per comuniste, socialiste, operaie, si affrettano a lanciare appelli di collaborazione con lo Stato, supremo centro organizzatore e stimolatore della violenza delle classi possidenti, con i partiti borghesi per eccellenza, custodi dell’intelligenza storica della borghesia.

C’è un solo modo, appreso dalla esperienza della lotta di classe, per evitare che le «provocazioni», le «ritorsioni violente», le «aggressioni» si rivoltino contro la classe operaia: preparare, organizzare, dirigere rivoluzionariamente le forze del proletariato con un indirizzo unitario, che parta dalla difesa assoluta, intransigente, con ogni mezzo, legale ed illegale, pacifico e violento, del salario, del posto di lavoro, della vita stessa degli operai, sino alla ricostruzione delle organizzazioni rosse dei lavoratori.

Questo, il PCI, PSI e soci, le Centrali dei grandi sindacati non vogliono né possono volere e perseguire, perché sulle loro bandiere sta scritto: difesa dell’«economia nazionale», che è il terreno sul quale le classi borghesi coltivano il loro privilegio e affamano le classi lavoratrici; difesa dello Stato democratico repubblicano, che è lo strumento violento e repressivo della borghesia per difendere questo privilegio contro il proletariato. Siccome è inevitabile che i lavoratori si debbano difendere dall’offensiva capitalistica con tutte le armi, anche quelle apertamente violente, cozzando così contro le indicazioni degli attuali partiti e sindacati ufficiali, sarà ineluttabile che questi partiti in nome della «pace sociale», del «confronto civile», della «democrazia» si schiereranno dalla parte dello Stato repressivo e ne benediranno le armi che sparano contro le folle operaie.

Che gli assassinati dal piombo statal-fascista, di ieri e di oggi, siano per i lavoratori un monito ad abbandonare per sempre i riti ruffiani della democrazia e gli organismi che li celebrano, un monito ad impiegare le loro energie, il loro entusiasmo, la loro intelligenza nella difesa rivoluzionaria dei loro interessi, affinché sia sepolta per sempre questa società infame, e scrivano sulle loro rosse bandiere: Morte al capitalismo, democratico o fascista che sia, e ai suoi lacché!

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.1

«Il partito comunista è quindi un organismo i cui elementi tendono verso una unica direzione, ma essi non si isolano in questo loro atteggiamento: essi si preoccupano di raggiungere la più grande influenza possibile sulle grandi masse proletarie. Ma nello stesso tempo il partito comunista deve guardarsi dal pericolo di spezzare la sua unità lasciandosi soggiogare dalla illusoria speranza di ottenere miracolosamente e per vie devianti quella fondamentale maggiore influenza…» (Relazione sulla tattica al II congresso del P.C.d’Italia – Roma 1922)

«Il partito comunista sarà lo stato maggiore della rivoluzione se saprà raccogliere intorno a sé l’esercito proletario condotto dagli sviluppi reali della situazione ad una lotta generale contro il regime presente».

(La tattica dell’Internazionale ComunistaOrdine Nuovo 1922)

«Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per far ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica…».

(Tesi caratteristiche del partito 1952).

I comunisti non sono sostenitori della inflessibilità dottrinaria e politica per ragioni di purezza estetica. Il loro dogmatismo nel campo della difesa della teoria e dei principi, la loro accanita difesa delle basi teoriche e programmatiche del partito contro ogni tentativo di deformazione o di «aggiornamento» non deriva da mania di purezza come miriadi di opportunisti vorrebbero far credere, ma dalla necessità della lotta di classe rivoluzionaria che esige da una parte «maturità dei fatti», cioè spinta del proletariato a muoversi sul terreno della lotta e dall’altra la presenza di un organismo di combattimento, il partito appunto, che deve possedere una teoria ed un indirizzo politico inflessibili.

La teoria del partito non è infatti costituita da un insieme di idee astratte ma è la capacità di lettura e di valutazione dell’esperienza storica delle lotte proletarie. È esperienza storica condensata. I principi del partito non sono elementi «ideali», ma il risultato di questa esperienza storica. Il programma del partito deriva dalla coerente valutazione di questa materiale esperienza della lotta di classe. Si tratta di un bagaglio di armi che sono indispensabili alla conduzione della lotta rivoluzionaria come è indispensabile ad essa il moto delle masse proletarie e l’influenzamento di esso da parte del partito.

COMUNISMO ED OPPORTUNISMO

Quest’arma materiale della lotta, costituita dalla teoria, dai principi, dal programma del partito, i comunisti la difendono e la affilano costantemente opponendosi a qualsiasi tentativo di deformarla magari sotto il pretesto di «arricchirla». E questa attitudine rigida, dogmatica, settaria nel campo dei principi contraddistingue oggi come ieri il partito comunista da tutti gli altri raggruppamenti che si dicono marxisti, comunisti e rivoluzionari ma che sono pronti ad ogni passo a sacrificare la loro fisionomia teorica e programmatica (se mai ne hanno avuta una) sull’altare dell’espediente tattico, del successo immediato. Marx e Lenin non temettero, come non lo temiamo noi oggi, di passare per dogmatici e negatori di qualsiasi «libertà di critica» e fu questo il coefficiente primo della vittoria rivoluzionaria in Russia.

Questi due opposti atteggiamenti sono sufficienti a distinguere nel campo politico la coerente visione comunista dagli indirizzi opportunisti anche quando questi sono mascherati, come avviene oggi con gli innumerevoli gruppuscoli extraparlamentari, da rivoluzionari. È tipica posizione opportunistica infatti l’adesione puramente formale ed ideale alla teoria ed ai principi (tutti oggi si proclamano marxisti ed ancor di più leninisti) unita alla affermazione che però i principi vanno «adattati» alla realtà pratica e che perciò l’azione pratica può essere contraria ai principi stessi purché ci permetta qualche successo. In questo modo i principi e la dottrina del partito divengono una specie di paravento ideale a cui tutti dichiarano di aderire ed ai quali magari ci si genuflette nelle conferenze e negli studi sulle riviste teoriche: la pratica, però è altra cosa e per «riuscire ad incidere» nella realtà è necessario non essere «troppo attaccati» ai principi stessi. Per i comunisti i fattori della vittoria rivoluzionaria sono: la presenza del partito, dotato di salda ed omogenea visione teorica e programmatica, la salda ed estesa organizzazione di combattimento del partito collegata con mille fili agli organismi ed alle lotte del proletariato; la maturità delle situazioni storiche che spinge le masse al combattimento ed all’azione. Questi due fattori non sono separabili e contrapponibili l’uno all’altro; si realizzano e si completano l’uno con l’altro, influiscono dialetticamente l’uno sull’altro.

E, proprio al contrario di quanto ritiene l’opportunismo di sempre, il campo naturale di connessione fra questi vari fattori è l’azione pratica, la «realtà». Fuori dal lurido campo di coloro che ritengono che essere marxisti e leninisti significhi inginocchiarsi tutte le sere davanti alla icona di Marx, di Lenin o di altre barbe, scendendo poi, nella pratica, alle più smaccate manovre opportunistiche, i comunisti hanno sempre sostenuto che la vittoria del proletariato avverrà quando il potente movimento delle masse proletarie, determinato dalle contraddizioni materiali del regime capitalistico, incontrerà sulla sua strada un partito che, nel divenire organizzazione ferrea e centralizzata ed estesa influenzante il movimento del proletariato, avrà saputo rimanere rigidamente e dogmaticamente coerente alle sue basi di teoria e di programma.

PARTITO CHIUSO E PARTITO APERTO

Sappiamo che per vincere la battaglia rivoluzionaria avremo bisogno di un partito organizzativamente potente e collegato con mille fili agli strati più profondi del proletariato, ma sappiamo anche, e la storia ce lo conferma con mille esempi tragici, che il partito comunista nel divenire potente organismo di combattimento deve aver saputo non rigettare non deformare non indebolire le sue basi di dottrina e di indirizzo: altrimenti la rete organizzata potrà anche essere potente e controllare la maggioranza delle masse operaie, ma sarà divenuta incapace di azione rivoluzionaria, sarà passata al servizio di altri scopi e di altri indirizzi non proletari e non comunisti. Ciò significa che il partito deve poggiare il suo inquadramento organizzativo su basi teoriche e programmatiche salde combattendo ogni deviazione ed ogni deformazione di esse.

Ma queste basi non sono un patrimonio che la formazione militante e combattente acquisisce una volta per sempre magari per via intellettuale imparando a memoria dati testi oppure avendo nel suo seno un «trust di cervelli» che «conoscano la teoria» e diano la risposta giusta al momento giusto o, nella peggiore delle ipotesi, attraverso un rigido esame di marxismo da fare ai simpatizzanti. Abbiamo mille volte ripetuto e Marx e Lenin con noi, che la teoria e la coscienza marxista non sono patrimonio dei singoli, neanche dei più preparati, degli «intellettuali», dei «capi», ma del partito come organo collettivo. Ed intendiamo dire che è nello svolgimento della sua azione pratica in tutti i campi della battaglia di classe che l’organo collettivo partito impara a maneggiare la sua teoria, a rimanere aderente al suo indirizzo, ad uniformarsi ai suoi principi. È la capacità di muoversi praticamente, di operare nella realtà, e perciò di impostare un piano tattico conforme alla teoria ed ai principi che abilita il partito al possesso dei principi stessi. È l’abitudine, l’allenamento costante della rete organizzata ad impostare la sua azione pratica in maniera coerente e non contraddittoria con le sue basi teoriche e programmatiche che rende l’organo partito «chiuso» alla influenza di ideologie e di programmi estranei, che potenzia la coscienza del partito. Parlare di «partito chiuso», dunque, intendendo che una formazione organizzata ha dichiarato una volta l’adesione a certe posizioni di principio e vieta l’ingresso nel suo seno a chiunque non condivide quelle posizioni è per noi comunisti ancora troppo poco. Il partito non è chiuso una volta per sempre in virtù della adesione a certi testi e di una rigida delimitazione organizzativa delle sue file. È la sua azione pratica che può indebolire o potenziare la sua stessa coscienza collettiva e, se l’azione pratica contraddice ai principi, prima o poi inevitabilmente il partito è destinato ad «aprirsi». È la storia della degenerazione della III Internazionale. Lo dicemmo nel 1922 avvertendo il movimento comunista internazionale, il centro della Internazionale dei pericoli che il partito avrebbe corso, nonostante la sua rigida inquadratura teorica e programmatica sancita al secondo congresso, e nonostante la sua centralizzazione, «se non si fosse proceduto alla definizione adeguata delle norme tattiche e si fosse persistito nella prassi delle oscillazioni tattiche e delle convergenze temporanee con altri partiti „proletari”. Per noi l’esistenza indipendente del partito comunista è ancora una formula vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del partito, che nella sua milizia e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi non è una macchina bruta, ma appunto è un prodotto ed un fattore al tempo stesso del processo storico possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica…» (Discussioni sulla tatticaIl Comunista, 21 marzo 1922). Ed ancora:

«È indubitato che il partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui si muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito. Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo dimostra una lunga e dolorosa esperienza, il partito come organismo ed il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti…» (La tattica della Internazionale ComunistaOrdine Nuovo 1922). Nel 1926, al congresso di Lione del P.C. d’Italia potemmo, purtroppo, condensare in una regola l’esperienza di cinque anni di oscillazioni errori e deviazioni nel campo tattico che si stavano traducendo nella disgregazione programmatica ed organizzativa dell’Internazionale:

«Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nell’organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe „manovre”, ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative». (Tesi di Lione 1926). Il partito comunista internazionale, risorto nel II dopoguerra, pone a base delle sue norme tattiche questo insegnamento tragico della storia: «I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre dell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione» (Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1945).

Si tratta dunque per il partito comunista di impostare in maniera coerente alle sue proposizioni teoriche e programmatiche le norme della sua azione, cioè le sue norme tattiche ed organizzative. Si tratta di riuscire a definire un piano tattico che sia tale da potenziare e non da indebolire la coscienza che il partito ha dei suoi principi e delle sue finalità perché è proprio nel corso dell’azione che il partito si rafforza o, viceversa viene demolito nella sua omogeneità teorica e programmatica che non è un dato scontato una volta per tutte in virtù di una dichiarazione di adesione. E lo stesso processo si ha nei riguardi delle possibilità del partito di influenzare in senso rivoluzionario i movimenti delle masse proletarie.

Se, nel corso della sua azione, il partito adotta atteggiamenti e metodi che indeboliscono ed offuscano la sua fisionomia di unico partito rivoluzionario in opposizione a tutti gli altri partiti ed allo Stato risulta interrotto, nonostante tutti i pii desideri e le enunciazioni teoriche, il processo di aggregazione intorno ad esso della parte più decisa e combattiva del proletariato. L’Internazionale Comunista nacque «chiusa» in una rigida corazza teorica e programmatica e con una inquadratura organizzativa di ferro. Ma nel corso di sei anni, dal 1920 al 1926, tutti i catenacci della fortezza murata saltarono perché nel campo dell’azione non seppe «chiudersi energicamente di fronte le false strade», cioè non fu possibile impostare l’azione del partito (i campi della tattica e della organizzazione) in maniera adeguata e rispondente al «pensiero» del partito, la sua teoria, il suo programma. Il partito è «chiuso» non perché possiede un bagaglio di idee e di nozioni che è esclusivamente suo e distintivo, ma perché la sua azione pratica non contravviene a questo bagaglio. È nel campo del movimento pratico che il partito si distingue da tutti gli altri e dimostra la sua chiusura, il suo essere realmente una fortezza murata.

LE BASI DELL’ESPERIENZA STORICA: LA TATTICA DEL FRONTE UNICO

Le constatazioni che abbiamo enunciato il partito le trae non da elucubrazioni intellettuali, ma dagli insegnamenti della viva esperienza storica del movimento comunista. Sono gli elementi che la Sinistra italiana allora alla testa del P.C. d’Italia ed impegnata in una battaglia pratica contro lo Stato, il fascismo ed il disfattismo socialdemocratico contrappose alla dirigenza dell’Internazionale comunista ed alla impostazione da questa data alla tattica del Fronte unico. Nel 1921, la situazione del movimento proletario, sottoposto ad una offensiva diretta da parte della classe capitalistica che tendeva a schiacciare le condizioni di vita operaia e a distruggere con la violenza legale ed extralegale le stesse organizzazioni di difesa, spingeva le masse proletarie alla azione difensiva e suscitava in esse il bisogno e la tendenza alla unificazione di tutte le forze proletarie per meglio resistere all’offensiva padronale e statale. Questa spinta all’unità andava di pari passo con la convinzione di strati operai sempre più larghi che i metodi riformisti e pacifisti avevano fatto fallimento, che solo la lotta aperta e generale avrebbe potuto salvare il proletariato e che solo i metodi proposti dai comunisti erano in grado di operare una opposizione efficace alla offensiva capitalistica. Gli elementi di questa situazione sono ricordati nelle Tesi della Internazionale adottate dall’Esecutivo nel dicembre 1921.

«Il movimento operaio internazionale attraversa, oggi, una particolare tappa di transizione… Questa tappa è essenzialmente caratterizzata da quanto segue: la crisi economica mondiale si acuisce, la disoccupazione cresce. Il capitale internazionale è passato in quasi tutti i paesi ad un’offensiva sistematica che si manifesta prima di tutto nel tentativo più o meno aperto dei capitalisti di abbassare il salario e l’intero livello di vita dei lavoratori… la rinascita, verificatasi in dipendenza di tutta una serie di circostanze, di illusioni riformistiche fra i larghi strati operai comincia, sotto i colpi della realtà, a cedere il posto ad un altro stato d’animo. Le illusioni democratiche e riformiste risorte fra gli operai dopo la fine del massacro imperialista (da una parte fra gli operai più privilegiati, dall’altra fra i più retrogradi ed i meno politicamente preparati) svaniscono ancor prima di essere completamente fiorite… Se mezzo anno fa si poteva, con una certa ragione, parlare di un generale spostamento a destra delle masse operaie in Europa ed America oggi si può indubbiamente constatare l’inizio di uno spostamento a sinistra… D’altra parte, sotto l’influenza dell’attacco sempre più forte del capitale, si è risvegliata fra gli operai una spontanea tendenza all’unità che va di pari passo con un generale aumento di fiducia delle grandi masse operaie verso i comunisti. Strati operai sempre più vasti cominciano solo ora ad apprezzare al giusto valore il coraggio dell’avanguardia comunista… strati operai sempre più larghi si convincono che solo i comunisti hanno difeso, nelle situazioni più difficili e a volte con i maggiori sacrifici i loro interessi economici e politici. Perciò la stima e la fiducia verso l’indefettibile avanguardia comunista della classe operaia ricomincia a crescere, avendo constatato anche gli strati più retrogradi degli operai la vanità delle speranze riformistiche e capito che, al di fuori della lotta, non v’è salvezza dalla piratesca campagna sferrata dai capitalisti… La fede nel riformismo è sostanzialmente minata. Nella situazione generale in cui il movimento operaio oggi si trova ogni seria azione di massa, anche se parte soltanto da rivendicazioni parziali, porrà inevitabilmente all’ordine del giorno le questioni più generali e più fondamentali della rivoluzione…».

In questa situazione, pienamente condivisa dalla Sinistra italiana, nasceva per l’Internazionale la necessità di impostare una tattica che permettesse ai comunisti di sfruttare questa predisposizione delle masse per volgerla in senso rivoluzionario affrettando la disgregazione dei partiti socialdemocratici, massimalisti e delle forze anarcoidi che avevano fino ad allora impedito l’offensiva vittoriosa del proletariato. La tattica del fronte unico fu la risoluzione data a questo problema: i comunisti prendevano l’iniziativa di lanciare l’appello al proletariato per l’unità delle azioni di difesa contro l’offensiva capitalistica ed indirizzando il proletariato in questo senso dovevano ottenersi vari risultati: potenziare il movimento di lotta contro l’offensiva borghese, rafforzare l’influenza dei metodi e del partito in seno alle masse, demolire l’influenza degli altri partiti sugli operai. Sulla necessità della tattica del fronte unico la Sinistra ed il Partito comunista d’Italia erano talmente concordi che l’iniziativa fu presa dal partito italiano nell’agosto 1921, diversi mesi prima che l’Internazionale adottasse le Tesi sul fronte unico proletario. Le divergenze fra la Sinistra italiana e l’Internazionale non furono dunque fra i difensori della purezza chiusi nella «torre d’avorio» da una parte e i «pratici», i «politici» dall’altra. Niente di tutto questo, perché proprio la Sinistra fu sempre ardente sostenitrice dell’azione comunista in tutti i movimenti anche limitati e parziali delle masse. Quelle divergenze esprimevano, al contrario, il tentativo da parte del movimento comunista mondiale di elaborare un piano tattico coerente alla impostazione teorica e programmatica del partito. Il tentativo fallì, nonostante il contributo teorico e pratico della Sinistra alla impostazione dei problemi tattici. È proprio in virtù del fallimento di allora che oggi il partito comunista non può sopravvivere e lottare se non poggia su quella esperienza.

I TERMINI DELLA DIVERGENZA

Le tesi dell’Internazionale, nell’impostare la questione del fronte unico non fanno alcuna distinzione fra fronte unico delle organizzazioni politiche e delle organizzazioni economiche del proletariato. Non fanno neppure alcuna distinzione tra rivendicazioni di difesa immediata e rivendicazioni riguardanti il problema del potere politico. Al punto 18 esse ricordano l’esperienza dei bolscevichi di Russia i quali avevano tracciato una prospettiva non solo di convergenza nell’azione con altri partiti e forze politiche «affini», ma perfino un piano di «governo operaio e contadino» che comprendesse diversi partiti rivoluzionari. La Sinistra italiana non fu affatto d’accordo con questa impostazione della tattica del fronte unico: affermò apertamente, in mille occasioni, che l’esperienza del partito bolscevico agente in un’area di rivoluzione antifeuduale, non poteva fornire la base della tattica ai partiti che agivano nell’Occidente europeo in paesi di vecchio e stabile dominio della democrazia borghese. Sostenne che nelle aree di rivoluzione non «doppia» era da farsi netta distinzione fra l’unità di azione o convergenza anche temporanea, l’approccio, l’appello fra forze ed organismi politici richiamantisi al proletariato ed aventi su di esso un’influenza e l’unità delle organizzazioni economiche del proletariato, dei sindacati di classe. Sostenne che l’appello al proletariato per l’unione delle proprie forze doveva farsi sul terreno delle rivendicazioni difensive contro l’offensiva capitalistica invitando i proletari ad unificare gli sforzi sul terreno della azione diretta difensiva e non su quello del potere politico e della sua conquista. Non si dovevano per la Sinistra lanciare appelli alle altre forze politiche, né accettare alcuna convergenza con esse neanche sul terreno di pretese rivendicazioni comuni, ma spingere il proletariato ad unificare tutte le vertenze e le azioni difensive sollevate dalla offensiva capitalistica realizzando l’unificazione delle organizzazioni immediate di difesa economica e la loro convergenza in una azione comune. Fronte unico del proletariato sul terreno sindacale, cioè fronte unico dei sindacati di classe per ottenere un efficace movimento d’insieme del proletariato contro l’offensiva borghese. Non fronte unico di organismi politici pretesi proletari convergenti intorno ad un preteso programma «minimo comune». Né tanto meno convergenza dei vari partiti proletari in vista della formazione di un «governo operaio». Fronte unico sindacale contro fronte unico politico. Questi i termini reali della divergenza. Facciamo seguire ampia messe di citazioni sui problemi di allora perché troppo spesso capitano casi di amnesia perniciosa anche da parte di forze che dicono di stare sulla nostra stessa trincea.

IL PENSIERO DELLA SINISTRA SUL PROBLEMA DEL FRONTE UNICO

In una serie di articoli intitolati «La tattica dell’Internazionale Comunista» apparsi sull’Ordine Nuovo dei primi mesi del 1922 scrivemmo:

«Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista… Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali… Per tutte queste ragioni il nostro partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono proletari, né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato, anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto… L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali di ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di questa agitazione spetta al partito comunista…».

Al II congresso del Partito comunista d’Italia, Roma 1922, la Sinistra presentò le famose Tesi sulla tattica che furono approvate dalla stragrande maggioranza di tutto il partito, ma ricevettero un duro attacco dalla dirigenza dell’Internazionale. In esse si afferma:

«Le rivendicazioni affacciate dai partiti di sinistra e specie dai socialdemocratici sono spesso di tal natura che è utile sollecitare il proletariato a muoversi direttamente per conseguirle; in quanto se la lotta fosse ingaggiata risalterebbe subito la insufficienza dei mezzi coi quali i socialdemocratici si propongono di arrivare ad un programma di benefizi per il proletariato. Il partito comunista agiterà allora sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo ad ingaggiarsi ed impegnarsi sulla via della conquista di essi. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obbiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazione nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quello comunista… Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità di azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni corresponsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa del proletariato…» (Tesi di Roma 1922 – parte VI – Azione tattica indiretta del partito comunista).

Al IV congresso dell’Internazionale nel novembre 1922 la Sinistra presentò un corpo di tesi in cui veniva chiaramente ribadita la stessa impostazione:

«.. Il partito comunista non accetterà di far parte di organismi comuni a vari organismi politici, che agiscano con continuità e con responsabilità collettiva, alla direzione del movimento generale del proletariato. Il partito comunista eviterà anche di apparire compartecipe a dichiarazioni comuni con partiti politici, quando queste dichiarazioni contraddicano in parte al suo programma e siano portate al proletariato come risultato di negoziati per trovare una linea di azione comune. Specialmente nei casi in cui non si tratti di una breve polemica pubblica con la quale si invitano altri organismi all’azione, prevedendo con sicurezza che essi si rifiuteranno, ma vi è invece la possibilità di giungere ad una lotta in comune, si dovrà realizzare il centro dirigente della coalizione in un’alleanza di organismi proletari a carattere sindacale od affini. In tal guisa questo centro si presenterà alle masse come conquistabile da parte dei vari partiti che agiscono in seno agli organismi operai».

Ed infine nel 1926 la Sinistra poté fare il bilancio della tattica della Internazionale o meglio delle sue oscillazioni e dei suoi errori tattici e codificò l’esperienza mondiale del lungo e disastroso periodo con queste parole:

«La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosiddetti operai, ma come una utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizioni. Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato… L’esperienza ha dimostrato molte volte come il solo modo di assicurare l’applicazione rivoluzionaria del fronte unico stia nel respingere il metodo delle coalizioni politiche permanenti o transitorie e dei comitati di direzione della lotta che comprendono rappresentanti inviati dai vari partiti politici, ed anche quella di negoziati, proposte e lettere aperte agli altri partiti da parte del partito comunista. La pratica ha dimostrato sterile questo metodo e ne ha sfatato ogni effetto anche iniziale dopo l’abuso che se ne è fatto. Il fronte unico politico che prende a base una rivendicazione centrale posta nei confronti del problema dello Stato diviene la tattica del governo operaio. Qui non abbiamo solo una tattica erronea, ma una stridente contraddizione coi principi del comunismo… In ordine al problema centrale dello Stato il partito può solo dare la parola di dittatura del proletariato, non essendovi altro „governo operaio”…» (Tesi di Lione 6 – Questioni di tattica fino al V congresso).

Questa rimessa a punto, tramite citazioni dai nostri testi di allora che potrebbero moltiplicarsi, nell’ambito reale delle divergenze fra la Sinistra e l’Internazionale costituisce la necessaria premessa per affrontare in maniera corretta i problemi di movimento e di azione che si pongono oggi e soprattutto si porranno domani al partito il quale si trova ad agire in una situazione e con rapporti di forza del tutto ribaltati rispetto all’epoca 1920-1926, ma non può pensare di stabilire una linea di azione coerente senza aver compreso e fatte proprie le tragiche lezioni di allora. Messo il movimento comunista internazionale di fronte alla necessità di unificare e potenziare la lotta difensiva del proletariato mondiale, perciò di fronte ad un problema contingente e pratico, il centro della Internazionale impostò la tattica comunista chiamando all’unità di azione intorno a questo problema pratico e contingente i vari partiti e raggruppamenti politici «proletari» ed intavolando con essi tutta una serie di approcci per concordare con essi un fronte non certo sui principi e sul programma che esso continuava a dichiarare intangibile e che difendeva nella propaganda e nella polemica teorica, ma sul piano pratico immediato costituito dalla necessità per il proletariato di difendere il suo pane quotidiano. La Sinistra comunista rispose e difese la tesi che l’appello all’unione sul terreno pratico e per la difesa della classe doveva essere lanciato non agli altri partiti proletari, ma agli operai militanti nei sindacati qualunque fosse la loro affiliazione politica nei ranghi di un partito, agli operai degli altri partiti militanti nel campo sindacale. Questo in primo luogo. In secondo luogo, almeno in un primo tempo, fu scopo dichiarato della tattica del fronte unico sia per noi che per l’Internazionale la distruzione dell’influenza degli altri partiti sul proletariato accompagnando l’opera di spietata demolizione teorica delle loro posizioni con l’azione pratica intesa a strappar loro posizioni in seno alle masse. Non si intese mai, almeno all’inizio della manovra, mettere in dubbio che solo il partito comunista è il partito rivoluzionario di classe e non ne esistono altri né affini, né vicini. Solo nel seguito, quando gli errori tattici iniziali cominciavano già a stravolgere l’indirizzo stesso del partito, si cominciò ad andare alla ricerca, con clamorosi fallimenti, delle forze politiche che potevano grosso modo essere definite 'rivoluzionarie’ e con le quali esistevano, si diceva, qualche affinità e possibilità di convergenza «sul piano pratico immediato» ben s’intende senza impegnare i principi o, come si diceva allora, l’esistenza indipendente del partito. Sono occorsi cinquanta anni di sconfitte perché il partito comunista mondiale potesse apprendere e far sua la lezione che «l’esistenza indipendente del partito» non basta dichiararla nella propaganda e nelle riunioni teoriche: è necessario mantenerla e potenziarla attraverso la rigida coerenza della azione pratica. La Sinistra italiana fu la sola forza della internazionale che poté intravedere il pericolo e denunciarlo, perché il significato reale della polemica sul fronte unico è appunto questo: che l’esistenza indipendente e le caratteristiche di «chiusura» del partito possono essere influenzate negativamente da atteggiamenti erronei nel campo della tattica.

In un prossimo articolo riprenderemo la questione del fronte unico e mostreremo come la Sinistra sia stata in grado di impostare coerentemente alla dottrina marxista i problemi dell’azione del partito nei vari campi, cercheremo di definire le modificazioni ed i cambiamenti sopravvenuti nei rapporti di forza fra le classi in questi cinquanta anni di controrivoluzione per chiarire e ribadire i compiti che si pongono al partito. Compiti che non abbiamo bisogno di inventare perché sono il risultato della esperienza storica del proletariato e sono scritti da 25 anni nelle Tesi caratteristiche ed in tutti gli altri testi del partito. Ci preme intanto enunciare uno di questi compiti, regola fondamentale che deve informare di sé tutta l’azione del partito: «Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunisti. Similmente ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica. Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti» (Natura, funzione e tattica del partito – 1945).

Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro Partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti

Nel 1952, di fronte a tentennamenti e deviazioni interne, il partito si trovò nella necessità di ribadire in un corpo di tesi le posizioni che lo contraddistinguono da tutte le altre formazioni politiche anche sedicentemente marxiste e rivoluzionarie, in quanto costituiscono il risultato necessario della lettura in chiave marxista di tutto il pratico e materiale percorso della lotta mondiale del proletariato rivoluzionario.

Si trattava di demarcare nettamente l’indirizzo e, di conseguenza, l’organizzazione comunista rivoluzionaria da tutte le altre anche apparentemente affini o vicine. Questo fu fatto, come sempre nella tradizione del partito marxista, esponendo in un corpo organico di tesi quelli che il partito considera, traendo le lezioni dell’esperienza storica, i suoi capisaldi di teoria, di programma, di azione pratica e di organizzazione. Esse costituirono perciò «la base per l’adesione all’organizzazione nel senso che tutti i membri del partito le accettarono tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori dal partito stesso». Il testo delle tesi, che servì ottimamente alla selezione interna dell’organizzazione, non fu integralmente pubblicato fino al 1962 quando apparve nel n. 16 (Settembre 1962) de Il programma comunista preceduto da una breve introduzione che ne mise in rilievo le enunciazioni caratteristiche ed irrinunciabili. La pubblicazione del testo esteso delle tesi non fu casuale, ma fu determinata dall’apparire all’orizzonte della miriade di false sinistre, di falsi gruppuscoli rivoluzionari di fronte ai quali il partito aveva allora come ha oggi, non il compito di tentare di stabilire approcci e confluenze misurando la percentuale del loro rivoluzionarismo ed il loro grado di adesione al marxismo, perché è tesi fondamentale che le posizioni del partito si accettano in blocco ed integralmente o se ne è fuori sempre al cento per cento e su tutto il fronte, ma quello di delimitarsi e di distinguersi da esse, in teoria ed in pratica. Neanche la ripubblicazione odierna delle Tesi e della introduzione del 1962 è casuale. Si tratta non solo di delimitare il partito nei confronti di altre forze sedicentemente rivoluzionarie che pullulano oggi più di ieri e sono oggi più che ieri lontane dal partito ed opposte ad esso ma di ribadire che l’adesione al partito è subordinata all’accettazione completa di tutte le sue posizioni nessuna esclusa.

La ripubblicazione delle Tesi costituisce perciò una riconferma che il Partito Comunista Internazionale si riconosce da quelle integrali posizioni che non c’è nessuna ragione di cambiare o di aggiornare; costituisce un monito ed una delimitazione, l’unica possibile, poiché non crediamo alle etichette ed alle diffide, rispetto a tutti coloro che pretenderebbero di contrabbandare sotto la bandiera della Sinistra comunista e del partito Comunista Internazionale posizioni, prospettive ed atteggiamenti che nulla hanno a che fare con la nostra tradizione; costituisce infine un appello a riorganizzare non su basi nuove, ma sulle vecchie basi dettate dall’esperienza storica e compendiate nelle «Tesi caratteristiche» le forze del partito comunista internazionale che solo su questa base deve e può vivere allontanando da sé tutti i tentativi di deformare la sua fisionomia, le sue concezioni, la sua prospettiva.

L’opera che andiamo svolgendo, attraverso la pubblicazione del giornale Il partito comunista è in perfetta continuità di posizione e di atteggiamenti pratici con ciò che il partito ha sempre sostenuto, è l’opera di organizzazione del partito comunista mondiale che solo la sua rigidità ed inflessibilità dottrinaria e politica renderà atto a condurre la lotta rivoluzionaria quando si incontrerà con la maturità dei fatti sociali e con il movimento della classe proletaria, spinta di nuovo alla battaglia dalle determinazioni irresistibili del sottofondo economico. Non deformare questo inflessibile indirizzo teorico e pratico, significa lavorare a preparare le condizioni e le forze che potranno utilmente condurre le battaglie future. È l’unico modo: su altre strade, apparentemente più agevoli e di più immediata risonanza, si smarrisce inevitabilmente l’indirizzo del partito, se ne deforma la fisionomia, infine se ne disgrega l’organizzazione.

Per questo riteniamo sia necessario rimettere sotto gli occhi dei militanti nostri e di tutti coloro che seguono la nostra opera «Il corpo delle tesi caratteristiche del nostro partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti», intendendo oggi come allora che queste tesi, con le implicazioni che ne derivano nel campo della pratica attività ed organizzazione «hanno il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso». Sulla base di questo corpo di tesi, che è quello del partito del 1952, del 1962 e del 1975 deve essere, come sempre, organicamente decisa la questione di chi «sta dentro» e di chi «sta fuori», di chi «è con noi» e di chi «è contro di noi».

* * *

Come tutti i compagni sanno nel 1951 vi fu una divisione tra le forze del nostro movimento e questo suo organo mutò il suo nome da Battaglia Comunista a Programma Comunista mentre la rivista Prometeo veniva fatta propria da altro raggruppamento politico.

A Firenze in una riunione nazionale tenuta l’8 e 9 dicembre 1951 si dovette provvedere con tutta chiarezza alla organizzazione del nostro partito quanto a direttive di programma e di azione.

La riunione vi provvide adottando un corpo di tesi che per varie ragioni pratiche non è stato mai tutto pubblicato.

Queste tesi ebbero il carattere di necessaria base di appartenenza al movimento, nel senso che tutti i membri del partito le accettano tutte, e chi non ne accettasse alcuna resta fuori del partito stesso.

Lo scopo fu in effetti raggiunto con buon esito, e non solo in quel momento ma in qualche rarissimo episodio successivo in cui ha avuto gioco la vitale selezione che consente di liberarsi delle scorie.

Per unirsi, disse Lenin, occorre dividersi, e la sinistra italiana ha avuto sempre, come lo andiamo mostrando colla sua storia, il metodo di eliminare dalle file del movimento tutti gli elementi spurii e dannosi.

Tuttavia questo testo di vitale uso interno non fu potuto pubblicare che in una forma riassuntiva e molto abbreviata, sebbene inequivoca su tutti i punti cruciali, nel fascicoletto di rivista rimasto poi unico che si intitola: Il filo del tempo e che uscì nel Maggio del 1953.

Se decidiamo oggi di dare il notevole testo esteso, è perché da molte parti, non tanto forse del classico opportunismo marca Stalin – Krusciov, quanto da molti gruppetti che piano piano si portano sui margini di questo senza tuttavia osare di prenderlo di fronte, e delle tante scuoline e ganghine che soliamo indicare come false sinistre ed immediatiste, e che del partitaccione criminoso imitano la peste peggiore, ossia l’«attivismo», sono sparsi apprezzamenti errati, provocati dal fatto che il nostro movimento, classificato da tutte le parti come passivo, inerte e dormiente, ha ottenuto – senza menarne vanti inopportuni – alcuni successi nel pratico movimento proletario, in cui quei gruppettini non hanno saputo conseguire eco alcuna.

Si insinua da certi foglietti e scrittorelli che noi avremmo effettuata una «svolta» e aggiustata la nostra rotta, per consiglio forse non si sa di chi, del grande attivismo dei partitoni, o delle baggianate dei partitelli.

Tutto questo non avrebbe per noi alcuna importanza, se non si avesse sempre il dovere di difendere il partito da influenze ed equivoci. Evidentemente non dobbiamo rendere conto fuori delle file del fatto che non abbiamo dato nessun colpo allo sterzo o al timone, ma ai nostri iscritti e ai giovani e ai proletari che guardano più di prima verso di noi, importa mostrarlo. Nel fare questo sarà ben chiaro che non avevamo da fare correzioni, che non ne abbiamo fatto, e che nessuno dobbiamo ringraziare e a nessuno abbiamo da chiedere aiuto.

Il testo di undici anni fa risolve bene tutte le questioni di oggi, e vogliano i compagni riflettere su questo risultato. Esso è dovuto al non aver mai voluto fare blocchetti e pasticcetti, come nella linea della sinistra, e nell’andare diritti sul filo del tempo, fedeli alla consegna: la sinistra rivoluzionaria non svolta mai. E risolve i quesiti dell’oggi e del domani, coi dati di uno ieri, che è andato sempre diritto contro ogni adescamento.

Perché i nostri compagni traggano da queste pagine gli insegnamenti che dimostrano tutto questo, segnaliamo in breve premessa i punti più notevoli.

Il testo che ora seguirà si divide in quattro parti. La prima: TEORIA, si limita ad una enunciazione, che tuttavia qui completiamo con il testo del programma del Partito, che è quello di Livorno 1921 integrato da alcuni punti inseriti da noi nel secondo dopoguerra, senza nulla mutare.

Segue la Parte Seconda: COMPITO GENERALE DEL PARTITO DI CLASSE, che svolge punti di principio comuni a tutti i tempi e a tutti i paesi.

La parte Terza, nella rivistina Tattica ed Azione del Partito, qui: LE ONDATE STORICHE DI DEGENERAZIONE OPPORTUNISTA, discute le deviazioni dalla linea rivoluzionaria fino a quelle rovinose della Terza Internazionale.

La parte Quarta: AZIONE DEL PARTITO IN ITALIA E ALTRI PAESI AL 1951, si riferiva e si riferisce bene dopo undici anni — e di qui tutto il significato potente del raffronto odierno – alla pratica nostra attività, tanto seria e tenace quanto poco chiassosa e pubblicitaria, mentre a pochi sciocchi pare che con le grandi tradizioni della sinistra italiana andrebbe fatto PIÙ RUMORE.

I desiderosi di far rumore si arrangino, o si affittino dove vogliono.

Noi procediamo per la ben chiara via.

I compagni usino questo testo tanto nel lavoro interno nella propaganda e nel proselitismo, quanto nella lotta con gli avversari, per i quali la sinistra considera da lunghe esperienze tanto più pericolosi quelli che si vantano di esserci più vicini. E si fermino su questi temi.

Al punto 3 è ribadita la nostra tesi base che la dittatura rivoluzionaria è dittatura del partito politico comunista. Chi di questo si vergogna già si è messo da parte. (Per la discussione di ogni tema si rilegga il punto e si trovino nei nostri testi gli sviluppi molteplici, usando lo schema delle riunioni).

Al punto 4 non solo è rivendicata l’invarianza dottrinale, ma affermato il nostro intervento in tutte le lotte proletarie per interessi immediati.

Al punto 6 mentre è condannata ogni teoria sindacalista, è affermata la necessità di presenza e penetrazione del partito nei sindacati con uno strato organizzativo generale sindacale comunista come condizione non solo della vittoria finale ma di ogni avanzata e successo.

Al punto 7 tanto è ribadito, ed è condannata la concezione limitata e locale delle lotte economiche cara ai traditori.

Nella Parte Terza:

Ai punti 9 e 10 è affermata la visione leninista della azione dei popoli di colore e dell’appoggio ad ogni moto violento ed armato contro i poteri arretrati locali ed i coloni bianchi. Tale punto fu svolto a fondo nella riunione a Trieste su Razza e nazione nella teoria marxista e in altre note riunioni come quella di Firenze 25-26-1-1958. (Questo fu un punto chiave della piccola scissione 1951).

Al punto 18 è affermata per l’Italia non solo la condanna del blocco antifascista ma anche quella del movimento partigiano armato antitedesco.

Al punto 20 è stabilita la nostra tesi centrale che la terza ondata di opportunismo (l’ultima) fu più rovinosa delle precedenti.

Al punto 21 è condannata la occupazione dei paesi vinti di tutti, russi compresi (Berlino).

Al punto 22 è condannata la convivenza ed emulazione con stati capitalistici, che pure solo nel 1956 fu proclamata da Krusciov, in modo esoso. Nel 1951 c’era ancora Baffone!

Al punto 33 è svergognata ancora la terza ondata di tradimento; è condannato l’ignobile pacifismo, che anche dopo Stalin e sotto Krusciov fu agitato più spudoratamente.

Nella Parte quarta:

Al punto 4 si dice che il partito non rinuncia a nessuna occasione anche modesta di avvicinarsi alle masse, anche in tempo nero.

Al punto 5 si riafferma l’invarianza della dottrina.

Al punto 6 si condanna ogni visione scolastica o accademica del partito.

Al punto 10 si condanna ogni risorsa «manovriera» per superare la fase contraria (applicato poi nella lotta Antiquadrifoglio).

Al punto 11 si ridisegna la immancabile ripresa di azione sindacale.

Al punto 12 dopo aver ripetuto che la questione è tattica, si volge le terga ad ogni sogno morboso di elezionismo.

Al punto 13 si lancia un appello ai giovani, che in parte ha avuto qualche effetto, ma che deve averne di molto maggiori. Passaggio di servizio tra generazioni! È l’ora, perché sempre è tale ora!

Charakterystyczne Tezy Partii

Powstałe na spotkaniu Partii, które odbyło się we Florencji w dniach 8-9 grudnia 1951 r.

I. TEORIA

Doktryna Partii opiera się na zasadach materializmu historycznego, który jest bazowany na komunizmie krytycznym przedstawionym przez Marksa i Engelsa w Manifeście Partii Komunistycznej, w Kapitale i ich innych fundamentalnych dziełach, które stały się podstawą Międzynarodówki Komunistycznej utworzonej w 1919 r. jak i Włoskiej Partii Komunistycznej założonej w Livorno w 1921 r. (sekcji Międzynarodówki Komunistycznej).

1. W obecnym społecznym reżimie kapitału, konflikt między siłami wytwórczymi i stosunkami produkcji rozwija się w coraz prężniejszym tempie, dając początek przeciwstawnym interesom i walce klasowej między proletariatem a rządzącą burżuazją.  

2. Stosunki produkcji są dziś chronione przez władzę Państwa burżuazyjnego: niezależnie od formy systemu przedstawicielskiego jak i organizowania demokratycznych wyborów, Państwo burżuazyjne pozostaje organem obrony interesów klasy kapitalistycznej.

3. Proletariat nie może ani zniszczyć, ani zmodyfikować wyzyskującego go systemu kapitalistycznych stosunków produkcji bez gwałtownego obalenia władzy burżuazyjnej.  

4. Niezbędnym organem rewolucyjnej walki proletariatu jest partia klasy. Partia Komunistyczna, zawierająca najbardziej zaawansowaną i zdecydowaną część proletariatu, jednoczy wysiłki mas pracowniczych i przekształca ich walkę za konkretne interesy grup i natychmiastowe korzyści w ogólną walkę o rewolucyjne wyzwolenie proletariatu. Partia jest odpowiedzialna za propagowanie teorii rewolucyjnej wśród mas, za organizowanie materialnych środków działania oraz za prowadzenie klasy robotniczej w przebiegu jej walk poprzez zapewniania spójności historycznej jak i międzynarodowej jedności ruchu.  

5. Po obaleniu władzy kapitalistycznej, proletariat musi całkowicie zniszczyć stary aparat Państwowy, aby zorganizować się jako klasa dominująca i założyć swoją własną dyktaturę: innymi słowy, odmówi ona wszelkich praw klasie burżuazyjnej i jednostkom w jej obrębie tak długo, jak długo będą one społecznie żyły, i założy organy nowego reżimu wyłącznie na klasie produkującej. Partia Komunistyczna, której cecha programowa znajduje się w tym zasadniczym osiągnięciu, wyłącznie i jedynie reprezentuje, organizuje i kieruje dyktaturą proletariacką.  

6. Tylko za pomocą siły Państwo proletariackie będzie mogło systematycznie interweniować w gospodarkę społeczną i przyjąć te środki, dzięki którym kolektywne zarządzanie produkcją i dystrybucją zajmie miejsce ustroju kapitalistycznego.

7. To przekształcenie gospodarki, a w konsekwencji całego życia społecznego, stopniowo wyeliminuje konieczność istnienia Państwa politycznego, którego mechanizm stopniowo ustąpi miejsce racjonalnemu zarządzaniu ludzkimi działaniami.


W odniesieniu do kapitalistycznego świata jak i ruchów robotniczych w następstwie Drugiej Wojny Światowej, pozycja partii opiera się na następujących punktach:   

8. W pierwszej połowie dwudziestego wieku gospodarka kapitalistyczna doświadczyła wprowadzenia monopolistycznych trustów wśród pracodawców. Podejmowano też próby kontrolowania jak i zarządzania produkcją oraz wymianą poprzez centralne planowanie, aż do zarządzania całymi sektorami produkcji przez Państwo. W sferze politycznej, nastąpił wzrost siły aparatu policyjnego i militarnego Państwa oraz nasilenie totalitaryzmu rządowego. Żadne z tych zjawisk nie stanowią nowy typ organizacji społecznej o charakterze przejściowym między kapitalizmem a socjalizmem, ani też nie są one odrodzonymi formami przed burżuazyjnych systemów politycznych. Są one, zamiast tego, szczególnymi formami coraz bardziej bezpośredniego i ekskluzywnego zarządzania władzą oraz Państwem przez najbardziej zaawansowane siły kapitału.
Ten kurs wyklucza postępowe, pacyfistyczne i ewolucyjne interpretacje powstawania reżimu burżuazyjnego i potwierdza przewidywanie koncentracji i antagonistycznego rozmieszczenia sił klasowych. Aby stawić czoła rosnącemu potencjałowi swoich wrogów ze wzmożoną energią rewolucyjną, proletariat musi odeprzeć iluzoryczne odrodzenie demokratycznego liberalizmu i gwarancji konstytucyjnych. Partia nie może nawet zaakceptować tych ideii jako środka agitacji: musi ona historycznie raz na zawsze wyzbyć się praktyk sojuszy, nawet w sprawach przejściowych, zarówno z klasą średnią, jak i z partiami pseudoproletariackimi i reformistycznymi.

9, Imperialistyczne wojny pokazały to że kryzys rozpadu kapitalizmu jest nieunikniony, decydująco inaugurując fazę, w której jego ekspansja nie oznacza już nieustanny wzrost sił wytwórczych, lecz naprzemienność akumulacji i destrukcji. Wojny te spowodowały szereg znaczących kryzysów w międzynarodowych organizacjach robotniczych, kiedy to klasy dominujące zdołały narzucić im solidarność wojskową i narodową, zmuszając je do stania po jednej lub drugiej stronie frontu. Istnieje tylko jedna historycznie działająca alternatywa wobec tej sytuacji, jest nią ponowne rozpalenie walki klasowej wewnątrz narodów, prowadząc do wojny domowej mas pracujących w celu obalenia władzy Państw burżuazyjnych wszędzie, wraz ze wszystkimi ich międzynarodowymi koalicjami. Niezbędnym warunkiem tego jest odbudowa Międzynarodowej Partii Komunistycznej jako autonomicznej siły, niezależnej od jakiejkolwiek istniejącej władzy politycznej lub militarnej.  

10, Aparat Państwa proletariackiego, o tyle o ile jest środkiem i narzędziem walki w okresie przejściowym między dwoma systemami społecznymi, nie czerpie swojej siły organizacyjnej z żadnych istniejących kanonów konstytucyjnych ani schematów mających na celu reprezentację wszystkich klas. Najbardziej kompletnym dotychczas historycznym przykładem państwa proletariackiego są Sowiety (rady robotnicze) podczas rewolucji październikowej w 1917 roku, kiedy to klasa robotnicza uzbroiła się pod przywództwem partii Bolszewickiej, kiedy zdobycie władzy dokonane zostało metodami totalitarnymi i Zgromadzenie Konstytucyjne zostało rozwiązane, a walka toczyła się w celu odparcia atak zagranicznych rządów burżuazyjnych oraz stłumienia wewnętrznego buntu pokonanych klas, klas średnich i partii oportunistycznych – nieuniknionych sojuszników kontrrewolucji w decydujących momentach.  

11. Pełne osiągnięcie socjalizmu jest nie do pomyślenia w granicach tylko jednego kraju, a transformacja socjalistyczna nie może się dokonać bez porażek i chwilowych niepowodzeń. Obrona ustroju proletariackiego przed stale obecnym niebezpieczeństwem zwyrodnienia może być zapewniona tylko wtedy, kiedy funkcjonowanie Państwa proletariackiego będzie nieustannie skoordynowane z międzynarodowym bojem klasy robotniczej każdego kraju przeciwko własnej burżuazji, Państwu i aparatowi wojskowemu; walka ta nie może ulec osłabieniu nawet w czasie wojny. Tą niezbędną koordynację będzie można zapewnić jedynie, jeżeli Światowa Partia Komunistyczna zarządza politykę i program Państw, gdzie klasa robotnicza zdobyła władzę.  

II. ZADANIA PARTII KOMUNISTYCZNEJ

1. Proletariat może uwolnić się od wyzysku kapitalistycznego tylko wtedy, gdy będzie walczył pod przewodnictwem rewolucyjnego organu politycznego: Partii Komunistycznej.

2. Głównym aspektem walki politycznej w ujęciu marksistowskim jest wojna domowa i zbrojne powstanie, poprzez które klasa obala władzę przeciwstawnej klasy dominującej i ustanawia własną. Taka walka może odnieść sukces tylko wtedy, gdy kieruje nią organizacja Partyjna.

3. Ani walka z władzą klasy wyzyskującej, ani kolejne podważanie kapitalistycznych struktur gospodarczych nie mogą się odbyć bez politycznej partii rewolucyjnej: dyktatura proletariatu jest niezbędna w całym okresie historycznym, w którym będą miały miejsce tak ogromne zmiany które będą jawnie realizowane przez Partię.

4. Partia broni i propaguje teorię ruchu na rzecz rewolucji socjalistycznej; broni i umacnia jej wewnętrzną organizację przez propagowanie teorii i programu komunistycznego oraz przez stałą aktywność w szeregach proletariatu wszędzie tam, gdzie ten zmuszony jest walczyć o swe interesy ekonomiczne; takie są jej zadania przed, w czasie i po walce uzbrojonego proletariatu o władzę Państwową.

5. Partia nie składa się ze wszystkich członków proletariatu ani nawet z jego większości. Jest organizacją mniejszości, która zbiorowo osiągnęła i opanowała taktykę rewolucyjną w teorii i praktyce; innymi słowy, która jasno dostrzega ogólne cele historycznego ruchu proletariatu na całym świecie i dla całego przebiegu historycznego, oddzielającego okres jego formowania się od okresu jego ostatecznego zwycięstwa.
Partia nie jest uformowana na bazie indywidualnej świadomości: nie tylko nie jest możliwe, aby każdy proletariusz stał się świadomy, a tym bardziej kulturowo opanował doktrynę klasową, ale także nie jest to możliwe dla każdego pojedynczego działacza, nawet dla przywódców Partii. Świadomość polega wyłącznie na organicznej jedności Partii.
Tak samo zatem, jak odrzucamy koncepcje oparte na indywidualnych czynach, a nawet na akcjach masowych, niezwiązanych z ramami partyjnymi, tak musimy odrzucić wszelką koncepcję partii jako grupy oświeconych uczonych lub świadomych jednostek. Wręcz przeciwnie, Partia jest organiczną tkanką, której funkcją wewnątrz klasy robotniczej jest realizacja jej rewolucyjnego zadania we wszystkich jego aspektach i na wszystkich jego złożonych etapach.

6. Marksizm zawsze energicznie odrzucał teorię, która proponuje proletariatowi jedynie stowarzyszenia branżowe, przemysłowe lub fabryczne, teorię, która zakłada, że stowarzyszenia te mogą same w sobie doprowadzić walkę klasową do jej historycznego celu: zdobycia władzy i transformacji społeczeństwa. Niezdolny do samodzielnego stawienia czoła ogromnemu zadaniu rewolucji społecznej, związek zawodowy jest jednak niezbędny do mobilizacji proletariatu na poziomie politycznym i rewolucyjnym. Jest to jednak możliwe tylko wtedy, gdy Partia Komunistyczna jest obecna, a jej wpływ wewnątrz związku rośnie. Partia może działać jedynie w związkach całkowicie proletariackich, w których członkostwo jest dobrowolne i w których członkom nie narzuca się żadnych określonych poglądów politycznych, religijnych ani społecznych. Nie dotyczy to związków wyznaniowych, tych, w których członkostwo jest obowiązkowe, ani tych, które stały się integralną częścią systemu Państwa.

7. Partia nigdy nie będzie tworzyć stowarzyszeń ekonomicznych, które wykluczają tych robotników, którzy nie akceptują jej zasad i przywództwa. Partia uznaje jednak bez zastrzeżeń, że nie tylko sytuacja poprzedzająca walkę powstańczą, ale także wszystkie fazy znacznego wzrostu wpływów Partii wśród mas nie mogą zaistnieć bez rozbudowy między Partią a klasą robotniczą szeregu organizacji o krótkoterminowych celach ekonomicznych, zrzeszających dużą liczbę uczestników. W ramach takich organizacji Partia utworzy sieć komórek i grup komunistycznych, a także frakcję komunistyczną w związku.
W okresach bierności klasy robotniczej Partia musi przewidywać formy i promować tworzenie organizacji o bezpośrednich celach ekonomicznych. Mogą to być związki zawodowe zrzeszone w branżach, komitety zakładowe lub inne znane ugrupowania, a nawet zupełnie nowe organizacje. Partia zawsze popiera organizacje sprzyjające Kontaktom między pracownikami w różnych miejscowościach i branżach oraz ich wspólnemu działaniu. Odrzuca wszelkie formy organizacji zamkniętych.

8. W każdej Sytuacji Partia odrzuca jednocześnie perspektywę idealistyczną i utopijną, uzależniającą transformację społeczną od kręgu „wybranych” apostołów i bohaterów; perspektywę wolnościową, uzależniającą ją od buntu jednostek lub niezorganizowanych mas; perspektywę związkową lub ekonomistyczną, która powierza ją organizacjom apolitycznym, niezależnie od tego, czy głoszą one użycie przemocy, czy nie; perspektywę woluntarystyczną i sekciarską, która nie uznaje, że bunt klasowy rodzi się z szeregu działań zbiorowych na długo przed pojawieniem się jasnej świadomości teoretycznej, a nawet przed działaniem zdecydowanej woli, i która w rezultacie zaleca formowanie się małej „elity” odizolowanej od robotniczych związków zawodowych lub, co sprowadza się do tego samego, opieranie się na związkach zawodowych wykluczających niekomunistów. Ostatni z tych błędów, który historycznie charakteryzował niemiecki K.A.P.D. i holenderskich trybunistów [członków Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands (KAPD) w Niemczech i holenderskiej grupy pisma „Tribune”, kierowanej przez Gortera i Pannekoeka, która definitywnie wystąpiła z K.M. w 1921 roku], zawsze był zwalczany przez Marksistowską Lewicę Włoską.
Różnic w podejściu strategicznym i taktycznym, które skłoniły nasz nurt do odłączenia się od III Międzynarodówki, nie można omawiać bez odniesienia do różnych faz historycznych ruchu proletariackiego.

III. HISTORYCZNE FALE OPORTUNISTYCZNEJ DEGENERACJI

1. Nie sposób, o ile nie chcemy ustąpić miejsca idealizmowi lub rozważaniom mistycznym, etycznym czy estetycznym, które są całkowicie sprzeczne z marksizmem, twierdzić, że we wszystkich historycznych fazach ruchu proletariackiego konieczna jest ta sama nieustępliwość, że z zasady należy odrzucać wszelkie sojusze, zjednoczone fronty, wszelkie kompromisy. Wręcz przeciwnie, tylko na podstawie historycznej można rozwiązać kwestie strategii i taktyki klasowej i partyjnej. Z tego powodu należy brać pod uwagę rozwój klasy proletariackiej na całym świecie między rewolucją burżuazyjną a socjalistyczną, a nie specyfikę czasu i miejsca, która podsyca kazuistykę polityczną i pozostawia kwestie praktyczne kaprysowi grup lub komitetów sterujących.

2. Sam proletariat jest przede wszystkim produktem gospodarki kapitalistycznej i industrializacji; podobnie jak komunizm, nie może narodzić się z inspiracji jednostek, bractw czy klubów politycznych, lecz jedynie z walki samych proletariuszy. Podobnie nieodwołalne zwycięstwo kapitalizmu nad formami, które go historycznie poprzedzały, czyli zwycięstwo burżuazji nad feudalną i ziemską arystokracją oraz nad innymi klasami charakterystycznymi dla dawnego ustroju, czy to azjatyckiego, europejskiego, czy z innych kontynentów, jest warunkiem dla komunizmu.
W czasach Manifestu Partii Komunistycznej nowoczesny rozwój przemysłowy znajdował się jeszcze w powijakach i był obecny jedynie w nielicznych krajach. Aby przyspieszyć eksplozję nowoczesnej walki klasowej, należało zachęcać proletariat do walki, uzbrojonej, u boku rewolucyjnej burżuazji podczas powstań antyfeudalnych lub narodowowyzwoleńczych. W ten sposób udział robotników w Wielkiej Rewolucji Francuskiej i ich obrona przed koalicjami europejskimi, aż do czasów napoleońskich, wpisuje się w historię walki robotników, mimo że od samego początku dyktatura burżuazyjna zaciekle tłumiła pierwsze inspirowane przez komunistów walki społeczne.
Z powodu klęski rewolucji burżuazyjnych z 1848 r. ta strategia sojuszu proletariatu i burżuazji przeciwko klasom starego reżimu obowiązywała w oczach marksistów aż do 1871 r., zważywszy na fakt, że ten feudalny reżim nadal trwa w Rosji, w Austrii i w Niemczech, a jedność narodowa Włoch, Niemiec i krajów Europy Wschodniej stanowi konieczny warunek rozwoju przemysłowego Europy.

3. Rok 1871 to wyraźny punkt zwrotny w historii. Walka z Napoleonem III i jego dyktaturą jest w istocie skierowana przeciwko formie kapitalistycznej, a nie feudalnej; jest ona jednocześnie produktem i dowodem mobilizacji dwóch fundamentalnych i wrogich klas współczesnego społeczeństwa. Choć rewolucyjny marksizm widzi w Napoleonie przeszkodę dla burżuazyjnego rozwoju Niemiec, to natychmiast staje on po stronie walki antyburżuazyjnej, która będzie walką wszystkich partii Komuny Paryskiej, pierwszej dyktatury robotniczej w historii. Po tej dacie proletariat nie może już wybierać między walczącymi partiami a armiami narodowymi, ponieważ jakakolwiek restauracja form przedburżuazyjnych stała się społecznie niemożliwa w dwóch wielkich obszarach: Europie aż po granice imperiów osmańskiego i carskiego z jednej strony oraz Anglii i Ameryce Północnej z drugiej.

a. Oportunizm pod koniec XIX wieku

4. Jeśli pominiemy bakuninizm z pierwszej międzynarodówki i sorelizm z drugiej, ponieważ nie mają one nic wspólnego z marksizmem, rewizjonizm socjaldemokratyczny stanowi pierwszą falę oportunistyczną w proletariackim ruchu marksistowskim. Jego wizja była następująca: gdy zwycięstwo burżuazji nad starym reżimem zostanie powszechnie zapewnione, przed ludzkością otwiera się faza historyczna bez powstań i wojen; socjalizm staje się możliwy poprzez stopniową ewolucję i bez przemocy, na podstawie rozwoju nowoczesnego przemysłu i dzięki wzrostowi liczby robotników uzbrojonych w powszechne prawo wyborcze. W ten sposób próbowano (Bernstein) opróżnić marksizm z jego rewolucyjnej treści, udając, że jego buntowniczy duch został odziedziczony po rewolucyjnej burżuazji i nie należy do klasy proletariackiej samej w sobie. W tym czasie taktyczna kwestia sojuszu między zaawansowanymi partiami burżuazyjnymi a partią proletariacką nabiera innego aspektu niż w poprzedniej fazie; Nie chodzi już o pomoc kapitalizmowi w zwycięstwie, lecz o to, by za pomocą praw i reform wyprowadzić z niego socjalizm, nie o walkę na barykadach miast i wsi z groźbami restauracji, lecz jedynie o wspólne głosowanie w parlamentach. Dlatego właśnie proponowanie sojuszy i koalicji, a nawet przyjmowanie stanowisk ministerialnych przez przedstawicieli robotników, jest odtąd zboczeniem z drogi rewolucyjnej. Dlatego też radykalni marksiści potępiają wszelkie koalicje wyborcze.

b. Oportunizm w 1914 roku

5. Druga, potężna fala oportunizmu uderza w ruch proletariacki wraz z wybuchem wojny w 1914 roku. Większość przywódców parlamentarnych i związkowych, a także silne ugrupowania bojowe, a w niektórych krajach całe partie, przedstawia konflikt między państwami narodowymi jako walkę, która może przywrócić absolutyzm systemu feudalnego i doprowadzić do zniszczenia zdobyczy cywilizacji burżuazyjnej, a nawet nowoczesnego systemu produkcyjnego. Głoszą solidarność z Państwem narodowym w stanie wojny, czego rezultatem jest sojusz carskiej Rosji z rozwiniętą burżuazją Francji i Anglii.
Większość II Międzynarodówki popada zatem w oportunizm wojenny, z którego wymyka się niewiele partii, w tym włoska partia socjalistyczna. Co gorsza, jedynie zaawansowane grupy i frakcje akceptują stanowisko Lenina, który, definiując wojnę jako produkt kapitalizmu, a nie konflikt między tym ostatnim a mniej rozwiniętymi formami polityczno-społecznymi, wyciąga wniosek, że „świętą unię” należy potępić, a partia proletariacka powinna prowadzić defetystyczną politykę rewolucyjną w każdym kraju przeciwko państwu i armii walczącej.

6. III Międzynarodówka powstaje na gruncie zarówno antysocjaldemokratycznym, jak i antysocjalpatriotycznym.
W całej Międzynarodówce Proletariackiej nie tylko nie zawiera się sojuszy z innymi partiami w celu sprawowania władzy parlamentarnej; co więcej, zaprzecza się, że władzę można zdobyć, nawet w sposób „nieprzejednany”, wyłącznie przez partię proletariacką za pomocą legalnych środków, a pośród ruin pokojowej fazy kapitalizmu ponownie podkreśla się potrzebę zbrojnej przemocy i dyktatury.
Nie tylko nie zawiera się sojuszy z rządami w stanie wojny, nawet w przypadku wojen „obronnych”, a opozycja klasowa utrzymuje się nawet w czasie wojny; co więcej, za pomocą defetystycznej propagandy na froncie podejmuje się wszelkie wysiłki, aby przekształcić imperialistyczną wojnę między państwami w wojnę domową między klasami.

7. Odpowiedzią na pierwszą falę oportunizmu była formuła: żadnych sojuszów wyborczych, parlamentarnych ani ministerialnych w celu uzyskania reform.
Odpowiedzią na drugą falę była inna formuła taktyczna: żadnych sojuszów wojennych (od 1871 r.) z Państwem i burżuazją. Opóźniona odpowiedź na te fale zapobiegłaby wykorzystanie przełomowego momentu 1914–1918 poprzez zaangażowanie się w szeroko zakrojoną walkę o defetyzm wojenny i zniszczenie państwa burżuazyjnego.

8. Jednym z wielkich wyjątków jest zwycięstwo w Rosji w październiku 1917 roku. Rosja była jedynym dużym państwem europejskim, wciąż rządzonym przez feudalną władzę, w której penetracja kapitalistycznych form produkcji była słaba. W Rosji istniała partia, niewielka, ale o tradycji mocno zakorzenionej w marksizmie, która nie tylko przeciwstawiła się dwóm kolejnym falom oportunizmu w II Międzynarodówce, ale jednocześnie, po wielkich próbach 1905 roku, stanęła przed problemem, jak przeszczepić dwie rewolucje – burżuazyjną i proletariacką – razem.
W lutym 1917 roku partia ta walczy ramię w ramię z innymi przeciwko tsarstwu, a zaraz potem nie tylko z burżuazyjnymi partiami liberalnymi, ale także z oportunistycznymi partiami proletariackimi i pokonuje je wszystkie. Co więcej, staje się wówczas centrum odbudowy rewolucyjnej Międzynarodówki.

9. Skutek tego doniosłego wydarzenia przejawia się w nieodwracalnych konsekwencjach historycznych. W ostatnim kraju europejskim położonym poza geopolitycznym obszarem Zachodu, nieprzerwana walka prowadzi do władzy proletariat, którego rozwój społeczny daleki jest od zakończenia. Liberalno-demokratyczne formy typu zachodniego, ukształtowane w pierwszej fazie rewolucji, zostają odrzucone, a dyktatura proletariatu staje przed ogromnym zadaniem przyspieszenia rozwoju gospodarczego. Oznacza to, że wciąż istniejące formy feudalne muszą zostać obalone, a niedawne formy kapitalistyczne muszą zostać przezwyciężone. Realizacja tego zadania wymaga przede wszystkim zwycięstwa nad bandami kontrrewolucyjnych powstańców i interwencji obcego kapitalizmu. Wzywa ona nie tylko do mobilizacji światowego proletariatu w celu obrony władzy radzieckiej i skierowania ataku na zachodnie, burżuazyjne mocarstwa, ale także do rozszerzenia walki rewolucyjnej na kontynenty zamieszkane przez ludnoście innych ras, krótko mówiąc, do mobilizacji wszystkich sił zdolnych do prowadzenia walki zbrojnej przeciwko białym metropoliom kapitalistycznym.

10. W Europie i Ameryce strategiczny sojusz z lewicowymi ruchami burżuazyjnymi przeciwko feudalnym formom władzy nie jest już możliwy i ustąpił miejsca bezpośredniej walce proletariatu o władzę. Jednak w krajach słabo rozwiniętych rozwijające się partie proletariackie i komunistyczne nie pogardzą udziałem w powstaniach innych klas antyfeudalnych, ani przeciwko lokalnym dominacjom despotycznym, ani przeciwko białym kolonizatorom.
W czasach Lenina istnieją dwie historyczne alternatywy: albo światowa walka zakończy się zwycięstwem, czyli upadkiem potęgi kapitalistycznej, przynajmniej w znacznej, rozwiniętej części Europy, co pozwoliłoby rosyjskiej gospodarce na szybką transformację, „przeskakując” etap kapitalistyczny i szybko doganiając zachodni przemysł, dojrzały już do socjalizmu, albo wielkie centra imperialistyczne pozostaną na swoim miejscu, a w takim przypadku rosyjska władza rewolucyjna będzie zmuszona ograniczyć się do ekonomicznego zadania rewolucji burżuazyjnej, podejmując wysiłek ogromnego rozwoju produkcyjnego, ale o charakterze kapitalistycznym, a nie socjalistycznym.

11. Dowody na pilną potrzebę przyspieszenia przejmowania władzy w Europie, aby zapobiec gwałtownemu rozpadowi państwa radzieckiego lub jego przekształceniu w państwo kapitalistyczne w ciągu najwyżej kilku lat, pojawiły się, gdy tylko społeczeństwo burżuazyjne skonsolidowało się po poważnym wstrząsie I wojny światowej. Partiom komunistycznym nie udało się jednak przejąć władzy, poza kilkoma próbami, które zostały szybko stłumione, co skłoniło je do zadania sobie pytania, jak przeciwdziałać faktowi, że znaczna część proletariatu wciąż pada ofiarą wpływów socjaldemokratycznych i oportunistycznych.
Istniały dwie sprzeczne metody: jedna, która traktowała partie II Międzynarodówki, otwarcie prowadzące nieustanną walkę zarówno z programem komunistycznym, jak i z rewolucyjną Rosją, jako otwartych wrogów i walczyła z nimi jako z najgroźniejszą częścią frontu burżuazyjnego – oraz druga, która opierała się na doraźnych sposobach ograniczania wpływu partii socjaldemokratycznych na masy z korzyścią dla partii komunistycznej, stosując strategiczne i taktyczne „manewry”.

12. Aby uzasadnić tę ostatnią metodę, błędnie wykorzystano doświadczenia polityki bolszewickiej w Rosji, odchodząc od właściwej linii historycznej. Oferta sojuszy z partiami drobnomieszczańskimi, a nawet burżuazyjnymi, była historycznie uzasadniona faktem, że władza carska, zakazując wszystkich tych ruchów, zmuszała je do walki powstańczej. W Europie natomiast, jedynymi wspólnymi działaniami, które proponowano, nawet jako manewr, były działania respektujące legalność, czy to w związkach zawodowych, czy w parlamencie. W Rosji faza liberalnego parlamentaryzmu była bardzo krótka (w 1905 roku i kilka miesięcy w 1917 roku) i tak samo było w kwestii prawnego uznania ruchu związkowego. Tymczasem w pozostałej części Europy pół wieku degeneracji ruchu proletariackiego uczyniło te dwa pola działania sprzyjającym gruntem do tłumienia energii rewolucyjnej i korumpowania przywódców robotniczych. Gwarancja, jaką dawała solidność organizacji i zasad partii bolszewickiej, nie była taka sama jak gwarancja, jaką dawało istnienie władzy państwowej w Moskwie, która ze względu na warunki społeczne i stosunki międzynarodowe była bardziej podatna, jak pokazała historia, na wyrzeczenie się rewolucyjnych zasad i polityki.

13. Lewica Międzynarodówki (do której należała zdecydowana większość Włoskiej Partii Komunistycznej, zanim została w mniejszym lub większym stopniu zniszczona przez faszystowską kontrrewolucję, faworyzowaną głównie przez błąd strategii historycznej) podtrzymywała, że na Zachodzie należy za wszelką cenę odrzucać wszelkie sojusze lub propozycje sojuszy z partiami socjalistycznymi lub drobnomieszczańskimi; innymi słowy, że nie powinno być jednolitego frontu politycznego. Przyznawała, że komuniści powinni poszerzać swoje wpływy wśród mas, biorąc udział we wszystkich lokalnych i gospodarczych walkach, wzywając robotników wszystkich organizacji i wszystkich wyznań do ich maksymalnego rozwoju, ale odmawiała podporządkowania działań partii działaniom komitetów politycznych frontów, koalicji lub sojuszy, nawet jeśli to podporządkowanie miałoby ograniczać się do publicznych deklaracji i być kompensowane wewnętrznymi instrukcjami dla działaczy lub partii oraz subiektywnymi intencjami przywódców. Jeszcze silniej odrzuciła tzw. taktykę „bolszewicką”, gdy przybrała ona formę „rządu robotniczego”, czyli lansowania hasła (przekształcającego się w niektórych przypadkach w praktyczny eksperyment o zgubnych konsekwencjach) dojścia do władzy parlamentarnej z mieszaną większością komunistów i socjalistów różnych formacji. Kiedy partia bolszewicka mogła bez ryzyka opracować plan rządów tymczasowych kilku partii w fazie rewolucyjnej i kiedy pozwoliło to jej osiągnąć całkowitą autonomię działania, a nawet zdelegalizować byłych sojuszników, to wszystko było możliwe jedynie dzięki zróżnicowaniu sytuacji sił historycznych: pilnej potrzebie dwóch rewolucji i destrukcyjnej postawie państwa w obliczu dojścia do władzy drogą parlamentarną. Absurdem byłoby przenoszenie takiej strategii do sytuacji, w której państwo burżuazyjne od pół wieku kultywuje demokratyczną tradycję, a partie akceptują jej konstytucjonalizm.

14. W latach 1921–1926 na kongresach Międzynarodówki (trzecim, czwartym, piątym oraz na Poszerzonym Komitecie Wykonawczym w 1926 r.) narzucano coraz bardziej oportunistyczne wersje metody taktycznej. U podstaw tej metody leżała prosta formuła: dostosowywać taktykę do okoliczności. Za pomocą tak zwanych analiz, mniej więcej co pół roku identyfikowano nowe etapy kapitalizmu i proponowano nowe manewry, aby im zaradzić. Jest to w istocie rewizjonizm, który zawsze był „woluntarystyczny”; innymi słowy, gdy zdała sobie sprawę, że jej przewidywania dotyczące nadejścia socjalizmu się nie sprawdziły, postanowiła nadać bieg historii nową praktyką; ale czyniąc to, przestała jednocześnie walczyć o proletariackie i socjalistyczne cele naszego programu maksymalnego. Już w 1900 r. reformiści twierdzili, że okoliczności wykluczają jakąkolwiek możliwość powstania. Nie powinniśmy oczekiwać niemożliwego, mówili, pracujmy raczej nad wygraniem wyborów, zmianą prawa i osiągnięciem korzyści ekonomicznych za pośrednictwem związków zawodowych. A kiedy ta metoda zawiodła, wywołała reakcję ze strony zasadniczo woluntarystycznego nurtu anarcho-syndykalistycznego, który obwiniał partie polityczne i politykę w ogóle, przewidując, że zmiana nastąpi dzięki wysiłkowi śmiałych mniejszości w strajku generalnym, kierowanym wyłącznie przez związki zawodowe. Podobnie Międzynarodówka Komunistyczna, widząc, że zachodnioeuropejski proletariat nie będzie walczył o dyktaturę, wolała polegać na substytutach jako sposobie na wyjście z impasu. A co z tego wszystkiego wynikło, gdy równowaga kapitalistyczna została przywrócona, to to, że ani nie zmieniło to obiektywnej sytuacji, ani równowagi sił, ale osłabiło i skorumpowało ruch robotniczy; tak jak stało się, gdy niecierpliwi rewizjoniści z prawicy i lewicy skończyli na służbie burżuazji w koalicjach wojennych. Całe przygotowanie teoretyczne i przywrócenie zasad rewolucyjnych zostało sabotowane przez mylenie komunistycznego programu przejęcia władzy drogą rewolucyjną z dojściem do władzy tzw. „pokrewnych” rządów za pomocą poparcia i udziału komunistów w parlamencie i gabinetach burżuazyjnych; w Saksonii i Turyngii skończyło się to farsą, w której dwóch policjantów wystarczyło, aby obalić komunistycznego przywódcę rządu.

15. Organizacja wewnętrzna podlegała podobnemu zamieszaniu, a trudne zadanie oddzielenia członków rewolucyjnych od oportunistycznych w różnych partiach i krajach zostałoby zagrożone. Uważano, że nowych członków partii, bardziej skłonnych do współpracy z centrum, można by pozyskać, wyrywając całe lewe skrzydła starych partii socjaldemokratycznych (podczas gdy w rzeczywistości, gdy nowa Międzynarodówka przeszła już swój początkowy okres formowania, musiała funkcjonować na stałe jako partia światowa i przyjmować nowych członków do swoich sekcji krajowych jedynie indywidualnie). Chcąc pozyskać duże grupy robotników, zamiast tego zawierano układy z liderami, a kadry ruchu były dezorganizowane, rozwiązywane i łączone na nowo w okresach aktywnej walki. Uznając frakcje i grupy w partiach oportunistycznych za „komunistyczne”, miały one zostać wchłonięte poprzez fuzje organizacyjne; w ten sposób niemal wszystkie partie, zamiast przygotowywać się do walki, utrzymywane były w stanie permanentnego kryzysu. Brak ciągłości działania i wyraźnych granic między przyjacielem a wrogiem powodował kolejne porażki, i to na skalę międzynarodową. Lewica rości sobie prawo do jedności i ciągłości organizacyjnej.
Zburzenie struktury partii pod pretekstem „bolszewizacji” stanowiło kolejny powód, dla którego lewica różniła się od kierownictwa Międzynarodówki. Organizacja terytorialna partii została zastąpiona siecią związków w fabrykach. Zawęziło to horyzont polityczny członków o tym samym profilu zawodowym, a zatem o tych samych bezpośrednich interesach ekonomicznych. W ten sposób nie udało się osiągnąć naturalnej syntezy różnych impulsów społecznych, która pomogłaby uczynić walkę powszechną, wspólną dla wszystkich kategorii. Z powodu braku tej syntezy jedynym czynnikiem jedności byli członkowie ścisłego kierownictwa, których członkowie stali się w ten sposób urzędnikami o wszystkich negatywnych cechach dawnego socjalistycznego systemu partyjnego.
Krytyki, jaką Włoska Lewica Marksistowska wygłosiła pod adresem tej organizacji, nie należy mylić z żądaniem powrotu do „demokracji wewnętrznej” i „wolnego wyboru” przywódców partii. Ani wewnętrzna demokracja, ani wolne wybory nie nadają Partii charakteru najbardziej świadomej frakcji proletariatu i funkcji rewolucyjnego przywódcy. Chodzi raczej o głęboką rozbieżność w poglądach na temat deterministycznej organiczności partii jako organizmu historycznego, żyjącego w realiach walki klasowej; chodzi o fundamentalne odchylenie od zasad, które uniemożliwiło partiom przewidzenie i stawienie czoła oportunistycznemu zagrożeniu.

16. Analogiczne odchylenia miały miejsce w Rosji, gdzie po raz pierwszy w historii pojawił się trudny problem organizacji i dyscypliny wewnętrznej partii komunistycznej, która doszła do władzy i której członkostwo ogromnie wzrosło. Trudności napotkane w wewnętrznej walce społecznej o nową gospodarkę i rewolucyjnej walce politycznej poza Rosją wywołały sprzeczne opinie między bolszewikami ze Starej Gwardii a nowymi członkami.
Grupa kierownicza partii miała w swoich rękach nie tylko aparat partyjny, ale cały aparat państwowy. Jej poglądy, a także poglądy większości w jej obrębie, były realizowane nie za pomocą doktryny partyjnej i jej narodowej i międzynarodowej tradycji walki, lecz poprzez represje wobec opozycji za pomocą aparatu państwowego i dławienie partii w sposób policyjny. Wszelkie nieposłuszeństwo wobec centralnego organu partii uznawano za akt kontrrewolucyjny, uzasadniający, oprócz wykluczenia, sankcje karne. Relacje między Partią a Państwem uległy w ten sposób całkowitemu wypaczeniu, a grupa kontrolująca je była w stanie wymusić szereg ustępstw wobec zasad i historycznej linii partii i światowego ruchu rewolucyjnego. W rzeczywistości partia jest jednolitym organizmem w swojej doktrynie i działaniu. Przystąpienie do partii nakłada bezwzględne obowiązki na przywódców i zwolenników. Jednakże przystąpienie i wystąpienie jest dobrowolne, bez żadnego przymusu fizycznego i będzie takie przed, w trakcie i po zdobyciu władzy. Partia samodzielnie i autonomicznie kieruje walką klasy wyzyskiwanej o zniszczenie państwa kapitalistycznego. W ten sam sposób Partia, samodzielnie i autonomicznie, kieruje rewolucyjnym państwem proletariackim i właśnie dlatego, że państwo jest historycznie organem przejściowym, interwencja prawna przeciwko członkom partii lub grupom jest sygnałem poważnego kryzysu. Gdy tylko taka interwencja stała się praktyką w Rosji, partia zaroiła się od oportunistów, którzy dążyli jedynie do zapewnienia sobie korzyści lub przynajmniej skorzystania z ochrony Partii. Zostały one jednak przyjęte bez wahania i zamiast osłabienia państwa, nastąpił niebezpieczny rozrost partii u władzy.
Ta zmiana wpływów doprowadziła do tego, że oportuniści zyskali przewagę nad ortodoksyjnymi; zdrajcy rewolucyjnych zasad sparaliżowali, unieruchomili, oskarżyli i ostatecznie potępili tych, którzy bronili ich w spójny sposób, z których niektórzy zrozumieli zbyt późno, że partia nigdy już nie stanie się rewolucyjna.
W rzeczywistości to rząd, zmagający się z twardą rzeczywistością spraw wewnętrznych i zewnętrznych, rozwiązywał problemy i narzucał swoje rozwiązania partii. Ta z kolei z łatwością na kongresach międzynarodowych narzucała te rozwiązania innym partiom, nad którymi dominowała i którymi manipulowała wedle własnego uznania. W ten sposób dyrektywa Kominternu stawała się coraz bardziej eklektyczna i pojednawcza w stosunku do światowego kapitalizmu.
Włoska Lewica nigdy nie kwestionowała rewolucyjnych zasług partii, która doprowadziła pierwszą rewolucję proletariacką do zwycięstwa, ale twierdziła, że wkład partii wciąż otwarcie walczących z burżuazyjnym reżimem jest niezbędny. Hierarchia, która mogłaby rozwiązać problemy działań rewolucyjnych na świecie i w Rosji, musiałaby zatem wyglądać następująco: Międzynarodówka Światowych Partii Komunistycznych – jej różne sekcje, w tym rosyjska – i wreszcie komunistyczny rząd dla wewnętrznej polityki rosyjskiej, ale wyłącznie według linii partyjnych. W przeciwnym razie, nie mogłaby zaistnieć sytuacja gdzie internacjonalistyczny charakter ruchu i jego rewolucyjna skuteczność nie byłyby naruszone.
Tylko przestrzegając tej zasady, można było uniknąć rozbieżności interesów i celów między państwem rosyjskim a rewolucją światową. Sam Lenin wielokrotnie przyznawał, że gdyby rewolucja wybuchła w Europie lub na świecie, partia rosyjska zajęłaby nie drugie, ale co najmniej czwarte miejsce w ogólnym politycznym i społecznym kierownictwie rewolucji komunistycznej.

17. Nie możemy dokładnie określić, kiedy narodziła się fala oportunistyczna, która miała unieść Międzynarodówkę Komunistyczną. Była to trzecia fala – pierwsza sparaliżowała Międzynarodówkę założoną przez Marksa, a druga haniebnie doprowadziła do upadku II Międzynarodówki. Odchylenia i błędy polityczne omówione w paragrafach 11, 12, 13, 14, 15 i 16 powyżej wpędziły światowy ruch komunistyczny w totalny oportunizm, co można było dostrzec w jego stosunku do faszyzmu i rządów totalitarnych. Formy te pojawiły się po okresie wielkich ataków proletariatu, które w Niemczech, Włoszech, na Węgrzech, w Bawarii i na Bałkanach nastąpiły po zakończeniu I wojny światowej. Międzynarodówka Komunistyczna zdefiniowała je jako ofensywy pracodawców, dążące do obniżenia poziomu życia klasy robotniczej pod względem ekonomicznym, a politycznie – jako inicjatywy mające na celu stłumienie demokratycznego liberalizmu, który – w sformułowaniu wątpliwym dla marksistów – przedstawiała jako sprzyjające środowisko dla ofensywy proletariackiej, podczas gdy komunizm zawsze uważał go za najgorszą z możliwych atmosferę rewolucyjnej korupcji na poziomie politycznym. W rzeczywistości faszyzm był pełnym dowodem marksistowskiej wizji historii: koncentracja ekonomiczna nie tylko świadczyła o społecznym i międzynarodowym charakterze produkcji kapitalistycznej, ale nakłaniała ją do zjednoczenia, a burżuazję do wypowiedzenia wojny społecznej proletariatowi, którego presja była jeszcze znacznie słabsza niż zdolność obronna państwa kapitalistycznego.
Z drugiej strony, przywódcy Międzynarodówki stworzyli poważny zamęt historyczny w okresie Kiereńskiego w Rosji, co doprowadziło nie tylko do poważnego błędu w interpretacji teoretycznej, ale także do nieuchronnego odrzucenia taktyki. Przedstawiono strategię obrony i zachowania istniejących warunków dla proletariatu i partii komunistycznych, zalecając im utworzenie wspólnego frontu ze wszystkimi grupami burżuazyjnymi, które opowiadały się za zapewnieniem robotnikom pewnych natychmiastowych korzyści i niepozbawianiem ludu jego demokratycznych praw. Grupy te były w ten sposób znacznie mniej zdecydowane i przenikliwe niż faszyści, a tym samym bardzo słabymi sojusznikami.
Międzynarodówka nie rozumiała, że faszyzm czy narodowy socjalizm nie mają nic wspólnego z próbą powrotu do despotycznych i feudalnych form rządów, ani ze zwycięstwem tak zwanych prawicowych warstw burżuazyjnych w opozycji do bardziej rozwiniętej klasy kapitalistycznej z wielkiego przemysłu, ani z próbą utworzenia autonomicznego rządu klas pośrednich między pracodawcami a proletariatem. Nie rozumiała również, że wyzwalając się z hipokrytycznego parlamentaryzmu, faszyzm odziedziczył z drugiej strony w całości pseudomarksistowski reformizm, zapewniając najuboższym klasom nie tylko płacę minimalną, ale także szereg działań poprawiających ich dobrobyt za pomocą szeregu środków i interwencji państwowych, podejmowanych oczywiście w interesie państwa. Międzynarodówka Komunistyczna wysunęła zatem hasło „walki o wolność”, które od 1926 roku narzucał Komunistycznej Partii Włoch jej przewodniczący. Jednakże niemal wszyscy działacze partii od czterech lat pragnęli prowadzić autonomiczną politykę klasową przeciwko faszyzmowi, odrzucając koalicję ze wszystkimi partiami demokratycznymi, monarchistycznymi i katolickimi na rzecz gwarancji konstytucyjnych i parlamentarnych. I na próżno włoska lewica ostrzegała przywódców Międzynarodówki, że obrana przez nich droga (która ostatecznie zakończyła się Komitetami Wyzwolenia Narodowego!) doprowadzi do utraty wszelkiej energii rewolucyjnej, i domagała się otwartego potępienia prawdziwego znaczenia antyfaszyzmu wszystkich partii burżuazyjnych i drobnomieszczańskich, a także pseudoproletariackich.
Linia partii komunistycznej jest z natury ofensywna i w żadnym wypadku nie może ona walczyć o pozorne zachowanie warunków właściwych kapitalizmowi. Jeśli przed 1871 rokiem klasa robotnicza musiała walczyć ramię w ramię z siłami burżuazyjnymi, to nie po to, by utrzymać pewne korzyści ani by uniknąć niemożliwego powrotu do dawnych czasów, lecz by przyczynić się do całkowitego zniszczenia wszystkich przestarzałych form politycznych i społecznych. W codziennej polityce gospodarczej, podobnie jak w polityce ogólnej, klasa robotnicza nie miała nic do stracenia, a zatem i do obrony. Atak i podbój – to jej jedyne zadania.
W związku z tym partia rewolucyjna będzie interpretować nadejście totalitarnych form kapitalizmu jako potwierdzenie swojej doktryny, a tym samym całkowitego zwycięstwa ideologicznego. Będzie interesować się rzeczywistą siłą klasy proletariackiej w stosunku do jej ciemiężcy, aby przygotować się do rewolucyjnej wojny domowej. Relację tę utrudniał jedynie oportunizm i stopniowe działanie. Partia rewolucyjna będzie robić wszystko, co w jej mocy, aby sprowokować ostateczny atak, a tam, gdzie to niemożliwe, stawić czoła, nie krytykując nigdy „Vade retro Satana”, równie defetystycznej, co głupiej, bo bezmyślnie błagającej o tolerancję i przebaczenie ze strony klasy wroga.

c. Oportunizm po 1926 roku

18. W II Międzynarodówce oportunizm przybrał formę humanitaryzmu, filantropii i pacyfizmu, osiągając punkt kulminacyjny w odrzuceniu walki zbrojnej i powstań, a co więcej, w znalezieniu uzasadnienia dla legalnej przemocy między państwami w stanie wojny. W trzeciej fali oportunizmu odchylenie i zdrada linii rewolucyjnej zaszły aż do walki zbrojnej i wojny domowej. Ale nawet gdy oportunizm chce narzucić dany rząd innemu w jednym kraju poprzez walkę zbrojną, mającą na celu podboje terytorialne i zdobycie pozycji strategicznych, krytyka rewolucyjna pozostaje taka sama, jak wtedy, gdy organizuje fronty, bloki i sojusze o charakterze czysto wyborczym i parlamentarnym. Na przykład sojusz hiszpańskiej wojny domowej z ruchem partyzanckim przeciwko Niemcom lub faszystom w czasie II wojny światowej był bez wątpienia zdradą klasy robotniczej i formą kolaboracji z kapitalizmem, pomimo stosowanej przemocy. W takich przypadkach odmowa partii komunistycznej podporządkowania się komitetom złożonym z heterogenicznych partii powinna być jeszcze bardziej stanowcza: gdy działanie przechodzi od legalnej agitacji do konspiracji i walki, tym bardziej przestępstwem jest mieć cokolwiek wspólnego z ruchami nieproletariackimi. Nie trzeba przypominać, że w przypadku porażki takie zmowy kończyły się koncentracją wszystkich sił wroga na komunistach, podczas gdy w przypadku pozornego sukcesu skrzydło rewolucyjne ulegało całkowitemu rozbrojeniu, a porządek burżuazyjny utrwalał się.

19. Wszelkie przejawy oportunizmu w taktyce narzucanej partiom europejskim i prowadzonej wewnątrz Rosji znalazły ukoronowanie w czasie II wojny światowej postawą państwa radzieckiego wobec innych państw walczących oraz instrukcjami, jakie Moskwa wydała partiom komunistycznym. Te ostatnie nie zaprzeczyły swojej zgodzie na wojnę ani nie próbowały jej wykorzystać do organizowania pozwów zbiorowych mających na celu zniszczenie państwa kapitalistycznego. Wręcz przeciwnie, w pierwszym etapie Rosja zawarła porozumienie z Niemcami: wówczas, gdy zastrzegła, że część niemiecka nie będzie podejmować żadnych działań przeciwko potędze hitlerowskiej, ośmieliła się narzucić samozwańczą „marksistowską” taktykę francuskim komunistom, którzy mieli ogłosić wojnę francuskiej i angielskiej burżuazji za imperialistyczną agresję i zmusić te partie do prowadzenia nielegalnych działań przeciwko ich państwu i armii; Jednakże, gdy tylko państwo rosyjskie weszło w konflikt zbrojny z Niemcami, a jego interes leżał w sile przeciwników państwa rosyjskiego, Francuzi, Anglicy i inne zainteresowane strony otrzymały przeciwne instrukcje polityczne i rozkaz, by stanąć na froncie obrony narodowej, tak jak socjaliści, potępieni przez Lenina w 1914 roku. Co więcej, wszystkie teoretyczne i historyczne stanowiska komunizmu zostały sfałszowane, gdy ogłoszono, że wojna między mocarstwami zachodnimi a Niemcami nie była wojną imperialną, lecz krucjatą o wolność i demokrację, i że była nią od samego początku, od 1939 roku, kiedy pseudokomunistyczna propaganda była skierowana wyłącznie przeciwko Francuzom i Anglikom. Jest zatem oczywiste, że Międzynarodówka Komunistyczna, która kiedyś została formalnie zniszczona, aby dać dodatkowe gwarancje mocarstwom imperialistycznym, nigdy nie została wykorzystana do sprowokowania upadku jakiejkolwiek potęgi kapitalistycznej, ani nawet do przyspieszenia pojawienia się warunków niezbędnych do przejęcia władzy przez proletariat. Jego jedynym zastosowaniem była otwarta współpraca z niemieckim blokiem imperialistycznym, gdyż blok przeciwny wolał obejść się bez jego pomocy, gdy Rosja przeszła na jego stronę.
Nie jest to zatem kwestia prostego oportunizmu, lecz raczej całkowitego porzucenia komunizmu, czego dowodem jest pośpiech, z jakim zmieniała się definicja struktury klasowej mocarstw burżuazyjnych w tym samym czasie, co sojusznicy Rosji. Francja, Anglia i Ameryka, imperialistyczna i plutokratyczna w latach 1939-40, później stały się przedstawicielami postępu, wolności i cywilizacji, mając z Rosją wspólny program reorganizacji świata. Ten niezwykły zwrot nie przeszkodził Rosji, od momentu pierwszych nieporozumień w 1946 roku i od początku zimnej wojny, w rzucaniu najbardziej zaciekłych oskarżeń pod adresem tych samych Państw.
Nic więc dziwnego, że ruch moskiewski, począwszy od prostych kontaktów z socjaldemokratami i socjalpatriotami odrzuconymi dzień wcześniej, poprzez fronty zjednoczone, rządy robotnicze (wyrzekające się dyktatury klasowej), a nawet bloki z partiami drobnomieszczańskimi, popadł w czasie wojny w całkowite zniewolenie przez politykę „mocarstw demokratycznych”. Później musiał przyznać, że mocarstwa te były nie tylko imperialistyczne, ale równie faszystowskie, jak wcześniej Niemcy i Włochy. Nic więc dziwnego, że partie rewolucyjne, które spotykały się w Moskwie w latach 1919-1920, zatraciły resztki komunistycznego i proletariackiego charakteru.

20. Trzecia historyczna fala oportunizmu łączy w sobie wszystkie cechy dwóch poprzednich w takim samym stopniu, w jakim obecny kapitalizm obejmuje wszystkie formy swojego rozwoju na różnych etapach.
Po drugiej wojnie imperialistycznej partie oportunistyczne, zjednoczone ze wszystkimi partiami burżuazyjnymi w Komitetach Wyzwolenia Narodowego, biorą z nimi udział w rządzeniu. We Włoszech uczestniczą nawet w gabinetach monarchistycznych, odkładając kwestię republiki na bardziej „odpowiednie” czasy. W ten sposób odrzucają stosowanie rewolucyjnej metody zdobywania władzy politycznej przez proletariat, sankcjonując walkę czysto legalną i parlamentarną, w której należy poświęcić wszelką presję proletariatu w celu zdobycia władzy publicznej środkami pokojowymi. Tak jak w pierwszym roku konfliktu nie sabotowali rządów faszystowskich, zasilając swoją siłę militarną zaopatrzeniem w artykuły pierwszej potrzeby, tak postulują udział w rządach obrony narodowej, oszczędzając wszelkich kłopotów rządom w stanie wojny.
Oportunizm kontynuuje swoją fatalną ewolucję, poświęcając, nawet formalnie, III Międzynarodówkę wrogowi klasy robotniczej, późniejszemu imperializmowi, na rzecz późniejszego „wzmocnienia Zjednoczonego Frontu aliantów i innych Narodów Zjednoczonych”. W ten sposób spełniły się historyczne oczekiwania lewicy włoskiej, wyrażone w pierwszych latach istnienia III Międzynarodówki. Nieuchronnie gigantyczny oportunizm, który opanował ruch robotniczy, doprowadzi do likwidacji wszystkich instancji rewolucyjnych. W konsekwencji odbudowa siły klasowej światowego proletariatu została znacznie opóźniona, utrudniona i będzie wymagała większego wysiłku.

21. Tak jak Rosja, wspierana przez oportunistyczne partie komunistyczne innych krajów, walczyła po stronie imperialistów, tak i ona przyłączyła się do nich w okupacji krajów pokonanych, aby zapobiec powstaniu wyzyskiwanych mas, i to bez utraty poparcia tych partii. Wręcz przeciwnie, ta okupacja o charakterze kontrrewolucyjnym była w pełni uzasadniona przez wszystkich tak zwanych socjalistów i komunistów podczas konferencji w Jałcie i Teheranie. Jakakolwiek możliwość rewolucyjnego ataku mocarstw burżuazyjnych została zredukowana do zera zarówno w krajach, które wygrały wojnę, jak i w tych, które ją przegrały. Potwierdza to stanowisko włoskiej lewicy, która postrzegała drugą wojnę jako imperialistyczną, a okupację krajów pokonanych jako kontrrewolucyjną i przewidywała, że po drugiej wojnie nie może nastąpić rewolucyjne odrodzenie.

22. Zgodnie z kontrrewolucyjną przeszłością partie rosyjskie i zrzeszone zmodernizowały teorię permanentnej współpracy klas, głosząc pokojowe współistnienie i konkurencję państw kapitalistycznych i socjalistycznych. To stanowisko, po tym pierwszym, które sprowadziło walkę klasową do tzw. walki między państwami socjalistycznymi i kapitalistycznymi, jest ich ostateczną zniewagą dla rewolucyjnego marksizmu. Jeśli państwo socjalistyczne nie wypowiada świętej wojny państwom kapitalistycznym, to przynajmniej wypowiada i podtrzymuje walkę klasową wewnątrz krajów burżuazyjnych, których proletariat teoretycznie i praktycznie przygotowuje się do powstania. Jest to jedyne stanowisko zgodne z programem partii komunistycznych, które nie wahają się ujawniać swoich poglądów i intencji (Manifest z 1848 r.) i otwarcie nawołują do gwałtownego zniszczenia władzy burżuazyjnej.
Stąd państwa i partie, które dopuszczają lub wręcz zakładają hipotetycznie pokojowe współistnienie i konkurencję między państwami, zamiast propagować absolutną niezgodność klas i zbrojną walkę o wyzwolenie proletariatu, są państwami kapitalistycznymi i partiami kontrrewolucyjnymi, a ich frazeologia jedynie maskuje ich nieproletariacki charakter.
Utrzymywanie się takich ideologii w ruchu robotniczym jest tragicznym hamulcem wszelkiego odrodzenia klasowego, a proletariat musi je pokonać, zanim walka klasowa będzie mogła się odbyć.

23. Innym aspektem, który czynił polityczny oportunizm trzeciej fali jeszcze bardziej haniebnym niż poprzednie, był jej haniebny stosunek do pacyfizmu, obrony partyzantki; pacyfizmu ponownie, ale doprawionego antykapitalistyczną frazeologią zimnej wojny i wreszcie mdłego, totalnego pacyfizmu współistnienia. Wszystkie te zwroty szły w parze z najbardziej skandaliczną odmianą w definicji mocarstw angielskich i amerykańskich: imperializm w 1939 roku, demokratyczne „wyzwolenie” europejskiego proletariatu w 1942 roku, ponownie imperializm po wojnie, pacyfistyczni rywale w dzisiejszej rywalizacji między kapitalizmem a „socjalizmem”. Prawdziwi marksiści wiedzą, że amerykański imperializm przejął od czasów I wojny światowej od angielskiego „despoty” rolę naczelnej białej gwardii świata, co wielokrotnie podkreślali Lenin i III Międzynarodówka w chwalebnym okresie walki rewolucyjnej.
Nierozerwalnie związany z pacyfizmem socjalnym, pacyfizm sam w sobie w pełni wykorzystuje nienawiść robotników do wojen imperialistycznych. Obrona pokoju, będąca wspólną propagandą wszystkich partii i wszystkich państw, burżuazyjnych czy pseudoproletariackich, jest jednak równie oportunistyczna, jak obrona ojczyzny. Rewolucjoniści powinni pozostawić jedno i drugie ONZ, która jest przerażona na samą wzmiankę o walce klasowej, a sama, niczym Liga Narodów, jest ligą złodziei.
Stawiając pacyfizm wyżej niż jakiekolwiek inne żądanie, dzisiejsi oportuniści pokazują nie tylko, że znajdują się poza procesem rewolucyjnym i popadli w totalną utopię, ale że nie są w zasięgu utopistów pokroju Saint Simona, Owena, Fouriera, a nawet Proudhona.
Rewolucyjny Marksizm odrzuca pacyfizm jako teorię i środek propagandy, podporządkowując pokój gwałtownemu zniszczeniu światowego imperializmu; nie będzie pokoju, dopóki proletariat świata nie będzie wolny od burżuazyjnego wyzysku. Potępia również pacyfizm jako broń wroga klasowego, służącą rozbrojeniu proletariatu i odizolowaniu go od wpływu rewolucyjnego.

24. Przerzucanie mostów partiom imperialistycznym w celu utworzenia rządów „unii narodowej” stało się obecnie zwyczajową praktyką oportunistów, którzy realizują ją na skalę międzynarodową w gigantycznym organizmie superpaństwowym, jakim jest ONZ. Wielkie kłamstwo polega na wmawianiu, że o ile uniknie się wojny między państwami, współpraca klasowa nie tylko może stać się rzeczywistością, ale i przynieść klasie robotniczej swoje ckliwe owoce, a imperialistyczne i klasowe państwo stanie się demokratycznym narzędziem dobrobytu publicznego.
W ten sposób w krajach demokracji ludowej oportuniści stworzyli systemy narodowe, w których reprezentowane są wszystkie klasy społeczne, udając, że w ten sposób można zharmonizować ich sprzeczne interesy. Na przykład w Chinach, gdzie u władzy jest blok czterech klas, proletariat, daleki od objęcia władzy politycznej, jest poddawany nieustannej presji młodego kapitalizmu przemysłowego, ponosząc koszty „odbudowy narodowej”, podobnie jak proletariaty w innych krajach. Rozbrojenie sił rewolucyjnych, oferowane burżuazji przez socjalpatriotów z 1914 roku i ministerialistów takich jak Millerand, Bissolati, Vandervelde, MacDonald i spółka, którzy zostali zdyskredytowani i wyeliminowani przez Lenina i Międzynarodówkę Komunistyczną, traci na znaczeniu w obliczu skandalicznej i bezczelnej kolaboracji obecnych socjalpatriotów i ministerialistów. Włoska lewica, która już w 1922 roku sprzeciwiała się „rządowi robotniczo-chłopskiemu” (hasłu, któremu nadano znaczenie „dyktatury proletariatu”, ale które podsycało zgubną dwuznaczność lub, co gorsza, oznaczało coś zupełnie innego), tym bardziej odrzuca otwartą kolaborację klasową, której nie wahają się bronić współcześni oportuniści; włoska lewica domaga się dla proletariatu i jego partii bezwarunkowego monopolu państwa, jednolitej i niepodzielnej dyktatury klasy proletariackiej.

IV. DZIAŁALNOŚĆ PARTII

1. Od momentu narodzin kapitalizm rozwijał się nieregularnie, przeplatając się okresami kryzysu i intensywnej ekspansji gospodarczej.
Kryzysy są nierozerwalnie związane z kapitalizmem, który jednak nie przestanie rosnąć i rozszerzać się, dopóki siły rewolucyjne nie zadają mu ostatecznego ciosu. Analogicznie, historia ruchu proletariackiego przedstawia fazy gwałtownych wzrostów i fazy wycofania, wywołane brutalnymi porażkami lub powolną degeneracją, podczas których odrodzenie działalności rewolucyjnej może być odległe o dekady. Komuna Paryska została brutalnie stłumiona, a jej klęska zapoczątkowała okres względnie pokojowego rozwoju kapitalizmu, który dał początek teoriom rewizjonistycznym lub oportunistycznym, których samo istnienie dowodziło upadku rewolucji. Rewolucja Październikowa została powoli pokonana w okresie regresu, którego kulminacją było brutalne stłumienie tych, którzy o nią walczyli i przeżyli. Od 1917 roku rewolucja jest bardzo nieobecna i dziś nie wygląda na to, abyśmy byli u progu odrodzenia rewolucyjnego odrodzenia.

2. Pomimo takich nawrotów, kapitalistyczny sposób produkcji rozszerza się i dominuje we wszystkich krajach, zarówno pod względem technicznym, jak i społecznym, w sposób mniej lub bardziej ciągły. Alternatywy ścierających się sił klasowych są natomiast związane z wydarzeniami ogólnej walki historycznej, z kontrastem, który istniał już wtedy, gdy burżuazja zaczęła panować nad klasami feudalnymi i przedkapitalistycznymi, oraz z ewolucyjnym procesem politycznym dwóch historycznie rywalizujących klas, burżuazji i proletariatu; procesem naznaczonym zwycięstwami i porażkami, błędami taktyki i metody strategicznej. Pierwsze starcia sięgają 1789 roku i trwają, poprzez lata 1848, 1871, 1905 i 1917, aż do dnia dzisiejszego; dały one burżuazji szansę na wzmocnienie jej broni przeciwko proletariatowi w takim samym stopniu, w jakim rozwijała się jej gospodarka.
Wręcz przeciwnie, proletariat, w obliczu gigantycznego rozrostu kapitalizmu, nie zawsze umiał skutecznie wykorzystać swoją energię klasową, wpadając po każdej porażce w sieć oportunizmu i zdrady i przez coraz dłuższy czas oddalając się od rewolucji.

3. Cykl zwycięskich walk i porażek, nawet tych najbardziej drastycznych, oraz fale oportunizmu, podczas których ruch rewolucyjny poddaje się wpływom klasy wroga, stanowią rozległe pole pozytywnych doświadczeń, na którym rewolucja dojrzewa.
Po klęskach rewolucyjny powrót jest długi i trudny; ale ruch, choć niewidoczny na powierzchni, nie zostaje przerwany, jak utrzymuje, skrystalizowany w ograniczonej awangardzie, której domaga się klasa rewolucyjna.
Okresy politycznego kryzysu ruchu rewolucyjnego są liczne. Od 1848 do 1867 roku, od drugiej rewolucji paryskiej do przedednia wojny francusko-pruskiej, ruch rewolucyjny ucieleśnia się niemal wyłącznie w Marksie, Engelsie i niewielkim gronie towarzyszy; Od 1872 do 1879 roku, od upadku Komuny do początku wojen kolonialnych i powrotu kryzysu kapitalistycznego, który doprowadził do wojny rosyjsko-japońskiej w 1905 roku, a następnie do wojny w 1914 roku, sumienie rewolucji reprezentują Marks i Engels. Od 1914 do 1918 roku, podczas pierwszej wojny światowej, w czasie której II Międzynarodówka rozpadła się, to Lenin wraz z kilkoma towarzyszami z kilku innych krajów reprezentowali ciągłość i zwycięski postęp ruchu.
Rok 1926 zapoczątkował nowy, niekorzystny okres dla rewolucji, który przyniósł likwidację zwycięstwa październikowego. Tylko ruch komunistyczny Włoskiej Lewicy zachował nienaruszoną teorię rewolucyjnego marksizmu, a obietnica rewolucyjnego powrotu mogła się skrystalizować tylko w tym ruchu. Podczas drugiej wojny światowej warunki stały się jeszcze gorsze, a cały proletariat poparł wojnę imperialistyczną i fałszywy stalinowski socjalizm.
Obecnie znajdujemy się u kresu kryzysu i w najbliższej przyszłości nie można oczekiwać powrotu ruchu rewolucyjnego. Długość okresu kryzysu, którego doświadczamy, odpowiada zarówno powadze degeneracji, jak i większej koncentracji sił kapitalistycznych. Trzecia fala oportunistyczna łączy w sobie najgorsze cechy dwóch poprzednich, a jednocześnie proces koncentracji kapitalistycznej, w którym tkwi siła wroga, jest znacznie silniejszy niż po I wojnie światowej.

4. Obecnie znajdujemy się w głębokim kryzysie politycznym i chociaż możliwości działania są znacznie ograniczone, partia, zgodnie z rewolucyjną tradycją, nie zamierza zrywać z historyczną linią przygotowań do przyszłego, masowego odrodzenia walki klasowej, które zintegruje wszystkie rezultaty przeszłych doświadczeń. Ograniczenie praktycznej działalności nie oznacza rezygnacji z celów rewolucyjnych. Partia uznaje, że w niektórych sektorach jej aktywność ulega ilościowemu ograniczeniu, ale nie oznacza to, że wieloaspektowa całość jej działalności ulega zmianie i nie wyrzeka się wyraźnie żadnego z nich.

5. Obecnie głównym celem działalności jest odbudowa teorii marksistowskiego komunizmu. Obecnie naszym orężem jest nadal krytyka: dlatego partia nie przedstawi żadnych nowych doktryn, lecz potwierdzi pełną słuszność fundamentalnych tez rewolucyjnego marksizmu, które są w pełni potwierdzone faktami, a sfałszowane i zdradzone przez oportunizm, by ukryć odwroty i porażki. Lewica marksistowska potępia i zwalcza stalinowców jako rewizjonistów i oportunistów, tak jak zawsze potępiała wszelkie formy burżuazyjnego wpływu na proletariat. Partia opiera swoje działania na stanowiskach antyrewizjonistycznych. Od momentu pojawienia się na scenie politycznej Lenin walczył z rewizjonizmem Bernsteina i przywrócił pierwotną linię, burząc czynniki obu rewizji – socjaldemokratyczną i socjalpatriotyczną.
Włoska Lewica od samego początku potępiała pierwsze taktyczne odchylenia w Trzeciej Międzynarodówce jako pierwsze symptomy trzeciej rewizji, która dziś została w pełni dokonana, łącząc błędy dwóch pierwszych.
Ponieważ proletariat jest ostatnią z klas, która zostanie wyzyskiwana, a zatem sam z kolei nie będzie wyzyskiwał nikogo, doktryny, która powstała wraz z klasą, nie można ani zmienić, ani zreformować. Rozwój kapitalizmu, od jego początków aż do dziś, potwierdził i nadal potwierdza twierdzenia marksizmu zawarte w fundamentalnych tekstach. Rzekome „innowacje” i „nauki” ostatnich 30 lat jedynie potwierdziły, że kapitalizm wciąż żyje i musi zostać obalony. Centralnym punktem faktycznego stanowiska doktrynalnego naszego ruchu jest zatem: brak jakiejkolwiek rewizji podstawowych zasad rewolucji proletariackiej.

6. Partia obecnie naukowo rejestruje zjawiska społeczne, aby potwierdzić fundamentalne tezy marksizmu. Analizuje, konfrontuje i komentuje najnowsze i współczesne fakty, odrzucając doktrynalne opracowania zmierzające do tworzenia nowych teorii lub wskazujące na niewystarczalność marksizmu jako wyjaśnienia tych zjawisk.
Ta sama praca, obalanie oportunizmu i dewiacji, dokonana przez Lenina (i zdefiniowana w „Co robić”), nadal leży u podstaw naszej działalności partyjnej, idąc tym samym za przykładem działaczy z minionych okresów regresu ruchu proletariackiego i umacniania teorii oportunistycznych, które znalazły w Marksie, Engelsie, Leninie jak i w Lewicy Włoskiej gwałtownych i nieugiętych wrogów.

7. Choć niewielka liczebnie i mająca jedynie nikłe powiązania z masami proletariackimi, partia jest jednak zazdrośnie przywiązana do swoich teoretycznych zadań o pierwszorzędnym znaczeniu. Z uwagi na to prawdziwe docenienie jej rewolucyjnych obowiązków w obecnym okresie, partia stanowczo odmawia bycia postrzeganą zarówno jako krąg myślicieli poszukujących nowych prawd, jak i „odnowicieli”, którzy uważają prawdy minione za niewystarczające.
Żaden ruch nie może odnieść zwycięstwa w rzeczywistości historycznej bez teoretycznej ciągłości, która jest kondensacją doświadczeń minionych walk. W związku z tym członkowie partii nie mają osobistej wolności w opracowywaniu i kreowaniu nowych schematów lub wyjaśnień współczesnego świata społecznego. Nie mają oni wolności jako jednostki w analizowaniu, krytykowaniu i formułowaniu prognoz, niezależnie od poziomu ich kompetencji intelektualnych. Partia broni integralności teorii, która nie jest produktem ślepej wiary, lecz której treścią jest nauka klasy proletariackiej; rozwijanej na podstawie wieków materiału historycznego nie przez myślicieli, lecz pod wpływem wydarzeń materialnych, a odzwierciedlanej w historycznej świadomości jednej klasy rewolucyjnej i skrystalizowanej w jej partii. Wydarzenia materialne jedynie potwierdziły doktrynę rewolucyjnego marksizmu.

8. Pomimo małej liczby członków, stanem insteniejącym przez warunki kontrrewolucyjne, Partia kontynuuje działalność prozelityzmu oraz propagandy ustnej i pisemnej. Uważa pisanie i dystrybucję prasy za swoją główną działalność w fazie obecnej, będąc jednym z najskuteczniejszych środków (w sytuacji, gdy jest ich niewielu oraz są rozproszone) pokazywania masom linii politycznej, którą mają podążać, oraz systematycznego i szerszego rozpowszechniania zasad ruchu rewolucyjnego.

9. To wydarzenia, a nie wola czy decyzja działaczy, decydują o głębokości penetracji mas przez Partię, ograniczając ją dziś do niewielkiej części jej działalności. Niemniej jednak Partia nie traci okazji, by interweniować w starcia i zawirowania walki klasowej, doskonale zdając sobie sprawę, że nie będzie odrodzenia, dopóki interwencja ta nie rozwinie się znacznie bardziej i nie stanie się głównym obszarem działalności Partii.

10. Przyspieszenie tego procesu zależy nie tylko od głębokich społecznych przyczyn historycznych kryzysów, ale także od prozelityzmu i propagandy partii, nawet przy ograniczonych środkach, jakimi dysponuje. Partia całkowicie wyklucza możliwość stymulowania tego procesu za pomocą sztuczek, podstępów i manewrów wymierzonych w grupy, liderów lub partie, które przywłaszczyły sobie miano „proletariackich”, „socjalistycznych” lub „komunistycznych”. Manewry te, które przeniknęły do taktyki III Międzynarodówki natychmiast po wycofaniu się Lenina z życia politycznego, doprowadziły jedynie do rozpadu Kominternu jako teoretycznej i organizacyjnej siły ruchu, zawsze gotowej zrzucić fragmenty partii na drogę „taktycznej doraźności”. Metody te zostały przypomniane i ponownie ocenione przez ruch trockistowski IV Międzynarodówki, który niesłusznie uznał je za metody komunistyczne.
Nie ma gotowych recept, które przyspieszyłyby odrodzenie walki klasowej. Nie istnieją żadne manewry i środki, które skłoniłyby proletariuszy do wsłuchania się w głos klasy; takie manewry i środki nie sprawiłyby, że partia wydawałaby się tym, czym jest naprawdę, lecz byłyby przekłamaniem jej funkcji, ze szkodą i uszczerbkiem dla skutecznego odrodzenia ruchu rewolucyjnego, który opiera się na rzeczywistej dojrzałości sytuacji i odpowiedniej zdolności partii do reagowania, zdolnej do tego celu jedynie dzięki swojej doktrynerskiej i politycznej nieelastyczności.
Włoska Lewica zawsze sprzeciwiała się uciekaniu się do środków jako sposobu na utrzymanie się na powierzchni, potępiając to jako odstępstwo od zasad, które w żaden sposób nie jest zgodne z marksistowskim determinizmem.
W związku z tym, zgodnie z doświadczeniami z przeszłości, Partia powstrzymuje się od składania i przyjmowania zaproszeń, listów otwartych lub haseł agitacyjnych mających na celu tworzenie komitetów, frontów lub porozumień z innymi organizacjami politycznymi, niezależnie od ich charakteru.

11. Partia nie ukrywa, że gdy sprawy znów ruszą, odczuje to nie tylko jej własny autonomiczny rozwój, ale także ponowne powstanie organizacji masowych. Choć nigdy nie mogła być wolna od wszelkich wrogich wpływów i często działała jako nośnik głębokich odchyleń; choć nie jest instrumentem typowo rewolucyjnym, związek zawodowy nie może pozostać obojętny wobec partii, która nigdy dobrowolnie nie rezygnuje z pracy w niej, co wyraźnie odróżnia ją od wszystkich innych ugrupowań politycznych, które twierdzą, że są „opozycją”. Partia przyznaje, że obecnie jej działalność w związkach zawodowych może być prowadzona jedynie sporadycznie; nie wyrzeka się jednak wstąpienia do organizacji gospodarczych, a nawet zdobycia przywództwa, gdy tylko stosunki liczbowe między jej członkami a sympatykami z jednej strony, członkami związku zawodowego lub danej gałęzi z drugiej strony będą odpowiednie, o ile dany związek zawodowy nie wyklucza wszelkiej możliwości autonomicznej akcji klasowej.

12. Nurt międzynarodowy, do którego należymy, nie może być charakteryzowany przez wstrzymywanie się od głosu, chociaż „frakcja abstynencka” włoskiej partii socjalistycznej odegrała decydującą rolę w powstaniu włoskiej sekcji III Międzynarodówki, której walkę i sprzeciw wobec Międzynarodówki Komunistycznej w kwestiach o wiele bardziej fundamentalnych bronimy.
Państwo kapitalistyczne przybiera coraz bardziej oczywistą formę dyktatury klasowej, którą marksizm potępiał od samego początku, przez co parlamentaryzm traci z konieczności wszelkie znaczenie. Organy wybieralne i parlament starej tradycji burżuazyjnej są jedynie pozostałościami. Nie mają już żadnej treści, istnieje jedynie demokratyczna frazeologia, co nie może przesłonić faktu, że w czasach kryzysów społecznych dyktatura państwa jest ostatecznym środkiem kapitalizmu i że proletariacka przemoc rewolucyjna musi zostać skierowana przeciwko temu państwu. W tych warunkach Partia wyzbywa się wszelkiego zainteresowania wyborami wszelkiego rodzaju i nie rozwija żadnej działalności w tym kierunku.

13. Kult jednostki jest bardzo niebezpiecznym aspektem oportunizmu; naturalne jest, że starzejący się przywódcy mogą przejść na stronę wroga i stać się konformistami, a wyjątki od tej reguły były nieliczne. Doświadczenie pokazało, że pokolenia rewolucyjne szybko następują po sobie. Dlatego Partia poświęca szczególną uwagę młodzieży i dokłada wszelkich starań, aby rekrutować młodych działaczy i przygotowywać ich do działalności politycznej, bez żadnych osobistych ambicji czy kultu jednostki. W obecnym, głęboko kontrrewolucyjnym momencie historycznym, konieczne jest kształcenie młodych liderów zdolnych do podtrzymywania ciągłości i tradycji rewolucyjnej przez długi czas. Bez pomocy nowego pokolenia rewolucyjnego, rozpoczęcie ruchu jest niemożliwe.

ETIOPIA: premesse storiche della rivoluzione democratica

Costituito da un agglomerato di nazionalità, dominate per secoli da una razza di fierissimi guerrieri, l’Etiopia è l’unico stato Africano che sia riuscito a mantenersi indipendente anche di fronte al colonialismo europeo. Le potenze occidentali hanno dovuto trattare con rispetto questo antichissimo Stato, e qualcuna, battendoci il capo, ci ha rimesso le corna. Ma se la forza militare e la posizione geografica hanno consentito all’Etiopia di evitare per molto tempo gli orrori della colonizzazione, d’altra parte hanno anche fatto sì che la barbarie del feudalesimo si tramandasse fino ai nostri giorni, frenando le forze produttive e impedendo la formazione di una vera e propria borghesia imprenditoriale e di un forte proletariato urbano.

La sua posizione geografica è il motivo determinante dell’isolamento in cui questa regione si è trovata per secoli, e della sua particolare storia. Le montagne dell’Etiopia si elevano con ripidissime pareti fino a duemila, tremila metri; sulla sommità di queste formidabili fortezze naturali, si stende l’altipiano che è la zona più fertile e più popolata. Proprio nel centro di questo altipiano si trovano le sorgenti di grandi fiumi come il Nilo Azzurro, il Giuba, l’Uebi Scebeli, l’Omo, ecc.

Nel corso dei secoli, parecchie popolazioni si sono contese il dominio di questa fertilissima regione; d’altra parte era relativamente facile per gli abitanti difendersi e assoggettare le popolazioni sottostanti più primitive. Fino all’invasione italiana del 1936, nessuno era mai riuscito a conquistare completamente questa regione (ciò non va certo «a maggior gloria delle armi italiane», ma è una vittoria della tecnica moderna contro un modo di produzione superato). Persiani, Arabi, Turchi, hanno in epoche successive minacciato questa regione, ma sono riusciti al massimo a spingersi ai piedi dell’altipiano, mai a conquistarlo. Infatti, la religione musulmana, si è diffusa in Eritrea e nel bassopiano, mentre le popolazioni dell’interno hanno sempre conservato la religione cristiano-copta.

I primi europei a visitare l’Etiopia, furono i navigatori portoghesi. Le notizie che essi riportarono su questo leggendario impero, «baluardo della cristianità in Africa», fecero sì che si stabilissero tenui relazioni diplomatiche tra il papato e l’imperatore d’Etiopia, le quali però non ebbero alcun effetto.

L’introduzione del cristianesimo in Etiopia risale al 320; essa coincide con un accentramento dell’autorità imperiale; fu infatti lo stesso imperatore Ezana che, dopo aver sottomesso tutta la regione sotto la sua autorità, favorì l’introduzione della nuova religione, la quale si prestava bene allo scopo, perché sanciva e giustificava l’autorità imperiale, proclamando che questa derivava da Dio.

La fine dell’isolamento dell’Etiopia si ha con la penetrazione degli Stati capitalistici europei nel Mar Rosso, il cui inizio è segnato dall’apertura del canale di Suez e dallo stabilirsi degli inglesi ad Aden. Le potenze imperialistiche si gettano come avvoltoi alla conquista dell’Africa e del Medio Oriente; anche la borghesia italiana, fresca fresca dall’aver raggiunto, nel modo che sappiamo, la sua indipendenza nazionale, vuole partecipare al banchetto; ma essa è arrivata in ritardo e deve rosicchiare l’osso più duro; tanto duro che nel morderlo si romperà i denti.

Per sottomettere l’Etiopia, le potenze occidentali cercano di far leva su una perenne situazione di instabilità politica, cioè sulle lotte intestine dovute al fatto che il potere statale dell’imperatore non è solido e accentrato. L’Etiopia è infatti divisa in grandi regioni, a capo di ognuna delle quali sta un governatore ereditario; il Negus (Re). Ogni Negus aveva sotto di sé vari Ras; ogni Ras comandava vari Deggiacc. L’imperatore era chiamato Negus Neghesti (re dei re). La sua autorità gli derivava dal fatto di essere il Capo militare e religioso della nazione, e soprattutto dal fatto di essere il feudatario più forte. Ogni Negus, ogni Ras, ecc. svolgeva nella zona affidatagli, le funzioni statali per conto dell’Imperatore, padrone assoluto della terra; riscuoteva le imposte, giudicava, organizzava e comandava i soldati. Ognuno di essi aveva perciò un piccolo esercito più o meno consistente a seconda della ricchezza della regione (cioè a seconda del numero di persone che un dato territorio poteva mantenere). La Nazione dominante, gli Amhara, era esclusivamente dedita all’uso delle armi, e solo ad essa erano riservati i posti di questa complessa gerarchia militare che dall’Imperatore arrivava fino ai soldati semplici.

Il peso di tutta questa impalcatura sociale, gravava unicamente sulle spalle di chi coltivava la terra: le popolazioni sottomesse, gli schiavi catturati nelle guerre o nelle razzie.

Teoricamente ogni nomina di un governatore era esclusivo attributo dell’Imperatore, ma in pratica, se un Ras veniva destituito, egli si difendeva con le armi perché la perdita del posto nella gerarchia militare significava la perdita di tutti i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Infatti, tutti i capi militari, vivevano per mezzo delle tasse che essi riuscivano a riscuotere nelle zone assegnate. Perciò ad ogni livello della gerarchia, un capo destituito, poteva passare improvvisamente dalla agiatezza alla miseria. Alla morte di un imperatore si verificava quasi sempre un rivolgimento politico; infatti, se un Negus si sentiva abbastanza forte, nulla gli impediva di proclamarsi Imperatore. Gli altri, naturalmente si schieravano dalla parte dell’uno o dell’altro pretendente; la cosa veniva decisa sul campo di battaglia, e naturalmente seguiva un rivolgimento di tutta la gerarchia. Le potenze occidentali cercano perciò di sfruttare a proprio vantaggio le rivalità tra i vari capi, e di indebolire l’unità dell’Impero.

Al congresso di Berlino del 1885, venne decisa la spartizione dell’Africa. Nello stesso anno gli italiani iniziano l’occupazione dell’Eritrea. Essi cercano di favorire le aspirazioni al trono del Negus Menelik, re della Scioa, fornendogli armi e assistenza tecnica. Ma nel 1887 arriva la prima doccia fredda per le ambizioni imperialistiche della borghesia italiana: il Negus Neghesti Giovanni, invia contro gli italiani un suo Ras il quale a Dogali distrugge un intero battaglione italiano.

Nel 1889 l’Imperatore Giovanni muore in battaglia, e Menelik II il negus più potente, si proclama imperatore. Lo stesso anno Italia ed Etiopia, concludono il famoso trattato di Uccialli; un trattato di «amicizia perpetua» che doveva sancire il protettorato dell’Italia sull’Etiopia. Per avere un’idea della rapacità e della cialtroneria della borghesia italiana, basti pensare che l’art. 17 di questo trattato, nel testo italiano dice che l’imperatore consente a farsi rappresentare dall’Italia nei suoi rapporti con gli altri Stati (il che è come dire rinunciare alla propria indipendenza), mentre nel testo in Amarico si dice che l’imperatore può servirsi dell’Italia, ecc. (cioè può se vuole, ma non è obbligato). Insomma un volgare trucco che dette luogo a una serie di polemiche e di cui l’imperialismo italiano si servì come pretesto per intervenire con la forza. Nel 1893, dopo che Menelik aveva denunciato il trattato di Uccialli, le truppe italiane occupano il Tigré. La tronfia propaganda della borghesia italiana presentava questa impresa come una «nobile missione civilizzatrice». Ma aveva fatto i conti senza l’oste: nel 1896 ad Adua, (capoluogo del Tigré) il corpo di spedizione italiano, forte di 20 mila uomini, viene quasi totalmente distrutto dalle armate di Menelik. Questa vittoria ebbe molta risonanza e costituì anche un ammonimento per le altre potenze coloniali, inducendole a frenare i loro appetiti.

Il contatto con le potenze imperialistiche aveva introdotto anche in questo millenario impero, le meraviglie della tecnica moderna. Le armi da fuoco furono naturalmente il prodotto che i vari Ras e Negus apprezzavano di più, perché ne comprendevano immediatamente l’utilità. Ma poi, tra il 1887 e i primi del '900, arrivarono anche le poste, il telefono, il telegrafo, la prima banca, la prima ferrovia, le prime automobili. L’antica struttura sociale rimaneva ancora in piedi, ma cominciavano a penetrare i primi germi che avrebbero provocato la sua distruzione. La minaccia di nemici esterni potenti e agguerriti, esigeva inoltre la centralizzazione dello Stato sotto un comando unico, cioè la fine delle lotte tra i vari signorotti feudali, e la loro sottomissione alla autorità centrale.

L’opera di centralizzazione dello stato, iniziata sotto Menelik II, venne continuata da Ras Tafari che nel 1917, dopo un periodo di lotte intestine seguito alla morte di Menelik, aveva assunto il titolo di Reggente. Nel 1923 (epoca di ingresso dell’Etiopia alla Società delle Nazioni) Ras Tafari emanava un editto in cui condannava a morte chiunque comprasse o vendesse schiavi; nel 1924 decretava che tutti i bambini dovessero nascere liberi. Per molto tempo però questi editti rimasero lettera morta, perché buona parte della produzione era ancora basata sulla schiavitù e la sua abolizione richiedeva una trasformazione economica e sociale.

Ras Tafari dedicò inoltre una particolare cura alla formazione di un esercito attrezzato e inquadrato all’europea; a questo scopo si avvalse di istruttori stranieri, e spedì a studiare nelle accademie militari occidentali i primi giovani della aristocrazia. Questa politica di riforme naturalmente non piaceva ai grandi feudatari, ma non avevano la forza di opporsi all’esercito di Ras Tafari.

Quest’ultimo nel 1928 si fece proclamare Negus, e nel 1930 venne fastosamente incoronato imperatore, assumendo il nome di Haile Selassie (benedetto dalla trinità). Tutta l’opera di Haile Selassie fu sempre rivolta a minare l’autorità dei grandi feudatari e a rafforzare il potere centrale. Uno dei mezzi che egli usava, era quello di tenere i feudatari presso la sua corte, mentre intanto minava la loro autorità nelle provincie, facendole governare da suoi emissari diretti; (proprio come Luigi XIV in Francia).

Ma il colpo più grosso i feudatari lo ebbero nel 1931, quando Haile Selassie emanò la prima costituzione, emanata, dice il testo «senza che alcuno ce ne facesse richiesta, per Nostra volontà». E si capisce che nessuno gliel’aveva chiesta!

In questa costituzione non si parla dei capi e della loro funzione, ma si stabilisce che il titolo di Negus Neghesti non debba uscire «dalla discendenza di Hailé Selassie I, stirpe venuta succedendosi da Menelik I nato da Salomone re di Gerusalemme e dalla regina di Etiopia denominata regina di Saba». Un intero capitolo era dedicato alle attribuzioni del Negus Neghesti, il quale doveva detenere «tutt’intero in sua mano il potere supremo».

La costituzione prevedeva inoltre la formazione di due camere di consiglio per la definizione della legge e per l’indirizzo legislativo, ambedue nominate dall’Imperatore. Inoltre, per la prima volta, veniva istituito un bilancio statale. La circolazione monetaria rimase tuttavia per molto tempo irrisoria; le rendite venivano pagate soprattutto in natura. Nella lingua amarica non esiste la parola «moneta», ma si usa la parola argento o una parola derivata dall’arabo (v. E. Giurco: Ordinamento politico dell’Impero Etiopico). Ciò ha naturalmente scandalizzato gli alfieri della «civiltà» borghese.

Fino al 1931 ed oltre, l’unica moneta circolante era il «Tallero di Maria Teresa» (coniato a Vienna) e i «sali» (piccoli parallelepipedi di sale). Questa moneta non era ancora «capitale» ma solo mezzo di scambio; basti pensare che i talleri d’argento venivano usati dagli orafi etiopici come materia prima per fabbricare i loro monili. Sempre nel 1931, la Banca di Abissinia, che era nata nel 1905 e funzionava con capitale europeo, viene nazionalizzata con indennizzo, e diventa la Banca Nazionale di Etiopia.

La breve parentesi dell’occupazione italiana (1936-1941) accelera la trasformazione economica e sociale, nascono le prime industrie, si sviluppano le vie di comunicazione e i commerci. La schiavitù viene abolita, ma la struttura sociale nelle campagne, i diritti dei nobili sulla terra, rimangono in piedi.

Alla fine della guerra gli inglesi non occupano l’Etiopia, nonostante ne avessero per così dire il «diritto» trattandosi di una ex colonia italiana. Hailé Selassié riprende il suo posto. Non mancano proteste da parte della borghesia italiana; nel 1946, De Gasperi sostiene, con verginale candore, che l’impresa italiana in Etiopia è stata una missione civilizzatrice e chiede che la «tutela» della ex colonia venga almeno in parte affidata all’Italia. Nel 1952, in seguito ad un accordo con gli inglesi, anche l’Eritrea si unisce federativamente all’Etiopia.

Nel 1962, l’Eritrea perde ogni sua autonomia e diviene una semplice provincia dell’Impero. È a partire da questa data che nasce e si sviluppa il movimento indipendentista eritreo.

Lo sviluppo economico non ha formato una forte borghesia imprenditoriale; però ha originato una piccola borghesia radicale, gli intellettuali, gli studenti, gli ufficiali dell’esercito sono fautori della introduzione dei moderni rapporti di produzione.

Nel 1960 un tentativo di rivolta degli ufficiali della guardia imperiale viene soffocato nel sangue.

Solo nel settembre 1974, l’Etiopia è approdata alla rivoluzione borghese.

Il Derg (comitato militare rivoluzionario) rappresentante le esigenze borghesi, ha però proceduto in maniera contraddittoria; ha abbattuto e imprigionato Haile Selassie, ma solo sette mesi dopo ha proclamato la repubblica; ha arrestato i notabili dell’ex Impero, ma anche i capi dei sindacati, e ha sparato sugli operai e sui contadini. Non ha concesso l’autonomia alle nazionalità oppresse da secoli, non ha proclamato la riforma agraria se non quando si è trovato con l’acqua alla gola.

Insomma ha agito in maniera rivoluzionaria di fronte all’assolutismo, e in maniera reazionaria di fronte agli operai e ai contadini.